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Morto Marco Diana, l’ex maresciallo sardo simbolo della lotta all’uranio impoverito


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articolo: https://www.corriere.it/cronache/20_ottobre_07/morto-marco-diana-l-ex-maresciallo-sardo-simbolo-lotta-all-uranio-impoverito-951a4486-08d6-11eb-ab0e-c425b38361b4.shtml?fbclid=IwAR1tsouzCNjVVlNp85qjLFU6zwsaQ3dj-NHsEAH6L0kCR0Yp0-6gqBisvhM

Il sottufficiale dell’Esercito in pensione, era ammalato da tempo. Per curarsi dovette vendere la casa. Pubblicò un video in cui diceva: «Lo Stato mi ha abbandonato» e per questo fu denunciato per vilipendio alla bandiera. In venti anni quasi 400 morti

È morto oggi — mercoledì — a 50 anni dopo aver combattuto prima come militare in Somalia e Kosovo e poi contro la malattia contratta proprio nei teatri di guerra, ma soprattutto contro chi non voleva accettare che quel male fosse stato provocato dall’uranio impoverito. Era ricoverato al Policlinico di Monserrato da un paio di giorni Marco Diana, l’ex maresciallo dell’Esercito di Villamassargia, nel Sulcis, che per anni è stato al centro di una battaglia estenuante. Parliamo delle conseguenze dell’«U238», il materiale con cui si fanno i proiettili di artiglieria che perfora le corazze dei tank. Ma che sviluppa temperature così alte che nebulizza i metalli, creando particelle che se inalate o ingerite possono causare forme tumorali. Da vent’anni i reduci dalle missioni Nato in Afghanistan, Bosnia, Kosovo e Iraq si ammalano per le conseguenze dell’uso di questo tipo di arma. I morti sono circa 400. Tra loro, appunto, Marco Diana.

 

Tumore al sistema linfatico – Alcuni anni dopo le missioni all’estero al sottufficiale era stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico e successivamente gli venne riconosciuta la causa di servizio e quindi la pensione, ma prima di ottenere il risarcimento ha dovuto combattere a lungo contro la burocrazia e contro quello Stato che, secondo lui, l’aveva abbandonato.

Annunciò la vendita della casa – Nel 2013 dalla sua pagina Facebook aveva annunciato di dover vendere la casa per pagarsi le cure, un appello-denuncia che fece il giro d’Italia. Questa sera su quella stessa pagina Facebook, appena si è sparsa la notizia della sua morte, sono comparsi decine e decine di messaggi di amici, parenti ma anche di tante altre persone che hanno voluto salutarlo per l’ultima volta.

Denunciato per vilipendioUna storia surreale, quella di Diana. Dopo aver ottenuto un risarcimento — sono a decine le condanne per il ministero della Difesa — per la malattia, venne denunciato con la sorella per vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate e tentata truffa in concorso. All’origine della denuncia ci fu il suo rifiuto di sottoporsi a visita medica al Dipartimento militare di medicina legale di Cagliari. L’ex soldato, infatti, aveva chiesto un rimborso di 20 mila euro per i farmaci. La Direzione generale della previdenza militare e della leva, per concedere il rimborso, aveva però chiesto a Diana di sottoporsi a una nuova visita medica. Diana pubblicò sul web un video, dal titolo «Io sono vivo», nel quale affermava che le istituzioni militari e civili lo avevano abbandonato.

Operai salgono sul tetto per protesta: “Non ci pagano lo stipendio”


articolo: https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/10/02/news/operai_in_protesta_su_tetto_alla_periferia_di_milano-269184842/

Quattro uomini sono su un edificio in via Galileo Ferraris 1, alla periferia Nord di Milano: sul posto polizia, vigili del fuoco e personale del 118

Milano, 02 ottobre 2020 – Quattro operai sono saliti sul tetto di un palazzo in via Galileo Ferraris 1, alla periferia Nord di Milano, per protestare contro il mancato pagamento dello stipendio da parte della ditta subappaltatrice dei lavori. Sul posto sono arrivati la polizia, i vigili del fuoco e il personale del 118

Lavoratore agricolo picchiato dal caporale


Lavoratore agricolo picchiato dal caporale: aveva minacciato di denunciarlo perché sottopagato

articolo: https://video.repubblica.it/edizione/roma/lavoratore-agricolo-picchiato-dal-caporale-aveva-minacciato-di-denunciarlo-perche-sottopagato/367707/368288?ref=RHPPLF-VU-I257343052-C8-P4-S1.4-T1

Ennesima denuncia della Uila, il sindacato dei lavoratori agricoli, per un caso di maltrattamenti da parte di un caporale nei confronti di un lavoratore di origine indiana nelle campagne laziali. L’episodio, che il sindacato documenta con questo video che la vittima è riuscita a girare dal proprio cellulare, risale ai primi di settembre. Il lavoratore, da due anni alle dipendenze di una grossa azienda di Aprilia, va a riscuotere il compenso concordato per il suo lavoro: 200 euro. Ma il datore lo incolpa di non aver fatto crescere bene le piante e per questo gli addebita il costo dei semi e gli dà solo 80 euro. Il lavoratore insiste per avere quanto pattuito e quando minaccia di andare dai carabinieri riceve un pugno in testa. L’uomo va al pronto soccorso, dove gli viene data una prognosi di cinque giorni. Uscito dall’ospedale va a fare la denuncia del suo datore, attraverso il sindacato.

20 maggio 1970 – 50 anni fa viene approvato lo statuto dei lavoratori


artiolo: https://www.facebook.com/photo/?fbid=10158279272242530&set=a.284654007529

Il 20 maggio del 1970, al termine di una stagione di mobilitazioni sindacali e riforme politiche, in un’Italia ancora scossa dal cosiddetto “Autunno caldo”, viene approvata la legge n. 300 dal titolo “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Il provvedimento passato alla storia come “Statuto dei Lavoratori” fu realizzato grazie all’intenso lavoro di uno staff di giuslavoristi, sindacalisti e altri esperti guidati da Gino Giugni. Alla base vi era il desiderio di ridisegnare l’attività lavorativa su un nuovo rapporto tra dipendente e datore, basato non più sulla subordinazione, ma sulla collaborazione, con il riconoscimento di tutele prima di allora inesistenti (nella foto Ansa, una manifestazione a favore dello Statuto dei lavoratori negli anni Settanta). 

