Coppie gay, la Cassazione: «Riconoscere le adozioni fatte all’estero, i sindaci non possono opporsi»


articolo: https://www.corriere.it/cronache/21_marzo_31/coppie-gay-cassazione-si-adozioni-all-estero-sindaci-non-possono-opporsi-2872a710-9247-11eb-b997-507c83c4e681.shtml?cmpid=tbd_d66682f0zd&fbclid=IwAR0XQUR9BpY0dEekYXaIGMOG8sjDPj6ea_iEyhwyfl7sZQQ1tLwtw8-3xYI

I giudici della Corte: il principio di non discriminazione è un patrimonio del Paese. La decisione dopo il rifiuto del primo cittadino di Samarate (Varese) di trascrivere l’adozione di un bimbo di 10 anni da parte di una coppia di uomini

Le adozioni gay fatte all’estero devono essere riconosciute anche in Italia. E i sindaci che per motivi politici vogliono opporsi alla trascrizione (l’atto che ne riconosce la validità anche in Italia), non possono farlo. È quanto ha stabilito la Cassazione con la sentenza 9006 depositata oggi a seguito dell’udienza presieduta dal Primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, relatrice Maria Acierno. I riconoscimenti delle adozione gay fatte all’estero da cittadini italiani non sono una novità: il primo è stato fatto nel 2017, a Firenze. Ma adesso la Cassazione ne ha sancito la definitiva legittimità con una sentenza a Sezioni Unite, che ha cioè valore di precedente legale. Riguarda le adozione fatte in base alla legge locale da cittadini italiani residenti in Paesi stranieri, non di adozioni internazionali. La legge italiana prevede normalmente che le adozioni fatte legalmente all’estero da italiani siano riconosciute anche in Italia. In questo caso però il bambino, che oggi ha 10 anni, era stato adottato a New York da una coppia di uomini, entrambi cittadini italiani da una coppia di uomini. Per questo motivo il sindaco di Samarate, in provincia di Varese, si era rifiutato di trascrivere il suo documento anagrafico, come era stato invece disposto dalla Corte di Appello di Milano il 9 giugno 2017, e aveva fatto ricorso alla Cassazione. In assenza di trascrizione al bambino veniva negata anche la cittadinanza italiana.

«Omosessualità non è ostacolo»  – I giudici della Cassazione chiariscono adesso una volta per tutte che l’omosessualità dei genitori non può essere un ostacolo al riconoscimento dell’adozione. «Non contrasta con i principi di ordine pubblico internazionale il riconoscimento degli effetti di un provvedimento giurisdizionale straniero di adozione di minore da parte di coppia omoaffettiva maschile che attribuisca lo status genitoriale secondo il modello dell’adozione piena o legittimante, non costituendo elemento ostativo il fatto che il nucleo familiare del figlio minore adottivo sia omogenitoriale ove sia esclusa la preesistenza di un accordo di surrogazione di maternità a fondamento della filiazione» si legge nella sentenza. Anzi, scrive la Corte, è patrimonio dell’ordine pubblico italiano il «principio di non discriminazione, rivolto sia a non determinare ingiustificate disparità di trattamento nello status filiale dei minori con riferimento in particolare al diritto all’identità ed al diritto di crescere nel nucleo familiare che meglio garantisca un equilibrato sviluppo psico—fisico nonché relazionalesia a non limitare la genitorialità esclusivamente sulla base dell’orientamento sessuale della coppia richiedente».

«Ampliare le condizioni» – Nella sentenza, infine, i giudici richiamano espressamente la recente sentenza della Corte Costituzionale che chiesto al parlamento di ampliare «le condizioni di accesso all’adozione legittimante», dato che fin dagli anni 90 ci si confronta «con le richieste di costituzione di status genitoriali adottivi da parte di soggetti diversi dalle coppie coniugate eterosessuali». E che i bambini figli delle coppie dello stesso sesso non possono essere discriminati rispetto a quelli figli delle coppie eterosessuali. Per l’avvocato Alexander Schuster, che ha difeso la famiglia in tutti i gradi di giudizio, «con questa sentenza i diritti del minore e delle coppie omoaffettive ricevono pieno riconoscimento, senza che – lo scrivono a chiare lettere le Sezioni unite – si possa più operare alcuna discriminazione».

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