Atto per l’archiviazione Inter: «Non è stato nemmeno possibile elaborare compiute incolpazioni»
Gianluca Rocchi (Ansa)
«Sul fondo delle iscrizioni, permangono ipotesi, talvolta suggestioni, che, prive di base probatoria (…), non hanno consentito neppure di elaborare compiute incolpazioni preliminari» e di «svolgere utilmente investigazioni di ogni genere».
Lo si legge nel decreto con cui la Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’Inter, club indagato per la legge sulla responsabilità degli enti nel caso arbitri.
Nell’atto si sottolinea, pure, come l’assenza di elementi di prova porti a degradare «al rango della mera illazione» l‘ipotesi di frode sportiva contestata a Gianluca Rocchi, l’ex designatore di cui, per tale reato, è stata chiesta l’archiviazione.
Conquistò la Nazionale con una lunga serie di successi giovanili, si ritirò dall’attività agonistica a 25 anni ma si dedicò a lungo alla promozione del ciclismo
Amerigo Sarri, storico protagonista del ciclismo toscano e figura di riferimento per il movimento delle due ruote del secondo dopoguerra, è morto nella serata di lunedì 20 luglio all’età di 97 anni. Amerigo era il padre di Maurizio Sarri, allenatore dell’Atalanta. Nato il 10 novembre 1928 a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, Amerigo Sarri si avvicinò al ciclismo subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1946 iniziò a correre nella categoria allievi con la maglia dell’U.S. Figline Valdarno, conquistando nove successi e mettendo in mostra qualità che lo avrebbero presto indicato come una delle più interessanti promesse del panorama nazionale. Corridore completo, considerato un passista-scalatore con un buon spunto veloce, Sarri passò tra i dilettanti nel 1947. In sei stagioni raccolse 37 vittorie con diverse formazioni, tra cui G.S. Castellani, U.S. Rifredi, Assi Firenze e soprattutto l’Aquila Montevarchi, società con la quale visse gli anni più importanti della carriera. Con la maglia rossoblù conquistò oltre cinquanta affermazioni complessive e fu tra i protagonisti del periodo d’oro del sodalizio montevarchino nei primi anni Cinquanta, insieme ad altri grandi interpreti come Falsini, Bartolozzi e Tognaccini. Le sue prestazioni gli valsero anche due convocazioni nella Nazionale italiana.
Il Presidente Antonio Percassi, il Co-Chairman Stephen Pagliuca, l'Amministratore Delegato Luca Percassi, i dirigenti, lo staff tecnico, i calciatori, tutti i dipendenti ed i collaboratori del Club, si stringono con affetto a Mister Sarri e alla sua famiglia per la scomparsa del…
la carriera – Nel 1953 il passaggio nella categoria degli indipendenti non portò i risultati sperati. Sarri, appena venticinquenne e ancora nel pieno delle proprie capacità atletiche, decise così di interrompere l’attività agonistica e di dedicarsi al lavoro. Da professionista disputò soltanto tre gare, tra cui il prestigioso Giro di Lombardia del 1953. L’addio alle corse, però, non significò mai un distacco dal ciclismo. Dopo una lunga esperienza lavorativa in una grande società milanese, una volta raggiunta la pensione dedicò il proprio tempo all’organizzazione di competizioni per dilettanti, sia a livello regionale sia internazionale, continuando a sostenere e promuovere i valori dello sport. Grande estimatore di Fausto Coppi, Sarri ebbe anche un rapporto di amicizia e stima con Gino Bartali, che durante gli allenamenti faceva spesso tappa a Figline Valdarno. Un legame nato dal rispetto reciproco tra due mondi, quello del grande ciclismo del passato e quello delle comunità che lo avevano vissuto da vicino. Nel 2022 la Sezione Ciclistica dell’Aquila Montevarchi gli aveva conferito il titolo di socio onorario, insieme a Giancarlo Brocci, fondatore de L’Eroica, come riconoscimento per il contributo dato alla storia del ciclismo montevarchino e toscano.
Morto ammanettato, la manifestazione di Bologna. La sorella della vittima si sente male al sit-in di raccoglimento voluto dal Comune. Stato e polizia nel mirino di striscioni e cori degli estremisti: “Assassini”. Undici i feriti tra agenti e attivisti, due fermati
Da una parte il dolore, le lacrime, le urla lancinanti dei famigliari davanti al Sacrario dei partigiani, al grido di“Giustizia e verità”. Dall’altra la rabbia, la violenza, gli scontri tra i manifestanti e la polizia(video)in una Bologna, ancora una volta, a ferro e fuoco. Il presidio indetto per Abderrhaim Fakir, cittadino marocchino morto al Pilastro domenica durante un intervento della polizia, ha visto arrivare in piazza quattromila persone, oltre ai famigliari del 42enne e a molti politici del centrosinistra locale.