LEGGE 20 maggio 1970, n. 300  premeri il Link qui sotto:

https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1970-05-27&atto.codiceRedazionale=070U0300&elenco30giorni=false

Rider, l’inchiesta di Report: i trentamila che pedalano nella terra di mezzo


articolo: https://www.repubblica.it/economia/2019/11/11/news/rider_anticipazione_inchiesta_report-240805472/?ref=RHRS-BH-I240821569-C6-P4-S1.6-T1

Sulla carta sembra un sistema meritocratico (e sicuramente efficiente per le imprese), nella pratica rischia di trasformarsi in un inferno per i lavoratori. “Loro” sono i rider, i ragazzi che consegnano il cibo a domicilio (ma ora anche la spesa fatta al supermercato); che qualche volta ragazzi non sono più, ma cinquantenni che hanno perso il lavoro e non riescono a ricollocarsi. Una terra di mezzo fatta di poche garanzie e tanti doveri, su cui alza il velo la puntata di Report in onda stasera su Rai3. In Italia sono ormai 30 mila i rider che sfrecciano per le strade, per un business stimato in 566 milioni di euro, su 35 miliardi di dollari (31,76 milioni di euro) in tutto il mondo. Le previsioni parlano di volumi decuplicati nel 2030. continua a leggere

Negramaro, grave il chitarrista Emanuele Spedicato colpito da emorragia


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articolo: http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/musica/2018/09/17/emanuele-spedicato-chitarrista-dei-negramaro-colpito-da-emorragia_bb34d1b7-06f5-4019-9b2e-499f0f569cfa.html

Emanuele Spedicato

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Ore di ansia per i Negramaro: Emanuele Spedicato, 38 anni, il chitarrista della band salentina, è stato ricoverato in gravi condizioni nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce in seguito ad un’emorragia cerebrale. Secondo quanto si apprende, Lele, come viene chiamato, si sarebbe sentito male nella sua abitazione in Salento. continua a leggere

Buon compleanno, Nicoletta!


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Patty Pravo, nome d’arte di Nicoletta Strambelli (Venezia, 9 aprile 1948), è una cantante italiana.

Buon compleanno a Patty Pravo: da oltre 50 anni firma i più grandi successi della musica italiana 

È una dei 7 cantanti italiani che ha superato il tetto dei cento milioni di copie vendute: basti pensare che il singolo La bambola ha venduto da solo, nelle sue multiple versioni, 40 milioni di copie –

Patty Pravo “Non vivo del passato, non conosco la nostalgia. I ricordi mi mettono allegria, naturalmente non tutti, perché aumentano la consapevolezza di aver vissuto un’epoca irripetibile e, forse, questo è il motivo per cui tutti noi di quella generazione siamo un po’ irripetibili”. 

Patty Pravo – …E dimmi che non vuoi morire (Sanremo 1997)

10/02/2016 Cieli Immensi 

Patty Pravo – Una Donna Da Sognare

Patty Pravo – Non andare via – Ne me quitte pas

Licenziati gli operai Innse …………..


Licenziati gli operai Innse che salirono sul carroponte: “Pronti a lottare ancora”

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Fonte: http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/innse-operai-carroponte-1.3001860

Finale amaro a otto anni dalla clamorosa protesta durata nove giorni.

Milano, 30 marzo 2017 – Due operai che salirono sul carroponte licenziati, macchinari fermi e presidio permanente fuori dai cancelli. Mesi segnati dall’incertezza sul futuro della Innse di Milano, l’azienda metalmeccanica in via Rubattino, uno dei pochi simboli rimasti della storia industriale della città. Quasi otto anni dopo la protesta di quattro operai, che nell’agosto del 2009 trascorsero nove giorni sopra una piattaforma per salvare l’azienda dalla chiusura, la favola si scontra con la realtà. Massimo Merlo, 61 anni, uno dei reduci del carroponte, è pronto a “combattere fino all’ultimo”  nella fabbrica dove ha lavorato per 40 anni.

MILANO – INNSE CAMOZZI LICENZIA. I LAVORATORI CHIEDONO INTERVENTO DEL PREFETTO
Secondo giorno di presidio degli operai della INNSE, fabbrica molto nota nell’estate del 2009 per la dura lotta condotta da alcuni di loro saliti sul carroponte .

Il 13 agosto 2009 siete scesi dal carroponte e la Innse è stata rilevata dal Gruppo Camozzi. Gli impegni sono stati rispettati?

“All’inizio non ci sono stati problemi, poi nel 2016 la proprietà ha chiesto e ottenuto la cassa integrazione. Nel 2009 eravamo 48 operai, adesso siamo rimasti in 26 e la produzione è ferma”.

L’accordo proposto dalla Fiom è stato bocciato.

“Camozzi aveva promesso l’assunzione di sette giovani e l’acquisto di macchinari nuovi, ma noi non ci siamo fidati. Il 28 febbraio è scaduta la cassa integrazione. Io, rappresentante sindacale, sono stato licenziato. Altri tre dipendenti, tra cui Vincenzo Acerenza, anche lui sul carroponte nel 2009, hanno ricevuto le lettere di licenziamento“.

Con quali motivazioni?

Hanno trovato pretesti per eliminare i lavoratori più combattivi. Abbiamo scioperato per 11 giorni, adesso c’è un presidio permanente fuori dai cancelli. Ci siamo mobilitati con la Prefettura. Siamo stati denunciati per violazione della proprietà privata, per le assemblee organizzate all’interno dell’azienda, e abbiamo ricevuto 38 provvedimenti disciplinari. Le udienze al Tribunale del Lavoro sono ancora in corso“.

Come mai la produzione è ferma?

All’azienda in questo momento non interessa produrre a Milano. Tre macchinari sono stati portati nel Bresciano, dove si trova la sede principale del Gruppo, che un anno fa ha aperto anche una fabbrica in Serbia“.

Siete pronti a risalire sul carroponte?

“È impossibile perché l’area è presidiata da guardie giurate, però non possiamo darla vinta e siamo pronti a combattere fino all’ultimo”.

La vostra esperienza ha fatto scuola in diverse altre fabbriche in crisi. Che cosa rimane otto anni dopo?

“Si è creato un gruppo coeso e consapevole dei propri diritti. C’è un legame tra gli operai che in altre aziende non esiste più, e forse siamo stati un esempio”.

Pubblicato il 29 nov 2016 – MILANO – LAVORATORI IN SCIOPERO CONTRO LO SMONTAGGIO DEI MACCHINARI

Amianto: pm, condannare ex manager Breda


Chieste pene da 2 anni a 4 anni e 11 mesi in processo a Milano

Fonte:http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2017/03/17/amianto-pm-condannare-ex-manager-breda_186667b1-7de0-4edc-9422-b938734fe9f5.html

MILANO, 17 MAR – Il pm di Milano Nicola Balice ha chiesto che vengano condannati, con pene da due anni a quattro anni e undici mesi di reclusione, gli otto ex amministratori della Breda Termomeccanica-Ansaldo, accusati di omicidio colposo per la morte di una decina di operai causata, secondo l’accusa, dall’ esposizione all’amianto nello stabilimento milanese di viale Sarca tra gli anni ’70 e il 1985. Nella sua lunga requisitoria, che ha richiesto tre udienze, il pm ha parlato di condotte “gravemente colpose” da parte degli imputati, che “sapevano di mettere a rischio i lavoratori” e che “se ne sono infischiati fino al 1985” delle norme sull’amianto.
    “La Corte che dovrà riflettere molto prima di emettere una sentenza di condanna, pensi attentamente anche alle vittime dell’ amianto”, ha detto Laura Mara, avvocato di Medicina Democratica, Aiea e del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio, associazioni parti civili nel processo.

