Dalla conquista dell’Europa al ruolo di grande delusa del calcio inglese. Il Chelsea sta vivendo una delle fasi più difficili della sua storia recente, con numeri che raccontano una crisi profonda e apparentemente senza via d’uscita. L’ultimo dato è emblematico:sei sconfitte consecutiveche allontanano sempre di più i Blues dalle zone europee. Una situazione impensabile fino a pochi anni fa, quando il club londinese dominava la scena internazionale sotto la guida di Thomas Tuchel, oggi commissario tecnico dell’Inghilterra.
Chelsea, che crisi: tutti i numeri di un fallimento – L’esonero del tecnico tedesco, avvenuto il 7 settembre 2022 con la squadra ancora in corsa per un piazzamento Champions, ha segnato l’inizio di una lunga discesa. Da quel momento, il rendimento del Chelsea è crollato drasticamente: la media punti è passata da 1,94 a 1,26 a partita, trasformando una squadra da vertice in una formazione da metà classifica. Nonostante l’unico acuto rappresentato dalla vittoria del Mondiale per club contro il Paris Saint-Germain, il bilancio complessivo resta estremamente negativo. Nella classifica aggregata di Premier League dal post-Tuchel, il Chelsea occupa addirittura il 12° posto, dietro non solo alle big storiche ma anche a club di livello inferiore.
Panchina ballerina . La continua instabilità tecnica ha aggravato la situazione. Dopo Tuchel, sulla panchina dei Blues si sono alternati Graham Potter, Bruno Saltor, Frank Lampard (in versione ad interim), Mauricio Pochettino e Enzo Maresca. Un turnover continuo che ha impedito qualsiasi forma di continuità tattica e progettuale. Nel frattempo, i numeri peggiori continuano ad accumularsi. La stagione 2022-23 si è chiusa con appena 44 punti,il peggior risultato del club nell’era Premier. Uno dei dati che fotografano perfettamente la dimensione del crollo. Oggi il Chelsea rappresenta un paradosso: una società capace di investire come le grandi potenze europee, ma con risultati da squadra di bassa classifica. Una crisi che, senza un’inversione di rotta netta, rischia di prolungarsi ancora a lungo.
Dopo un mese di aprile caldo e soleggiato, già a partire da questa notte potrebbero arrivare le prime piogge
Dopo tanto sole e giorni di caldo durante il mese di aprile, con picchi di massime abbastanza anomale, arriva a Milano e in Lombardia una fase di instabilità con rovesci e abbassamento delle temperature. Le prime piogge potrebbero arrivare già a partire da questa notte, mentre le giornate più perturbate saranno martedì 5 maggio e mercoledì 6. “Domani si avrà un calo delle temperature massime che passeranno dai 25-26 gradi di questi ultimi giorni a 16-17 gradi”, spiega Samantha Pilati, meteorologa della Fondazione Omd-Osservatorio meteorologico Milano Duomo. Varieranno di poco, invece, le minime. Già nella mattinata di oggi i milanesi hanno avvertito un lieve calo delle temperature, ma domani bisognerà tirare fuori una giacca più pesante.
Per la giornata di mercoledì non si escludono fenomeni a carattere temporalesco, anche di forte intensità, ma non in maniera continuativa. Già nella tarda serata è prevista qualche schiarita e la situazione meteo migliorerà nel corso delle giornate di giovedì e venerdì, in cui dovrebbe tornare il sole e si avrà un nuovo aumento delle massime. Ma il weekend non è fuori pericolo: il tempo sarà variabile, soprattutto domenica. Insomma, dopo un mese di aprile che nel complesso ha regalato giornate di sole e molto calde, più vicine all’estate che alla primavera, ora questo cambio di clima può sembrare più accentuato.
Ma in realtà è assolutamente in linea con la stagione primaverile, caratterizzata da fasi di instabilità. “Per tutta la prima fase di maggio, fino a metà mese circa, la situazione meteo sarà molto variabile”, spiega Pilati. Si verificheranno più piogge rispetto al mese di aprile, in cui il fenomeno temporalesco più significativo si è verificato il 19 aprile, con una grandinata intorno alla mezzanotte e 8,4 millimetri di pioggia caduti. È stato nel mese di marzo, però, che si è verificato l’episodio di maltempo più significativo: nel weekend del 14 e 15 marzo la pioggia e il vento di scirocco hanno colpito Milano e sono caduti rispettivamente 31,8 millimetri di pioggia il sabato e 11,5 la domenica.
I calciatori hanno raggiunto i sostenitori nerazzurri in centro, per partecipare ai festeggiamenti
L’Inter batte il Parma 2-0 a San Siro e vince il 21esimo scudetto della sua storia. Poi, spazio alla grande festa dei tifosi per le vie di Milano: dal Duomo a Piazza Castello, i sostenitori nerazzurri si sono lasciati andare a una lunga notte di festeggiamenti.Tra cori, bandiere e striscioni, a un certo punto sono arrivati a far festa anche i giocatori della squadra, che ci hanno tenuto a salutare i loro tifosi dalla terrazza in Piazza Duomo.
