Tromba d’aria a Gallarate, tetto si stacca e finisce sulle auto. Allagamenti e danni a Chiavenna e nel Lecchese


articolo: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/07/25/news/maltempo_tromba_d_aria_gallarate_danni_lombardia_sondrio_varese-311698048/

METEO – MEGA SUPERCELLA DISTRUGGE TUTTO A GALLARATE 

Violenti acquazzoni in diverse zone della Lombardia, nel Varesotto evacuato uno stabile. Allerta arancione su Milano

Una tromba d’aria ha investito questa mattina, intorno alle 10,30, il rione Caiello di Gallarate (nel Varesotto): la violenta perturbazione ha sollevato parte del tetto di una palazzina in via Ortella, facendolo precipitare sulle auto parcheggiate in zona e nel cortile dei palazzi adiacenti. Fortunatamente non c’è stato alcun ferito e i Vigili del fuoco sono intervenuti con un’autopompa e un’autoscala per rimuovere la copertura pericolante e mettere in sicurezza l’area.

L’ondata di maltempo si è scatenata mentre la città stava festeggiando San Cristoforo, il patrono di Gallarate. Secondo i dati raccolti dalla stazione del Centro meteo lombardo collocata a Caiello, alle 10.45 le raffiche di vento hanno raggiunto i 58 chilometri orari all’altezza di due metri, il che significa che in quota la velocità era nettamente superiore.

Abbiamo avuto circa un’ora di pioggia e grandine diffusa su gran parte della città, ma i danni si sono concentrati prevalentemente a Caiello – spiega il sindaco Andrea Cassani, che si è recato in via Ortella per valutare personalmente gli effetti della tromba d’aria – La cosa più importante è che non ci sia nessun ferito. All’ultimo piano della palazzina da cui si è staccato il tetto ci sono due appartamenti: uno è sfitto, mentre nell’altro vive una famiglia di quattro persone, che trascorrerà alcune notti in hotel mentre verranno effettuati gli interventi necessari, a cominciare dall’installazione di una guaina protettiva che impedisca all’acqua di penetrare nell’abitazione“. “Sono anche cadute delle piante in prossimità dell’asilo del quartiere Azalee e il vento ha sradicato le coperture laterali delle tribune dello stadio – continua il sindaco – Anche lì comunque non si è registrato nessun danno alle persone“.

Rispettando le previsioni, il maltempo sta colpendo anche altre zone della Lombardia: un violento acquazzone si è abbattuto nel tratto italiano della Val Bregaglia (che collega il cantone svizzero dei Grigioni con l’Italia), causando l’interruzione della strada statale 37 del passo Maloja, in territorio comunale di Chiavenna (in provincia di Sondrio), a poca distanza dall’abitato di Prosto. Sul posto stanno operando da mezzogiorno varie squadre di imprese incaricate dall’Anas con quelle dei Vigili del fuoco del distaccamento di Mese e sono presenti anche i carabinieri. Non si registrano vittime, anche se due auto in transito verso il confine con la Svizzera sarebbero state investite in parte dalle colate di detriti fuoriusciti dal torrente Perandone, esondato all’altezza di un’azienda chiusa.

Pioggia, vento e grandine si sono abbattuti anche sul Lecchese all’ora di pranzo, con decine di chiamate ai vigili del fuoco di Lecco e Merate (Lecco) per allagamenti, con auto in difficoltà e alcune strade della Brianza, in particolare a Garbagnate Monastero (Lecco) e Nibionno (Lecco), trasformate in torrenti. La grandine ha devastato le coltivazioni in Brianza. Il maltempo ha interessato anche la Valsassina e l’Alto Lario: a causa del distacco di materiale roccioso, è stato chiuso dal sindaco di Dervio (Lecco), per motivi di sicurezza, il sentiero tra Dervio e Pianezzo. Sono stati effettuati anche sopralluoghi sulla strada provinciale che unisce Bellano (Lecco) e la Valsassina per il rischio idrogeologico.

L’ondata di maltempo si è abbattuta anche sulla Bergamasca, dove una violenta grandinata ha interessato le valli Seriana, Brembana e Imagna, dove la grandine ha ricoperto le strade e rovinato gli orti. I vigili del fuoco sono stati impegnati in una trentina di interventi in tutta la provincia, concentrati specialmente nelle valli, per alberi abbattuti, massi sulle strade, allagamenti: non si segnalano invece danni ad abitazioni o persone ferite. A San Pellegrino l’ex statale si è allagata proprio davanti alla sede dell’omonima azienda di acque minerali.