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Thyssen: Cassazione conferma condanne per i sei imputati


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PER NON DIMENTICARE……………………….

Nella notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 sette operai dello stabilimento di Torino muoiono investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione che aveva preso fuoco. I loro nomi erano: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino.

5 dicembre 2007 – Fiamme nell’acciaierie della ThyssenKrupp, a Torino. 7 operai sono morti investiti da un incendio provocato dalla fuoriuscita di olio idraulico Gli operai si trasformano in torce umane, l’ultima delle vittime muore dopo 24 giorni di agonia. E’ il piu’ grave incidente degli ultimi anni.

La Cassazione ha confermato le condanne dell’appello bis nei confronti dei sei imputati per il rogo alla Thyssen nel quale, nel dicembre 2007, morirono 7 operai.

 Harald Espenhahn – amm. delegato – 9 anni e 8 mesi

Marco Pucci –  Manager – 6 anni e 3 mesi

Gerald Priegnitz – Manager – 6 anni e 3 mesi

Daniele Moroni – Dirigente – 7 anni e 6 mesi

Raffaele Salerno – Dirigente – 7 anni e 2 mesi

Cosimo Cafueri  – Dirigente – 6 anni e 8 mesi

Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp ha versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie dei sette operai uccisi, e queste si sono impegnate a non costituirsi parte civile.

I processi:

15 aprile 2011 – Corte d’assise di Torino –

Il 15 aprile 2011 la Corte d’assise di Torino, sezione seconda, ha confermato i capi d’imputazione a carico di Herald Espenhahn, amministratore delegato della società “THYSSENKRUPP Acciai Speciali Terni s.p.a.”, condannandolo a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Altri cinque manager dell’azienda (Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Daniele Moroni, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri) sono stati condannati a pene che vanno da 13 anni e 6 mesi a 10 anni e 10 mesi.

28 Febbaio 2013Corte d’assisi d’appello

Il 28 febbraio 2013 la Corte d’assise d’appello modifica il giudizio di primo grado, non riconoscendo l’omicidio volontario, ma l’omicidio colposo, riducendo anche le pene ai manager dell’azienda: 10 anni a Herald Espenhahn, 7 anni per Gerald Priegnitz e Marco Pucci, 8 anni per Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, 9 per Daniele Moroni.

24 aprile 2014 – Suprema Corte di Cassazione

Nella notte del 24 aprile 2014 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato le colpe dei sei imputati e dell’azienda, ma ha ordinato un nuovo processo d’appello per ridefinire le pene. Queste non potranno aumentare rispetto quelle definite nel 2013

29 maggio 2015 Corte d’assiste d’appello di Torino

29 maggio 2015 La Corte d’assiste d’appello di Torino al termine di un processo lampo, ha ritoccato al ribasso le sanzioni – Harald Espenhahn – amm. delegato – 9 anni e 8 mesi – Marco Pucci –  Manager – 6 anni e 3 mesi – Gerald Priegnitz – Manager – 6 anni e 3 mesi  – Daniele Moroni – Dirigente – 7 anni e 6 mesi – Raffaele Salerno – Dirigente – 7 anni e 2 mesi – Cosimo Cafueri  – Dirigente – 6 anni e 8 mesi.

13 maggio 2016 –  Cassazione

Il 13 maggio 2016 la cassazione ha confermato confermato il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Torino del 29 maggio 2015.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

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1 Maggio 2016 – Giornata di lutto


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Più valore al Lavoro. Contrattazione Occupazione Pensioni

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La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori viene celebrata il 1º maggio di ogni anno in molti Paesi del mondo per ricordare l’impegno del movimento sindacale e i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale.

La festa ricorda le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il r.d.l. n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell’Illinois (USA). La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa.

La data del primo maggio ricorda gli incidenti, nei primi giorni di maggio del 1886, durante la rivolta di Haymarket, Chicago. La polizia sparò sui lavoratori in sciopero davanti alla fabbrica di macchine agricole McCormick. Per protesta gli anarchici organizzarono una manifestazione a Haymarket square, la piazza del mercato delle macchine agricole. Ci furono scontri con la polizia che sparò di nuovo. Nel novembre del 1887 12 persone, operai, sindacalisti e anarchici furono impiccato per le manifestazioni dell’anno precedente.


1 MAGGIO FESTA DEI LAVORATORI – MOVIMENTI E LOTTA OPERAIA ANNI 70′

Amianto: Casale, da governo primi 20mln euro per bonifica


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Fonte: http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2016/04/13/amianto-casale-da-governo-primi-20mln-euro-per-bonifica_bc59461c-8379-4720-b81d-a74e6d769315.html

 CASALE MONFERRATO (ALESSANDRIA), 13 aprile 2015 – Oltre 19 milioni 750mila euro, quota 2016 dei 64 milioni assegnati dal governo Renzi, sono arrivati nelle casse del Comune di Casale Monferrato per la bonifica dell’amianto. E’ stata infatti accolta dal ministero dell’Ambiente la richiesta del sindaco della città simbolo della lotta all’amianto, Titti Palazzetti, di poter riceverli direttamente evitando ritardi e complicazioni legati alle normative sugli equilibri di bilancio.

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Intanto gli interventi procedono: a fronte dei 900 quintali di polverino smaltiti nel 2013 si è passati a più di 11mila smaltiti nel 2015 e si pensa di terminare la bonifica del materiale censito nella prima metà del 2017. A settembre sarà aperto un nuovo bando. 

http://www.comune.casale-monferrato.al.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/277

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I danni causati dall’ amianto lavorato all’ Eternit non si sono limitati ad interessare la popolazione esposta professionalmente, ma riguardano anche l’ ambiente con i suoi abitanti.

Filmato dell’istituto Luce sulla lavorazione dell’Amianto nella Eternit

Infatti negli anni ’70 si comincia a registrare nel reparto di Medicina dell’ Ospedale di Casale Monferrato, un significativo incremento dei morti per mesotelioma anche in soggetti con anamnesi lavorativa negativa nei confronti di una esposizione professionale ad amianto.

 Eternit Casale Monferrato: la fabbrica del cancro

Aggiornamento: Saeco – prima ipotesi di accordo


Saeco, intesa azienda-ministero: stop ai 243 licenziamenti, ok a cassa integrazione

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E’ questa la prima ipotesi di accordo per l’azienda produttrice di macchinette per il caffè di Gaggio Montano (Bologna). Ora gli operai dovranno votare la proposta in assemblea.