Inter, la festa al Duomo – Da Lautaro a Thuram, passando per Dumfries e Dimarco, gli uomini di Chivu hanno abbracciato la marea nerazzurra piombata in centro per la festa più attesa. Il capitano è uno dei primi a ‘esibirsi‘. Lautaro sorride, urla, canta: “Siamo noi, siamo noi, i campioni dell’Italia siamo noi“.
L’annuncio sui social chiude la parabola dell’ex Virtus, poi al Sassari colpito da un tumore poi da una leucemia contro cui sta ancora lottando: “Ricordatemi per come ero, mi mancherai palla a spicchi”
Achille Polonara lascia il basket. Lo annuncia sui social, lo lascia dopo un tumore da cui si era ripreso tornando in campo, e una leucemia contro cui sta ancora lottandodopo il trapianto (con dieci giorni di coma farmacologico che avevano fattotemere per la sua vita).
Polonara, a 34 anni, sognava di rientrare, di tornare a giocare, di rivivere le emozioni di uno sport, la pallacanestro, che gli ha dato tanto, vincendo uno scudetto in Spagna, uno in Italia, uno in Lituania e uno in Turchia, e a cui ha dato tanto, ovunque, eroe di tutti i canestri d’Europa.
Achille voleva continuare a schiacciare, come ha sempre fatto. Ma questi mesi drammatici hanno pesato troppo: proprio un anno fa durante le finali scudetto con la Virtus gli fu diagnosticata la malattia.
Da lì un percorso lungo e pesantissimo, vissuto con la famiglia accanto, la moglie Erika, che ha sempre ringraziato, e i due figli piccoli, tra la Spagna e Bologna, dove poi ha fatto il trapianto.
Ora ha deciso di smettere e lo scrive così: “Grazie a coaches, compagni, allo staff medico di ogni squadra dove sono stato, per avermi fatto sentire un bravo giocatore e soprattutto un uomo, grazie a chi mi ha insultato nei palazzetti e sui social, siete stati la mia forza. Vorrei che questo momento non arrivasse mai. Ci ho provato riprendendo gli allenamenti individuali ma capisco che è ora di dire basta al basket giocato, perché non sarò più il giocatore di prima e voglio che mi ricordiate per quel che ero. Mi mancherai palla a spicchi”.
Polonara aveva lasciato Bologna per ripartire dalla Sardegna e da Sassari, ma ora ha deciso di fermarsi. Ci sarà tempo per la vita, per i figli, per un futuro oltre il canestro.
La struttura, in costruzione, era vuota: “L’esplosione è stata molto forte, ma i Vigili del Fuoco hanno spento l’incendio”, precisa il sindaco della cittadina. Non ci sono né morti né feriti
Una foto della nube che si è alzata dopo l’incendio a Sant’Agata Bolognese – Pagina Facebook Filctem-Cgil Bologna
Fortissima esplosione in una struttura in costruzione della Si.ste.m di Sant’Agata Bolognese (Bologna), storica azienda che fa parte del gruppo Desa (noto per marchi come Chanteclair, Spuma di Sciampagna, Quasar e Sauber, ndr). Dopo il boato, percepito da diversi cittadini, una nube nera molto alta ed estesa si è alzata dallo stabile. “L’esplosione è stata molto forte, ma i Vigili del Fuoco hanno spento l’incendio. Ho parlato sia con l’ingegnere che con il capo cantiere e confermano che non ci sono né morti né feriti“, ha detto all’AGI il sindaco di Sant’Agata bolognese. “Gli operai avevano finito il loro turno mezz’ora prima dell’esplosione“, ha riferito ancora.
Il sindaco: “Nube non dovrebbe essere tossica” – Il primo cittandino ha poi avvertito che “la nube di fumo sta arrivando nel centro abitato: occorre chiudere le finestre, ma non dovrebbe essere tossica. L’esplosione ha bruciato il tetto che, molto probabilmente, era di polistirolo e catrame, per questo il fumo è nero“. Per quanto riguarda le possibili cause dell’esplosione, una delle ipotesi, a quanto si apprende, è che, dopo aver usato la fiamma ossidrica per scaldare il catrame, qualcuno possa essere andato via prima che si raffreddasse l’apparecchio, lasciandolo ancora caldo e quindi che lo stabile abbia preso fuoco. Ma serviranno ulteriori verifiche per appurare quanto accaduto.
Grazie al successo sul Parma, i nerazzurri di Chivu conquistano matematicamente la vittoria del titolo con tre giornate di anticipo. Un trionfo nato dalle scelte della società, dalla capacità di Chivu di calarsi subito sulla panchina di una big, dalle solite stelle Lautaro, Barella e Dimarco e dalla freschezza di Pio Esposito. E nonostante l’allergia agli scontri diretti…
Lo scudetto numero 21 ha cominciato a nascere nella notte più dolorosa, quella del 31 maggio 2025, a Monaco di Baviera, finale di Champions League: Psg-Inter 5-0. Lì, come ha appena riconosciuto Simone Inzaghi alla Gazzetta, si è avuta la sensazione della fine di un ciclo. Simone ne ha preso atto andandosene, i dirigenti nerazzurri pianificando i cambiamenti, perché non tutte le ferite sono uguali, alcune lasciano traumi. Prima scelta fondante: il nuovo allenatore. Non è stato banale scommettere sul rumeno Cristian Chivu, eroe del Triplete, l’ex guerriero col caschetto. Aveva vinto uno scudetto con l’Inter Primavera (2021) e salvato il Parma, preso a novembre al terz’ultimo posto, ma era pur sempre un giovane allenatore con sole 13 partite di Serie A. Quando ha raccolto 2 sconfitte nelle prime 3 giornate, una casalinga con l’Udinese e una subendo una rimonta negli ultimi 10 minuti in casa della Juventus, molti hanno avuto la sensazione dell’azzardo esagerato.