Per la giornata di oggi, domenica 25 luglio, permangono condizioni meteo di marcata instabilità sulla Lombardia, che proseguiranno anche nelle giornate di domani e di martedì. In particolare, sul nodo idraulico di Milano il Centro funzionale monitoraggio rischi naturali della Regione Lombardia ha emanato per questo pomeriggio un’allerta gialla (criticità ordinaria) per rischio idraulico e idrogeologico, e un’allerta arancione (criticità moderata) per rischio di forti temporali. Il Comune di Milano è pronto ad attivare i monitoraggi della situazione per verificare la necessità d’interventi.

Incendi in Sardegna,…


Incendi in Sardegna, le fiamme arrivano nel centro abitato di Cuglieri

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Il momento in cui il gigantesco rogo divampato tra Bonarcado e Santu Lussurgiu nell’Oristanese è arrivato nel centro di Cuglieri. In nottata 200 abitanti sono stati sfollati. Solo questa mattina la situazione è lievemente migliorata e 120 persone hanno fatto rientro a casa.

Incendi in Sardegna, Santulussurgiu e Cuglieri e Bonacardo
Emergenza incendi in Sardegna: ancora focolai a Cuglieri

Incendio nell’Oristanese, le fiamme minacciano le case: elicotteri in azione

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Un fronte di fuoco minaccia sempre di più Porto Alabe, località costiera nell’Oristanese, in Sardegna. I residenti hanno già cominciato ad evacuare le case, mentre il via vai degli elicotteri tra il mare e le fiamme è continuo. La Regione: “Almeno 20mila ettari in fumo, danni incalcolabili“. ll Dipartimento della Protezione Civile ha attivato il meccanismo europeo di protezione civile per chiedere agli altri paesi dell’Ue l’invio in Italia di velivoli che possano contribuire a spegnere gli incendi.

Vigili del Fuoco – Oristano, Causa incendio evacuate 40 persone allontanate 60 famiglie
Maxi incendio in Sardegna, Vigili del Fuoco in azione
Vigili del Fuoco – Oristano, Salvataggio animali a causa del vasto incendio boschivo

Maltempo, è allerta gialla per domenica: rischio forti temporali su Milano


articolo: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/07/24/news/maltempo_milano_lombardia_allerta_gialla-311606133/

Il maltempo, a causa di una perturbazione di origine atlantica, interesserà molto probabilmente tutta la Lombardia e anche il resto del nord Italia


Allerta gialla maltempo per domenica 25 luglio, a Milano, dove c’è il rischio che scoppino temporali di forte intensità: l’ha emanata il Centro funzionale monitoraggio rischi naturali della Regione Lombardia, sottolineando che le condizioni meteo perturbate sono previste a partire dalle ore 10.

Il Comune di Milano – precisa una nota di Palazzo Marino – è pronto ad attivare i monitoraggi della situazione per verificare la necessità di interventi“.

Peraltro il maltempo, a causa di una perturbazione di origine atlantica, interesserà molto probabilmente tutta la Lombardia e anche il resto del nord Italia: il Dipartimento della Protezione civile ha emesso un’allerta meteo per la possibilità di precipitazioni diffuse, che localmente potranno essere anche molto intense e accompagnate da grandinate, fulmini e forti raffiche di vento.

Effetti dei cambiamenti che sta subendo il quadro meteorologico in questi giorni: secondo gli esperti della Fondazione Omd-Osservatorio Meteorologico Milano Duomo, la Lombardia finora si è trovata al confine fra la zona in cui agisce l’anticiclone africano e quella interessata dalle correnti più fredde provenienti dall’Atlantico e dal nord Europa, ma da domani e ancor più nella prossima settimana entrerà in un’area di bassa pressione e le temperature scenderanno.

I lombardi potranno quindi trovare refrigerio dall’ondata di calore dell’ultimo periodo: c’è però il rischio che i fenomeni temporaleschi siano particolarmente violenti, con grandinate e venti molto forti, fra stasera e domani, come spesso avviene a seguito di giornate molto afose.

Con Pes scompare il simbolo di una generazione di videogiochi: ora è il momento di eFootball


articolo: https://www.repubblica.it/tecnologia/2021/07/23/news/addio_pes_simbolo_di_una_generazione_benvenuto_efootball-311395083/

Konami rivoluziona il suo storico gioco di calcio: una decisione sensata ma che in qualche modo chiude definitivamente un ciclo storico

“Non sono qui per seppellire Pro Evolution Soccer, ma per lodarlo” potremmo dire per commentare la notizia che Pes cambia nome, cambia pelle e cambia filosofia per cercare di sopravvivere in un settore fagocitato da Fifa e dal suo modello economico di pacchetti in cui se ti va bene e spendi abbastanza soldi magari trovi Ronaldo.

