Gubbio, esplosione in un laboratorio di cannabis light: un morto, tre feriti e un disperso


articolo: https://www.repubblica.it/cronaca/2021/05/07/news/gubbio_esplosione_in_un_laboratorio_di_cannabis_terapeutica_due_dispersi-299874019/?ref=RHTP-BH-I293269148-P1-S1-T1

I vigili del fuoco hanno estratto vive tre persone trasferite in ospedale

Gubbio (Perugia), 07 maggio 2021

Una violenta esplosione ha interessato un’azienda a Gubbio (Perugia). Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco, che hanno estratto vive tre persone, mentre una quarta, un uomo, è stato tirato fuori dalle macerie morto. Risulta ancora dispersa una quinta persona, forse una donna, che sarebbe in contatto con i soccorritori, grazie a un cellulare. Continuano le ricerche.

Il feirito più grave è stato trasportato in elisoccorso con gravi ustioni sul corpo al centro grandi ustionati di Cesena. Gli altri sono stati invece trasportati all’ospedale di Branca (Gubbio), con traumi da schiacciamento. Per estrarli i vigili del fuoco hanno dovuto tagliare delle travi in ferro con le moto-troncatrici e divaricatori idraulici e sollevare le parti in cemento con i cuscini pneumatici. Mentre erano in corso queste operazioni si sono verificate altre forti esplosioni.

Le squadre di Gubbio, Perugia e Gaifana stanno operando all’interno del capannone per spegnere le fiamme. Secondo quanto si apprende dal 118, le esplosioni si sarebbero verificate “in un laboratorio dove viene trattata cannabis light”. La deflagrazione avrebbe poi causato il crollo del solaio dell’abitazione sovrastante.

Colombia, la rabbia dei giovani contro il governo: 24 morti in piazza. L’Onu condanna


articolo: https://www.corriere.it/esteri/21_maggio_07/colombia-rabbia-giovani-contro-governo-24-morti-piazza-l-onu-condanna-97a30412-ae68-11eb-8f4e-e883921d39f5.shtml?fbclid=IwAR2k5PUL_vrX6WFJi-2X3oPri8gSCEod9_ziXOHEIdb95SPhKgVlkE3gG0k

Non si fermano le proteste di piazza, giunte all’ottavo giorno consecutivo e nate in dissenso con la riforma fiscale proposta dal presidente. Il Palazzo di Vetro: allarmati

«Siamo distrutti». Un adolescente ucciso a colpi di arma da fuoco dopo aver preso a calci un poliziotto, un altro ragazzo travolto dalla furia dei manganelli mentre tornava a casa. Agenti che sparano sui manifestanti disarmati. Elicotteri che ronzano in cielo, carri armati che fanno tremare l’asfalto nei quartieri popolari, esplosioni che echeggiano nelle strade.

Brucia la Colombia, dove il 28 aprile sono iniziate le proteste contro il governo di Iván Duque e dove nemmeno le piogge torrenziali di due giorni fa sono riusciti a fermare proteste e scontri durissimi nei quali hanno perso la vita fin qui 24 persone (17 secondo le autorità), con 89 dichiarate disperse.

«Ci stanno uccidendo», è una delle frasi che campeggiano sugli striscioni. Da Bogotà, passando per Cali, Medellin e Barranquilla ovunque si sono svolte marce. I camionisti bloccano le principali autostrade mentre le Nazioni Unite, l’Unione Europea e l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) condannano il governo colombiano per l’«uso eccessivo della violenza», con la portavoce dell’Alto commissariato dei diritti umani dell’Onu, Marta Hurtado, che si è detta «profondamente allarmata». In prima linea negli scontri ci sono i giovani. «Qui non si muore di fame solo per il Covid, si muore di povertà», è il grido di Isamari Quito, studente di giurisprudenza. «Ci stanno dando la caccia», gli fa eco Luna Giraldo Gallego, studentessa universitaria della città di Manizales.

