E’ ben gradito un’applauso!!! Grazie
25 settembre 2026
| I documenti «italiani» nei National Archives di Washington. Quando il capo della Cia disse: «Mussolini? Potevamo salvarlo, meglio appeso che a processo» |
| articolo di Alessandro Fulloni, inviato a College Park (Stati Uniti): https://www.corriere.it/esteri/26_settembre_25/documenti-italiani-national-archives-mussolini-mike-bongiorno-montanelli-79f4bcd1-33c3-4703-8be2-da950346dxlk.shtml |
| La fuga di Montanelli da San Vittore: «Così ha fregato i nazisti». Il passato da agente segreto dell’Oss di Mike Bongiorno: «E’ uno dei nostri». La lista di attori che Salò voleva deportare al Nord: «Totò, Macario, i De Filippo, De Sica» |

Che ci fa, nello stesso faldone di documenti, il rapporto di un «soffia», detto il Ciliegia, sulla celeberrima fuga di Indro Montanelli da San Vittore e la ricostruzione, fatta da un agente dell’Oss (il servizio segreto americano antesignano della Cia) sulle ultime ore di Mussolini? E quella richiesta, che sta più o meno negli stessi scaffali, firmata da Giorgio Almirante (all’epoca all’ufficio stampa di Salò) di trasferire, «anche d’obbligo», nel Nord Italia una lista lunga così — compaiono Totò, Eduardo e Peppino, Macario, Alida Valli — di attori sgraditi alle autorità repubblichine? In un altro dossier c’è pure il resoconto di una fonte confidenziale, «l’agente Beta», sul misterioso viaggio, appena finita la guerra, di Winston Churchill sulle sponde del lago di Como.
Nel verde di College Park – Benvenuti ai National Archives degli Stati Uniti, l’archivio più grande al mondo. La sede di rappresentanza — quella dove Trump, oggi, ha accompagnato Xi per una visita ufficiale per mostrargli la Dichiarazione d’Indipendenza — è in centro, a Washington. Ma i caveaux con chilometri di scaffali sono in una costruzione circondata da un fitto bosco a College Park, minuscolo paesino nel Maryland, a una trentina di chilometri dalla Capitale. Qui sono conservati, esattamente come al nostro Archivio Centrale di Stato, milioni di carte provenienti dalle amministrazioni pubbliche. Ma c’è tanta, tanta Italia in mezzo a quei dossier «desecretati» dall’Fbi, dalla Cia e dal Dipartimento di Stato. Per gli storici è l’Arca di Noè, visto che l’elenco delle carte è sterminato. Si va dalla missione di Joe Petrosino in Sicilia ai segreti della P2. E si passa da Palmiro Togliatti, l’ossessione del capo del Bureau John Edgar Hoover che, nei suoi rapporti inviati al Dipartimento di Stato, sosteneva che il segretario Pci «fosse sotto il completo controllo della Russia», «secondo un nostro informatore fa visite quotidiane all’ambasciata russa» a Roma». Non basta: «Nenni è sotto controllo di Togliatti» ed entrambi «sono sotto controllo del Gpu», il servizio segreto sovietico antesignano del Kgb.

«Avete i documenti sulla fuga del Duce?» – Comunque: se non sei uno storico di professione, e se sei a College Park solo per curiosità, davanti a quella vastità di dossier tanto vale fare richieste a caso agli archivisti: «Buongiorno, avete carte sulla fuga del Duce finita a Dongo?». Ed ecco che ti consegnano i rapporti firmati da Allen Dulles, durante la guerra «capostazione» Oss in Svizzera e poi lo «spione» più potente al mondo, quando divenne il capo della Cia all’epoca della Guerra Fredda.
