Manovra, l’Ordine dei medici: «Risposte ancora insufficienti per la sanità»
Le risorse stanziate servono principalmente a compensare i costi dell’energia, mentre restano aperte le questioni legate alle assunzioni, agli stipendi, alla carenza di medici di famiglia e alle lunghe liste d’attesa.
L’Ordine dei medici giudica ancora insufficienti le risorse previste dalla manovra per la sanità. Secondo il presidente Filippo Anelli, a fronte dei 18 miliardi aggiuntivi richiesti dalle Regioni nell’arco di tre anni, i 3,4 miliardi stanziati per il 2027 serviranno principalmente a coprire l’aumento dei costi energetici. Restano quindi aperte questioni cruciali come la riduzione delle listed’attesa, le assunzioni, gli stipendi del personale sanitario e la crescente carenza di medici di famiglia. Un giudizio più favorevole arriva invece sulle misure dedicate ai pazienti fragili, purché vengano attuate con adeguate garanzie e risorse.
L’incremento dei casi tossinfenzione associata al consumo dell’alimento crudo ha spinto la Regione alla disposizione d’urgenza, valida in tutta la Regione
Preoccupa l’incremento dei casi di tossinfezione da Salmonella in Puglia associata al consumo di pomodoro fresco: scatta così il blocco dell’alimento in tutte le mense pubbliche delle strutture scolastiche e socio sanitarie. Il divieto, con effetto immediato, è stato disposto dal Dipartimento salute della Regione Puglia e inviato a tutte le Asl che, attraverso i Sian, lo hanno diramato a loro volta alle strutture interessate, ossia a tutti i Comuni di competenza e a tutti gli operatori privati e pubblici della ristorazione collettiva scolastica, socio-assistenziale, ospedaliera e delle case di cura. Tra gli ultimi casi di salmonellosi rilevati in Puglia vi sono i piccoli ospiti dell’asilo nido di via Sant’Angelo, a Brindisi. Nell’edificio gestito dalla Cooperativa Gialla non erano emerse irregolarità dall’ispezione compiuta dagli ispettori dell’Asl.
Nove vaccini aggiornati. Per chi è gratis e a chi è raccomandata la vaccinazione. Pregliasco: “Si profila stagione meno pesante ma almeno 12-14 mln casi attesi”
Nove vaccini aggiornati e via alla campagna vaccinale contro l’influenza già dalla prima settimana di ottobre. Sono le linee guida per la stagione antinfluenzale 2026-2027 del ministero della Salute e dell’Aifa. Si conferma l’indicazione della vaccinazione a partire dai 6 mesi di vita e vengono individuate le categorie alle quali il vaccino deve essere raccomandato e offerto attivamente e gratuitamente.
Aifa: 9 i vaccini autorizzati per la stagione 2026-2027 – Sono 9 i vaccini autorizzati dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema) per l’immunizzazione contro l’influenza stagionale. Come ogni anno, l’autorizzazione riguarda l’aggiornamento dei ceppi virali sulla base delle caratteristiche antigeniche di quelli circolanti nell’ultima stagione, secondo le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Si tratta di vaccini antinfluenzali utilizzati da anni nelle campagne vaccinali e hanno un profilo di sicurezza consolidato.
Vaccino gratis, le categorie – La vaccinazione è raccomandata e offerta attivamente e gratuitamente a tutti coloro che hanno compiuto 60 anni, alle donne in gravidanza e nel post-partum, ai bambini tra i 6 mesi e i 6 anni, a chi è affetto da malattie che espongono a un maggior rischio di complicanze in caso di influenza,alle persone ricoverate presso strutture di lungodegenza, ai familiari di soggetti ad alto rischio di complicanze, agli addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo (come medici e personale sanitario e socio-assistenziale, forze di polizia e vigili del fuoco), ad altre categorie di lavoratori socialmente utili e particolarmente esposti, a lavoratori a contatto con animali che potrebbero costituire fonte di infezione da virus influenzali non umani, ad altre categorie come i donatori di sangue.
Non tutti i vaccini autorizzati sono necessariamente disponibili sul mercato. Le Regioni decidono annualmente, tramite gare per la fornitura, tra i prodotti disponibili in commercio, quelli che verranno utilizzati durante le campagne vaccinali per l’offerta gratuita a carico del Servizio sanitario nazionale. La vaccinazione è la forma più efficace di prevenzione dell’influenza e delle sue complicanze. L’Aifa ricorda che, oltre alle misure di protezione e cura basate sui vaccini, una misura importante nel limitare la diffusione dell’influenza è rappresentata dalle buone norme di comportamento quali l’igiene delle mani – da lavare regolarmente e frequentemente con acqua e sapone – e il contenimento delle secrezioni respiratorie , ovvero: coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si tossisce e starnutisce e poi gettarlo nella spazzatura; aerare regolarmente le stanze in cui si soggiorna).
Previsioni per la stagione – “Quest’anno per fortuna i dati sull’influenza che ci arrivano dall’Australia evidenziano un andamento meno pesante degli ultimi anni” per la stagione dei virus respiratori. “Comunque la previsione è sempre su almeno 12-14 milioni di casi attesi, anche se tutto questo poi dovremo profilarlo meglio in funzione dell’andamento delle temperature, vedremo cioè se la stagione invernale sarà particolarmente rigida e quindi avremo più casi di influenza oppure se sarà caratterizzata da sbalzi termici o temperature più miti che invece faciliteranno il lavoro di quel mix di virus respiratori che comunque fanno parte di questa stagione invernale”. È il quadro prospettato dal virologo Fabrizio Pregliasco, professore associato del Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’università degli Studi di Milano e direttore sanitario aziendale dell’Irccs ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano.
Quali virus circoleranno di più – Quali virus circoleranno di più? “Dopo una stagione, quella passata, che ha superato i 15 milioni di casi, anche per il 2026-2027 ci attendiamo una circolazione sostenuta di virus respiratori. Si contano 262 agenti infettivi, per dare un’idea” dell’affollamento. “Ed è vero che l’influenza è la protagonista, ma – puntualizza Pregliasco – abbiamo purtroppo ancora il Covid che, anche se si presenta in modalità meno pesante dal punto di vista degli effetti clinici, resta comunque un rischio per i soggetti più fragili. C’è poi il virus respiratorio sinciziale (Rsv), il metapneumovirus, rhinovirus e tanti altri patogeni che vanno a finire nel calderone delle forme simil-influenzali. Quindi è fondamentale non abbassare la guardia quest’anno. Siamo come sempre alle porte della campagna vaccinale, la raccomandazione è quella di fare un richiamo vaccinale che è un’opportunità per tutti, ma diventa una stringenza per le persone più fragili, per le quali sappiamo che l’influenza e il Covid ancora possono far male“.