Fattore Chivu – Invece Chivu ha conquistato presto piena credibilità. È stato intelligente a non cambiare troppo la macchina da gioco di Inzaghi, che ha prodotto un quadriennio di soddisfazioni. Ha accentuato la verticalità della manovra, ma la vera forza dell’Inter è stata ancora una volta l’automatismo delle sue linee di gioco, mandate a memoria da tempo. Come conferma il primato nelle sequenze oltre i 10 passaggi. In nessun’altra squadra il pallone scorre così fluido, difficile trovare altrove associazioni virtuose come quelle tra Alessandro Bastoni e Federico Dimarco nella pregiata fascia sinistra. Il mancato arrivo di Ademola Lookman dall’Atalanta in qualche modo lo ha aiutato, evitandogli quella rieducazione tattica che invece Conte, Allegri, Spalletti e Gasperini hanno dovuto affrontare. Cristian ha potuto contare sull’usato sicuro: 3-5-2. Ma ha legittimato l’investitura con una guida sicura e una solida gestione del gruppo, anche nei momenti critici. Ha mostrato personalità anche nella comunicazione, coraggiosa e valoriale, con perdonabili cadute di coerenza ed esagerato vittimismo verso la critica. Al traguardo, comunque, Chivu può sentirsi uno dei primi protagonisti del titolo e mostrare un paio di medaglie: 5° allenatore nella storia dell’Inter ad aver vinto all’esordio (l’ultimo era stato Mourinho nel 2008-09); primo per percentuali di vittorie (74%), davanti a Conte (68), Inzaghi (66) e Mou (64).
Pio mania – Dopo l’allenatore, bisognava scegliere i giocatori. E anche qui il presidente Beppe Marotta e il suo gruppo di lavoro hanno fatto bene, pur avendo fallito l’assalto a Lookman e a un esterno da dribbling che manca da tempo. Ma il punto cruciale era un altro: nel 2024-25l’Inter ha corso quasi fino in fondo su tre fronti, ma non ha vinto nulla, falciata sul traguardo dalla stanchezza, anche per colpa di rotazioni inaffidabili, specie in attacco. Dai5 gol in campionato di Mehdi Taremi (1) e Marko Arnautovic (4) si è passati agli 11 di Pio Esposito (6) e Ange-Yoan Bonny (5) che hanno offerto un sacrificio fisico e tattico sconosciuto ai predecessori. La freschezza di Pio, la sorpresa più bella, ha contagiato tutti. Petar Sucic, che ha regalato la finale di Coppa Italia chiudendo la rimonta sul Como nella semifinale di ritorno, ha dato il suo contributo. Manuel Akanji, ottima pescata, ha portato personalità, una fisicità che il vecchio Acerbi non poteva più garantire e un notevole contributo all’impostazione, come dimostra un dato: difensore di Serie A con più passaggi positivi. Grazie a rotazioni più affidabili (e alla prematura uscita dalla Champions League…), Chivu ha potuto ammortizzate meglio gli infortuni e i cali delle sue stelle.
Le stelle – Ma sono i soliti noti a occupare la copertina del trionfo, a cominciare da un mostruoso Federico Dimarco: record per la Serie A di assist(17) che, aggiunti ai gol (6), lo portano oltre la produzione di Lautaro (16-4). Nessuno in campionato ha partecipato a 23 gol, nessun difensore nella storia era mai andato oltre quota 20. Nell’esplosione c’entra l’aumento del minutaggio che gli ha concesso Chivu. Lautaro Martinez, il capitano, capocannoniere del torneo (16), è stato ancora una volta trascinante, anche per la sua abilità nel legare il gioco. Senza di lui, media punti e media gol si sono inabissate. Nella storia dell’Inter, solo Giuseppe Meazza e Istvan Nyers hanno allineato 5 stagioni in doppia cifra. Il Toro ha superato i 128 gol di Altobelli e ora, a quota 131, ha davanti solo Nyers (133), Lorenzi (138) e Meazza (197).Solo due stranieri(Nyers, Ibra) hanno chiuso le prime 3 stagioni all’Inter in doppia cifra come Thuram, che è partito forte ed è arrivato ancora più forte, con una pausa in mezzo. Come per Lautaro, c’è un’Inter con e senza Hakan Calhanoglu che, tra l’altro, ha segnato il gol più bello, alla Roma. Il turco, frenato dagli infortuni, ha pilotato l’approdo in porto con la personalità del comandante di lungo corso. È il centrocampista di Serie A con la miglior media-gol: uno ogni 183′. Preziosissimo in sua assenza, ma anche al suo fianco, Zielinski cresciuto tantissimo, anche nei gol: da 2 a 6.Quello alla Juventus al 90′ ha fatto la storia dello scudetto. Imperioso il ritorno nel finale di Nicolò Barella, che ha attraversato un canyon sofferto, ma anche in quel periodo non ha mai negato lotta e corsa. Comunque leader. Come Bastoni, che ha vissuto la stagione più sofferta, tra pasticciaccio Juve e Bosnia, ma specie nella prima parte, ha assicurato il solito apporto di qualità costruttiva e leadership.