La firma è arrivata all’alba di venerdì 5 febbraio, quando erano da poco passate le 4,30, alla fine di una lunga notte di mediazione: cassa integrazione straordinaria fino a fine 2016, mobilità esclusivamente volontaria con incentivi, e recupero di alcuni capannoni dismessi. Sono queste le basi su cui è costruita la prima ipotesi di accordo per la Saeco, l’azienda produttrice di macchinette per il caffè di Gaggio Montano, nel bolognese. Qui da oltre 70 giorni i lavoratori sono in presidio permanente per protestare contro l’annuncio di 243 licenziamenti (su 550 dipendenti) fatto dalla multinazionale Philips.

L’accordo cancella i licenziamenti, che minacciavano la sopravvivenza stessa della comunità dell’appenino bolognese, ma prevede degli esuberi, pur su base volontaria e con incentivi. Alla fine della cassa integrazione azienda e sindacati si incontreranno nuovamente, per valutare i numeri e la situazione, procedendo sempre e comunque “con strumenti non traumatici”.

Tutti i dettagli saranno spiegati in un’assemblea con i lavoratori, che poi avranno l’ultima parola attraverso il voto. Probabilmente la settimana prossima. “Di più non si poteva fare se non la rottura” ha commentato a caldo Bruno Papignani, della Fiom Emilia Romagna, parlando poi di “un negoziato con livelli di durezza molto alti”

alessandro 54 – Buon Anno a Tutti ………


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” Auguri 2016″ di Carlo Soricelli

 Buon Anno a tutti, e in particolare a tutti i lavoratori che stanno lottando per salvare il Loro posto di lavoro.

giovedì 31 dicembre 2015 http://cadutisullavoro.blogspot.it/2015/12/dedichiamo-una-rosa-alle-lavoratrici.html

Carlo Soricelli – Dedichiamo una rosa alle lavoratrici della Saeco che stanno presidiando lo stabilimento

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Questa mattina sono andato a Casa Trogoni in previsione delle prossime nevicate. Trogoni si trova a oltre 1000 metri nel versante bolognese dell’Orsigna. La cosa che mi ha stupito è vedere una rosa (rosa), ancora bella nonostante l’altezza, il freddo e le passate nevicate già abbondanti. Nel tornare a casa a Casalecchio, avevo già deciso di passare per Gaggio Montano, dove le lavoratrici e i lavoratori della Saeco presidiano lo stabilimento che la Philips ha acquistato alcuni anni fa.

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La Philips vuole licenziare 243 dipendenti su 558, dipendenti, che sono per la maggior parte donne. Ho portato la mia Solidarietà e quella dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro e ho chiesto di fare con loro alcune foto. Le donne di queste valli sono belle, forti e determinate e so con certezza che continueranno la loro lotta fino al ritiro dei licenziamenti. Io ho sposato una di lassù, il cui padre negli anni 50 e 60 è stato costretto ad emigrare in Svizzera. Se la Philipps non ritirerà i licenziamenti, ricomincerà un’altra volta l’emigrazione e questa grande fabbrica nata dall’ingegno locale verrà lentamente smantellata. E questo per andare in posti dove la mano d’opera costa meno, dove la Sicurezza sul lavoro che ha un costo elevato praticamente non esiste. Tutti gli abitanti dell’Alto Reno sanno che se la Saeco chiude o si ridimensiona l’intera Valle ne risentirà in modo drammatico e appoggiano la loro lotta. A queste donne straordinarie dedico la rosa di Trogoni che ha resistito al freddo e alle intemperie. Loro faranno altrettanto e alla fine vinceranno. Carlo Soricelli curatore dell’osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro http://cadutisullavoro.blogspot.it/

 

Saeco, la messa di Natale davanti


Saeco, la messa di Natale davanti
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Vigilia nello storico impianto italiano che produce macchine del caffè, a Gaggio Montano nell’Appenino Bolognese, con i 243 dipendenti che potrebbero perdere il posto. La Philips, proprietaria del marchio, vuole delocalizzare in Romania.

Una messa di Natale sugli Appennini (anche) per difendere un marchio tra i più noti del made in Italy: Saeco, le macchine del caffè celeberrime nei bar. Logo tutto rosso, impresso pure in certe storiche maglie di una squadra pluri-vincente nel ciclismo anni ‘90 con Cipollini, Simoni, Cunego. Nonostante i fasti passati, ora i dipendenti se la passano male e non hanno più certezze: la proprietà, quella della multinazionale olandese Philips, a novembre ha annunciato il licenziamento di 243 operai sui 558 in pianta organica. Una falcidie pesantissima, anche perché il personale è impiegato per intero in un solo impianto a Gaggio Montano, borgo di 5 mila anime sull’Appennino emiliano che molto si appoggia all’indotto della Saeco

Il governo in pressing su Philips

Nel frattempo si muovono sindacati e governo per premere su Philips. Mentre Fiom e Pd bolognese sono ai ferri corti – il sindacato non vuole che «gli esuberi diventino davvero esuberi» ed è propenso alla «linea dura», il partito ipotizza invece una specie di «exit strategy» per ricollocare gli esuberi – l’idea dell’esecutivo è di riportare la produzione delle macchine da caffè di alta gamma a Gaggio Montano e vincolarle con investimenti e tre anni ammortizzatori sociali, prevedendo esclusivamente uscite volontarie e incentivate. Questa la proposta fatta dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guida alla multinazionale e illustrata a Fiom-Cgil e Fim-Cisl. E Philips? Stando a quanto emerso in un incontro del 22 «l’azienda nel ribadire che non ha ritirato gli esuberi, ha dato timidi segnali di apertura e dice che si prende tempo per valutare le proposte del ministro», riferiscono i delegati di Saeco. Se ne riparlerà il 18 gennaio in un nuovo tavolo ministeriale.

Trasmissione del 10/12/2015 – RAI2 – TG2 INSIEME


Trasmissione del 10/12/2015 – RAI2 – TG2 INSIEME H.09:30 – “La sicurezza sul posto di lavoro”

Il video si trova su Youtube  –

https://www.youtube.com/watch?v=HTX5uFB9Y-Y&sns=fb

oppure alla pagina “MORTI BIANCHEhttps://alessandro54.wordpress.com/morti-bianche/

Vi invito a visitare il Blog ” http://cadutisullavoro.blogspot.it/

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La storia del rogo della ThyssenKrupp


Cosa successe a Torino la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007

Commento: Sono passati 8 anni dal tragico rogo, dopo i primi giorni con tante belle parole, alla fine sono rimaste appunto solo parole, parole …. e si continua ha morire ” https://alessandro54.wordpress.com/morti-bianche

” Dall’inizio dell’anno sono morti sui luoghi di lavoro 652 lavoratori (mai stati così tanti dal 2008) ” .

per maggiori dettagli vedere il sito: http://cadutisullavoro.blogspot.it/ 

Per ricordare la breve storia del rogo. Fonte:

http://www.ilpost.it/2011/04/16/la-storia-del-rogo-della-thyssenkrupp/

L’incidente
Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, all’1.15 arrivano le ambulanze del 118, i feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone. Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Le denunce
I sindacati denunciano immediatamente l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul posto dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. Lo stabilimento Thyssen di Torino era in via di dismissione: emerge che da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza, nei corsi di formazione. Questo il racconto dell’incidente – e di quello che non funzionò – reso il giorno dopo da Antonio Boccuzzi.