Quanto ai virus dell’influenza vera e propria, “abbiamo visto che continua a circolare in particolare in Australia l’ormai nota variante K del virus H3N2“, che l’anno scorso aveva contribuito ai numeri significativi della stagione, “però anche i virus H1N1 e B Victoria fanno da concerto per quanto riguarda i casi della vera influenza“.
I sintomi spia – Il virologo ricorda anche i sintomi‘spia’dei virus dell’influenza che “sono sempre caratterizzati da un inizio brusco della febbre oltre i 38 gradi, almeno un sintomo respiratorio come tosse o mal di gola, almeno un sintomo sistemico come dolori muscolari o spossatezza“, elenca. Se manca uno di questi “si tratta più facilmente di una delle numerose sindromi simil-influenzali“. “L’auspicio è che la stagione in arrivo effettivamente non sia pesante, perché arriviamo da 3 anni in cui le nuove varianti virali hanno particolarmente inciso“. I primi isolamenti di virus influenzali “ci sono già stati” in Italia, in particolare “qualche isolamento di H3N2, ma anche perché di fatto rispetto al passato c’è una maggiore capacità di cogliere i casi che si verificano addirittura anche in estate. Abbiamo questo sistema di sorveglianza dei virus respiratori che è la rete Respivirnet, fatta dai medici di famiglia e coordinata dall’Istituto superiore di sanità (Iss) che oggi ha una maggiore sensibilità. Come sempre però il ‘trigger‘”, la scintilla che darà il via a tutto, “per la partenza della stagione influenzale arriva con quel cambio di temperature e il peggioramento delle condizioni climatiche che sono facilitanti per la diffusione del virus“.
In ogni caso “i segnali che arrivano dall’emisfero australe ci invitano a stare attenti, perché la circolazione precoce di più virus può creare una sorta di ‘pre-stagione’ con un progressivo aumento degli accessi agli ambulatori dei medici di famiglia e dei pediatri, mentre l’influenza vera e propria tende a diventare protagonista nel cuore dell’inverno. La pressione sui servizi sanitari resta un rischio concreto, soprattutto per le fasce più fragili“. L’approccio complessivo per tutte le infezioni respiratorie, che siano influenza o virus ‘cugini’, “è quello di un’automedicazione responsabile – conclude Pregliasco – quindi l’uso dei farmaci riconoscibili per il bollino rosso, farmaci senza prescrizione da utilizzare tenendo sempre presente una parola d’ordine: gestione responsabile. Ovvero per attenuare i sintomi, seguendo l’andamento della malattia nei primi tre giorni e rivolgendosi al medico se le cose non migliorano“.
Intanto il virus si estende in Congo, dove i casi sospetti hanno superato quota 900, e in Uganda, dove il totale di casi confermati è salito a sette
L’ospedale Sacco di Milano – (Ipa)
All’ospedale Sacco di Milano accertamenti in corso su due italiani “con sintomatologia febbrile” rientrati dall’Uganda, Paese in cui al momento sono stati confermati sette casi di Ebola. Si tratta didue cooperanti, entrambi trentenni, appartententi a due diverse famiglie che hanno trascorso tre mesi in una zona al confine con il Congo per prestare aiuto alle popolazioni locali.
Bertolaso: “Per la donna l’ipotesi è di malaria” – A spiegare il quadro è stato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso. “Sette cittadini italiani, componenti di due famiglie diverse, sono rientrati dall’Uganda, da una zona che si trova non lontano dal confine con il Congo e il Ruanda. Sono rientrati dopo una permanenza in quei territori di circa 3 mesi“, ha spiegato in conferenza stampa. “Sono dei cooperanti, dei volontari che si sono recati in quei territori per prestare il loro aiuto a favore di popolazioni che sicuramente vivono in condizioni molto più difficili e problematiche delle nostre. Rientrati in Italia, 24 ore fa, due di questi cittadini durante la notte hanno manifestato una sintomatologia di febbre, in un caso molto alta con nausea, vomito, diarrea, e anche una leggera sintomatologia di carattere neurologico. Pensiamo – ha continuat Bertolaso – con i colleghi dell’ospedale Sacco di Milano che probabilmente la causa più possibile“, in uno dei due casi, “sia quella di una malaria, magari anche malaria cerebrale, che è purtroppo una delle condizioni più serie di chi viene colpito da questa malattia”. Questo caso nello specifico riguarda “una ragazza trentenne, madre. La figlia, proprio nel corso della loro permanenza in Uganda, ha sviluppato la malaria. Quindi c’è anche un precedente nel nucleo familiare che ci fa pensare che possa essere questa la causa di una sintomatologia così seria da parte di questa signora“.
L’altro caso, ha proseguito, “riguarda il componente di un’altra famiglia, un uomo di 31 anni, che invece ha una temperatura corporea leggermente superiore” alla norma, “37,5-38 gradi, con sintomi vaghi di problematiche di tipo intestinale che potrebbero essere legati a un fenomeno gastroenterico derivante da un cambio di territorio o quant’altro. Però – ha chiarito l‘assessore – poiché provengono da una zona che è interessata in questo momento dall’epidemia di Ebola” da virus Bundibugyo in corso nella Repubblica Democratica del Congo con casi anche in Uganda, “ovviamente è scattato immediatamente quello che è il nostro meccanismo di vigilanza e di sorveglianza“.
Se i due italiani sono positivi scatterà il protocollo aerei – “Al momento” per i due cooperanti con sintomi rientrati ieri dall’Uganda “non stiamo parlando di casi, ma solo di sospetti e li stiamo verificando. Noi abbiamo avvisato il ministero che si sta attivando anche per” l’eventuale “rintraccio dei voli e quindi per tutti i protocolli di sicurezza aerei“. A spiegarlo è stato Danilo Cereda, direttore Unità operativa Prevenzione della Direzione generale Welfare della Regione Lombardia, durante una conferenza stampa per fornire informazioni relative agli accertamenti infettivologici in corso sui due pazienti.
