Dal tentato suicidio all’argento a Tokyo, la rivincita di Raven Saunders nel peso


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Raven Saunders – Hulk, come la chiamano i fan Usa

L’atleta che gareggia con la mascherina tre anni fa ha fermato la sua auto un attimo prima di gettarsi in una scarpata. Dopo tanto tempo in ospedale psichiatrico ha ripreso in pugno vita e attrezzo, è diventata testimonial per la lotta alla depressione e ai problemi mentali. A Tokyo è seconda

TOKYO – Il “Joker“, l’ultima maschera con cui si è presentata in pedana, ha messo nel sacco tutti. In una mattina gelida di gennaio 2018 è calato il buio nella sua testa ed è arrivata sull’orlo del suicidio. Fermando la sua auto a un passo dalla scarpata dove stava per buttarsi. Tre anni (e diversi mesi di clinica psichiatrica) dopo, Raven Saunders è salita sul podio del getto del peso a Tokyo. Il suo attrezzo da 4 kg è volato a 19,79 metri. Un arco morbido e vincente, la miglior medicina per lasciarsi alle spalle tutte le avversarie (tranne la cinese Lijiao Gong, oro) e il viaggio all’inferno – e ritorno – iniziato tre anni e mezzo fa.

Cosa le sia passato nella testa all’alba del 26 gennaio 2018, Saunders non lo ricorda bene nemmeno lei. In teoria per Hulk, come la chiamano i fan Usa, doveva essere una giornata come le altre: pesi in palestra, una seduta di lancio al campus della Ole Miss University di Oxford, in Mississipi dove dopo il quinto posto alle Olimpiadi di Rio (a soli 19 anni) era già una mezza celebrità. “Per sicurezza mi ero preparata un elenco preciso delle cose che dovevo fare – ha spiegato -: la tabella dell’allenamento, un appuntamento medico, la lista della spesa al supermercato“. Ma appena è salita in macchina, l’ombra che da qualche mese le stava rovinando l’esistenza ha ripreso a martellarle in testa.

Sapevo che avrei dovuto fermarmi in università – è il suo ricordo di quei momenti drammatici -. Ma ero in confusione, annebbiata. Sono passata davanti al cancello del campus e ho tirato dritto“. Con una destinazione precisa: un viadotto sull’autostrada che studiava da tempo. Dove sapeva che sarebbe bastata una piccola sterzata per buttarsi giù di sotto tra gli alberi e chiuderla lì “con una vita dove non avevo più nessuna motivazione per fare niente“. Ci è passata sopra una prima volta. “Sapevo che ero a 10-15 minuti dal mio suicidio“. Appena prima di imboccarlo di nuovo ha accostato a bordo strada e ha inviato un sms a una psicoterapista della Ole Miss. “Volevo che sapesse quello che mi stava succedendo in testa – ha ricordato -. Le ho scritto che avevo paura e che non sapevo quello che stavo per fare a me stessa“. La risposta, per fortuna, è arrivata in pochi secondi. Poi, subito, la chiamata che le ha salvato la vita. La dottoressa le ha consigliato con calma di tornare a casa e di farsi visitare. Saunders si è lasciata convincere. E la diagnosi è stata una mazzata: “Depressione, ansia grave e sindrome da stress post-traumatico“, con ricovero immediato in un centro specializzato in pazienti con problemi mentali. Da cui l’atleta americana è uscita – dopo lunghi mesi di cure – guarita, più forte di prima e pronta a lanciare per una medaglia a Tokyo continuando il suo lavoro da testimonial per aiutare chi – come lei – è finito nel buco nero della nevrosi.

La depressione – “Né io né sua madre Clarissa ci siamo mai accorti dei problemi di Raven“, ha raccontato il suo ex-allenatore Herbert Johnson. “Non volevo scaricare i miei problemi sulle spalle di nessuno“, ha confermato lei che il viaggio all’inferno (e ritorno) l’ha fatto tutto da sola. Colpa forse di un successo arrivato troppo presto. Dopo il bel risultato dei Giochi di Rio il sindaco di Charleston, il suo paese natale, l’ha accolta il 17 agosto 2016 proclamando il Raven Saunders Day, con tanto di parata dalla Burke High School – il liceo della pesista – lungo King Street fino al centro. L’Università del Mississipi le ha spalancato le porte per aiutarla a crescere come atleta e come donna. E proprio allora, quando tutto sembrava perfetto, le sue certezze hanno iniziato a scricchiolare. “Non era nemmeno una questione di problemi di studio – ricorda lei -. In quello me la cavavo. Era il peso degli impegni, delle cose da fare, degli orari da rispettare. Io ero lì solo per lanciare il peso più lontano“.  I muscoli però senza la testa faticano a funzionare. I campionati del mondo e quelli universitari del 2017 non sono andati tanto bene. Saunders aveva anche qualche problema di soldi. Poi sono arrivati un paio di infortuni. E con loro i primi attacchi di ansia e la depressione. “Sentivo il peso della situazione ma pensavo di cavarmela da sola, il problema è che non ti rendi conto di quanto sia grave la situazione fino a quando non è davvero molto grave“. 

Ora, dopo quel drammatico giorno di gennaio 2018, tutto è cambiato. La meditazione e la terapia di gruppo hanno aiutato la pesista a uscire dal tunnel. Lei ha accettato di girare un documentario “Fuori dal buio” sulla sua storia: “Mi scalda il cuore pensare che la mia esperienza possa aiutare chi soffre ad affrontare i problemi, sapendo che se ne può uscire“. Con la testa a posto, anche il peso ha ripreso a volare lontano. A Tokyo è arrivato l’argento.  Ma la sua gara più difficile Saunders l’aveva comunque già vinta ancora prima di salire sulla pedana.

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