La pressione sale sul partito conservatore del presidente Iván Duque mentre gli alleati gli chiedono di dichiarare lo stato d’assedio, atto che gli concederebbe ampi nuovi poteri. «Si ha la sensazione che questo governo, nonostante sia guidato dal presidente più giovane della storia colombiana (Duque ha 44 anni, ndr), insista su idee obsolete», spiega al Corriere Jennifer Pedraza, 25 anni, rappresentante degli studenti dell’Università Nazionale e membro del Comitato per la disoccupazione, che raggruppa le organizzazioni che convocano le manifestazioni.  A nulla dunque è servito ritirare la riforma fiscale, che prevedeva la rimozione delle esenzioni per l’imposta sugli scambi di beni e servizi (la nostra Iva) e avrebbe abbassato la soglia a partire dalla quale si inizia a pagare l’imposta sul reddito. «Andremo avanti a protestare contro la riforma sanitaria», conclude Pedraza.

L’esplosione di frustrazione in Colombia – dicono gli esperti – potrebbe presagire disordini in tutta l’America Latina, in un mix infiammabile di tensioni sociali causate dalla pandemia e dal calo delle entrate governative. Le manifestazioni sono, in parte, la continuazione di un movimento che ha travolto l’America Latina alla fine del 2019 dalla Bolivia passando per il Cile fino al Nicaragua. Poi è arrivato il Covid. La Colombia ha imposto uno dei lockdown più lunghi al mondo che ha causato enormi problemi economici, tra cui la chiusura di oltre 500mila attività, con il 43% della popolazione che vive in povertà (+7% rispetto all’era pre Covid) e 2,8 milioni di persone che vivono con meno di 145mila pesos al mese, circa 32 euro. E ora – dopo otto giorni di rabbia – tra le vittime delle proteste si conta anche Santiago Murillo, 19 anni, studente dell’ultimo anno di liceo. Sabato sera stava tornando a casa a Ibagué, mentre erano in corso gli scontri. A due isolati da casa gli hanno sparato e lui è caduto a terra. Domenica gli abitanti di Ibagué hanno tenuto una veglia in suo nome. «Ho chiesto loro di protestare civilmente», dice sua madre, «in pace».

Londra, incendio in un palazzo di 19 piani, più di 100 pompieri impegnati


articolo: https://www.corriere.it/esteri/21_maggio_07/londra-incendio-un-palazzo-19-piani-piu-100-pompieri-impegnati-c4c9fb08-af1c-11eb-88d7-96131257b1d6.shtml

Coinvolti l’ottavo, nono e decimo piano di un condominio di edilizia popolare nella zona est della capitale: rivestimento in alluminio come quello della Grenfell Tower

Un centinaio di vigili del fuoco e venti mezzi sono impegnati a Londra per spegnere un incendio in un palazzo di edilizia popolare di 19 piani. Lo rendono noto i vigili del fuoco della capitale britannica su Twitter. L’incendio riguarda in particolare l’ottavo, il nono e il decimo piano del palazzo, nel quartiere Poplar, nella zona est di Londra. L’edificio, secondo quanto riferiscono i media locali, avrebbe un rivestimento esterno in alluminio infiammabile simile a quello usato per la Grenfell Tower, dove un disastroso incendio nel giugno 2017, uccise 72 persone.

Sul posto, in Fairmont Avenue, sono intervenute diverse ambulanze. Le prime telefonate di allarme sono arrivate ai vigili del fuoco poco prima delle 9, ora locale. Sui social circolano diverse immagini dell’incendio, che ha prodotto una colonna di fumo visibile da varie parti della città.

Il rivestimento in alluminio applicato in questi grandi edifici chiamati New Providence Wharf è considerato pericolo perché, in caso di incendio, favorisce il propagarsi delle fiamme, avrebbe dovuto essere rimosso dopo la tragedia della Grenfell Tower. Ma all’inizio del 2021 non era stato fatto alcun intervento in questo grande complesso abitativo, nonostante il ministero dell’edilizia abbia già speso circa 200 milioni di sterline per toglierlo da 170 torri di edilizia privata in tutto il Regno Unito.