Gli esami sono già in corso, ha assicurato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, “li conosceremo nel tardo pomeriggio di oggi. Poi, se saranno negativi finirà tutto lì. Se ci dovesse essere in questi due casi un’eventuale positività” a Ebola, “è chiaro che adotteremo tutte quelle che sono le ulteriori misure che sono previste dalla nostra checklist, l’elenco delle iniziative da adottare in presenza di un caso confermato di Ebola. Ma questo lo vedremo nel momento in cui conosceremo i risultati. Per la diagnosi di malaria ci mettiamo per fortuna 10 minuti“, quindi se dovesse trattarsi di questo l’esito si avrebbe davvero rapidamente.
“Se guardiamo alle azioni adottate a livello europeo dai diversi Paesi membri dell’Ue, l’Italia è fra i Paesi più attenti che hanno emanato delle direttive e delle procedure fra le più restrittive – ha tenuto a precisare Bertolaso – Quindi dal punto di vista nazionale il meccanismo di sorveglianza, controllo e vigilanza è attivo e funziona bene e siamo fra quelli in prima linea nel controllare ed intervenire nel caso dovessero esserci situazioni ascrivibili a questa epidemia in corso in Africa“.
Che rischi correrebbero le persone che condividono un volo con eventuali casi? “Per Ebola, il rischio di trasmissione riguarda il contatto con fluidi biologici – ha precisato Cereda – Per questo ci sono dei protocolli adottati nei pazienti sintomatici per la tutela degli operatori rispetto ai fluidi biologici. Da questo punto di vista, ove nel caso fossero positivi, il ministero della Salute è già pronto ad attivare i protocolli aerei per quello che riguarda la sanità aerea. Però non siamo ancora in quella tipologia di situazione. Nel caso, il ministero attiverà tutto il percorso”. Il periodo di incubazione è di “21 giorni“, ha ricordato Bertolaso. “Quindi sappiamo che la persona va monitorata” per questo arco di tempo “dal momento in cui potrebbe essere entrata in contatto con il virus“.
La nota del ministero della Salute – Il ministero della Salute comunica in una nota, “con riferimento all’epidemia di malattia da virus Bundibugyo-Bvc che si è sviluppata nella Repubblica Democratica del Congo, che sono attualmente in corso approfondimenti sanitari relativi ad alcuni soggetti rientrati nelle scorse ore dall’Uganda e sottoposti, a titolo precauzionale, a valutazione clinica specialistica presso strutture ospedaliere ad alta specializzazione. In particolare, due persone con sintomatologia febbrile sono state trasferite presso il Sacco di Milano, struttura dotata dei più elevati livelli di biocontenimento e di gestione delle malattie infettive ad alto rischio, dove saranno eseguiti gli accertamenti diagnostici previsti dai protocolli nazionali e internazionali. Le altre persone appartenenti ai nuclei familiari coinvolti – si legge – sono sottoposte a sorveglianza sanitaria e monitoraggio da parte delle autorità competenti. Il ministero della Salute, attraverso il Dipartimento della Prevenzione, è in contatto con la Regione Lombardia che si è subito attivata“.
“Il ministero monitora costantemente l’evolversi della situazione relativa al virus Ebola in stretto raccordo con le Regioni, l’Istituto superiore di sanità, le strutture ospedaliere di riferimento, le autorità sanitarie nazionali e tutti gli enti coinvolti“, prosegue la nota da Lungotevere Ripa. “Proprio nella giornata di ieri – sottolinea il dicastero – il Dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute ha partecipato alla riunione dell’Hsc–Health Security Committee della Commissione europea e ha organizzato un punto di coordinamento nazionale dedicato alla situazione Ebola, con la partecipazione dei rappresentanti dei ministeri degli Affari esteri, della Difesa e dell’Interno, dell’Unità di crisi, dell’Istituto superiore di sanità, del Consiglio superiore di Sanità, del Coordinamento interregionale prevenzione, dell’Istituto Spallanzani” di Roma, “dell’ospedale Sacco di Milano e del Policlinico San Matteo di Pavia“.
“Il sistema nazionale di preparazione e risposta alle emergenze infettive è pienamente operativo e tutte le procedure previste per la gestione di eventuali casi sospetti risultano attivate“, assicura il ministero della Salute che “continuerà a fornire aggiornamenti ufficiali sulla base dell’evoluzione del quadro epidemiologico e degli esiti diagnostici in corso. Il rischio in Italia resta molto basso“, si conferma nella nota.
Nuovi casi in Uganda – L’Ugandaha confermato due nuovi casi, portando a sette il totale da quando l’epidemia è stata rilevata anche in questo Paese dell’Africa orientale, il 15 maggio. “I due nuovi casi confermati – ha informato il ministero della Salute dell’Uganda – sono operatori sanitari ugandesi che lavorano in una struttura privata a Kampala“, la Capitale del Paese. “Entrambi i pazienti sono stati ricoverati nell’unità di trattamento designata“.
La situazione in Congo – Intanto, nella Repubblica Democratica del Congo i casi sospetti di Ebola hanno ormai superato quota 900, secondo l’ultimo aggiornamento diffuso dal ministero della Sanità del Paese. Secondo i dati al 23 maggio, il focolaio da virus Bundibugyo risulta attivo in 3 province: Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. Sul totale di 904 casi sospetti cumulativi, distribuiti in 11 zone sanitarie del Paese attualmente colpite dal virus, quelli finora confermati in laboratorio sono 101.I decessi sospetti secondo il rapporto sono 119.E al momento sono stati identificati 1.817 contatti, anche se il tasso di monitoraggio resta ancora basso (20%).
I numeri delle infezioni sospette sono dunque in crescita, “con l’intensificarsi delle attività di sorveglianza nella risposta all’epidemia“, evidenzia in un post su X il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus che avverte anche delle difficoltà in cui ci si sta muovendo. “Nella provincia di Ituri, epicentro dell’epidemia, quasi 5 milioni di persone vivono in una situazione di conflitto in corso. Oggi, 1 persona su 4 ha bisogno di assistenza umanitaria e 1 su 5 è sfollata internamente. La violenza sta costringendo le persone a fuggire, compresi gli operatori sanitari e umanitari. Ciò sta ostacolando gravemente gli sforzi per intensificare il tracciamento dei contatti e identificare le infezioni in tempo utile per fornire assistenza. L’insicurezza persistente e la paura alimentano inoltre la sfiducia all’interno delle comunità“.