La reazione dell’azienda
La ThyssenKrupp nega di avere alcuna responsabilità e mostra fin dal primo momento un atteggiamento piuttosto ostile alla magistratura e all’opinione pubblica, scossa dalla gravità dell’incidente. Accusa gli operai morti di avere provocato l’incidente con delle loro distrazioni e addirittura con “colpe”, poi si corregge e parla di “errori dovuti a circostanze sfavorevoli”. Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza sequestra ad Harald Hespenhahn, amministratore delegato, un documento riservato in cui si legge che Antonio Boccuzzi – che intanto continua a raccontare quanto ha visto sui giornali e in tv – “va fermato con azioni legali”. Il documento critica pesantemente il pm di Torino, Raffaele Guariniello, e l’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, sul quale non poter fare affidamento perché schierato dalla parte dei lavoratori.

Il rinvio a giudizio, il processo
Le indagini si chiudono in un tempo relativamente breve, la procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda tedesca e il giudice dell’udienza preliminare accoglie le tesi dell’accusa: il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Incendio doloso e omicidio colposo con colpa cosciente per gli altri imputati, dirigenti dello stabilimento di Torino. Questo perché, si leggeva nel dispositivo, “pur rappresentadosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti” e “accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5″, i dirigenti avrebbero “cagionato” la morte dei sette operai omettendo “di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi”. Si va a processo a gennaio del 2009. Durante le udienze emergono altri particolari del funzionamento dello stabilimento. Un operaio racconta che la fabbrica veniva pulita solo in corrispondenza alle visite della ASL. Un altro operaio racconta che l’impianto si fermava solo in caso di problemi alla produzione, se no si interveniva con la linea in movimento. Altri testimoni raccontano che gli incendi sulla linea 5 erano molto frequenti ma gli operai venivano invitati a usare il meno possibile il pulsante di allarme.

Risarcimento danni e sentenze
Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp ha versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie dei sette operai uccisi, e queste si sono impegnate a non costituirsi parte civile. Ieri è arrivata la sentenza di primo grado della seconda corte d’assise di Torino. Come abbiamo detto, l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

L’appello e le sezioni Unite
Ma il processo di secondo grado aveva ribaltato il verdetto. L’appello si era aperto il 28 novembre 2012 e il 28 febbraio 2013 la corte d’assise d’appello di Torino ha ridotto le pene ai sei imputati ed escluso il dolo riconosciuto in primo grado per l’amministratore delegato. Riformata la tesi dell’accusa del dolo eventuale, l’amministratore delegato Harald Espenhahn era stato condannato a 10 anni di carcere. Condanne ridotte anche per gli altri ex dirigenti imputati: 7 anni ai dirigenti Gerald Priegnitz e Marco Pucci, 8 anni e mezzo per il direttore dello stabilimento, Raffaele Salerno e 8 anni per Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza. Infine a Daniele Moroni la corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Giangiacomo Sandrelli aveva inflitto una condanna a 9 anni. Nelle motivazioni i giudici sostennero che “non ci fu dolo”.

A luglio poi Guariniello, insieme ai pm Laura Longo e Francesca Traverso e al pg Ennio Tomaselli, avevano presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza d’appello, come avevano fatto anche, con altre motivazioni, le difese degli imputati. La corte di Cassazione aveva poi ordinato il ricalcolo della pena.

Nuovo aggiornamento pagina:


Morti bianche:

https://alessandro54.wordpress.com/morti-bianche/

Nuovo aggiornamento Pagina


19 novembre 2015

Nuovo aggiornamento alla pagina “Morti Bianche”

Ennesima Beffa Amianto


Turbigo, sentenza beffa sull’amianto “Morti di tumore, nessun colpevole”  

Centrale Termoelettrica dell’Enel di Turbigo in provincia di Milano, 8 operai sono morti tra il  2004 e il  2012 per nesso causale diretto con l’esposizione alle polveri di amianto. Per decenni le polveri d’amianto si disperdevano in fabbrica durante le sostituzioni e manutenzioni delle coibentazioni in amianto di caldaie e tubature

Resta senza un colpevole la morte di otto operai della centrale termoelettrica Enel di Turbigo, in provincia di Milano, colpiti da mesotelioma pleurico.

Gli altri processi per amianto in Lombardia
Quella emessa oggi è la prima sentenza nella serie di processi ancora in corso a Milano a carico di ex manager di società come Fiat e Pirelli, accusati di omicidio colposo in relazione a decessi di operai che sarebbero stati provocati dalla presenza di amianto in stabilimenti lombardi.

19 dicembre 2014
Inchiesta amianto all’Olivetti di Ivrea: chiesto il rinvio a giudizio per 33 indagati.
27 settembre 2014
La Procura di Ivrea ha aperto un fascicolo bis per le morti da amianto alla Olivetti. Nell’inchiesta, che non è ancora conclusa, stanno confluendo altri casi di patologie di sospetta origine professionale. I reati ipotizzati sono gli stessi che figurano nell’indagine conclusa nei giorni scorsi.
“L’emergenza più grave nell’edilizia scolastica” La mappa dell’amianto in Italia. Marche e Abruzzo le regioni più inquinate ma manca la Calabria Nel nostro Paese sono 33.600 i siti censiti e solo 832 quelli bonificati. La Mappa del Ministero dell’Ambiente indica le Marche e il versante adriatico tra le zone con maggiore concentrazione d’amianto ma mancano i dati della Calabria e di altre Regioni – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Dove-si-trova-amianto-in-Italia-1c6cbdf2-b0b7-4d7b-91c5-1475fbb9c9e7.html
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1 maggio 2015


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Sentenza Thyssenkrupp: depositate le motivazioni……………


Fonte:
http://www.giurisprudenzapenale.com/2014/09/18/sentenza-thyssenkrupp-depositate-le-motivazioni-delle-sezioni-unite/

Al termine dell’udienza del 24 aprile 2014 la Corte di Cassazione aveva pubblicato la seguente informazione provvisoria:

«In ossequio al principio di colpevolezza la linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente va individuata considerando e valorizzando la diversa natura dei rimproveri giuridici che fondano la attribuzione soggettiva del fatto di reato nelle due fattispecie.