I più forti – Unico neo: gli scontri diretti. A parte la rocambolesca vittoria sulla Juve e un pari col Napoli, solo sconfitte contro Milan, Juve e Napoli. Non era mai successo che l’Inter vincesse uno scudetto senza aver battuto la seconda e la terza. Un’imperfezione che non toglie nulla al quadro. Lo strabismo di Venere. L’Inter vanta il miglior attacco (81 gol) e il più alto numero di clean sheet (16). È prima nelle seguenti graduatorie virtuose: tiri in porta, tocchi in area, gol da fuori, da dentro, di testa, da fermo. Una corsa in linea può generare sorprese, una corsa di 38 tappe solo la verità: hanno vinto i più forti.
Malore poco prima di Manchester Utd-Liverpool per Sir Alex Ferguson. La leggenda dei Red Devils, 84 anni, è stato immediatamente trasportato in ospedale in ambulanza per accertamenti.
Un malore ha colpito a Manchester Sir Alex Ferguson, trasportato in ospedale dopo essersi sentito male prima della partita tra Manchester United e Liverpool, a Old Trafford. L’84enne leggendario allenatore dello United, presenza fissa alle partite del club sia in casa che in trasferta, si trovava allo stadio per assistere al match di Premier League tra le due grandi rivali del calcio inglese. Secondo Sky Sports Ferguson non ha mai perso conoscenza e si è sottoposto a controlli precauzionali. Durante i suoi 26 anni alla guida del Manchester United, dal 1986 al suo addio nel 2013, Ferguson ha conquistato 13 titoli di Premier League e 2 Champions League, per un totale di 38 trofei. In seguito, ha ricoperto il ruolo di ambasciatore del club fino al 2025. Nel 2018 aveva avuto un’emorragia cerebrale da cui aveva recuperato.
Traduttore: Google Sir Alex Ferguson è stato portato in ospedale dopo essersi sentito male all’Old Trafford poco prima della partita del Manchester United contro il Liverpool. Fonti vicine alla squadra hanno sottolineato che si è trattato di una misura precauzionale e non di un’emergenza, e Ferguson è stato portato via dallo stadio in ambulanza. I dirigenti del club sono ottimisti e credono che Ferguson sarà presto in grado di tornare a casa.
Fumo e principio di fiamme in un’area non aperta al pubblico. L’operatività dello scalo è sempre rimasta regolare: attivate le procedure di ventilazione
Il rogo si è sviluppato in una zona non aperta al pubblico
Momento di paura, nella tarda mattinata di oggi, allo scalo di Malpensa. I vigili del fuoco sono intervenuti infatti, verso le ore 13, al Terminal 1 dell’aeroporto di Milano per un principio di incendio.Non si sono registrati feriti e intossicati, nonostante l’iniziale paura.
Le squadre dei distaccamenti di Busto Arsizio e Somma Lombardo, con il supporto di due partenze operative interne allo scalo, hanno spento il focolaio causato dal cortocircuito di una centralina telefonica in un tunnel di servizio utilizzato per l’accesso dei fornitori.
L’intervento dei vigili del fuoco – Il fuoco è stato domato in breve tempo, evitando così che questo si propagasse e causasse maggiori danni, compromettendo in qualche modo la struttura.
Successivamente i vigili del fuoco i vigili del fuoco hanno avviato le operazioni di ventilazioneoltre che quelle di messa in sicurezza. La suddetta area quindi non era aperta al pubblico. Anche per questo fortunatamente non si sono registrati feriti e non ci sono state ripercussioni per l’operatività dello scalo che è sempre stata regolare.
In un incidente nel 2001 aveva perso entrambe le gambe. Era diventato uno straordinario atleta paralimpico (8 medaglie d’oro ai Giochi). Il passaggio all’handbike e l’ultimo incidente nel 2020
Alex Zanardi
È scomparso a 59 anni Alex Zanardi: ex pilota automobilistico (44 gare in F.1), straordinario atleta paralimpico, dopo che in un incidente in pista nel 2001 perde entrambe le gambe, esempio di resistenza e amore per la vita. Il 19 giugno 2020, durante una staffetta di beneficenza in handbike rimane coinvolto in un incidente vicino a Pienza. Torna a casa nel 2021.