In questo momento, continua il Dg Oms “i partner umanitari e sanitari mantengono una presenza in tutto l’Ituri, anche in alcune delle aree più difficili da raggiungere e più insicure“. E la situazione è complicata anche dal fatto che “le comunità si trovano ad affrontare non solo la minaccia dell’Ebola, ma anche una vasta gamma di malattie“. I partner sul campo stanno supportando l’erogazione di diversi servizi:assistenza sanitaria materna, riproduttiva, neonatale, dell’infanzia e dell’adolescenza – elenca – trattamento della malnutrizione acuta grave con complicanza, servizi di salute mentale, cura delle ferite e supporto per le vittime di violenza sessuale, forniture mediche, vaccinazioni di routine, servizi sanitari comunitari. Fornire un pacchetto completo di servizi è essenziale, non solo per soddisfare i bisogni sanitari urgenti, ma anche per costruire la fiducia che è fondamentale per una risposta efficace ad Ebola“.
Sui 2 cooperanti ‘risultati nel pomeriggio, se positivi scatterà protocollo aerei’
Il punto in Lombardia, ‘ma al momento si parla di sospetti che si stanno verificando, Paese in prima linea su sorveglianza’
“Al momento” per i due cooperanti con sintomi rientrati ieri dall’Uganda “non stiamo parlando di casi, ma solo di sospetti e li stiamo verificando. Noi abbiamo avvisato il ministero che si sta attivando anche per” l’eventuale “rintraccio dei voli e quindi per tutti i protocolli di sicurezza aerei“. A spiegarlo è stato Danilo Cereda, direttore Unità operativa Prevenzione della Direzione generale Welfare della Regione Lombardia, durante una conferenza stampa per fornire informazioni relative agli accertamenti infettivologici in corso sui due pazienti. Gli esami sono già in corso, ha assicurato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, “li conosceremo nel tardo pomeriggio di oggi. Poi, se saranno negativi finirà tutto lì. Se ci dovesse essere in questi due casi un’eventuale positività” a Ebola, “è chiaro che adotteremo tutte quelle che sono le ulteriori misure che sono previste dalla nostra checklist, l’elenco delle iniziative da adottare in presenza di un caso confermato di Ebola. Ma questo lo vedremo nel momento in cui conosceremo i risultati. Per la diagnosi di malaria ci mettiamo per fortuna 10 minuti“, quindi se dovesse trattarsi di questo l’esito si avrebbe davvero rapidamente.
“Se guardiamo alle azioni adottate a livello europeo dai diversi Paesi membri dell’Ue, l’Italia è fra i Paesi più attenti che hanno emanato delle direttive e delle procedure fra le più restrittive – ha tenuto a precisare Bertolaso – Quindi dal punto di vista nazionale il meccanismo di sorveglianza, controllo e vigilanza è attivo e funziona bene e siamo fra quelli in prima linea nel controllare ed intervenire nel caso dovessero esserci situazioni ascrivibili a questa epidemia in corso in Africa“.
Che rischi correrebbero le persone che condividono un volo con eventuali casi? “Per Ebola, il rischio di trasmissione riguarda il contatto con fluidi biologici – ha precisato Cereda – Per questo ci sono dei protocolli adottati nei pazienti sintomatici per la tutela degli operatori rispetto ai fluidi biologici. Da questo punto di vista, ove nel caso fossero positivi, il ministero della Salute è già pronto ad attivare i protocolli aerei per quello che riguarda la sanità aerea. Però non siamo ancora in quella tipologia di situazione. Nel caso, il ministero attiverà tutto il percorso“. Il periodo di incubazione è di “21 giorni“, ha ricordato Bertolaso. “Quindi sappiamo che la persona va monitorata” per questo arco di tempo “dal momento in cui potrebbe essere entrata in contatto con il virus“.
Crescono i contagi in città: casi decuplicati rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Divieti nei locali e raccomandazioni anche per il consumo domestico
Il sindaco di Gaetano Manfredi ha firmato oggi un’ordinanza contingibile e urgente per fronteggiare l’aumento dei casi di epatite A registrati sul territorio cittadino.
Il provvedimento arriva dopo la segnalazione del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL Napoli 1 Centro, che ha evidenziato una diffusione del virus dieci volte superiore alla media dell’ultimo decennio e addirittura quarantuno volte più alta rispetto agli ultimi tre anni.
I dati epidemiologici confermano una crescita costante e preoccupante: dai 3 casi registrati a gennaio si è passati ai 19 di febbraio, fino ai 43 contagi rilevati nei primi diciannove giorni di marzo.
Stop ai frutti di mare crudi – Per contenere il rischio di contagio, l’ordinanza introduce misure stringenti. In particolare, viene disposto il divieto assoluto di somministrazione e consumo di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici.
Il divieto riguarda non solo ristoranti e bar, ma anche attività di vicinato con consumo sul posto e produzioni alimentari destinate al consumo immediato.
Le raccomandazioni ai cittadini – L’amministrazione invita inoltre la popolazione a evitare il consumo di frutti di mare crudi anche in ambito domestico.
Fondamentale, sottolineano le autorità sanitarie, attenersi alle linee guida dell’ASL per l’acquisto e il consumo sicuro degli alimenti, adottando comportamenti prudenti per ridurre il rischio di infezione.
Controlli e sanzioni – Previsto anche un rafforzamento immediato dei controlli da parte degli organi competenti.
Le violazioni saranno punite con sanzioni amministrative comprese tra i 2mila e i 20mila euro. Nei casi di recidiva scatterà la sospensione dell’attività da 1 a 30 giorni, fino alla possibile revoca dell’autorizzazione.
Misure in vigore fino a nuova valutazione – Le disposizioni resteranno attive fino a una nuova valutazione del quadro epidemiologico da parte dell’ASL Napoli 1 Centro, che monitorerà l’andamento dei contagi nelle prossime settimane.
L’intensità del virus molto alta in Basilicata e Campania, media in Molise, Puglia e Sardegna. Bassa in tutte le altre regioni
L’incidenza totale delle infezioni respiratorie acute nella comunità, nella settimana dal 19 gennaio al 25 gennaio, “è stata pari a 11,3 casi per 1.000 assistiti, in diminuzione rispetto alle 12,7 della settimana precedente“. Lo afferma il rapporto della sorveglianza RespiVirNet, pubblicato oggi e da quest’anno in forma interattiva. “Sono stati stimati circa 621mila nuovi casi, con un totale dall’inizio della sorveglianza di circa 9,8 milioni di casi. dove aumenta rispetto alla settimana precedente con circa 40 casi per 1.000 assistiti, rispetto ai 33 casi per 1.000 assistiti riportati la settimana precedente“, precisa il bollettino.