Il suo nuovo nome è eFootball, che da una parte è un approccio intelligente all’idea di posizionarsi come gioco di calcio che guarda agli esport e dall’altra sembra il nome di un titolo di fine anni ’90 che compravi in edicola, tipo Pc Calcio

Grazie alla scelta di abbandonare il concetto vetusto è anche un po’ fastidioso del gioco di calcio annuale che aggiorna poco più delle rose, eFootball punta a diventare una piattaforma tipo Fortnite, dal quale prende il motore grafico, in cui il gioco online sarà gratuito (ma ovviamente aspettiamoci pacchetti e pacchettini di giocatori rari) e quello offline idem, a patto di utilizzare i team che sponsorizzano il tutto, altrimenti si vedrà.

È una mossa molto sensata per contrastare lo strapotere di Fifa, che ricorda un po’ la filosofia di Xbox di fronte alla PlayStation: da una parte il modello economico che ha funzionato sinora, dall’altra un’idea nuova che dà qualcosa in più sperando in un ritorno futuro. C’è però da dire che il modello Fortnite applicato al calcio non prospetta scenari particolarmente incoraggianti per il sistema di monetizzazione. Dubito che eFootball voglia solo venderci skin e stadi.

Nel mezzo di questa rivoluzione c’è una generazione, forse due, che con Pro Evolution Soccer ci è cresciuta e che oggi si sente senza un punto fermo, come se improvvisamente Castolo, Minanda, Ximeles, Iorga e gli altri punti fermi della Master League fossero spariti. Anche se le ultime versioni non hanno convinto, anche se poi lo scettro per qualche anno è passato a Fifa e oggi un ventenne ti guarda strano se preferisci altro, Pes era come un vecchio amico a cui non negavi un’uscita se ti chiamava.

Ma la verità è che Pes ha sempre cambiato nome, perché alcuni lo hanno conosciuto come Winning Eleven, altri come International Super Star Soccer Pro. L’unico punto comune è stato un periodo compreso tra le prime due generazioni di PlayStation in cui i videogiochi di calcio sono stati definiti da questo titolo dai molti nomi che, per comodità chiameremo Pes, con cui i giapponesi hanno dimostrato di sapere cosa è questo sport.

Il mio impatto con Pes fu totalmente casuale. Il giorno prima vivevo sereno, quello dopo avevo bisogno di un videogioco dedicato al campionato giapponese in cui militavano vecchie glorie come Schillaci e Massaro, oltre a illustri sconosciuti che avrei imparato ad amare. Improvvisamente i miei pomeriggi erano definiti da nomi tipo Sanfrecce Hirosima, Kashiwa Reysol, Jubilo Iwata e da una telecronaca giapponese fatta di storpiature dei termini inglesi e un entusiasmo degno dei commentatori brasiliani. E poi i cori, persino i cori del pubblico erano perfetti. Improvvisamente eravamo passati dai giochi che volevano imitare il calcio al calcio vero.

Per anni Pes, che già aveva gettato le basi sulle piattaforme Nintendo, ha rappresentato la lingua franca di milioni di ragazzini italiani che per la prima volta si sono trovati di fronte a un gioco di calcio che sembrava offrire esattamente ciò che stavano cercando. E pazienza se i nomi erano storpiati, una soluzione artigianale si trovava. 

Mentre la concorrenzaFifa compreso, sembrava ingessata in meccanismi predigeriti, Pes apparecchiava il vero calcio, fatto di manovre, passaggi, rimpalli, tecnica e crudeli casualità. 

A rendere il tutto ancora più bello c’era la Master League, ovvero l’esperienza calcistica più vicina al racconto epico che si possa desiderare: una simulazione gestionale in cui bisognava portare una squadra si sconosciuti dagli ultimi posti in classifica alla gloria, attraverso una serie di acquisti oculati. Imprescindibile Babangida dalla Nigeria, ottima ala a buon mercato. E poi l’idea, geniale, di dare a ogni giocare uno stato di forma casuale, prima con delle faccine, poi con le frecce, che poteva sparigliare le carte delle partite già decise, azzoppare campioni o far fare la partita della vita ai panchinari. 

L’arrivo della PlayStation 3, va detto senza nascondersi, ha danneggiato Pes in maniera irreversibile. Mentre Fifa evolveva e passava dall’essere un titolo imbarazzante e filoguidato alla nuova espressione del calcio, con un occhio all’online, Pes restava in panchina, salvo poi emergere negli ultimi anni come un ottimo titolo simulativo, seppur caratterizzato da vendite inferiori.

La trasformazione di Pes in eFootball è senza dubbio un segno dei tempi. Da un certo punto di vista è il tramontare di un’idea, di un progetto, dell’unico gioco che in questi anni ha tenuto botta, evitando che le simulazioni calcistiche diventassero un monopolio, dall’altra è l’ottimo esempio di una evoluzione del settore.