  • Nella colpa si è in presenza del malgoverno di un rischio, della mancata adozione di cautele doverose idonee a evitare le conseguenze pregiudizievoli che caratterizzano l’illecito. Il rimprovero è di inadeguatezza rispetto al dovere precauzionale anche quando la condotta illecita sia connotata da irragionevolezza, spregiudicatezza, disinteresse o altro motivo censurabile. In tale figura manca la direzione della volontà verso l’evento, anche quando è prevista la possibilità che esso si compia (colpa cosciente).
  • Nel dolo si è in presenza di organizzazione della condotta che coinvolge, non solo sul piano rappresentativo, ma anche volitivo la verificazione del fatto di reato. In particolare, nel dolo eventuale, che costituisce la figura di margine della fattispecie dolosa, un atteggiamento interiore assimilabile alla volizione dell’evento e quindi rimproverabile, si configura solo se l’agente prevede chiaramente la concreta, significativa possibilità di verificazione dell’evento e, ciò non ostante, si determina ad agire, aderendo a esso, per il caso in cui si verifichi. Occorre la rigorosa dimostrazione che l’agente si sia confrontato con la specifica categoria di eventoche si è verificata nella fattispecie concreta. A tal fine è richiesto al giudice di cogliere e valutare analiticamente le caratteristiche della fattispecie, le peculiarità del fatto, lo sviluppo della condotta illecita al fine di ricostruire l’iter e l’esito del processo decisionale.

Il 18 settembre 2014 sono state depositate le motivazioni.

cass pen sez un 2014 38343

art. 18


Dall’inizio degli anni 2000, vari governi italiani hanno tentato a più riprese di riformarlo. I sindacati si sono sempre opposti con decisione ad ognuno di essi, temendo un allentamento della tutela dei lavoratori.

art. 18

Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all’orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale.

Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.

Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell’indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.

La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.

Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell’articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile italiano. l’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.

Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Commento – dopo averci tolto la scala mobile, portato via la festa del 1 maggio, ecc.  oggi ritornano in azione per abolire o modificare l’art. 18 .
Hanno tolto la scala mobile, dicendo che sia la causa del costo del lavoro i fatti hanno dimostrato che non era vero.
Hanno indebolito la presenza dei sindacati nelle aziende, risultato? aziende che decentrano la produzione nei paese dell’est dove dicono che il lavoro costa meno, di contro chiudono le aziende in Italia dando colpa alla CRISI. 
Nessun governo ha preso iniziative per far rimanere le produzioni in Italia, parecchie aziende grandi è piccole hanno chiuso per mancanza di liquidità anche qui non è stato presa nessuna iniziativa per tenere aperte queste aziende.
adesso ritornano……… e se c’era bisogno si è capito da che parte viene l’attacco!!!!!!!!!

da Repubblica.it

alcuni punti dell’ intervista al Ministro Alfano:

Perché riaprire questa discussione? Pensa davvero che gli imprenditori non assumano perché è in vigore l’articolo 18?
“Quella tutela non è stata abolita finora perché ha retto un asse fra il Pd e il sindacati. Ma ormai è il momento di mettere davanti a tutto la necessità di dare un lavoro a chi non ce l’ha, liberando da ogni laccio l’imprenditore che vuole assumere qualcuno
.

Togliendo un diritto si crea occupazione?
“Non vogliamo favorire i licenziamenti ma incrementare le assunzioni. Non vogliamo togliere diritti a chi già lavora ma dare una occasione a chi non ce l’ha, e penso soprattutto a quella metà di ragazzi del Sud che langue nella disoccupazione senza una speranza. Se “sblocchiamo” l’idea che un’assunzione sia un matrimonio a vita, sono sicuro che il mondo delle imprese risponderà. Al Sud come al Nord”.

Dunque la modifica varrebbe solo per i nuovi assunti?
“Sarebbe già un segnale molto forte cominciare dai nuovi assunti. Avere metà dei giovani disoccupati è un attentato al futuro dell’Italia; se pensiamo di risolvere il problema mantenendo in piedi i vecchi totem degli anni settanta credo che perderemo un’occasione preziosa”.

Operaia suicida, protesta a Nola


 

Operaia suicida, protesta a Nola

ANSA – NOLA (NAPOLI), 27 Maggio 2014
 Alcuni esponenti del Comitato di lotta cassaintegrati e licenziati dello stabilimento Fiat di Pomigliano si sono stesi sull’asfalto stamani, davanti al polo logistico del Lingotto a Nola, dipingendosi addome e braccia con vernice rossa e mimando la morte. I manifestanti hanno voluto così ricordare gli operai in CIG che si sono tolti la vita in questi mesi, ultima Maria Baratto che si è uccisa la scorsa settimana nella sua casa di Acerra. Il suo cadavere è stato trovato quattro giorni dopo.

Storia della Festa del Lavoro – 1 Maggio


La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori

1 maggioviene celebrata il 1º maggio di ogni anno in molti Paesi del mondo per ricordare l’impegno del movimento sindacale e i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale.

La festa ricorda le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il r.d.l. n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell’Illinois (USA). La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa.

 ” R.D.L = regio decreto-legge – Nell’ordinamento italiano il regio decreto-legge (r.d.l.) era un atto avente forza di legge adottato dal Consiglio dei ministri e promulgato dal re durante il Regno d’Italia. Le necessità politiche ed amministrative del Governo avevano indotto lo stesso sin dall’Unità d’Italia ad emanare con regio decreto norme giuridiche di competenza del potere legislativo. Non essendo tale facoltà contemplata da nessuna legge, restava molto controversa la giurisprudenza in merito all’efficacia giuridica delle relative disposizioni, prima che venissero ratificate dal Parlamento. Solo nel 1926 venne approvata una legge (legge 31 gennaio 1926, n. 100) che regolamentava la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche. L’articolo 3 di tale legge stabiliva che con decreto regio, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, si poteva in casi straordinari e nei quali ragioni di urgente ed assoluta necessità lo esigevano, emanare decreti aventi valore di legge a condizione che lo stesso decreto fosse presentato ad una delle due camere, per la conversione, entro la terza seduta dopo la pubblicazione. Il decreto-legge che entro due anni dalla sua pubblicazione non fosse stato convertito in legge, non era più in vigore dal giorno della scadenza di tale termine. I regi decreti legge non abrogati da successive disposizioni e compatibili con la Costituzione repubblicana restano in vigore anche nell’ordinamento della Repubblica Italiana.”

La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor, un’associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l’evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialisti ed anarchici – suggerirono come data della festività il primo maggio.

Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA) e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell’Haymarket square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime, anche tra i suoi.

L’11 novembre del 1887 a Chicago (USA), quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1º maggio dell’anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

Il 20 agosto fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte. Le ultime parole pronunciate furono: Spies: “Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!” Fischer: “Hoch die Anarchie! (Viva l’anarchia!)” Engel: “Urrà per l’anarchia!” Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: “Lasciate che si senta la voce del popolo!”