Intensità alta in due regioni, il quadro – “L’intensità è molto alta in Basilicata e Campania, media in Molise, Puglia e Sardegna e bassa in tutte le altre regioni e eccetto la Liguria, dove è tornata a livello basale – continua il bollettino Nella settimana 2026-04, nella comunità si registra per influenza un tasso di positività del 26,6%, mentre nel flusso ospedaliero è pari al 24,3%. La sorveglianza delle forme gravi e complicate di influenza evidenzia un numero di casi nella terza settimana settimana (12-18 gennaio) in diminuzione rispetto alla stessa settimana della stagione precedente. Il sottotipo più prevalente tra le forme gravi è A(H1N1)pdm09. Si segnala che la maggior parte dei casi di influenza grave e complicata riguarda persone non vaccinate“.
Domina il virus A(H3N2) – “Per quanto riguarda la caratterizzazione dei virus influenzali, nella comunità la percentuale di virus A(H3N2) risulta maggiore rispetto ai virus A(H1N1)pdm09. Nel flusso ospedaliero, tra i virus sottotipizzati, si osserva una percentuale lievemente più alta di virus A(H1N1)pdm09 rispetto ai virus A(H3N2). Ad oggi nessun campione è risultato essere positivo per influenza di tipo A “non sottotipizzabile” come influenza stagionale, che potrebbe essere indicativo della circolazione di ceppi aviari. Le analisi di sequenziamento condotte sul gene HA dei virus influenzali A(H3N2) evidenziano che nell’ambito del più ampio clade 2a.3a.1, il subclade K rimane prevalente. Per quanto riguarda i virus influenzali A(H1N1)pdm09, la maggior parte dei ceppi si raggruppa nel subclade D.3.1.1″, conclude il bollettino.
Oms: “Cominciata 4 settimane prima con 90% casi causati dalla nuova variante, vaccino resta miglior difesa”
“Una stagione precoce e intensa” quella dell’influenza di quest’anno, che si sta diffondendo nella Regione Europea “prima del solito, con un nuovo ceppo virale dominante che sta mettendo sotto pressione i sistemi sanitari di alcuni Paesi“. A confermarlo è l’ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa. Oltre la metà della regione si trova nella morsa del ‘super virus‘, secondo i dati diffusi oggi.La stagione influenzale è iniziata circa 4 settimane prima rispetto alle stagioni precedenti, e almeno 27 dei 38 Paesi della Regione europea dell’Oms che hanno comunicato i dati stanno ora registrando un’attività influenzale elevata o molto elevata. In 6 Paesi – Irlanda, Kirghizistan, Montenegro, Serbia, Slovenia e Regno Unito – più della metà dei pazienti sottoposti a test per sindrome simil-influenzale è risultata positiva all’influenza in questa fase della stagione.
Il nuovo ceppo – “L’influenza arriva ogni inverno, ma quest’anno è un po’ diverso“, osserva Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms Europa. “Un nuovo ceppo, il sottoclade K dell’influenza A H3N2, sta causando infezioni, sebbene non vi siano prove che causi una malattia più grave. Questa nuova variante dell’influenza stagionale rappresenta ora fino al 90% di tutti i casi confermati nella regione europea. Ciò dimostra come anche una piccola variazione genetica nel virus influenzale possa esercitare un’enorme pressione sui nostri sistemi sanitari, poiché le persone non hanno un’immunità consolidata” contro il nuovo ceppo.
L’Oms Europa invita a vaccinarsi ed evidenzia che, “sebbene non possa prevenire l’infezione, i primi dati provenienti dal Regno Unito confermano che l’attuale vaccino antinfluenzale stagionale riduce il rischio di gravi conseguenze per la salute causate dal virus A H3N2. La vaccinazione rimane la misura preventiva più importante” contro le complicanze. Lo è “particolarmente per i soggetti a più alto rischio, inclusi gli anziani, le persone con patologie pregresse, le donne in gravidanza e i bambini. Anche gli operatori sanitari sono un gruppo prioritario per la vaccinazione, al fine di proteggere la propria salute e quella dei loro pazienti“.
Quando ci sarà il picco – Come in altre stagioni, i bambini in età scolare sono“i principali motori della diffusione nella comunità“. Mentre gli adulti di età pari o superiore a 65 anni costituiscono “la maggior parte dei casi gravi che richiedono il ricovero ospedaliero“, evidenziando la priorità di questi gruppi per la vaccinazione. I casi, avverte l’Oms Europa, continueranno ad aumentare fino al picco della stagione influenzale, “probabilmente tra fine dicembre e inizio gennaio“. La maggior parte delle persone guarirà dall’influenza spontaneamente. Ma “le persone con sintomi gravi o altre patologie dovrebbero consultare un medico“, avverte l’ufficio regionale dell’agenzia Onu per la salute, ribadendo “le misure comprovate per limitare la trasmissione e salvare vite umane“, cioè in primis la vaccinazione. “Vaccinarsi è la migliore difesa soprattutto per i gruppi ad alto rischio e gli operatori sanitari, che dovrebbero anche seguire le misure di prevenzione delle infezioni e indossare una mascherina quando necessario”.
Come frenare la diffusione dell’influenza? – L’Oms Europa raccomanda di “restare a casa se non ci si sente bene. In caso di sintomi respiratori, indossare una mascherina in pubblico per evitare di trasmettere il virus ad altri. E quando si starnutisce o tossisce, coprire bocca e naso“. Altre misure utili da applicare: lavarsi regolarmente le mani e aprire frequentemente finestre e porte per migliorare il flusso d’aria negli ambienti interni.
“L’attuale stagione influenzale, sebbene grave, non rappresenta il livello di emergenza globale che abbiamo affrontato durante la pandemia di Covid-19 – riflette Kluge – I nostri sistemi sanitari hanno decenni di esperienza nella gestione dell’influenza, disponiamo di vaccini sicuri che vengono aggiornati annualmente e abbiamo un chiaro manuale di misure protettive efficaci. Se utilizziamo gli strumenti comprovati che già abbiamo – vaccinazioni, comportamenti attenti alla salute e sistemi sanitari pubblici solidi per proteggere i più vulnerabili – allora supereremo questa prevedibile tempesta stagionale. È inoltre fondamentale, nell’attuale clima di disinformazione, cercare informazioni credibili da fonti attendibili come le agenzie sanitarie nazionali e l’Oms. In una stagione influenzale difficile, informazioni affidabili basate su prove scientifiche possono salvare vite umane“.
