Archivi del giorno: 30 giugno 2014

Telelombardia, Sardegna1, Telepadania in difficoltà ……..


Si complica la situazione per i lavoratori di Telelombardia. L’emittente televisiva lombarda ha annunciato il licenziamento di 54 lavoratori sugli attuali 128.

Telelombardia[1]

In una nota arrivata il 26 giugno a Cgil, Cisl e Uil, Telelombardia – secondo i sindacati – ha comunicato di non essere in grado di sottoscrivere un accordo di solidarietà in alternativa alla procedura di licenziamento collettivo, “a causa dell’organizzazione del lavoro in essere“.

«Nonostante le continue sollecitazioni da parte delle organizzazioni sindacali di utilizzare lo strumento della solidarietà per la salvaguardia del perimetro occupazionale, Telelombardia sceglie la strada dei licenziamenti. L’azienda ha dichiarato di voler procedere alla riduzione di 54 lavoratori sugli attuali 128 in forza. Nonostante le dichiarazioni fatte in sede istituzionale in cui l’azienda aveva dichiarato la propria disponibilità a prendere in considerazione il contratto di solidarietà in alternativa alla procedura di licenziamento collettivo, in un ultima nota pervenuta il 26 giugno a CGIL CISL e UIL, Telelombardia ha comunicato di non essere in grado di sottoscrivere tale accordo a causa dell’organizzazione del lavoro in essere. Denunciamo che su questo tema non c’è mai stato un vero confronto di merito, confronto, che rientra nelle normali relazioni sindacali». E’ quanto si legge in una nota della Fistel Cisl Milano Metropoli. «Riteniamo inaccettabile – prosegue il sindacato – la decisione di procedere al licenziamento di 54 lavoratori che si troverebbero senza protezione sociale. Chiediamo alla società di rivedere questa posizione al fine di salvaguardare l’occupazione e le professionalità delle persone che hanno permesso la crescita di Telelombardia. L’azienda si assuma le proprie responsabilità davanti ai lavoratori e alle istituzioni. La salvaguardia dei posti di lavoro viene prima di tutto! Ribadiamo la necessità di procedere con gli strumenti di tutela. La crisi dell’emittenza privata in alcuni casi è diventata l’alibi per tagliare i «rami deboli» e meno tutelati». Il 30 giugno alle ore 12 il sindacato annuncia un presidio davanti agli uffici della Regione di via Taramelli 24 «per chiedere il ritiro della procedura in atto e invitiamo tutti i lavoratori ad essere presenti».

Sardegna1 Tv. Una settimana di sciopero contro i licenziamenti
 
Logosardegna1[1]
 
CAGLIARI. Si conclude la vertenza di Sardegna 1. L’azienda completa la procedura di riduzione di personale annunciata l’1 febbraio scorso. Sono 12 i licenziamenti effettuati, le ultime 6 lettere sono state recapitate oggi a tecnici e giornalisti e si aggiungono alle altre 6 arrivate tra il 31 maggio e ieri. Il dimezzamento di organico arriva dopo due anni di contratto di solidarietà (riduzione dello stipendio del 33 per cento), mensilità arretrate e anni di contributi non versati al fondo pensionistico di alcuni giornalisti e tecnici. Lo scorso 5 agosto, il passaggio di proprietà: l’editore-banchiere Giorgio Mazzella, presidente di Banca di Credito Sardo (Gruppo Intesa), cede per 4 mila euro le quote della società che controlla Sardegna 1 Tv a Sandro Crisponi. A sua volta, Crisponi cede il 19 per cento delle quote a Luigi Ferretti e il 10 per cento a Mario Tasca. Il primo è il patron del circuito nazionale 7 Gold, il secondo un giornalista pubblicista che, assieme alle quote, acquisisce il ruolo di direttore responsabile della testata giornalistica. La nuova proprietà dichiara subito di non avere soldi per pagare gli stipendi.

TelePadania chiude i battenti: dopo 16 anni si punta solo sul web

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Dopo sedici anni di attività chiude «Telepadania». La Lega Nord ha deciso di puntare sui nuovi media e chiudere le casse del Movimento: la società che gestisce la tv, la «Celticon», controllata dal partito attraverso la finanziaria Fingroup, ha, quindi, avviato la procedura per cessare l’attività a partire dal primo luglio. Telepadania aveva rischiato di chiudere già due anni fa, quando però era stata avviata una delicata procedura di ristrutturazione del debito. Attualmente impiega sei dipendenti, tre giornalisti e tre tecnici, per cui la società dovrebbe chiedere la cassa integrazione in deroga. Parallelamente alla chiusura della tv, parte un nuovo progetto editoriale con il restyling del portale multimediale del quotidiano «www.lapadania.net».

 

Bancomat obbligatorio nei negozi dal 1° luglio. Ma c’è il trucco


Il 1° luglio scatterà l’obbligo POS per ogni pagamento sopra i 30 euro: ma senza sanzioni. Un pasticcio all’italiana