Non sono più i tempi di Coliuto, Raggio, Carboni, né quelli di Massaro e Schillaci, la scelta di Konami, per quanto crudele, è sensata: un gioco gratuito, modulare, che volendo la Master League te la vende a parte (e speriamo sia così) mentre garantisce a chi gioca online, ovvero le persone che contano di più, un titolo in cui ogni anno non devi ripartire da zero nel formare una squadre con cui sfidare gli altri.

Potenzialmente è la mossa giusta per ribaltare il tavolo, sconfessare lo status quo e cercare una via oltre Fifa, ma per la mia generazione è l’ennesimo segnale del tempo che passa e non ti aspetta, di un mondo che pensavi tutto sommato alla tua portata e che improvvisamente ti svanisce dalle mani come quel ricordo dei primi del 2000, quando invece di studiare puntavi a un pomeriggio imbattuto con gli amici, partita dopo partite.

Focolaio al Villaggio….


Focolaio al Villaggio, il caso della delegazione ceca e di un medico non vaccinato

articolo: https://www.repubblica.it/dossier/sport/olimpiadi-tokyo-2020/2021/07/25/news/il_focolaio_al_villaggio_olimpico_indagine_sulla_delegazione_ceca_e_su_un_medico_non_vaccinato_-311646193/?ref=RHTP-BS-I311105608-P3-S7-T1

Ad oggi sono 13 gli atleti contagiati (su 132 positività rilevate all’interno del perimetro olimpico) e altre 13 le persone, tra atleti e staff, in quarantena al Villaggio Olimpico a Tokyo. I contatti a rischio costretti all’isolamento fiduciario sono molti di più: ne sanno qualcosa i 6 della delegazione azzurra, obbligati a stare in camera pur avendo il tampone negativo

In qualsiasi altro Paese del mondo si chiamerebbe col suo nome: focolaio. Ma poiché siamo nel Giappone dei Giochi, per giunta all’interno del Villaggio Olimpico che gli organizzatori con un certo sprezzo del pericolo smentita hanno assicurato essere “il posto più sicuro di Tokyo”, il focolaio diventa: “casi isolati di positività”. Si incolonnano i numeri, ma nessuno ha il coraggio di tirare la somma. Ad oggi sono 13 gli atleti contagiati (su 132 positività rilevate all’interno del perimetro olimpico), e 13 sono le persone, tra atleti e staff, in quarantena al Villaggio. I close contact, contatti a rischio costretti all’isolamento fiduciario, sono molti di più, si contano a decine: ne sanno qualcosa i 6 della delegazione azzurra, obbligati a stare in camera pur avendo il tampone negativo.

Covid, il pericolo negli ascensori – Al Villaggio, durante le due settimane dei Giochi, affluiranno 11.500 atleti provenienti da 206 Paesi del mondo. Le misure anti-Covid ci sono e sono ferree, tant’è che ogni mattina tutti devono sottoporsi a test salivare. L’ingresso è vietato a chiunque non sia accreditato. Si pensava che la mensa, situata in una palazzina di due piani all’inizio del complesso costruito sul waterfront di Haruma, fosse il punto più debole, zona di promiscuità e di possibile diffusione del contagio. E infatti lo hanno riempito di barriere di plexiglas, separando i tavoli e i diversi spazi del refettorio. Ci sono poi pannelli digitali nelle hall di ogni edificio dormitorio che indicano in tempo reale la percentuale di affollamento della mensa, utile per evitare assembramenti.

Non si può dire la stessa cosa della palestra comune, dove – per ovvie ragioni – il via vai di chi si deve allenare o perdere peso in vista delle gare (in tanti corrono sul tapis roulant indossando tute antitraspiranti per sudare di più) è continuo. Gli spazi sono più stretti. Gli attrezzi dovrebbero essere igienizzati dagli atleti dopo ogni utilizzo, ma non sempre questo accade, e gli addetti alla sicurezza faticano a stare dietro a tutti. Alla fine, come racconta a Repubblica uno dei frequentatori, “ci si alita uno sull’altro, il distanziamento sociale è impossibile”.

Altro spazio a rischio: gli ascensori. Ogni dormitorio ne ha almeno sei, che si aprono su due atri. Ci sono le scale per salire ai piani delle delegazioni, ma quasi nessuno le usa. Ultimamente, quelli della Repubblica Ceca chiedono il permesso prima di usare l’ascensore. C’è un motivo.