Dopo più di quattro decenni senza casi ufficiali, l’Europa torna a confrontarsi con una malattia infettiva ormai molto rara: la lebbra. Diversi casi sono stati registrati a partire dalla scorsa settimana in Romania e in Croazia. La notizia, confermata dalle autorità sanitarie, ha acceso l’attenzione dell’opinione pubblica, pur senza destare allarme epidemico.
I casi in Romania
Le misure delle autorità
Rischio basso per la popolazione
Il caso in Croazia
Una malattia curabile
1 – I casi in Romania – Il primo caso accertato in Romania riguarda una donna di origine asiatica che lavorava in un centro benessere nella città di Cluj-Napoca, nel nord-ovest del Paese. Altre tre persone legate allo stesso contesto sono state sottoposte ad accertamenti medici e sono risultate positive alla lebbra, mentre alcuni casi sospetti restano sotto osservazione. Si tratta dei primi casi segnalati in Romania dal 1981.
2 – Le misure delle autorità – In via precauzionale, le autorità locali hanno disposto la chiusura temporanea del centro benessere, avviando una sanificazione straordinaria degli ambienti e un’indagine epidemiologica per ricostruire i contatti stretti delle persone coinvolte. Tutti i soggetti potenzialmente esposti sono stati invitati a sottoporsi a controlli sanitari.
Il Ministero della Salute rumeno ha chiarito che la situazione è sotto controllo e che non vi sono elementi che facciano temere una diffusione su larga scala.
3 – Rischio basso per la popolazione – Gli esperti ricordano che la lebbra, nota anche come morbo di Hansen, non è altamente contagiosa. La trasmissione avviene solo attraverso contatti prolungati e ravvicinati con persone non ancora in trattamento. Una volta iniziata la terapia antibiotica, il rischio di contagio si riduce drasticamente.
«Non esiste alcun pericolo di epidemia», hanno sottolineato i medici infettivologi, spiegando che nei Paesi europei i casi di lebbra sono generalmente importati e isolati, spesso legati a persone provenienti da aree del mondo dove la malattia è ancora presente.
4 – Il caso in Croazia – La vicina Croazia ha registrato un caso isolato della malattia, segnalato in un lavoratore di origine nepalese residente da due anni nel paese. Secondo l’Istituto Croato di Sanità Pubblica, il paziente ha ricevuto terapia antibiotica immediata e tutte le persone che erano state in contatto stretto con lui sono state inserite in un programma di chemioprofilassi preventiva, senza alcun rischio attuale per la salute pubblica. L’ultimo caso registrato risaliva al 1993.
5 – Una malattia curabile – Oggi la lebbra è completamente curabile se diagnosticata in tempo. Le terapie moderne permettono di evitare le complicanze più gravi, che in passato hanno contribuito allo stigma e alla paura associati a questa malattia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ribadisce che la diagnosi precoce e l’accesso alle cure sono strumenti fondamentali per prevenire disabilità e interrompere la trasmissione.
A Modena i medici di base che prescriveranno meno visite specialistiche o esami di laboratorio avranno dall’Ausl un incentivo economico di 1,2 euro per ogni assistito all’anno. In media, avendo ogni studio 1.500 iscritti, il premio raggiungerà i 1.800 euro. Lo prevede un accordo siglato dall’azienda sanitaria con i medici di medicina generale, rappresentati dalla Fimmg, “per promuovere l’appropriatezza delle prescrizioni”. I medici dovranno contenere il numero di prescrizioni di visite ed esami specialistici entro un margine di circa 25% rispetto a quelle effettuate nel 2024. Le prestazioni coinvolte riguardano dodici tipologie di esami e visite specialistiche, fra cui: chirurgia vascolare, dermatologia, fisiatria, gastroenterologia, oculistica, otorinolaringoiatria, pneumologia, urologia, nonché tac, risonanze magnetiche, gastroscopie e colonscopie.
1 – L’obiettivo è prescrivere meglio – L’orizzonte dell’intesa, spiega l’Ausl, è il concetto che prescrivere visite ed esami giusti, per i pazienti giusti, ovvero quelli che ne hanno necessità, significa usare in modo responsabile ed efficiente le risorse sanitarie. “L’obiettivo – spiega il direttore generale dell’Ausl – non è indurre i medici a prescrivere indiscriminatamente ’meno’. Bensì fornire strumenti e dati per valutare, come singoli e come comunità professionale, come e dove si può prescrivere ’meglio’, incentivando ad essere virtuosi. Anche quando ciò significa dover spiegare a un cittadino che l’esame che sta chiedendo non è veramente necessario, che è una parte molto difficile della relazione medico-paziente”.
2 – Il nodo delle indicazioni degli specialisti – Insomma, per il direttore dell’Ausl il provvedimento è “innovativo” e se da una parte alcuni medici di base hanno aderito, altri hanno espresso forti perplessità, sottolineando che gli obiettivi incentivanti non sono direttamente governabili dai medici di medicina generale, poiché molte prescrizioni derivano da indicazioni specialistiche o da richieste dei pazienti.
3 –Presentata un’interrogazione di FdI – Sul tema c’è un’interrogazione di Fratelli d’Italia, a prima firma Annalisa Arletti, che chiede alla Regione di fare “un’attenta riflessione”, chiarendo “se intende estendere tale modello anche in altre Aziende sanitarie del territorio”.
“Gli effetti potenziali del provvedimento sulla qualità delle cure, sull’appropriatezza clinica e sui tempi di accesso alle prestazioni specialistiche da parte dei cittadini sono aspetti fondamentali da tenere in considerazione” ha puntualizzato FdI, che chiede se “siano stati condotti o siano in corso studi di impatto o analisi comparative per verificare l’effettiva correlazione tra incentivi economici e miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva”. “Il provvedimento – ha aggiunto Arletti – rischia di minare la fiducia del cittadino nei confronti del medico il quale, agli occhi del paziente, potrebbe assumere decisioni per andare nella direzione di percepire l’incentivo economico”.
Quest’anno l’influenza ha colpito 17 milioni di italiani, causando un aumento delle polmoniti, specialmente tra anziani e immunodepressi. Per il fenomeno non esistono dati ufficiali dell’Iss, ma secondo la ricostruzione fornita da La Stampa in Italia si stimano circa 150.000 ricoveri e 9.000 decessi per polmonite e anche il virologo Matteo Bassetti segnala un aumento delle infezioni virali e batteriche: «Così tanti casi in ospedale di persone, giovani e meno giovani, con forme di polmonite influenzale non ne avevo mai viste».