L’infanzia e i motori – Talento e carattere, fin da bambino. Nato a Bologna nell’ottobre del 1966, Alessandro Zanardi è cresciuto in un contesto umile, da mamma Anna, sarta, e da papà Dino, idraulico. Ancora piccolissimo si trasferisce con la famiglia a Castel Maggiore, dove cresce appassionato di Formula 1 in una terra di motori e velocità. Una passione inizialmente osteggiata dalla famiglia, soprattutto dopo la scomparsa della sorella maggiore Cristina, morta nel 1979 a causa di un incidente d’auto. Nella vita di Alessandro, per tutti Alex, i motori erano però già qualcosa di più di un interesse che poteva essere fermato: erano una direzione. La sua. Il primo mezzo arrivò relativamente tardi, soprattutto se confrontato con i tempi sempre più veloci del motorsport moderno: a quattordici anni papà Dino gli regalò un kart con cui Alex iniziò a divertirsi con gli amici, esordendo in una prima corsa professionistica nel 1980 a Vado. La prima partecipazione a un campionato nazionale, nella categoria 100cc, fu nel 1982: poche risorse, il padre nel ruolo di meccanico e i primi, promettenti, risultati. Il passaggio decisivo nella sua carriera arrivò nel 1988, con il debutto nella Formula 3 italiana al volante di una Dallara-Alfa Romeo: sono anni in salita, fatti di crescita, di delusioni ma anche di primi successi. Nel 1991 il passaggio nella Formula 3000, un altro passo verso le apre le porte della Formula 1, che varcò con il primo test al volante di una monoposto Footwork Arrows. Da quel momento nel cose, come spesso succede nel motorsport, iniziarono a muoversi sempre più velocemente: sempre nel 1991 con la scuderia Jordan, al Gran Premio di Spagna, Zanardi debuttò in F1 sostituendo il pilota Roberto Moreno nel terzultimo appuntamento del campionato. La sua carriera in Formula 1 proseguì per altre tre stagioni: con Minardi nel 1992, con Lotus nel 1993 e 1994. Il suo miglior risultato fu un sesto posto ottenuto con la Lotus nel 93 e in totale disputò 44 Gran Premi. Rimasto senza contratto nel 1995, Zanardi si appassionò velocemente alle corse americane e debuttò nel 1996 nel campionato CART (l’attuale Indycar) ottenendo fin da subito grandi risultati con la vittoria di due titoli consecutivi nel 1997 e 1998. Nel 1999 torna in Formula 1 con la Williams ma la stagione, fin da subito difficile per l’italiano, sarà la sua ultima nella massima serie prima del ritorno nelle gare americane.
La seconda vita – È nel 2001 che Zanardi fa così l’atteso ritorno nella categoria CART, in un anno destinato a cambiare per sempre la sua vita. 15 settembre 2001 Lausitzring, Germania: Partito dalle retrovie, Zanardi costruisce una rimonta costante, superando avversari giro dopo giro fino a portarsi in testa alla gara. A tredici giri dalla fine, subito dopo l’ultima sosta ai box la vettura perde aderenza, tradita da liquidi in pista, e diventa incontrollabile. La monoposto si gira di colpo, attraversa la carreggiata e resta esposta proprio mentre sopraggiungono a piena velocità Patrick Carpentier e Alex Tagliani. Il primo riesce a evitare l’impatto, il secondo non ha spazio per farlo. L’urto è devastante: la vettura di Tagliani colpisce quella di Zanardi nella zona anteriore, nel punto più vulnerabile. La forza dell’impatto è tale da spezzare letteralmente in due la monoposto. Rimane in coma farmacologico per quattro giorni e condizioni, subito apparse disperate, lo portano a ricevere l’estrema unzione. In corpo, dopo l’incidente, gli era rimasto solo un litro di sangue rispetto ai cinque di un uomo adulto. Ma la storia di Alex era ancora tutta da scrivere: migliora di giorno in giorno, sorprendendo gli stessi medici, affrontando quindici operazioni con coraggio e forza d’animo. La prova più dura però è accettare la doppia amputazione alle gambe, immagine evidente di una vita destinata a cambiare per sempre. Per Zanardi iniziò così una dura fase di riabilitazione che non spense, neanche per un secondo, la sua passione per lo sport, la velocità e i motori: nel 2003 tornò nel circuito tedesco nel quale due anni prima era stato vittima del terribile incidente, per ripercorrere simbolicamente i restanti 13 giri della gara del 2001 a bordo di una vettura appositamente modificata. Negli anni successivi continuò a correre tra Gran Turismo e WTCC.