Il cluster ceco al Villaggio Olimpico – La metà degli atleti contagiati sono cechi. La delegazione occupa due piani del palazzo che ospita anche quelle di  Slovacchia, Polonia, Lettonia, Lituania e il Refugee Team

Il Comitato olimpico di Praga è stato costretto ad aprire un’indagine interna alla delegazione per capire chi ha violato le misure anti-Covid. Makéta Nausch-Slukovà (beach volley), Michal Schlegel (ciclismo), Ondrej Perusic (beach volley), Pavel Sirucek (ping pong) si guarderanno le Olimpiadi in tv. L’indagine epidemiologica del cluster ceco (6 casi) conduce al volo charter Praga-Tokyo del 16 luglio. A bordo c’era, assieme ai 14 atleti, il dottor Vlastimil Voracek, risultato positivo ai controlli dopo l’atterraggio. A quanto risulta da un report diffuso nella Repubblica Ceca, il medico non era vaccinato. Subito dopo il decollo, sempre secondo il report, i membri del team si sono tolti la mascherina e si sono andati a sedere tutti insieme in un’unica zona del velivolo.

Green Pass, migliaia di no vax in piazza senza mascherina.


Green Pass, migliaia di no vax in piazza senza mascherina. Corteo non autorizzato. Cartelli con svastiche e facce di Hitler. Bloccati tram e bus

articolo: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/07/24/news/milano_no_vax_vaccinazioni_liberta_vaccini_manifestazione_green_pass-311610139/

Corteo non autorizzato di 8-9 mila persone, esposti cartelli con la faccia di Hitler, la svastica e la scritta “obbedisci fai il vaccino”

Si è conclusa in piazza del Duomo, con i manifestanti che hanno arrotolato gli striscioni, la manifestazione anti green pass di Milano.

Un corteo (non autorizzato) di 8.9 mila persone (stima della Questura), rumorose coi fischietti – quasi tutti senza mascherina – ha marciato da piazza Duomo per la città scandendo slogan no vax: si è infilato nella galleria fermandosi più volte prima dell’arrivo in piazza della Scala al grido di libertà libertà scandito dai battimani. Molti gli striscioni con appelli al presidente della Repubblica “presidente Mattarella dov’è la nostra libertà?“, “Noi italiani obbediamo alla Costituzione.

Altri cartelli con immagini con la faccia di Hitlerla svastica e la scritta “obbedisci fai il vaccino che ha suscitato la curiosità di diversi turisti stranieri ai tavoli dei ristoranti che non hanno capito cosa stesse succedendo e chiesto informazioni. All’arrivo al palazzo di Giustizia, dopo insulti al premier, e il coro “Norimberga, Norimberga“, il corteo è tornato indietro lungo largo Augusto, via Battisti e via Francesco Sforza, interrompendo numerosi mezzi pubblici.

Questa è una manifestazione di chi vuole avere diritto di opinione e di parola contro i caproni che si sono vaccinati e adesso hanno il virus e a causa loro si è formata la variante Delta“, le sbagliate convinzioni espresse da diversi ragazzi in corteo ai quali alcuni vaccinati hanno risposto spiegando che il vaccino non contiene il virus. “Libertà libertà ” lo slogan ripetuto davanti a Palazzo Marino dove c’è ancora lo striscione “verità per Giulio Regeni“.

Fan di quei discorsi incredibili e fanno credere che se ti vaccini poi sei socievoli, non si sono presi la responsabilità, han mandato l’esercito a vaccinare“; “No il vaccino io non lo faccio, questi ci ammazzano, magari tra sette mesi i vaccinati son tutti morti“.

Adesso li voglio vedere anche col 5G questi pappagalli, qui vedi la gente libera, vanno avanti a decreti legge son dei disgraziati che vogliono togliere la democrazia con governi tarantella comandati da non si sa chi“, “ma tutta la gente di sinistra dov’è, sono al mare?“. E poi il coro “no green pass“.

Terre avvelenate: le scorie del traffico di rifiuti in Lombardia


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Sono i luoghi che nascondono gli scarti della società e fruttano fiumi di denaro, spesso senza adeguate tutele per l’ambiente. Con un ruolo chiave per le famiglie della criminalità organizzata