Di seguito il perché di questo aumento, quali sono i sintomi della polmonite e come prevenirla.
Influenza e polmonite, la relazione – Negli ultimi mesi si è registrato un aumento significativo dei casi di polmonite, tanto che molti medici hanno parlato di una situazione inedita negli ospedali italiani. Alla base di questo incremento ci sono diversi fattori, a cominciare dall’ondata influenzale che ha colpito circa 17 milioni di persone. Il picco è arrivato più tardi rispetto agli anni precedenti e ha trovato una popolazione con meno difese immunitarie, specialmente nei confronti del virus H3N2, che aveva circolato poco negli ultimi tempi. Questo ha facilitato l’insorgenza di complicazioni, tra cui la polmonite, sia di origine virale che batterica.
L’aumento dei casi– Un altro aspetto da considerare è l’invecchiamento della popolazione. Gli anziani, in particolare quelli sopra gli 85 anni, sono più esposti alle infezioni respiratorie, soprattutto se soffrono di malattie croniche come diabete o patologie cardio-respiratorie. In questi soggetti, un’influenza può facilmente degenerare in polmonite, con un rischio più alto di ricovero ospedaliero. A questo si aggiunge la bassa copertura vaccinale. Un ulteriore elemento da non sottovalutare è il miglioramento degli strumenti diagnostici. Oggi i medici sono in grado di individuare con maggiore precisione e rapidità le polmoniti, sia virali che batteriche, il che ha portato a un apparente aumento dei casi.
L’assistenza territoriale – Infine, c’è la questione dell’assistenza territoriale, che in Italia presenta ancora molte lacune. Secondo gli esperti, oltre l’80% delle polmoniti potrebbe essere trattato a casa, ma spesso ciò non avviene perché manca un servizio capillare di medici che possano visitare i pazienti a domicilio. Questo porta a un numero di ricoveri ospedalieri più alto del necessario, sovraccaricando le strutture sanitarie.
I sintomi, come riconoscerla – La polmonite è un’infezione polmonare che può iniziare con sintomi simili a quelli di un’influenza, ma poi peggiorare. I segnali più comuni sono febbre alta, brividi, tosse (secca o con catarro), difficoltà respiratoria e dolore al petto. Spesso provoca anche affaticamento, mal di testa e perdita di appetito. Negli anziani può manifestarsi con confusione mentale e sonnolenza, mentre nei bambini con difficoltà nell’alimentazione. La malattia può essere batterica, virale o atipica, e se non trattata può portare a complicazioni gravi. È fondamentale riconoscere i sintomi e rivolgersi al medico in caso di febbre persistente o problemi respiratori. Una diagnosi precoce aiuta a gestire meglio la patologia e a ridurre i rischi.
Il vaccino – I vaccini contro influenza e pneumococco potrebbero prevenire molte forme di polmonite, ma vengono utilizzati ancora troppo poco. La vaccinazione antinfluenzale, ad esempio, copre solo il 18,9% della popolazione, lasciando scoperti molti soggetti a rischio. Questo è un problema non solo per la salute individuale, ma anche per il sistema sanitario, che si trova a dover gestire un alto numero di ricoveri evitabili.
Le regioni dovranno assicurare l’attuazione della norma. Le perplessità
Novità importanti in manovraper le ricette mediche. A quanto pare la prescrizione bianca, quella compilata dai medici, verrà sostituita da un formato elettronico. D’ora in poi dunque la ricetta arriverà via email o Whatsapp, sia per i farmaci a carico del Servizio sanitario nazionale sia per quelli a pagamento.
La ricetta medica dematerializzata – Addio ricetta bianca, al suo posto arriverà quella elettronica. La novità è stata inserita in manovra. A stabilirlo l’art. 54 della legge di bilancio in cui si legge che “tutte le prescrizioni a carico del Servizio sanitario nazionale andranno effettuate nel formato elettronico“, al fine di “potenziare il monitoraggio dell’appropriatezza e garantire la completa alimentazione del Fascicolo sanitario on line“.
La disposizione non comporta nuovi o maggiori oneri, in quanto si tratta di una norma diretta a favorire la tempestiva attuazione di quanto già previsto nel vigente ordinamento. Saranno le regioni a dover assicurare l’attuazione della norma, mediante le autorità competenti per territorio.
Le perplessità – A favore della ricetta dematerializzata il presidente della Federazione dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ma con qualche perplessità. “Gli strumenti elettronici devono rappresentare un ausilio per il medico e per la qualità dell’assistenza. Il problema è se siamo pronti per farlo, e se le reti di supporto tengono“, ha detto all’Ansa.
Il presidente della Fnomceo ricorda infatti che “ci sono luoghi del Paese nei quali le linee elettroniche non sono stabili o non presenti affatto“. Per questo “se da un lato la ricetta elettronica è uno strumento utile, dall’altro è necessario fare i conti con le peculiarità dell’assistenza“.
Sulla stessa linea Federfarma. “Oggi sono prescritti su ricette dematerializzate il 98% dei farmaci, ma il sistema funziona con criticità“, dichiara il vicepresidenteGianni Petrosillo ricordando che in caso di problemi al Sistema di Accoglienza Centrale (Sac) e ai Sistemi di Accoglienza Regionali (Sar) “non è possibile risalire al tipo di farmaco da erogare. Se ci fosse una sorta di promemoria con il nome del farmaco, sarebbe possibile erogarlo in via provvisoria e poi, con il ripristino della connessione, andare a chiudere ricetta“. Si tratta di un aspetto che Federfarma ha già segnalato al ministero della Salute: “È un problema che va affrontato perché si tratta di rispettare il diritto del cittadino ad avere il farmaco“.
Lunedì, 11 Novembre 2024
WhatsApp: da ora sarà fondamentale per la sanità in Italia, ecco perché
Chi è abituato ad andare dal medico e a ricevere la solita ed indecifrabile ricetta, potrà ottenerla tramite WhatsApp telematicamente.
Tecnologia e sanità sono due campi che ormai si intersecano sempre di più tra loro e lo dimostrano le ultime notizie ufficiali. A quanto pare infatti la classica ricetta bianca dedicata ai farmaci di fascia C non esisterà più nella sua canonica forma cartacea. Questa diventerà completamente telematica, inviata ai pazienti tramite e-mail e anche con WhatsApp.