L’allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un’opportunità per commemorare questi episodi. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l’oggetto della festività sull’antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro. Pochi giorni dopo il sacrificio dei Martiri di Chicago, i lavoratori di Chicago tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872.

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo Pel primo Maggio, uscito il 26 aprile 1890: “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”.

Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.

 

 

 

 

Adriano Olivetti


Olivetti

Adriano Olivetti Ivrea 1 Aprile 1901   Aigle,  27 febbraio 1960 è stato un  imprenditore, ingegnere e politico italiano, figlio di Camillo Olivetti (fondatore della  Ing C. Olivetti & C, la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere e Luisa Revel e fratello dell’ industriale Massimo Olivetti. Uomo di grande e singolare rilievo nella storia italiana del secondo dopoguerra, si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità.

Lettera 22- 2

Lettera 22

Adriano Olivetti e la fabbrica

Adriano Olivetti riuscì a creare nel dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza.

Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.

L’azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l’imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità. Adriano Olivetti credeva nell’idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L’idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.

Adriano Olivetti è riuscito a superare l’idea di utopia impossibile da realizzare, creando un progetto che sapesse realizzare i sogni della collettività.

Licenziamenti economici più facili e meno precari con l’apprendistato


 

Il piano del governo per la riforma del lavoro: la modifica dell’articolo 18 prevederà il reintegro del posto solo per i licenziamenti discriminatori, ma sarà esteso anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Per quelli economici solo indennizzo, da 15 a 27 mensilità. Contratti a tempo indeterminato dominanti, vincoli su quelli a progetti, rafforzare apprendistato e formazione. E dopo 36 mesi, scatta l’assunzione

Licenziamenti economici più facili e meno precari con l'apprendistato

Il ministro del Lavoro Elsa Fornero con Mario Monti

ROMA – Il premier Mario Monti e il ministro Elsa Fornero hanno spiegato le proposte del governo sulla riforma del mercato del lavoro. Un progetto su cui non c’è l’accordo di tutte le parti 1, ma che l’esecutivo considera abbastanza definito. Ecco i punti principali.
Articolo 18. Sul nodo dell’articolo 18, il governo propone di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori, che si estende però a tutte le imprese, anche quelle sotto i 15 dipendenti, attualmente escluse salvo che per i licenziamenti discriminatori. Sui quelli disciplinari, la proposta del ministro Fornero alle parti sociali è che sia previsto il rinvio al giudice che deciderà il reintegro “nei casi gravi” o l’indennità con massimo 27 mensilità, tenendo conto dell’anzianità. Per i licenziamenti dettati da motivi economici è previsto solo l’indennizzo, che va da un minimo di 15 mensilità a un massimo di 27, facendo riferimento all’ultima retribuzione.

L’assicurazione sociale per l’impiego.
L’Aspi sostituirà l’odierno sussidio di disoccupazione. Sarà versata per 12 mesi (a regime 18 per gli over 55) e con importi lordi massimi – per il primo semestre, poi destinati a ridursi del 15% ogni sei mesi – di 1.119 euro al mese. Il suo arrivo graduale (si comincia dall’anno prossimo) abolirà la mobilità. “Ci diranno – ha

detto la Fornero – che riduciamo le tutele: è vero se pensiamo che l’Aspi durerà un anno, ma noi vogliamo portare l’Aspi a una platea di 12 milioni”.
Vincoli sui contratti a termine
. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato “diventa quello che domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratori e imprese”, spiega Fornero. Vincoli “stringenti ed efficaci” saranno posti sui contratti intermittenti e su quelli a progetto, rassicura ancora il ministro. Sarà prevista una maggiorazione dell’1,4% sui contratti a termine, ma in caso di assunzione definitiva parte di questo costo sarà restituito all’azienda. Inoltre dopo 36 mesi di contratti a tempo determinato scatterà l’assunzione a tempo indeterminato.
Spazio ai contratti di apprendistato. Il governo punta poi a rafforzare il contratto di apprendistato come contratto principale di ingresso nel mercato del lavoro. Fornero aggiunge che bisogna investire nella formazione e non usare l’apprendistato come flessibilità. Sarà “un apprendistato serio che forma il lavoratore, non un para-apprendistato interpretato solo come una modalità per avere un’entrata flessibile”. Nel caso in cui il lavoratore non fosse poi confermato “vogliamo – continua la Fornero – che quel periodo gli valga qualcosa. Si potrebbe pensare a una certificazione delle competenze professionali che ha acquisito, in modo che se non è confermato possa spenderle altrove”.
“Contrasto secco alle finte partite Iva”. Via libera alla lotta contro i contratti dipendenti ‘mascherati’ da partite Iva. “Le associazioni datoriali hanno accettato – ha detto la Fornero – che il contrasto sarà secco e severo”.
Ammortizzatori a regime dal 2017. Per quel che riguarda i nuovi ammortizzatori sociali, il ministro Fornero dice alle parti sociali che partiranno dal 2017, dunque, sarà ancora in transizione nel 2016. Durante la trattativa, il governo aveva fatto riferimento al 2015 come anno per l’entrata a regime dei nuovi ammortizzatori.
Basta stage gratuiti dopo i dottorati. Non sarà più permesso alle aziende fare stage gratuiti per i giovani al termine di un ciclo formativo, “ad esempio dopo il dottorato”. E’ ancora da chiarire che forma avrà il lavoro in questi casi, ma sicuramente sarà prevista una retribuzione: “Se vai in un’azienda a lavorare non lo
fai gratis. Magari hai una collaborazione o un contratto a tempo determinato, ma il lavoro lo devi pagare”.
Stop alle dimissioni in bianco. Una misura – prevista nel capitolo sulla maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro, ma ovviamente varrà anche per gli uomini – dovrebbe bloccare questo fenomeno “nel solco delle norme già esistenti”.
Altri interventi da prevedere. La riforma prevede anche delle fasi successive relative alla riduzione della durata dei processi del lavoro e le strutture per l’inserimento nell’impiego, che dovranno essere decise d’accordo con la Regioni.