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Studi medici e professionali, commercianti, artigiani e imprese dovranno dotarsi di POS per ricevere pagamenti con bancomat, a partire dal 30 giugno.  Nessun ulteriore rinvio, dunque, per l’entrata in vigore di un provvedimento che ha avuto vita lunga e travagliata, a partire dal decreto legge che ha introdotto la misura (dl 179/2012, noto anche come Decreto crescita 2.0 o Decreto sviluppo bis). Ma anche nessuna sanzione prevista per chi non rispetterà l’obbligo di dotarsi della ‘macchinetta’.
POS OBBLIGATORIO, COSA PREVEDE
L’obbligo di registrare i pagamenti con POS è valido per tutti gli importi superiori a 30 euro.
Si applica a coloro che nell’anno precedente hanno fatturato oltre 200 mila euro e solo per le attività svolte all’interno degli esercizi e degli studi: sono queste le principali novità previste per l’obbligo dei pagamenti con strumenti tracciabili per i professionisti nello schema di decreto messo a punto dal Ministero dello sviluppo economico.
Nel regolamento si prevede che l’obbligo del Pos scatti solo per importi superiori ai 30 euro e trova applicazione solo per i pagamenti effettuati all’interno dei locali destinati allo svolgimento dell’attività di vendita o di prestazione di servizio, ed esclusivamente nel caso in cui il fatturato del soggetto che effettua l’attività sia superiore a 200mila euro. Condizione quest’ultima valevole però solo nella prima fase di applicazione, ossia a partire da luglio 2014. Decorsi sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il limite potrà essere ridotto.
POSSIBILI RINCARI
Il tema, sollevato da Federconsumatori e Adusbef, riguarda l’eventuale rischio che i costi per dotarsi di Pos e per la gestione degli strumenti che ricevono pagamenti elettronici vengano scaricati sui cittadini. “La misura rappresenta un grande passo avanti in termini di tracciabilità dei pagamenti e lotta all’evasione, nonché un ampliamento ed un’agevolazione a favore del cittadino – affermano le due associazioni – La circolazione di meno contanti rappresenta, inoltre, un elemento di maggiore sicurezza, sia per il cittadino che per l’esercente. Ci auguriamo, però, che i costi ancora eccessivamente onerosi per dotarsi degli strumenti atti a ricevere pagamenti in moneta elettronica non siano scaricati in alcun modo sui prezzi e sulle tariffe“.
Chiunque effettui attività di vendita di prodotti e servizi con Bancomat infatti ha, rispetto al contante, non solo un costo fisso ma anche un costo in percentuale al prodotto venduto. I negozianti e professionisti potrebbero così aumentare prodotti e prestazioni per rifarsi della “gabella medievale” penalizzando i consumatori.
Potrebbero rivendicare agevolazioni fiscali legate all’obbligo di dotarsi dei nuovi dispositivi, chiedere interventi legislativi per porre dei tetti alle commissioni pagate agli istituti. Ma sbagliano a bollare l’obbligo di ricevere pagamenti elettronici da parte dei loro clienti come un «regalo alle banche». Il pagamento con bancomat o carta di credito è al limite un «regalo ai clienti», o meglio un servizio fornito loro. E considerando che il tracciamento delle transazioni consente di risalire ad ogni trasferimento di denaro, e di conseguenza rende più problematiche le prestazioni in nero, è anche un servizio alla collettività.

Lo ammetto, sono allergico al denaro contante. O, forse, sono semplicemente tra quelli che hanno scoperto il vantaggio di tenere nel portafogli pochi spiccioli e un paio di carte, rinunciando alle banconote. Fosse per me pagherei con carta di credito anche il caffé al bar del Corriere. Del resto, dove sta scritto che le carte servono solo per i pagamenti di una certa entità? Acquisto abitualmente con carta di credito il biglietto del treno (2,10 euro), il tagliando del gratta e sosta (1,20 o 2 euro a seconda della zona), l’ingresso in «area C» (5 euro), il pedaggio della tangenziale (1,70 euro) usufruendo tra l’altro della corsia veloce dei pagamenti automatici. Al supermercato credo di non avere mai pagato in contanti in vita mia. E, ovviamente, pago con carta di credito tutte le transazioni effettuate online.

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Per quale motivo non devo poter pagare con bancomat o carta il commercialista o l’idraulico o il falegname che magari mi chiedono due o trecento euro di prestazione? All’estero è assolutamente normale pagare con carta anche importi di modestissime dimensioni. In Italia non è raro trovare nei negozi cartelli che avvisano che i pagamenti con bancomat sono accettati solo a partire da una certa cifra. Il problema risiede nelle commissioni pagate alle banche che in alcuni casi sono per singola transazione e non in percentuale sull’importo pagato e questo è considerato una penalizzazione da parte degli esercenti, costretti a farsi carico di un costo che nel caso di piccoli importi può ridurre notevolmente il già risicato margine di guadagno. Ma non è questo il caso previsto dal nuovo provvedimento che impone l’obbligo di accettazione dei pagamenti elettronici solo al di sopra dei 30 euro.

I titolari di partite Iva dovrebbero considerare che un cliente soddisfatto è un cliente che ritorna. E agevolarlo anche nei pagamenti (perché devo per forza avere in casa 200 euro in contanti per pagare l’idraulico?) è un modo per contribuire a renderlo felice. Dovrebbero poi considerare anche il vantaggio per se stessi: i soldi finiscono direttamente sul conto corrente e questo evita loro di perdere tempo andando poi in banca a depositarli (vale ancora il detto che il tempo è denaro?). Non c’è alcun motivo per preferire il denaro contante. A meno che il contante non serva per effettuare, a propria volta, pagamenti cash (di fornitori o dipendenti) che non hanno alcuna spiegazione razionale.

All’estero i pagamenti elettronici sono una realtà quotidiana e consolidata e sono utilizzati per qualunque cosa, anche il caffè appunto. In Italia sono ancora difficoltosi perfino laddove, sui taxi ad esempio, ti aspetteresti di non avere problemi. Se il problema sono le commissioni troppo elevate, lo ribadiamo, le associazioni di categoria facciano sentire la propria voce con le banche e avranno la solidarietà dei consumatori. Ma non portino avanti una battaglia contro il cliente. Che ha sempre ragione, anche quando vuole pagare con carta.