Gli scontri tra polizia e antagonisti – Poi sono arrivati anche i facinorosi, almeno 200: hanno aizzato la piazza al grido di “assassini” e “via lo scudo penale”, scandendo “tutto il mondo odia la polizia”, spianando mano a mano la strada alla tensione che alla fine è sfociata negli scontri.
Sono volatida una parte cartelli stradali, bombe carta, bottiglie vuote verso gli agenti schierati. La polizia ha risposto con idranti e lacrimogeni per disperdere la folla. Si sono levati scudi e manganelli e la violenza – così com’è stato lo scorso anno sotto le Torri dopo la morte di Ramy a Milano o prima della partita di basket tra la Virtus e gli israeliani del Maccabi Tel Aviv – ha preso il sopravvento.
Momenti di tensione – A nulla sono serviti gli appelli dei famigliari e di chi, con le foto di Fakir in mano, ha parlato di “un giorno di lutto” dove “non ci può essere spazio per la violenza”. Non è bastato neppure lo sforzo di una donna con l’hijab, che ha strappato via dalle mani di un ragazzo con il volto travisato una bottiglia vuota. La marea umana, con antagonisti e collettivi in prima fila, si è spinta sempre di più verso la Prefettura. Fino a che la tensione non è esplosa.
Undici feriti – Almeno cinque feriti tra i poliziotti(altri sei si sono registrati tra gli attivisti). Almeno tre sono quelli che hanno richiesto un medico tra le fila dei manifestanti, tra i quali c’erano volti noti dei collettivi universitari, di Tpo, Labàs e i comitati popolari del Pilastro. Tanti anche i ragazzini col volto travisato, affianco ai professionisti del disordine. Due, invece, i fermati.
Malore per la sorella di Abderrhaim – Il cordoglio era partito alle 19 con il presidio lanciato da Matteo Lepore. Il sindaco aveva lasciato spazio ai famigliari di Fakir: un momento straziante, tanto che la sorella di Abderrhaim – Kadija – ha anche accusato un malore a seguito di un calo di zuccheri, forse per l’emozione, e un’ambulanza si è dovuta fare largo tra la folla per soccorrerla (non è in pericolo).
La nipote: “No odio, ma giustizia” – A prendere parola è stata però la nipote, Yosra(video): “Quello che successo ha lasciato dolore, rabbia e tante, tante, tante domande – ha scandito la ragazza piangendo copiosamente –. Non siamo qui per chiedere odio o vendetta, ma giustizia, rispetto e soprattutto umanità”. Poi la famiglia della vittima ha incontrato il questore Gaetano Bonaccorso, insieme con Lepore, che ha detto: “Sono scioccato. Bologna ha tante domande, dovranno essere i magistrati a rispondere”.
Oggetti contro la polizia, partiti gli idranti – Ma è quando è finito il momento del cordoglio, e sono partiti gli slogan contro le forze dell’ordine, che la situazione è degenerata. Il ‘serpentone’ si è spostato dalla piazza a sotto la Prefettura, circumnavigando il Comune, e ha riempito il largo davanti al palazzo del Governo. Sono spuntate bandiere della Palestina,i cori si sono fatti più aggressivi e rumorosi. Qualcuno ha cercato di trattenere i facinorosi, chiedendo “rispetto per la morte di un uomo”; altri sono rimasti in sit-in davanti ai blindati, mentre un elicottero ha pattugliato la città dall’altro per tutto il tempo. La diplomazia non è durata a lungo: poco dopo le 20 sono volati i primi oggetti contro i poliziotti e sono partiti i primi getti degli idranti. Più volte.
L’avvocato Anselmo: “Scontri, attacco alla famiglia di Fakir” – Fabio Anselmo, avvocato dei Fakir, ha parlato degli scontri come di “una ferita” e di “un attacco alla famiglia che ha chiesto calma, educazione e rispetto”. Un gruppo di 100 antagonisti con il volto travisato è rimasto a lanciare la qualunque contro gli operatori fino a dopo il tramonto. Una Bologna a due facce, divisa tra il dolore e la violenza.