E’ ben gradito un’applauso!!! Grazie
30 aprile 2026
| 1° Maggio, Mattarella: “La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere che non consente rinunce o distinguo” |
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha aperto le celebrazioni della Festa del Lavoro 2026 con una visita allo stabilimento Piaggio di Pontedera (PI), uno dei simboli della creatività e dell’operosità italiana.
La scelta di celebrare il 1° maggio nei luoghi rappresentativi del lavoro in Italia, rinnovata anche quest’anno, si inserisce in una consuetudine ormai consolidata, avviata dallo stesso Presidente a Reggio Emilia nel 2023 e proseguita a Cosenza nel 2024 e a Latina nel 2025.
Al suo arrivo, il Capo dello Stato è stato accolto da Matteo Colaninno e Michele Colaninno, rispettivamente Presidente esecutivo e Amministratore delegato del Gruppo Piaggio S.p.A.
Insieme a loro, ha visitato l’officina della fabbrica, cuore storico del Gruppo, osservando le linee di montaggio e le fasi di assemblaggio degli scooter, tra cui la Vespa, che quest’anno compie 80 anni. Il percorso si è poi concluso con la visita al Museo Piaggio.
Successivamente, nell’Auditorium del Museo, alla presenza delle autorità locali, il Presidente ha preso parte all’evento celebrativo del 1° maggio 2026, aperto con l’esecuzione dell’Inno nazionale.
Nel corso dei lavori sono intervenuti Andrea Madonna, Presidente dell’Unione Industriale Pisana, il Presidente Matteo Colaninno, Pamela Vanni, Rappresentante dei lavoratori dello Stabilimento Piaggio, e Marina Elvira Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.
L’intervento conclusivo è stato affidato al Presidente della Repubblica.
- Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro. Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.
Per Pontedera questa è stata la seconda visita di Mattarella: il Capo dello Stato era già stato in città nel 2018, in occasione delle celebrazioni per il 40° anniversario della scomparsa del Presidente emerito Giovanni Gronchi.
| Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Celebrazione della Festa del Lavoro e della visita alla Piaggio di Pontedera |
Rivolgo il saluto più cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.
Un augurio particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di creatività.
Un esempio di connessione tra conoscenza e produttività.
In queste contrade viene da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.
Siamo a Pontedera per celebrare, oggi – con la presenza del Ministro del lavoro – il lavoro italiano, fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della nostra vita democratica.
Ringrazio la Ministra del Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le riflessioni che ci hanno proposto.
Domani, Primo maggio, è la festa dei lavoratori di tutto il mondo.
È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.
Anticiparne la celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.
Ne sono espressione gli scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.
Piaggio, con la Vespa, e Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello che persiste.
La Vespa è, tutt’ora, nel mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.
Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro.
Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.
Domande e bisogni segnano le fisionomie delle società.
La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.
Il lavoro è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione.
La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.
La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.
L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.
Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.
Il lavoro è presidio della società.
È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità.
È dignità.
È strumento di partecipazione, di costruzione.
L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.
È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica – di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno – fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza – finalmente conquistate – un contenuto più forte e impegnativo.
Per sottolineare che la Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.
Fu una scelta coraggiosa e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.
Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase” della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed economica”.
Questo compito appartiene alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi, legittimi, indirizzi politici.
L’industria è pilastro per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura del 15%.
Seconda in Europa, ottava nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.
Per essere attori, e non piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto retrovisore ma occorre guardare avanti.
Ci deve guidare la capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.
Pesano le fragilità dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le guerre.
Per produttività e capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita.
È una consapevolezza diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in Unione Europea.
È tempo di visione. Non di misure di corto respiro.
È tempo di procedere, con coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.
Nel frattempo siamo chiamati a fare la nostra parte.
Potremmo intendere i punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla società e all’economia italiana.
Certamente la prima di queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.
L’occupazione femminile in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita.
L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.
Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro.
Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza.
Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore – insomma lavoratori autonomi senza autonomia – scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.
Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.
Sono più di quelli che vengono in Italia.
Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita.
Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere.
Il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.
In questo ambito si colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.
Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.
Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.
Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno.
Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.
La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.
Imprenditori, lavoratori, istituzioni, società.
Sono le cronache a intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.
Deve migliorare l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.
Le imprese italiane che fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.
E costituiscono un traino.
A rafforzare il modello contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.
Le fabbriche, i lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella costruzione – dopo la guerra – della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti, nel welfare, nella civiltà.
Un Paese forte, in cui vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.
La coesione sociale richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa convivenza.
Le parti sociali – sindacati, imprese, associazioni – sono chiamate a contribuirvi con i loro valori.
Il dialogo sociale non deve mai interrompersi.
Le fabbriche, con la loro inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.
Oggi sono – siamo – a confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.
Ebbene proprio a un territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel 1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole ad alta dignità.
E fu la cultura politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita “civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.
È oggi una nuova frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che ispirano la nostra comunità.
Alle confederazioni Cgil, Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.
L’organizzazione sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.
Rivolgo un saluto a tutti i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.
Un saluto speciale ai giovani che si ritroveranno a Roma – come ormai è consuetudine – nel concertone di piazza San Giovanni.
Buona festa del lavoro, ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.
Buon Primo maggio a tutti!