Bitume e materiali pericolosi spacciati per cemento, due arresti nella cava di Zibido: “Collegamenti con la ‘ndrangheta”


articolo: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/05/06/news/rifiuti_bonilauri_molluso_zibido_san_giacomo_cava_arresti_d_alfonso_mensa_dei_poveri-299731458/

La cava nel Milanese di proprietà della ditta Bonilauri era lo snodo dei traffici illeciti: qui venivano smistati i rifiuti anche pericolosi diretti poi ai termovalorizzatori con documenti falsi: “Nessun rispetto per le norme ambientali”. Legami con il clan di Corsico Molluso

Polistirolo, gesso e bitume, spacciato per cemento. Rifiuti mischiati, anche pericolosi, provenienti da cantieri e miscelati insieme senza alcuna forma di controllo sul livello di pericolosità, nella cava di Zibido San Giacomo. A tonnellate. Inviati con certificazioni false ai termovalorizzatori. Era un sistema rodato, in vigore da anni quello che hanno scoperto i Carabinieri della forestale con il supporto della Guardia di Finanza di Milano: almeno da vent’anni, a leggere il “libro mastro” sequestrato ieri mattina durante le perquisizioni.

Il filone è quello della “Mensa dei Poveri“, il sistema di tangenti e intrecci tra imprenditori, manager pubblici e politici lombardi – soprattutto Daniele D’Alfonso e la sua Ecol Service da un lato e Pietro Tatarella e Fabio Altitonante di Forza Italia, dall’altro – foraggiati con un lavoro di “semina” in cambio di appalti e commesse private. Ed è proprio indagando nel suo business che gli investigatori, coordinati dal sostituto procuratore della dda di Milano Silvia Bonardi, hanno scoperto come le attività di smaltimento di rifiuti della sua azienda fossero basate su pratiche “completamente illegali” come scrive il gip Raffaella Mascarino che ha firmato due ordinanze cautelari ai domiciliari per il 72enne Gianarnaldo Bonilauri e il 42 enne Giuseppe Molluso, figlio di Giosafatto da Platì, uno dei capi della locale di Corsico. “I rifiuti in ingresso e in uscita non venivano pesati o venivano messi su una bilancia manipolata, l’attribuzione dei codici merceologici era del tutto fasulla e in questo modo venivano drasticamente ridotti i costi delle analisi di laboratorio e di caratterizzazione dei rifiuti e venivano abbattute le tariffe di smaltimento del materiale“. Tra gli appalti della Ecol Service anche quelli per il recupero di rifiuti abbandonati per conto di Amsa.

La cava di Zibido San Giacomo è il luogo il cardine di tutta la vicenda, “un saldo punto di riferimento di tutti coloro che vogliono smaltire a basso costo – scrive il gip – (…) ignorando nel modo più completo le problematiche ambientali che sono connesse alla rigida normativa in tema di rifiuti”. A conferire qui resti di cantieri ci sono aziende edilizie apparentemente in regola: i carabinieri ne hanno individuate almeno una ventina. E poi ci sono le ditte in mano alle famiglie ‘ndranghetiste che al pari di D’Alfonso sfruttavano la cava come centro di smistamento. Una delle società riconducibile ai Molluso trattava asfalto, ma alla cava portava miscele di bitume spacciandole per cemento: “il codice dell’asfalto com’è che non me lo ricordo?” dice Molluso al intercettato telefono con un dipendente della Bonilauri. “Se porti quello ci vogliono le analisi chimiche eh” è la risposta. “Scrivo cemento dai…fammi sto favore va“.

In un’altra conversazione intercettata Bonilauri che è il titolare della ditta che possiede l’impianto si lamenta del polestirolo trovato mischiato col gesso: chiede un sovrapprezzo perché lo ha dovuto bruciare mandando le polveri sul lago di cava: “A me crea un casino pazzesco perché poi vola va sul lago, è un macello (…) ho dovuto metter lì due persone a staccare il polistirolo, bruciarlo poi va via col vento, mi va sul lago e mi viene fuori un danno della madonna“.

Green Pass in Italia: dalla privacy ai costi, tutti i dubbi e le modifiche in arrivo


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Il garante: «Non inserire informazioni superflue e individuare il titolare del trattamento dei dati». Il viceministro Sileri: aumentare a un anno il periodo dopo l’immunità

ROMA – La frenata del garante della privacy, i dubbi sui costi che potrebbero rallentare il turismo, le incertezze sull’applicazione concreta, le critiche sul tampone come lasciapassare e la difficile convergenza con gli altri Paesi europei. Il certificato verde italiano (o pass vaccinale) è appena nato, ma già si pensa a come modificarlo, visto che i dubbi sono molti e anche all’interno del governo c’è chi si chiede se non ci si è infilati in un cul de sac iperburocratico che rischia di rallentare, invece di facilitare, secondo quello che era il suo scopo, il turismo interno e internazionale nella stagione estiva.