I successi paralimpici – “L’incidente mi ha dato modo di fare cose che forse in un’altra vita non avrei mai avuto l’occasione di provare”. Con questo spirito Zanardi ha affrontato la sua seconda vita, lanciandosi in una carriera straordinaria nell’handbike e trasformandosi rapidamente in uno degli atleti di riferimento a livello mondiale. Il debutto arriva nel 2007 con la maratona di New York, chiusa con un sorprendente quarto posto, risultato che segna l’inizio di un percorso agonistico del tutto nuovo. Da quel momento la progressione è costante: nel 2010 conquista il titolo italiano su strada, mentre nel 2011 si mette in evidenza ai Mondiali di Roskilde con un argento nella cronometro e un quinto posto nella prova in linea. Sempre nel 2011 arriva uno dei momenti simbolici della sua nuova carriera: la vittoria alla maratona di New York, accompagnata dal record di categoria. Pochi mesi dopo si ripete a Roma, dove non solo vince ma stabilisce anche il primato del percorso. Il 2012 rappresenta l’apice della sua parabola paralimpica. Ai Giochi di Londra conquista tre medaglie: due ori, nella cronometro e nella prova su strada, e un argento nella staffetta mista. Negli anni successivi continua a dominare la scena internazionale: tra Coppe del Mondo e Mondiali, raccoglie titoli sia a cronometro sia nelle prove su strada, spesso affiancato dai compagni di squadra nella staffetta mista. Nel 2016 si ripete alle Olimpiadi di Rio: due medaglie d’oro e un argento, a cinquant’anni, dando ancora una volta prova del suo infinito spirito di adattamento, della sua forza e di un carattere che – per sua stessa ammissione – gli ha permesso di ricominciare davanti a qualsiasi sfida.
Il buio – Il destino però, con quel ragazzo di Castel Maggiore, sembrava non aver ancora finito. Il 19 giugno 2020, durante una staffetta benefica in handbike organizzata a sostegno della lotta contro il Coronavirus, rimase coinvolto in un nuovo drammatico incidente: nei pressi di Pienza, lungo la SS146, perse il controllo del mezzo e si scontrò con un camion che proveniva dalla direzione opposta. Trasportato d’urgenza al policlinico Le Scotte di Siena, fu sottoposto a un complesso intervento neurochirurgico e maxillo-facciale. Le sue condizioni apparvero da subito critiche, con ricovero in terapia intensiva e prognosi riservata. Nei giorni successivi venne operato altre tre volte e, il 21 luglio, fu trasferito in un centro specializzato di Lecco per iniziare il percorso riabilitativo. Il 24 luglio, però, a causa di alcune complicazioni, dovette essere nuovamente riportato in terapia intensiva, questa volta all’ospedale San Raffaele di Milano. Le condizioni, in lento miglioramento, portano i medici a decidere a novembre dello stesso anno per un primo trasferimento all’Azienda Ospedaliera di Padova, dove nel gennaio 2021 riacquista la coscienza. A dicembre dello stesso anno può fare ritorno a casa, al fianco della moglie Daniela e del figlio Niccolò. È lì che ha trascorso, al fianco dell’affetto dei più cari, gli ultimi anni, in un silenzio mediatico che ha sempre indicato le gravi e precarie condizioni di salute. L’ennesima sfida di una vita piena di tempeste, che Zanardi ha affrontato con coraggio e forza. Fino alla fine.
La decisione nella notte quando le fiamme sono state spinte a valle dal vento: 3500 persone in cerca di una sistemazione
Notte di paura e mobilitazione senza precedenti sui Monti Pisani, dove l’incendio divampato tre giorni fa tra Lucca e Pisa ha assunto proporzioni drammatiche. Le fiamme, dopo aver scollinato il monte Faeta, sono scese rapidamente verso l’abitato di Asciano, spinte daforti raffiche di vento che hanno reso vana, nelle ultime ore, la barriera protettiva dei soccorsi.
Il bilancio ambientale è pesantissimo: sono già 400 gli ettari di bosco andati in fumo. Ma è l’emergenza civile a segnare il punto di massima criticità. Nel cuore della notte, il sindaco di San Giuliano Matteo Cecchelli ha firmato un’ordinanza contingibile e urgente disponendo l’evacuazione totale della frazione di Asciano fino alla strada provinciale 30 Lungomonte. Una misura che coinvolge circa3500 persone, invitate a trovare sistemazioni autonome presso parenti o amici o, in alternativa, a rivolgersi alle strutture allestite dal Comune.
La macchina dei soccorsi è imponente. Sul versante di Asciano operano 48 vigili del fuoco con 19 mezzi, supportati da squadre dell’Esercito, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato per gestire l’esodo della popolazione. Dalle prime luci dell’alba sono ripresi i lanci dall’alto con un elicottero regionale e tre Canadair giunti da Ciampino e Genova.
Per l’accoglienza sono stati attivati due poli strategici: la palestra di Ghezzano, dove sono già ospitate un centinaio di persone, e la palestra della scuola Verdigi di Pappiana, attrezzata specificamente per i soggetti fragili con assistenza medica dedicata.
Il Centro operativo comunale (Coc) resta attivo h24 al numero 050.819299 per gestire le segnalazioni di persone non autosufficienti e coordinare gli spostamenti in sicurezza. L’invito categorico alla cittadinanza resta quello di limitare l’uso dei mezzi privati per non intralciare il transito dei veicoli di emergenza.
Incendio sul monte Faeta, le fiamme minacciano le abitazioni: famiglie evacuate(Fotoservizio Andrea Vignali / Del Punta)
Anche 23 italiani. Condanna di Ue e Turchia, per Netanyahu ‘sostengono Hamas’. Gli Usa condannano la Flotilla e minacciano chi la sosterrà
Flotilla
Un braccio di ferro che si ripete a distanza di mesi, senza però riuscire a scalfire nessuna delle posizioni in campo.
