È morto Giampiero Boniperti, una vita nella Juventus


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Giampiero Boniperti (Barengo, 4 luglio 1928 – Torino, 18 giugno 2021) è stato un dirigente sportivo, politico ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista, presidente onorario della Juventus.

articolo: https://www.repubblica.it/sport/calcio/2021/06/18/news/morto_giampiero_boniperti-306554984/?ref=RHTP-BH-I304495303-P2-S2-T1

Capitano, presidente, bandiera bianconera, avrebbe compiuto 93 anni a luglio. Le battute di caccia con Fausto Coppi. Il braccio di ferro con i giocatori da cui usciva sempre vincitore. Il brandy bevuto al San Mamés la notte del primo trofeo. E l’abitudine di andarsene in anticipo dallo stadio per soffrire un po’ di meno

TORINO – I suoi occhi, prima di tutto. Di quell’azzurro tra il ghiaccio e il cielo all’alba. Mobilissimi e a tratti luciferini: gli occhi di un uomo che aveva visto ogni cosa e guardato moltissimo il mondo. Poi le labbra, che Giampiero Boniperti muoveva a fessura come un fumetto per mostrare una corona di denti da squalo e un ghigno da iena. Sorrideva tanto, e quando accadeva tu pensavi che era arrivato il momento peggiore: perché stava per arrivarti la bastonata che uccide i conigli. 

Gli occhi, la bocca e la sua bellezza da antico romano. Perché il presidente era un uomo bellissimo anche da vecchio, anche da quando la nebbia della dimenticanza lo aveva avvolto ma non cancellato. Si arrabbiava mentre, parlandoti, non ricordava più il tuo nome anche se sapeva tutto di te. “Ti chiamavo Rui Barros perché eri così piccolo, ricordi?“, ci domandò l’ultima volta che lo cercammo per gli auguri. “Ma per favore, mi dici di nuovo il tuo nome?“. Eppure ci conoscevamo da trent’anni.

Un uomo bellissimo, e da ragazzo di più. Era biondo, gentile anche se cattivissimo in campo, e l’interista Benito Lorenzi per farlo arrabbiare lo chiamava Marisa, non un’allusione a gusti sessuali fuori discussione ma al viso d’angelo crudele. Dopo essere stato il Santiago Bernabeu della Juventus, ma pure il presidente di Sara Simeoni e Pietro Mennea, si era sistemato in un magnifico ufficio con le finestre sul Po, quello dell’allora Sisport Fiat. Andavamo a trovarlo, ogni tanto. “Ma per l’intervista, Maurizio, facciamo la volta prossima, va bene?“. La sua storica segretaria ci accompagnava dal presidente e lui, ridendo, ci metteva in mano sempre il solito soprammobile con le due sfere di plastica e la scritta: “Si prega di non romperle“. Poi Boniperti ci assestava un tremendo colpo allo stomaco, sogghignando nel vederci barcollare. “Mezza sega, però scrivi bene anche se sei così cattivo“, diceva. “Ma io lo ero molto più di te“. Poi ci metteva in mano le sue vecchie scarpette da gioco che teneva su una mensola e diceva: “Tocca, senti qui in  punta, vedi com’erano dure?“. E negli occhi gli brillava quella solita, terribile lucentezza. 

Mai che rispondesse a una domanda senza farne un’altra, questo lo sanno tutti. Meno si sa che a volte indulgeva al romantico, lui così temuto. Un giorno ci raccontò di quando andava a caccia con Fausto Coppi “che però si stancava subito, anche se era l’airone di tutte le montagne. Però camminare lo annoiava, diceva che quei passi nel fango avrebbero guastato la sua gamba da ciclista. Così ci mettevamo a sparare da fermi ma io gli ripetevo: Fausto, facciamo come vuoi tu ma questo non è mica cacciare, neh“. 

