Vaticano, via al processo al cardinale Becciu. Dieci anni di segreti e corruzione nella Santa Sede


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In Vaticano è l’ora dei conti: con la giustizia e con i bilanci. Alla prima ci pensa il tribunale terreno del Papa, che da martedì 27 luglio processerà, fra gli altri, un cardinale: Giovanni Angelo BecciuÈ la prima volta nella storia. I reati a vario titolo contestati ai 10 imputati sono truffa, riciclaggio, peculato, corruzione. Sui bilanci pesano i resoconti finanziari in rosso e l’uso spregiudicato, nel recente passato, dei fondi della Segreteria di Stato. Un «marcio sistema predatorio e lucrativo» secondo i magistrati del Papa, dove soggetti «improbabili se non improponibili» hanno attinto alle risorse della Santa Sede grazie anche a «limitate ma assai incisive complicità e connivenze interne».

Gli imputatiDavanti a una corte (di laici) e all’opinione pubblica di tutto il mondo verranno ripercorsi, analizzati e giudicati dieci anni di gestione segreta delle finanze del Vaticano. Oltre a Becciu, alla sbarra ci sono il suo ex segretario monsignor Mauro Carlino, la sedicente agente segreta «ingaggiata» da Becciu, Cecilia Marogna, lo storico banchiere del Vaticano Enrico Crasso, il commercialista che aveva le chiavi della cassa del Papa Fabrizio Tirabassi, gli ex vertici dell’Aif, l’Antiriciclaggio vaticano, René Brülhart Tommaso Di Ruzza (per solo abuso d’ufficio), l’avvocato d’affari Nicola Squillace, il finanziere a cui sono stati dati in gestione 200 milioni delle offerte dei fedeli Raffaele Mincione, e il broker di valute incaricato dalla Segreteria di Stato di tutelare quel patrimonio, Gianluigi Torzi, poi arrestato con l’accusa di estorsione ai danni della Santa Sede.

I retroscena

Per la prima volta saranno esaminate in pubblico le scelte finanziarie, gli investimenti, le logiche di selezione dei consulenti e dei banker da parte della Segreteria di Stato. Magari si chiariranno anche i punti oscuri: per esempio, per quale motivo il Vaticano abbia trattato per mesi con un presunto estorsore e perché gli abbia poi bonificato 15 milioni; o i retroscena dello scontro tra lo Ior e il segretario di Stato Pietro Parolin per un prestito (non concesso) da 150 milioni di euro; e anche quanto il Vaticano ha effettivamente perso con le scommesse finanziarie spericolate dei vari BecciuPerlasca Tirabassi «assistiti»da MincioneCrassoTorzi e da altri imputati.
C’è un aspetto di immagine e reputazionale molto delicato: i fondi della Segreteria di Stato, oltre 600 milioni di euro, derivano dalle offerte dei fedeli al Papa, il cosiddetto «Obolo di San Pietro» che si raccoglie ogni anno il 29 giugno nelle chiese di tutto il mondo. È un’entrata fondamentale: da quel tesoro ogni anno i papi attingono per ripianare le perdite della macchina operativa del Vaticano. Solo il 10%, viene usato dai pontefici per la carità; la gran parte serve a sostenere le spese della Curia Romana, le ambasciate (nunziature), la comunicazione, i giornali, l’uniformità del rito in tutti i paesi, fino ai tribunali ecclesiastici.

L’obolo ricapitalizza l’aziendaMa a quanto ammonta il buco del Vaticano? Per tre anni, fino al 2018 compreso, i bilanci della Santa Sede non sono stati resi pubblici, ma hanno sempre chiuso in perdita. Nel 2016 il bilancio vaticano ha perso 3 milioni, l’anno dopo 32 milioni. Nel 2018 ne ha bruciati 75, nel 2019 altri 11 e infine 66 l’anno scorso. Nel 2020, infatti, al deficit strutturale si è aggiunto il Covid: con i Musei Vaticani (i più visitati al mondo) chiusi per quasi un anno e minori affitti incassati dagli inquilini, c’è stato un calo di circa 100 milioni di ricavi.

Complessivamente tra il 2016 e il 2020 il deficit cumulato è pari a 187 milioni. Se si aggiungono le stime sul 2021 il buco varia tra 237 276 milioni di euro. continua a leggere

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