Parchi, aree verdi, cantieri, capannoni abbandonati lungo le provinciali, ma soprattutto campagne. Terreni che quasi si nascondono nella vastità agricola della pianura padana, dove lo sguardo nei campi si perde e il pensiero fisso della produttività premia chi non distoglie lo sguardo dalle proprie tenute. Messi però in fila, o segnati su una mappa, assumono un altro aspetto, decisamente più inquietante. Sono le terre avvelenate, poderi affogati dagli inquinanti oppure utilizzati come nascondiglio illegale per qualsiasi tipo di rifiuto e quindi altrettanto intossicati. Sono 110 i luoghi attenzionati (e in alcuni casi sequestrati) dopo le inchieste realizzate dalle dda di Milano e Brescia, quasi tutte nate nell’ambito di indagini sul traffico di rifiuti negli ultimi due anni: una stima al ribasso, che tiene conto solo delle aree emerse da inchieste che hanno portato a primi risultati e che non calcola zone su cui sono ancora in corso le indagini. Sono i luoghi della coscienza sporca e a tenerli insieme è una costante: nascono tutti dall’esigenza di qualcuno di trovare spazi in cui nascondere ciò che non vogliamo intorno a noi, lo scarto delle nostre attività umane, che siano le macerie di un cantiere edile nel centro di Milano, i resti del vecchio asfalto di una strada provinciale o i fanghi dei nostri scarichi non trattati da un’azienda con i certificati di qualità apparentemente in regola. E il collante perfetto è il desiderio di qualcun’altro di farci dei soldi, su tutta questa spazzatura nascosta.

Le inchieste – Una delle ultime e più clamorose inchieste è quella che ha coinvolto la Wte di Brescia, azienda specializzata nel recupero dei fanghi che però, hanno scoperto i carabinieri della forestale, li depurava poco e niente. E, cosa peggiore, li faceva uscire come concime “gessi da defecazione“, mentre erano in realtà rifiuti. E non si facevano scrupoli nello  spargerli sui terreni agricoli di mezza Lombardia, a prezzi stracciati per gli agricoltori che – ignari o in mala fede – pensavano di fare un grosso affare. 78 terreni tra le province di Brescia, Milano, Lodi, Como, Pavia, Mantova e Cremona, a cui se ne devono aggiungere anche altri sparsi per il nord Italia. Da Lonato del Garda, dove il sindaco ha emanato un’ordinanza che blocca il raccolto del mais, ai campi di Gussola che costeggiano il Po nella provincia cremonese. Il livello di danno all’ambiente è ancora da calcolare, spiega l’avvocato Alessandro Asaro che assiste i comuni in cerca di risposte: “Stiamo cercando di capire come sarà possibile cominciare a fare le prime verifiche sui terreni senza interferire con il lavoro degli inquirenti“, ha spiegato il legale che conta su una soluzione entro l’estate. Restano impressionanti le intercettazioni a carico degli indagati: “Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi…“.

Il trattamento illecito dei fanghi è criminalità sofisticata, roba da ingegneri.  Ci sono anche modi più semplici per far soldi nascondendo i rifiuti sottoterra. A Senna Comasco un’indagine coordinata dalla pm Giovanna Cavalleri della Dda di Milano ha scoperto un accumulo di rifiuti in un terreno a destinazione agricola che si trova nella frazione di Gaggio: un’area sottoposta a doppio vincolo, ambientale e paesaggistico. Un quantitativo imponente, circa 85 mila metri cubi di materiale di risulta dei cantieri finito laddove avrebbe dovuto esserci dei campi coltivati a foraggio. Per farlo ad Antonio Mercuri, detto “Tony Imbuto”, vecchia conoscenza degli studiosi di ‘ndrangheta in Lombardia, sono serviti la compiacenza di un ex dirigente del Comune di Senna Comasco, un geologo e il proprietario dell’area.

Cassano d’Adda, in località Taranta, in pieno parco Adda Nord c’è invece un’altra discarica abusiva: resti di edilizia, ma anche frigoriferi, elettrodomestici, ferro, acciaio, plastica, bitume, rifiuti con mercurio, pneumatici, vernici, batterie al piombo. Collegata a questa discarica era l’impianto di smaltimento Cava Casara a Gessate, dove anche lì arrivava di tutto e fuori dalle regole. E poi il cantiere a Pioltello, in via Madre Teresa di Calcutta, dove si stava cercando di coprire una vecchia discarica con nuovi rifiuti. In questo caso a svelare il “sistema” sono stati i militari della Guardia di Finanza, compagnia di Gorgonzola, coordinati pm Francesco De Tommasi e Stefano Ammendola che hanno quantificato una movimentazione di oltre 800mila tonnellate di rifiuti tra il 2016 e il 2020. Tutto materiale che si provava a nascondere sottoterra, come la polvere sotto il tappeto.

Origgio, in provincia di Varese, a ottobre dello scorso è stato arrestato Antonio Foti, altro vecchio arnese di ‘ndrangheta: aveva rilevato un’azienda sana per trasformarla in un capannone in cui stivare rifiuti speciali a basso costo, per strozzare la concorrenza e fare soldi risparmiando sui trattamenti. Seguendo i flussi di denaro e le tracce dei camion che movimentano gli scarti, i pm Francesco De Tommasi e Sara Ombra, coordinando il lavoro dei carabinieri del Noe hanno scoperto altri rivoli di questo traffico: la famiglia Magarelli, ad esempio, che gestiva discariche abusive a Milano in via Belgioioso e in via Venezia Giulia, e che al telefono raccontavano di aver sversato rifiuti illegalmente in un terreno vicino all’area Expo. Sei le condanne già ottenute dai pm, più due patteggiamenti.