Il capo della Cia: «Benito? Meglio morto che a processo» – Allegata alla relazione sull’esecuzione scritta da Valerian Lada-Mocarski, l’agente Oss 441 (e qui va ricordato che il primo a leggerla è stato José Cereghino, sconfinato conoscitore dei segreti degli Archives), compare una lettera di Dulles a William Donovan, capo dell’Oss durante la guerra. Volendo, gli americani avrebbero potuto salvare il dittatore. «Durante gli ultimi due o tre giorni di vita di Mussolini abbiamo avuto qualche contatto con lui, e a un certo punto — scrive Dulles — egli accennò a Don Jones, il nostro uomo che lavorava con i partigiani oltre il confine svizzero, che avrebbe voluto arrendersi a noi. Poiché non potevo portare Mussolini in territorio svizzero e poiché non disponevo di forze adeguate per proteggerlo dai partigiani qualora fossi riuscito a mettergli le mani addosso in territorio italiano, dissi a Jones di non avere nulla a che fare con la questione». Poi la conclusione, più pragmatica che cinica: «Mussolini è stato catturato e appeso, il che a mio avviso è stata probabilmente una soluzione migliore rispetto a un processo».

Quando gli 007 fascisti spiavano Allen Dulles – Ma ecco un altro faldone riguardante Dulles, stavolta è lui a essere pedinato dagli italiani del Servizio informazioni militare. Previdenti, gli 007 del Duce lo tengono d’occhio, lì a Berna: «È un ex diplomatico americano, in contatto — lo ritraggono nel rapporto del marzo 1943 — con gli ambienti internazionali, persona assai intelligente, attiva, è verosimile che sia stato inviato in Svizzera con qualche incarico speciale».
L’agente segreto Mike Bongiorno – Dalle carte che riguardano il territorio elvetico spunta il passato di agente segreto di Mike Bongiorno, partigiano, un pezzo di storia d’Italia e figlio di un celebre avvocato di New York. Un agente Oss scrive al suo capo a Berna: «Un doppiogiochista dell’Ovra a Milano» dice che «tre agenti americani a San Vittore potrebbero forse essere rilasciati in cambio di tre tedeschi delle SS detenuti in Francia». Ecco i nomi, «Frank W. Pisciotta, 34 anni, il capitano House, 45, e Michel Bongiorno di New York». A Berna cadono dalle nuvole, nessuno sa chi sia questo Bongiorno. Senonché arriva un rapporto dall’agente speciale Max Corvo, leggendario cacciatore di fascisti, che rivela, testuale: «Mike è uno dei miei, lo voglio libero».
Montanelli e l’evasione da San Vittore: «Così fregò i nazisti» – Ora però, da una carta nello stesso faldone, compare pure il nome di Montanelli, rinchiuso a San Vittore quando venne catturato dai fascisti un istante prima di darsi alla macchia con i partigiani di Giustizia e Libertà. L’amicizia tra Mike e Indro nacque proprio lì, nelle celle del carcere milanese dove il futuro presentatore, da «scopino», raccoglieva i messaggi dei detenuti da far filtrare fuori. La «soffiata» di «Ciliegia» — ladro, ricattatore, truffatore, altro «doppiogiochista» che sarebbe piaciuto a Montanelli — dettaglia il retroscena della fuga: fu l’esito di una «colossale truffa poliziesca» ai danni dei nazisti, convinti che scarcerando il giornalista e altre persone, tra cui un’attrice americana, Dorothy Gibson, avrebbero potuto ricevere informazioni da usare contro la Resistenza. Invece erano «tutti d’accordo per fregare i tedeschi». Dopo che Indro evade, a Salò impazziscono di rabbia. Il 28 agosto il capo della polizia repubblichina in una nota «urgentissima-riservatissima» — questo foglio sta però all’Archivio Centrale di Stato — chiede ai sottoposti «di riferire con la massima urgenza se corrisponde al vero che tale Montanelli, giornalista collaboratore del Corriere della Sera, sia fuggito dalla prigione, rifugiandosi all’estero».