La Global Sumud Flotilla, composta da oltre 50 navi salpate da diversi porti europei nel tentativo di raggiungere Gaza per distribuire aiuti umanitari, è stata intercettata dalle forze di Israele che, al contrario, considera “legittimo” il blocco imposto alla Striscia dal 2007 e definisce “complici di Hamas” gli attivisti a bordo.
L’arrembaggio della Marina militare israeliana è avvenuto in piena notte in acque internazionali al largo di Creta, tra le 70 e le 120 miglia dalle coste di Israele: 22 imbarcazioni delle 58 in rotta per Gaza sono state intercettate e 175 attivisti di diverse nazionalità – tra cui 23 italiani – sono stati fermati e trasferiti a bordo di una nave militare israeliana. Inizialmente per essere condotti ad Ashdod ed essere poi espulsi nel giro di 24 ore.
Fino al dietrofront israeliano: “In coordinamento con il governo di Atene“, i partecipanti della Flotilla fermati vengono fatti sbarcare in Grecia, nel porto di Ierapetra sull’isola di Creta. “Missione portata a termine con successo” per il premier Benyamin Netanyahu che ha ironizzato: “Continueranno a vedere Gaza su Youtube“.
Nonostante l’esito inaspettato e meno muscolare del previsto, la vicenda, come le due precedenti di luglio e ottobre 2025, ha suscitato dure reazioni internazionali. A cominciare dalla Turchia – che nel 2010 perse 8 propri concittadini a bordo della prima Gaza Freedom Flotilla, rompendo per anni le relazioni con Israele – che ha denunciato “un atto di pirateria” e chiesto alla comunità internazionale di “adottare una posizione unitaria contro questa azione illecita“. L’Unione europea ha invitato Israele al rispetto del diritto internazionale, “compreso il diritto umanitario e quello marittimo, che – precisa – è molto chiaro”.
Anche la premier Giorgia Meloni ha condannato “il sequestro delle imbarcazioni” sollecitando “l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati“. Italia e Germania hanno inoltre diffuso una dichiarazione congiunta chiedendo, oltre al rispetto del diritto internazionale, anche di “astenersi da azioni irresponsabili“, e ricordando come sia Roma che Berlino siano già impegnate a fornire aiuti umanitari a Gaza. La Spagna, che conta una trentina di connazionali tra i fermati, ha convocato l‘incaricata d’affari israeliana a Madrid (i due Paesi hanno richiamato i loro reciproci ambasciatori per lo scontro politico scoppiato con la guerra nella Striscia) per esprimere “la più energica condanna“, mentre Parigi ha sottolineato “la priorità assoluta della sicurezza” dei suoi 15 concittadini, tra cui una consigliera comunale di Parigi del partito comunista.
Ma per Israele “l’intervento tempestivo” – contro quella che ha ribattezzato la “Condom Flotilla” per i preservativi trovati a bordo – si è reso “indispensabile” per “prevenire un’escalation ed evitare frizioni e violenze“. Rispondendo alle critiche di Ue e Italia, il ministero degli Esteri ha accusato inoltre “questa specifica flottiglia” di aver “tentato attivamente di bloccare una nave mercantile israeliana“. E ha puntato il dito contro “provocatori professionisti” mossi da Hamas “con l’obiettivo di sabotare la transizione alla seconda fase del piano di pace di Trump” per Gaza, tuttora in stallo, e cioè il disarmo della fazione islamica palestinese e la ricostruzione della Striscia.
Lo stesso Board of Peace, che di quel piano rappresenta il pilastro, ha riferito su X che, dalla tregua entrata in vigore a ottobre scorso, è “aumentato in modo significativo il sostegno alla popolazione di Gaza: gli aiuti alimentari raggiungono tre volte più persone di prima“. Con un attacco agli attivisti: “Non sanno nulla e si preoccupano ancora meno delle condizioni dei gazawi. È disgustoso speculare sulla miseria delle persone per accrescere i vostri profili sui social“.
Il dipartimento di Stato Usa ha condannato fermamente la “flottiglia di Gaza“ intercettata dall‘esercito israeliano al largo di Creta, definendola un’iniziativa filo Hamas e “controproducente“, e valuteranno “l’impiego degli strumenti a disposizione per imporre conseguenze a coloro che le forniscono sostegno“, appoggiando “le azioni legali intraprese dai nostri alleati contro di essa“. Washington si aspetta “che tutti i nostri alleati intraprendano azioni decise contro questa insensata trovata politica, negando l’accesso ai porti, l’attracco, la partenza e il rifornimento alle imbarcazioni che partecipano alla flottiglia“.
Global Sumud Flotilla diffonde video con soldato che sale a bordo – La Global Sumud Flotilla ha diffuso nella notte tramite il suo canale Telegram un video che sembra mostrare l’abbordaggio di una delle barche da parte della Marina israeliana. Nel video – che porta l’indicazione delle 2:01 di notte – si vede l’equipaggio di una delle barche con le mani alzate o sopra la testa. Da fuori campo si sente gridare degli ordini, in lingua inglese: “Quanti siete a bordo? Nessuno si muova“. L’equipaggio non risponde, qualcuno riprende con il telefonino. Negli ultimi secondi del video si vede un militare armato che, dalla destra dell’inquadratura, sale a bordo.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha aperto le celebrazioni della Festa del Lavoro 2026 con una visita allo stabilimento Piaggio di Pontedera (PI), uno dei simboli della creatività e dell’operosità italiana.