Nomi e luoghi che ritornano. Come la discarica di Meleti, in provincia di Lodi, citata in almeno due inchieste e addirittura un terreno a San Massimo di Verona, in via Lugagnano 41, richiamato in almeno tre diversi provvedimenti come luogo di scarico scelto da diversi sodalizi. Anche i protagonisti di questa storia criminale, seppur tangenzialmente legati ai clan della malavita organizzata (principalmente ‘ndrangheta), sembrano avere un know-how affinato negli anni: Molinari, Ventrone, Foti, Accarino, Assanelli, Sanfilippo. Cognomi ripetuti in storie che si intrecciano, ognuno che cela un preciso ruolo: ci sono i produttori che vogliono liberarsi dei residui senza ricorrere a troppe formalità, ci sono broker dello smaltimento che trovano i luoghi e piazzano gli scarti, ci sono i trasportatori dell’immondizia. E poi ci sono i sotterratori, quelli che devono essere bravi a nascondere.

Una storia criminale – Ma come si è arrivati a questo? Il tenente colonnello Massimiliano Corsano, comandante del Gruppo per la Tutela Ambientale e la Transizione Ecologica di Milano (Noe), è forse l’uomo che meglio di tutti conosce la storia recente dei rifiuti nel nord Italia. A capo di un nucleo specializzato che dà lezioni ormai in mezzo mondo su cosa significhi contrastare i reati ambientali, ha idee precise sull’evoluzione degli ultimi anni. “In passato chi guadagnava sui rifiuti in modo illegale faceva sì che questi, intonsi, arrivassero ai termovalorizzatori falsificando la documentazione“. In questo modo riuscivano a fare bei margini sulla differenza tra i soldi che le aziende davano loro per disfarsene e il costo dello smaltimento di materie plastiche senza trattamento. Da quando però la Cina ha chiuso l’importazione dei rifiuti plastici, anche nel mercato criminale interno le cose sono cambiate. I termovalorizzatori italiani sono stati intasati di richieste e i costi degli smaltimenti sono schizzati alle stelle: “da 70 euro a tonnellata a quasi 300“. È quindi diventato più semplice fare soldi senza neanche portare i materiali all’inceneritore, per i criminali. “È cominciata così la stagione degli incendi nelle discariche abusive, parliamo del 2016-2017. Prima in Veneto poi in Lombardia. Bruciare in modo abusivo quei rifiuti era una forma di smaltimento. E anche essere scoperti era difficile, visto che inizialmente si puntava a trovare gli autori dei roghi. Sono state le nostre indagini a mettere per prime in correlazione gli incendi e il traffico di rifiuti“. A cambiare nuovamente le carte in tavola, un episodio più grave degli altri, l’incendio di via Chiasserini del 14 ottobre 2018: per quei fatti sono state condannate 8 persone. “Fu un boomerang per le attività criminali – aggiunge Corsano -, da allora i roghi sono diminuiti e abbiamo cominciato a trovare più capannoni e discariche abusive. L’abbandono è l’evoluzione dell’incendio: una nuova modalità di smaltimento, meno evidente e rumorosa. E c’è adesso ancora un altro tipo di smaltimento illegale che è il traffico transfrontaliero: grandi tratte illegali sono state aperte con l’Est Europa e la Turchia, principalmente di materie plastiche“.

Sarebbe sbagliato però pensare che dietro a tutto ci siano sempre e solo i clan: “Noi definiamo questi come tipici crimini d’impresa, che generano due inquinamenti: uno ambientale e uno dei tessuti economici sani – aggiunge Corsano – Diventa difficile per chi lavora nel lecito sostenere la concorrenza di chi applica prezzi assurdi. Parte di questi traffici sono riconducibili ad aziende che producono in nero e quindi hanno necessità di gestire i loro rifiuti su un mercato parallelo corretto. La criminalità organizzata in quanto tale non si occupa di questi traffici, benché consentano lauti guadagni: casomai i clan si interessano di infiltrazioni in aziende che si occupano delle varie fasi della gestione dei rifiuti, tentando quindi di aggiudicarsi gli appalti“.