I requisiti – Il certificato italiano è già in vigore in Italia da lunedì 26 aprile e a giugno dovrebbe arrivare anche il Digital green certificate, il pass europeo, che consentirà di viaggiare liberamente tra i diversi Paesi. Attualmente il certificato italiano non esiste fisicamente, ma solo virtualmente: consiste in uno dei tre documenti che integrano i requisiti necessari. Che sono l’essere stati vaccinati (con seconda dose) entro i sei mesi precedenti; essere guariti dal Covid nello stesso periodo; avere fatto un tampone molecolare o test rapido negativo non più di 48 ore prima. Per ora, serve a poco. Sostanzialmente solo ad entrare nelle regioni arancioni o rosse, che sono sei (ma a giugno, presumibilmente, non ce ne saranno).

Riservatezza – La critica più pesante è quella del garante della privacy Pasquale Stanzione. In audizione nelle Commissioni riunite Affari costituzionali, Giustizia e Affari sociali, ha spiegato che bisogna escludere esplicitamente usi diversi da quelli previsti dal decreto e individuare il titolare del trattamento dei dati. Non solo: «È superflua l’indicazione del numero di dosi di vaccino o del tipo di vaccino, ma anche la previsione di modelli di certificazioni verdi diversi a seconda della condizione (vaccinazione, guarigione, test negativo) in virtù della quale esse sono rilasciate». Palazzo Chigi, con il sottosegretario Roberto Garofoli, sta lavorando per adeguare le norme.

Tamponi e test – La critica scientifica più pesante era arrivata da un tweet di Roberto Burioni, secondo il quale il tampone recente per avere il pass è «un pericolosissimo controsenso». Ma anche il viceministro Piergiorgio Sileri è critico. Ieri ha incontrato il portavoce del Cts e presidente dell’Iss Silvio Brusaferro per esporgli le sue idee. Vorrebbe estendere a un anno il tempo dalla vaccinazione; includere anche chi non sa quando è guarito ma risulta avere gli anticorpi alti da un test quantitativo; usare il pass come condizione per entrare nelle Rsa, per accedere a treni e aerei Covid free e per eventi sportivi con pubblico limitato.

Il pass europeo – Il governo sta valutando e si sta lavorando anche in sede europea per trovare regole comuni, in presenza di prassi, al momento, molto diverse. Il pass attuale andrà in parallelo con quello europeo, che diventerà digitale. Dopo la cabina di regia della prossima settimana, il Consiglio dei ministri varerà qualche modifica, allargando il campo d’azione e precisando alcuni elementi. Anche per disinnescare il consueto controcanto di Matteo Salvini, che già avverte: «Il Covid Pass europeo ha senso per far ripartire il turismo e consentire agli stranieri di venire in Italia, ma non deve diventare uno strumento per complicare ulteriormente la vita agli italiani».

Le Regioni – Qualche confusione c’è a livello regionale. La Liguria ha approvato un’ordinanza che recepisce le faq del ministero, anche se non pareva necessario. A Bolzano, zona rossa, il locale «corona pass» è condizione per accedere ai cinema. La Campania ha abilitato il pass regionale per «facilitazioni all’accesso dei servizi e/o deroghe alle misure di sicurezza più restrittive». Ma il vero punto di svolta sarà il pass europeo, che potrebbe consentire di ridurre il buco di 53 miliardi di euro causato al turismo dal Covid.

Zona gialla per quasi tutta Italia e neanche una regione in zona rossa: oggi i nuovi coloriNuova pagina


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Ieri 11.807 contagi, tasso di positività salito al 3,6%. I dati Gimbe: curve in discesa, ma più casi tra i bimbi

Una Penisola finalmente libera da zone rosse. Potrebbe essere questa la mappa dell’Italia che uscirà oggi dalla cabina di regia che definirà i passaggi di fascia delle Regioni in un quadro epidemiologico in lieve risalita (Rt a 0,85 a livello nazionale, era 0,81 alla scorsa rilevazione). La Valle d’Aosta — unica zona rossa rimasta — potrebbe essere promossa in arancione dopo appena una settimana. La Puglia spera invece nel giallo (insieme con Basilicata e Calabria), mentre il Veneto torna ad avvicinarsi pericolosamente alla zona arancione. E la Sardegna resta in bilico, contestando il sistema che rimanda il passaggio in giallo per altri sette giorni.