La scelta di celebrare il 1° maggio nei luoghi rappresentativi del lavoro in Italia, rinnovata anche quest’anno, si inserisce in una consuetudine ormai consolidata, avviata dallo stesso Presidente a Reggio Emilia nel 2023 e proseguita a Cosenza nel 2024 e a Latina nel 2025.
Al suo arrivo, il Capo dello Stato è stato accolto da Matteo Colaninno e Michele Colaninno, rispettivamente Presidente esecutivo e Amministratore delegato del Gruppo Piaggio S.p.A.
Insieme a loro, ha visitato l’officina della fabbrica, cuore storico del Gruppo, osservando le linee di montaggio e le fasi di assemblaggio degli scooter, tra cui la Vespa, che quest’anno compie 80 anni. Il percorso si è poi concluso con la visita al Museo Piaggio.
Successivamente, nell’Auditorium del Museo, alla presenza delle autorità locali, il Presidente ha preso parte all’evento celebrativo del 1° maggio 2026, aperto con l’esecuzione dell’Inno nazionale.
Nel corso dei lavori sono intervenuti Andrea Madonna, Presidente dell’Unione Industriale Pisana, il Presidente Matteo Colaninno, Pamela Vanni, Rappresentante dei lavoratori dello Stabilimento Piaggio, e Marina Elvira Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.
L’intervento conclusivo è stato affidato al Presidente della Repubblica.
Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro. Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.
Per Pontedera questa è stata la seconda visita di Mattarella: il Capo dello Stato era già stato in città nel 2018, in occasione delle celebrazioni per il 40° anniversario della scomparsa del Presidente emerito Giovanni Gronchi.
Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Celebrazione della Festa del Lavoro e della visita alla Piaggio di Pontedera
Rivolgo il saluto più cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.
Un augurio particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di creatività.
Un esempio di connessione tra conoscenza e produttività.
In queste contrade viene da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.
Siamo a Pontedera per celebrare, oggi – con la presenza del Ministro del lavoro – il lavoro italiano, fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della nostra vita democratica.
Ringrazio la Ministra del Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le riflessioni che ci hanno proposto.
Domani, Primo maggio, è la festa dei lavoratori di tutto il mondo.
È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.
Anticiparne la celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.
Ne sono espressione gli scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.
Piaggio, con la Vespa, e Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello che persiste.
La Vespa è, tutt’ora, nel mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.
Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro.
Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.
Domande e bisogni segnano le fisionomie delle società.
La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.
Il lavoro è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione.
La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.
La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.
L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.
Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.
Il lavoro è presidio della società.
È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità.
È dignità.
È strumento di partecipazione, di costruzione.
L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.
È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica – di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno – fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza – finalmente conquistate – un contenuto più forte e impegnativo.
Per sottolineare che la Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.
Fu una scelta coraggiosa e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.
Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase” della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed economica”.
Questo compito appartiene alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi, legittimi, indirizzi politici.
L’industria è pilastro per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura del 15%.
Seconda in Europa, ottava nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.
Per essere attori, e non piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto retrovisore ma occorre guardare avanti.
Ci deve guidare la capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.
Pesano le fragilità dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le guerre.
Per produttività e capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita.
È una consapevolezza diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in Unione Europea.
È tempo di visione. Non di misure di corto respiro.
È tempo di procedere, con coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.
Nel frattempo siamo chiamati a fare la nostra parte.
Potremmo intendere i punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla società e all’economia italiana.
Certamente la prima di queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.
L’occupazione femminile in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita.
L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.
Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro.
Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza.
Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore – insomma lavoratori autonomi senza autonomia – scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.
Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.
Sono più di quelli che vengono in Italia.
Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita.
Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere.
Il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.
In questo ambito si colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.
Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.
Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.
Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno.
Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.
La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.
Imprenditori, lavoratori, istituzioni, società.
Sono le cronache a intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.
Deve migliorare l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.
Le imprese italiane che fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.
E costituiscono un traino.
A rafforzare il modello contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.
Le fabbriche, i lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella costruzione – dopo la guerra – della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti, nel welfare, nella civiltà.
Un Paese forte, in cui vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.
La coesione sociale richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa convivenza.
Le parti sociali – sindacati, imprese, associazioni – sono chiamate a contribuirvi con i loro valori.
Il dialogo sociale non deve mai interrompersi.
Le fabbriche, con la loro inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.
Oggi sono – siamo – a confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.
Ebbene proprio a un territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel 1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole ad alta dignità.
E fu la cultura politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita “civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.
È oggi una nuova frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che ispirano la nostra comunità.
Alle confederazioni Cgil, Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.
L’organizzazione sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.
Rivolgo un saluto a tutti i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.
Un saluto speciale ai giovani che si ritroveranno a Roma – come ormai è consuetudine – nel concertone di piazza San Giovanni.
Buona festa del lavoro, ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.