Cosa succede dopo – A due anni e mezzo dall’incendio nel capannone stipato di rifiuti abusivi in via Chiasserini i cui fumi spostati dal vento invasero il centro di Milano, la giustizia ha già fatto ampiamente il suo corso: il lavoro dei pm Silvia Bonardi e Donata Costa ha portato a otto condanne nel filone principale (dopo appena un anno); sono nate altre due inchieste che hanno portato a nuovi arresti, mentre ancora si sta indagando. La bonifica invece sta facendo il suo di cammino, molto più lentamente. Del lungo percorso di gestione della bomba ecologica, fatta di carcasse di rifiuti bruciati e di balle ancora intonse, in carico a Città Metropolitana, sono completate le prime tre fasi. Dopo la caratterizzazione dei rifiuti è stato fatto un appalto con una serie di indicazioni precise: movimentazione dei residui da demolizione del capannone incendiato, formazione di cumuli allungati dei rifiuti combusti e non combusti, la loro copertura con teli, e “l’acquisizione planivolumetrica di tali cumuli tramite volo con drone” si legge in una nota di Città Metropolitana. Quindi sono stati smaltiti i rifiuti depositati nel capannone denominato area non oggetto di incendio e quelli abbancati sull’area esterna sono stati sottoposti a caratterizzazione. La quarta e ultima fase è partita il 21 maggio, “costituita dalle attività di selezione/cernita dei rifiuti depositati sui piazzali esterni e precedentemente ammassati in cumuli omogenei e dall’avvio a recupero/smaltimento degli stessi” si legge nella nota. La pulizia completa quindi è prevista entro la fine del mese. Ancora peggio è andata a Corteolona, in provincia di Pavia, dove a tre anni dall’incendio ancora non è stato ripulito il capannone incendiato, mentre cinque persone sono state condannate per traffico illecito di rifiuti: avviato l’appalto, si deve ancora procedere alla rimozione dei rifiuti non bruciati. Stanziati 1,2 milioni di euro dalla Regione per l’operazione, non è detto che bastino “anche perché dopo tutti questi anni non conosciamo la profondità della contaminazione e se si dovranno fare ulteriori bonifiche” spiega il sindaco di Corteolona e Genzone Angelo Della Valle.

Storie che, insieme a quella dei comuni lombardi che cercano di capire come riparare ai danni della Wte, ci raccontano di quanto sia difficile intervenire nel vasto mondo delle bonifiche, soprattutto quando a far danni è la criminalità. Anche se è bene distinguere tra i vari tipi di inquinamento. “Per prima cosa è necessario andare a vedere la natura delle sostanze inquinanti – dice Elena Collina docente di Chimica dell’Ambiente del dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’università Milano-Bicocca -. Le più impattanti sono costituite da metalli pesanti piuttosto che sostanze di sintesi, generate dall’attività umana e che quindi non esistono in natura, i cosiddetti xenobiotici. Tra le più pericolose ci sono sostanze che sono classificate come cancerogene, mutagene, teratogene: ma non basta che siano presenti nel terreno, serve capire in quali quantitativi sono stati rinvenuti“. Facile a dirsi, meno a realizzarsi. Per cominciare, caratterizzazioni del suolo e bonifiche hanno costi che dovrebbero essere a carico di chi inquina. Nel caso di luoghi contaminati dagli sversamenti “spesso questi soldi non ci sono ed è l’ente pubblico a doversene far carico“, aggiunge Collina.

Tre paradossi – La storia degli sversamenti e dei rifiuti abbandonati vive di una serie di paradossi. Uno di questi riguarda i regolamenti “sempre molto stringenti ma che a volte finiscono per ostacolare chi si comporta bene, mentre i criminali continuano a essere tali: i controlli, infatti, sono pochi perché le risorse sono quelle che sono” dice ancora Collina. Un altro tema è quello dei soldi pubblici che mancano sempre e quando ci sono magari non si riesce a spenderli in modo costruttivo: “Solo in Lombardia ci sono almeno 3 milioni di euro di sanzioni recuperati dalle Arpa di tutta Italia – dice Barbara Meggetto di Legambiente Lombardia – soldi che arrivano dalle multe a chi abbandona rifiuti irregolarmente: non si sa come spenderli perché manca il decreto“. Si parla di almeno 3 milioni di euro, tema su cui la parlamentare del gruppo misto Rossella Muroni ha presentato un’interrogazione parlamentare. E poi c’è un tema di convenienza economica, almeno per quanto riguarda il recupero delle plastiche: “il punto è che non c’è profittabilità economica – aggiunge Corsano – Molte materie plastiche vergini costano un terzo rispetto alle materie prime seconde, quindi il recupero dei rifiuti semplicemente non conviene economicamente. Il mercato purtroppo registra quasi un’assenza di profittabilità per alcune materie plastiche riciclate e molte aziende preferiscono mischiare l’irrecuperabile con il recuperabile“. Materiali di scarto il cui viaggio imprevedibile, spesso, finisce sottoterra.