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Fonte: Dati Protezione Civile alle 17 di ieri, Ministero della Salute, Istituto superiore di sanità

Valle d’Aosta – Dopo appena una settimana in lockdown, la Valle d’Aosta già da lunedì potrebbe tornare arancione. E questo grazie all’incidenza scesa a 187 nuovi positivi su 100 mila abitanti (ben sotto la soglia dei 250 che fa scattare la zona rossa). Vanno meglio anche gli altri indicatori: l’Rt sotto l’1 e la pressione sugli ospedali che si allenta. A dimostrarlo il fatto che nella mappa europea dell’Ecdc, la regione guidata da Erik Lavevaz ha abbandonato il rosso scuro.

Puglia e Veneto – Grazie al miglioramento degli indicatori, Puglia, Basilicata e Calabria sperano di approdare lunedì in zona gialla. Con l’eventuale passaggio — che avverrà solo dopo la firma delle ordinanze da parte del ministro della Salute Roberto Speranza — salirà ad oltre 53 milioni il numero degli italiani che possono circolare liberamente e andare al ristorante a pranzo e cena, al cinema, a teatro o in un museo. Grande apprensione, invece, in Veneto: «L’Rt è salito a 0,95, a un passo dalla fascia arancione — spiega la responsabile regionale alla Sanità, Manuela Lanzarin —. È un dato che ci preoccupa e ci deve preoccupare». Il Veneto, comunque, dovrebbe rimanere in zona gialla per questa settimana, anche grazie all’incidenza (97 contagi ogni 100 mila abitanti) e al tasso di «occupazione dei posti letto in terapia intensiva e area medica da parte dei malati Covid sceso sotto il 15%» aggiunge Lanzarin.

Sardegna in bilico – La Sardegna ha buoni dati ma potrebbe non ottenere il passaggio di fascia. La zona arancione dovrebbe durare per un’altra settimana — come prevede l’ordinanza del 3 maggio — ma il governatore Christian Solinas spera ancora nel giallo e protesta contro il sistema delle Regioni a colori. Le motivazioni sono contenute in un report inviato al ministero. «Negli ultimi 14 giorni, tutti i principali indicatori sono in miglioramento — spiega Solinas —, con un quadro generale compatibile con la fascia di rischio più bassaRimanere in arancione sarebbe paradossale».

I nuovi contagi – Il bollettino di ieri rileva 11.807 nuovi contagi, circa 1.300 in più rispetto a mercoledì, con 324 mila tamponi (- 3.000) e un tasso di positività salito al 3,6%. I decessi sono stati 258, nove in meno del giorno precedente. Dal monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe, emerge la discesa di tutte le curve. Eppure sono in aumento i nuovi casi nelle fasce 3-5 e 6-10 anni, «verosimile conseguenza della ripresa delle attività scolastiche in presenza e della maggiore contagiosità della variante inglese».

Le piscine – Dopo l’approvazione del Ctsil governo ha dato il via libera al protocollo sullo sport che fissa le regole per la ripartenza di piscine e palestre. I primi a tornare ad allenarsi saranno i nuotatori: gli impianti all’aperto riapriranno il 15 maggio e all’ingresso bisognerà sempre misurare la temperaturaIn vasca bisogna mantenere una distanza di 7 metri quadri, fuori «si deve assicurare una superficie di almeno 10 metri quadri per ogni ombrellone». Lettini e sdraio dovranno essere sistemati per garantire la distanza di almeno un metro e mezzo tra persone non conviventi. Quando si fa il bagno poi, è vietato soffiarsi il naso. I bambini molto piccoli potranno entrare in acqua solo con i pannolini.

Le palestre – Per le palestre il via libera è rimandato al primo giugno. La mascherina è obbligatoria fino all’inizio dell’allenamento: la distanza comunque non potrà essere inferiore a due metri, all’aperto ne basta uno. Si deve «arrivare già vestiti adeguatamente alle attività» e se possibile utilizzare il proprio tappetino. I gestori di piscine e palestre devono mantenere l’elenco dei clienti per almeno 14 giorni.

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