E’ ben gradito un’applauso!!! Grazie
12 ottobre 2026
| Mattia Battistetti: «Prescrizioni rimaste sulla carta, i cartelli messi soltanto dopo la tragedia» |
| Depositate le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale di Treviso aveva chiuso il processo di primo grado sul dramma dell’operaio 23enne di Montebelluna che, nell’aprile del 2021, era stato ucciso da un carico di 15 quintali di materiale edile staccatosi da una gru. «I piani di sicurezza sarebbero stati idonei. Se si fossero stati delimitati i corridoi di passaggio in cantiere la tragedia si sarebbe potuta evitare» |

Un infortunio mortale non causato da deficit strutturali nei modelli organizzativi o da documenti prevenzionali inadeguati, bensì da un vizio di esecuzione sul campo e dall’omessa vigilanza nelle fasi operative di carico e movimentazione. È questo il perno attorno a cui ruotano le motivazioni della sentenza, pubblicate lo scorso 14 settembre dal giudice monocratico del Tribunale di Treviso, Alice Dal Molin, sul processo per la morte di Mattia Battistetti, il ventitreenne di Montebelluna travolto e ucciso il 29 aprile 2021 da un pesante carico di ponteggi sganciatosi da una gru nel cantiere edile di via Kepler.
Il dispositivo traccia un solco netto tra le responsabilità dei vertici delle aziende coinvolte e la gestione del rischio in fase di cantiere, spiegando le ragioni del proscioglimento dei vertici societari e la contestuale condanna ad un anno e sei mesi di reclusione (con sospensione della pena e non menzione nel casellario) inflitta a tre figure operative.
Il passaggio chiave nelle motivazioni della sentenza che era stata pronunciata, fra mille polemiche, lo scorso 18 marzo, individua con precisione il nesso di causalità tra le omissioni in cantiere e la morte di Mattia Battistetti. Nelle carte emerge chiaramente come la tragedia si sarebbe potuta evitare se le disposizioni di sicurezza fossero state applicate sul campo e non limitate a un mero adempimento formale. In particolare, il giudice sottolinea come i Piani di sicurezza prevedessero la necessità di tracciare e delimitare specifici «corridoi di passaggio» e zone interdette ai lavoratori durante le manovre di sollevamento dei carichi pesanti. Tuttavia tali prescrizioni sono «rimaste puramente sulla carta», senza mai tradursi in una concreta delimitazione dell’area di lavoro o in una segnaletica idonea. I cartelli di avviso e la delimitazione fisica delle zone di pericolo, nota il giudice, sono stati posizionati soltanto ex post, ovvero «dopo che la tragedia si era ormai consumata». Se quei percorsi protetti e quelle zone di rispetto fossero stati concretamente tracciati e fatti rispettare, l’operaio non si sarebbe trovato nel raggio d’azione del carico al momento del cedimento dell’imbracatura.
È proprio questa distinzione tra il piano formale e la condotta pratica a giustificare la sentenza. Sono infatti stati assolti «per non aver commesso il fatto» e «perché il fatto non costituisce reato» Bruno Salvadori (difeso dall’avvocato Andrea Gritti), 59 anni di Mogliano, al vertice della Essebi (ditta incaricata del montaggio della gru), Gianantonio Bordignon (difeso dall’avvocato Piero Barolo), 58 anni di Volpago del Montello, titolare dell’impresa esecutrice e responsabile dei lavori, e Andrea Gasparetto (difeso dall’avvocato Giuseppe Basso), 46 anni di Istrana, legale rappresentante della Altedil di Trevignano, la ditta da cui dipendeva il giovane operaio.
A carico dei datori di lavoro non è emersa alcuna colpa: le motivazioni evidenziano come «la documentazione prevenzionale (Pos e PiMUS) predisposta dalle imprese fosse pienamente idonea, conforme alla normativa vigente e priva di lacune strutturali idonee a determinare l’evento». Riguardo alla posizione della ditta incaricata del montaggio dell’impianto di sollevamento le carte rimarcano che «nessun difetto di installazione, cedimento meccanico o vizio strutturale originario del macchinario è risultato essere causa diretta o indiretta del collasso del carico». I titolari, viene precisato, avevano legittimamente delegato la sorveglianza diretta sul cantiere a figure tecniche qualificate, motivo per cui «nessun profilo di colpa per omissione di controllo può essere mosso ai soggetti apicali».
Un quadro del tutto opposto riguarda invece i tre imputati riconosciuti colpevoli di omicidio colposo in concorso: Marco Rossi (difeso dall’avvocato Nicolò Barolo), 43 anni di Montebelluna, dipendente della ditta Bordignon delegato per la sicurezza e responsabile del servizio di prevenzione e protezione (Rspp), Gabriele Sernagiotto (difeso dall’avvocato Alberto Mascotto), 63 anni di Montebelluna, coordinatore della sicurezza in fase esecutiva (Cse), e Loris Durante (difeso dall’avvocato Elena Benvegnù), 46 anni di Volpago, l’operatore addetto alla manovra della gru. A Durante viene addebitata una condotta caratterizzata da «un’inescusabile imperizia nell’imbracatura e nel successivo sollevamento del materiale, eseguito in condizioni operative non idonee e prive delle adeguate distanze di sicurezza dalle zone di stazionamento dei lavoratori». Il manovratore ha infatti azionato la gru «senza accertarsi in modo visivo e preventivo della perfetta stabilità del carico e della completa liberazione dell’area sottostante dalla presenza di operatori».
Parallelamente, la condanna nei confronti di Rossi e Sernagiotto si fonda sul mancato adempimento del rispettivo obbligo di garanzia e controllo. Nelle motivazioni, il giudice sottolinea «un’omessa e continuativa vigilanza sull’osservanza concreta delle procedure di cantiere», rimarcando come da parte dei preposti e dei responsabili si sia verificata «una colpevole tolleranza di comportamenti e consuetudini di lavoro difformi dalle prescrizioni contenute nei Piani di sicurezza». Una mancata sovrintendenza che ha reso inefficaci le tutele previste sulla carta, determinando il tragico esito dell’infortunio.
Ai familiari di Mattia Battistetti e in particolare la madre Monica, il papà Giuseppe e la sorella Anna – che in primo grado si erano costruiti come parte civile e a cui erano stati riconosciuti a titolo di provvisionale complessivamente 290mila euro – stanno valutando se presentare appello davanti alla Corte d’Appello di Venezia.