Giampiero Boniperti è stato più del calcio, è stato la Juventus. Un’azienda incarnata, una storia fatta persona. Lui era un essere umano con le righe bianche e nere tatuate nell’anima. Ogni sua frase era “noi contro voi, noi contro tutti“. Quando lo fecero fuori per la rivoluzione di Moggi e Giraudo (non poteva sopportare che costui fosse un ex tifoso del Toro), covò una vendetta personale e un odio inestinguibile ma mai contro la sua Juventus, lei veniva prima di tutto, lei era forma e sostanza, vita e passione, era gloria, vittoria e sentimento. La Juve era il rigore sabaudo non raramente cinico e crudele, perché noi torinesi siamo anche fatti così, ed era eleganza e rispetto: Boniperti mandava i nuovi acquisti bianconeri a tagliarsi i capelli e indossare la giacca, non per capriccio ma perché nessuno mancasse di educazione alla Juventus.

E quando fece firmare i contratti in bianco ai giocatori che avevano appena perso lo scudetto contro il Toro, nel ’76, mostrò le foto delle sconfitte e nessuno banfò. Fu durissimo, Boniperti, anche nel momento di rinnovare i contratti agli juventini campioni del mondo in Spagna. Volevano l’aumento, ancora non esistevano i procuratori, lui li affrontò e seppe addomesticarli come sempre. Perché Boniperti era domatore e fiera, era il padrone del circo ed era la tigre. 

Tutti sanno di come scappava dallo stadio alla fine dei primi tempi, e di quando vagò da solo fuori dal San Mamés di Bilbao nel 1977 mentre la Juve stava vincendo la sua prima Coppa Uefa. Quando Carlos segnò il 2-1 a dodici minuti dalla fine, il presidente perdette forse qualche anno di vita. Ma quando la Juve si prese il trofeo, al bar dello stadio ordinò un Carlos Primero e lo tracannò in un sorso alla faccia di tutta la Spagna. 

Non dimenticava gli amici, soprattutto quelli morti. Pianse davanti a Scirea, col rimorso di averlo mandato per forza in Polonia a visionare un avversario insignificante, però il dovere prima di tutto. Accarezzò Carletto Parola nella bara, fu lui a sistemargli il nodo della cravatta. “Invecchiare è una merda, perché vedi andarsene tutti i tuoi amici” ci disse, quando provammo a festeggiare uno dei suoi ultimi compleanni. Se leggeva qualcosa di bello, faceva mandare un biglietto di complimenti dalla segreteria, così come chiamava egli stesso nei tempi ruggenti quando invece aveva letto una cosa sgradita: e allora cominciava a urlare nel telefono, terribilmente. E se quella cosa l’aveva vista addirittura sulla Stampa, il giornale della real casa, si metteva a chiamare di mattina presto, componeva il numero della redazione e sibilava nella cornetta: “Sono il geometra Boniperti, passami il capo“. Teneva moltissimo a quel titolo di studio preso giocando, perché lui era un figlio dell’Italia fiera del pezzo di carta, nella quale geometri e ragionieri non contavano poi molto meno di un bel dottore farmacista, o del medico condotto del paese, ma mai quanto un “ingegné”, massimo sogno di ogni padre. 

Qui non diremo delle vittorie di Giampiero Boniperti come giocatore e presidente, che tutti conoscono a memoria, né del suo inarrivabile carisma o della spaventosa astuzia. Ma ricorderemo il suo viso distrutto dopo la notte passata all’obitorio di Bruxelles. Ed è vero che lui rivendicò sempre la bontà anche sportiva di quella coppa assurda, però il dolore che quest’uomo avrebbe portato in eterno nell’anima lo hanno misurato in pochi, anche perché lui voleva custodirlo come il più impenetrabile dei segreti. Ma quella notte, e noi c’eravamo, il presidente volle vedere i cadaveri uno a uno, li passò in rassegna come un generale con la sua truppa fatta a pezzi nella battaglia. C’erano ancora sciarpe bianconere a terra, e scampoli di stoffa strappata, brandelli di Juve insieme a quei poveri corpi. E c’era lui, alla fine esatta del sogno, solo come l’ultima creatura di questa terra.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "II Inter PHC @Inter 2h FC Internazionale si stringe attorno alla famiglia Boniperti per la scomparsa di Giampiero, grande uomo di sport e nobile avversario in tantissime leggendarie bagine di calcio @juventusfc #FCIM M"

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