La Fiom riempie piazza del Popolo Landini:


21 ottobre 2011 Fonte: Repubblica.it

La Fiom riempie piazza del Popolo Landini:

“Cambiamo il governo e questo Paese”

Video 1 : http://youtu.be/5FWmIfiNkLg

Video 2:

 http://youtu.be/P-UyM-G0gYY

Video 3 : http://youtu.be/urtEObvFzg4

Video 4 : http://youtu.be/_1bjlORy2gg

Il corteo.A essere presidiata non era solo la piazza ma anche tutta l’area limitrofa: la paura di ripetere le scene di sabato scorso era alta. Anche se l’aria che si respirava alla manifestazione sindacale era completamente differente: età media molto più alta e una imponente e ben rodata struttura organizzativa alle spalle. Lo hanno capito anche gli agenti, e infatti il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha fatto cominciare la giornata con uno strappo alla regola che è passato senza problemi: ovvero il mini-corteo operaio da villa Borghese a piazza del Popolo. Le disposizioni di Alemanno in realtà lo vietavano. Ma con la scusa di raggiungere tutti insieme la piazza da viale Washington, dove erano arrivati i pullman da ogni parte d’Italia, la marcia c’è stata. “In piazza del Popolo dobbiamo pur arrivarci, non possiamo mica volare 2“, è stata la battuta Landini. Il sindaco di Roma ha fatto buon viso a cattivo gioco e a distanza ha commentato: “Devo dire che l’ordinanza in vigore è stata rispettata. Ringrazio la Fiom per la disponibilità”.
Le adesioni. A sfilare c’erano i lavoratori di tutte le principali realtà industriali del paese: Fiat, Magneti-Marelli, Alfa Romeo, Irisbus, Fincantieri e anche quelli della Ferrari. I quali hanno invitato nientemeno che Fernando Alonso a scioperare con loro: “Siamo da tre anni senza contratto aziendale. E siccome lui appoggia gli indignados spagnoli, può stare anche con noi”, spiegava uno di loro. Il tema caldo è ovviamente legato al Lingotto: la richiesta è di esprimere con chiarezza quali siano i suoi impegni nei riguardi del Paese e, in particolare, di consegnare il piano industriale di Fabbrica Italia. Secondo Fiat, lo sciopero di otto ore proclamato dalla Fiom negli stabilimento del gruppo è stata dell’11%. I dati del sindacato invece parlano di un 50% di media, con punte del 70% alla Iveco di Torino.

Sicurezza sul lavoro


17 ottobre 2011 Fonte: Repubblica.it

Sicurezza sul lavoro
La Ue mette in mora l’Italia

Con una lunga e dettagliata lettera Bruxelles segnala l’apertura di un procedimento contro il nostro Paese

L’Italia non rispetta le direttive europee in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. Con una lunga e dettagliata lettera di “messa in mora”, recapitata il 30 settembre scorso al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la Commissione europea ha aperto un procedimento di infrazione contro l’Italia. Facendo a pezzi, in sei punti, il Testo Unico sulla sicurezza, proprio nella parte riformata dal decreto Sacconi il 3 agosto 2009. Si scopre così che la tanto contestata norma “salva manager”, quella che deresponsabilizza i datori di lavoro nel caso di incidente e che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi disse pubblicamente  –  sull’onda dei processi Thyssen e Eternit – di aver stralciato, è in vigore. Mimetizzata dentro una complessa ragnatela di articoli e commi, ma ancora lì nel Testo Unico.

Tutto nasce dalla petizione di un operaio metalmeccanico di Firenze,  Marco Bazzoni. A novembre del 2009, a titolo individuale  e senza organizzazioni alle spalle, ha scritto alla Commissione europea, convinto che il decreto Sacconi appena approvato violasse alcune disposizioni dell’Ue. La Commissione ha dichiarato ricevibile la petizione a marzo del 2010. Poi i tecnici che si occupano di affari sociali e lavoro per mesi hanno passato al setaccio il Testo Unico, parlando anche con i funzionari del ministero del Welfare. A settembre di quest’anno, è stata decisa “la costituzione in mora” contro l’Italia <Per ritrovare la “salvamanager” bisogna fare le acrobazie da un articolo all’altro del nuovo Testo Unico. Il presupposto di partenza è che i datori di lavoro e i dirigenti possono delegare e subdelegare specifiche funzioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art. 18), mantenendo comunque l’obbligo di vigilare sul delegato. Obbligo che si considera pienamente assolto (art. 16 comma 3) in caso di adozione e ed efficace attuazione del modello di verifica e controllo. Eccolo il passaggio che ha insospettito la Commissione. A valutare se i dirigenti abbiano correttamente vigilato e siano da ritenere non penalmente responsabili in caso di incidente, a valutare cioè se il modello di verifica e controllo sull’operato dei delegati alla sicurezza sia stato efficace, non è un soggetto terzo come l’Ispettorato del Lavoro, e nemmeno un giudice in sede di accertamento penale, com’è stato fino a prima della riforma. E’ un organismo paritetico (art 51), costituito proprio da associazioni di datori di lavoro, quindi con un obiettività di giudizio quantomeno limitata. Una “salvamanager” più complicata e leggermente depotenziata rispetto a quella inserita nella bozza del decreto Sacconi, che aveva efficacia retroattiva applicandosi ai processi in corso, ma comunque considerata un escamotage dalla Commissione a vantaggio dei capi delle aziende. E non è l’unico profilo di irregolarità ravvisato nel Testo Unico.

La normativa italiana sarebbe in contrasto con la direttiva europea  –  si legge nella lettera di messa in mora  –  anche per l’obbligo di disporre di una valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro per i datori che occupano fino a 10 dipendenti e per la proroga dei termini impartiti per la redazione del documento di valutazione dei rischi per le nuove imprese o per modifiche sostanziali apportate ad imprese esistenti. Il Testo Unico (art 28) concede infatti al datore di lavoro ben 90 giorni dall’inizio dell’attività per elaborare il documento sulla valutazione del rischio. Troppi, secondo la Commissione.

Le altre quattro contestazioni riguardano l’obbligo di valutazione del rischio di stress legato al lavoro, l’applicazione della normativa su sicurezza e salute per le cooperative sociali e le organizzazioni di volontariato della protezione civile, le disposizioni di prevenzione incendi per gli alberghi con oltre 15 posti letto, esistenti in data aprile 1994. Adesso il governo italiano ha due mesi di tempo per trasmettere alla Commissione le proprie osservazioni. Dopodiché, in caso di chiarimenti non sufficienti, avrà un po’ di tempo (si parla di altri due mesi) per modificare il Testo Unico ed evitare il ricorso per inadempimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con relative possibili e onerose sanzioni.

Ennesime morti sul lavaro…….


14 ottobre 2011 Fonte Corriere della Sera

Lavoro tragico : Ieri due morti

Due morti ieri in altrettante tragedie sul lavoro in Lombardia. Il ribaltamento del rullo schiacciasassi che stava moanovrando è costato la vota a un operaio che ieri mattina stava lavorando a Montano Lucino, in un cantiere stradale.Si tratta di A.G. S., di 42 anni, dipendente della ditta Ronzoni.

Un morto anche a Orzivecchi, nella bassa bresciana: A.D., 35 anni, è stato risucchiato dal cardano del trattore che stava sistemendo.

Commento: questa notizia è stata pubblicata dal Corriere della Sera a pag 13 della cronaca di Milano, oramai le “morti bianche”, A parte qualche caso ecclatante non fanno più notizia.