Le «soffiate» del Ciliegia – Nel frattempo «il Ciliegia» fa altre «soffiate», dice che è in contatto con Dante «Gorreri, ex confinato del Pci», «fuggito dal carcere e accompagnato alla frontiera dal suo salvatore», uno delle brigate nere. Gorreri, poi deputato comunista, è al centro dei mille intrighi legati all’oro di Dongo, alle carte del Duce e alla falcidie dei partigiani a conoscenza di quei segreti, tra cui l’integerrimo Luigi Canali, il cui memoriale sarà cercato a lungo, ma vanamente, proprio da Indro. E a proposito, negli stessi paraggi: ecco un rapporto al controspionaggio Usa che, all’inizio del 1946, viene da «Beta», infiltrato negli «ambienti giornalistici romani». Questi sostiene che «la recente visita di Winston Churchill» al lago di Como e al Garda «avrebbe avuto come scopo principale l’eliminazione dei documenti italiani, provenienti dal ministero degli Esteri e dal gabinetto del capo del governo — impossibile capire se si riferisse a Mussolini o a Ferruccio Parri, primo presidente del Consiglio dell’Italia libera, ndr —, che avrebbero potuto dare luogo ad attacchi al premier inglese». Erano un riferimento al carteggio con il Duce? «Beta» non sa altro.
Totò, Macario, Eduardo e Peppino, gli attori da deportare – Ancora: ecco un documento che spunta da Salò. Una graffetta lo allega a un foglio firmato da Giorgio Almirante, poi fondatore del Msi e all’epoca «capo ufficio stampa», diciamo così, dell’esecutivo repubblichino. La data è quella del 29 maggio 1944, Roma sta per essere liberata dagli Alleati. Per i nazifascisti sarà, anche, un danno d’immagine micidiale e per questo occorre recuperare sul piano della propaganda. Così a Salò pensano di «accertarsi in tempo utile che gli attori del cinema e del teatro non si occultino». Anzi, è meglio «predisporre il loro eventuale trasferimento d’obbligo» al Nord. La lista delle celebrità da deportare è un cult: «Totò, Macario, i De Filippo, De Sica, Paola Borboni, Gino Cervi, Paolo Stoppa, Alida Valli, Valentina Cortese, Rossano Brazzi». Nomi ai quali vanno aggiunti due giovani corrieristi, ma già star del giornalismo: Domenico Bartoli e Virgilio Lilli. Inutile dire che nessuno in questo elenco salirà al Nord.

«Il processo di Norimberga? Agli italiani interessa solo il Giro» – Poi altri fogli, altre storie inviate al controspionaggio Usa: compare il nome di Wanda Osiris, la diva frequenta ufficiali della Raf e a loro dice che si era rifiutata di prendere parte a spettacoli di propaganda nazifascista, smettendo di lavorare per questo. Poi però, stando a uno «spiffero», si scopre che avrebbe avuto dei contatti con il famigerato torturatore Pietro Koch. Chissà. E ancora: il Dipartimento di Stato (siamo nel 1947) vuole sapere che idee abbiano in testa i cittadini europei e americani e così chiede alla Doxa di collaborare con l’istituto Gallup per dei sondaggi. Una tra le domande più importanti è questa: credete che nei prossimi dieci anni ci sarà una nuova guerra mondiale? Gli italiani sono i più pessimisti sul pianeta: il 59% dice sì. Per dare un’idea degli altri: i sì dei britannici sono il 48%, quelli dei francesi il 35%, dei tedeschi il 44% e degli statunitensi il 53%. I più ottimisti sono gli svedesi: solo il 23% è preoccupato da un imminente conflitto. E infine: chissà perché, il controspionaggio Usa vuole sapere cosa pensi l’opinione pubblica milanese e lombarda del processo di Norimberga, in corso in quell’estate del 1946. L’estensore del rapporto, che si spulcia ogni giorno i quotidiani, è lapidario: «Il disinteresse per questo processo è generale. Il lettore medio italiano si interessa di più del Giro d’Italia».