Esatto, l’applicazione di messaggistica istantanea più famosa al mondo verrà utilizzata anche a scopi sanitari. Ad indicare le linee guida è stata la nuova manovra, con la prescrizione dei suddetti farmaci che sarà disponibile in fomato digitale e non più su carta.
WhatsApp diventa fondamentale: ora in chat arriveranno anche le ricette dei medici – Il cambiamento rappresenta un passo avanti nella digitalizzazione del settore sanitario. Con l’eliminazione della ricetta cartacea per i farmaci di fascia C – quelli non rimborsabili dal Sistema Sanitario Nazionale – il paziente potrà ricevere direttamente la prescrizione sul proprio smartphone. Basterà mostrare il messaggio ricevuto in farmacia per ottenere il medicinale prescritto. In questo modo, si supera anche il problema della calligrafia a volte indecifrabile dei medici.
La ricetta telematica sarà sicura e firmata digitalmente, garantendo la stessa validità di quella tradizionale. Inoltre, attraverso l’utilizzo di strumenti comuni come WhatsApp o l’e-mail, si agevolerà la comunicazione tra paziente e medico, semplificando la gestione delle prescrizioni, anche per chi ha difficoltà a spostarsi o vuole evitare inutili code in ambulatorio.
I vantaggi di questa scelta sono evidenti: meno carta, maggiore praticità e più accessibilità. A livello di sicurezza, la trasmissione digitale permette di conservare traccia delle prescrizioni, evitando così rischi di smarrimento. Tuttavia, il passaggio al formato telematico potrebbe comportare qualche difficoltà per le persone meno avvezze alla tecnologia, come ad esempio gli anziani. Per ovviare a questo problema, è possibile che venga prevista assistenza specifica per gli aventi bisogno, anche nelle farmacie.
Il primo cittadino ha emesso un’ordinanza urgente intimando ad Acciaierie Italia e Ilva in amministrazione straordinaria di individuare gli impianti responsabili dell’aumento di benzene
Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, ognuna per le proprie competenze e responsabilità, hanno 30 giorni di tempo per individuare gli impianti responsabili dell’aumento della concentrazione di benzene registrata dalle centraline atmosferiche. È quanto stabilisce un’ordinanza contingibile e urgente firmata dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci che, ricalcando l’analogo provvedimento del 2020, ha inoltre intimato alle due società di individuare una soluzione tempestiva al problema senza la quale, entro 60 giorni dall’ordinanza bisognerà procedere allo spegnimento degli impianti dell’area a caldo.
Le relazioni di Asl e Arpa – «Abbiamo ricevuto dall’Asl – sottolinea il primo cittadino – evidenze chiare rispetto al rischio per la popolazione, in particolare riguardo al danno provocato dall’aumento della media annuale della concentrazione di benzene, anche se al di sotto dei limiti di legge. Un’ulteriore relazione di Arpa ci ha consentito di correlare i picchi registrati all’attività dell’acciaieria, per questo l’ordinanza è mirata ad AdI e Ilva in as». Con l’ordinanza, spiega ancora Melucci, «abbiamo applicato quella precauzione che ci assegnano le norme, rispetto a un problema che era stato già sollevato e affrontato anche all’interno dell’osservatorio ispirato all’articolo 41 della Costituzione, che abbiamo insediato a gennaio. I nuovi elementi ci hanno messo nelle condizioni di procedere e ora attendiamo le necessarie risposte».
L’uso della prescrizione dematerializzata è stata introdotta durante l’emergenza Covid
Richiesta a gran voce dai camici bianchi, la proroga dell’utilizzo della ricetta elettronica è stata approvata. Il Governo, riunito in Cdm mercoledì a Palazzo Chigi, ha inserito il posticipo della norma nel decreto Milleproroghe all’esame del Consiglio dei ministri.
La misura, che consentiva ai medici di ricorrere alla prescrizione dematerializzata sostituendo quella cartacea, era contenuta in un’ordinanza legata alla pandemia e sarebbe scaduta a fine anno. Tuttavia, non essendoci più lo stato d’emergenza dovuto al Covid, il governo ha deciso di rinnovare di un anno la possibilità di utilizzare le ricette elettroniche. Grazie a questa misura, i pazienti possono evitare di andare fisicamente nello studio del medico per ritirare la ricetta cartacea e ricevere invece il numero di quella elettronica da utilizzare per acquistare i farmaci.
La ricetta rossa sempre più frequentemente è sostituita dalla ricetta elettronica o dematerializzata
Tessera Sanitaria – Carta regionale dei Servizi – Con MicrochipTessera Sanitaria – Carta Regionale Servizi – Senza Microchip
A causa della scarsità di semiconduttori, da giugno le Carte nazionali dei servizi sono stampate anche senza il cuore elettronico che le eleva a identità digitali. E’ possibile fare una proroga di quelle in scadenza, ma non è semplice. E, in ogni caso, per le cure mediche servono entrambi i documenti. Ecco cosa sta succedendo
Milano 29 agosto 2022
Le tessere sanitarie senza microchip fanno capolino tra gli italiani e gettano un po’ di scompiglio sui servizi pubblici cui si può accedere attraverso il documento di plastica. Come ha segnalato il Messaggero, un decreto del Mef ha stabilito che dal 1° giugno le tessere santiarie possono esser stampate e distribuite ai cittadini anche senza microchip. Il problema è la mancanza globale di semiconduttori, che da mesi l’industria automobilistca ben conosce e che adesso suggerisce il cambio di formato anche al documento pubblico.
Il microchip è l’elemento che consente alla Tessera Sanitaria (TS) di evolvere in Carta nazionale dei servizi (TS-CNS) e di diventare così uno “strumento di identificazione in rete” che permette di fruire dei servizi della Pa. Senza il microchip, dunque, questa evoluzione salta.
Cosa significa, in soldoni, questo? Il portale di Regione Lombardiasintentizza così, in un avviso agli utenti: “Le nuove Tessere Sanitarie senza microchip avranno valenza di Codice Fiscale e di Tessera Europea Assistenza Malattia (TEAM)“, ovvero consentiranno l’accesso alle cure anche all’estero nella Ue, “ma non le funzionalità della Carta Nazionale dei Servizi (identificazione e autenticazione online e firma elettronica avanzata nei rapporti con le Pubbliche Amministrazioni)“. Ecco dunque che salta l’accesso ai servizi della Pa.continua a leggere sucorriere.it
L’assessorato al Welfare di Regione Lombardia ha inviato la segnalazione di due casi di epatite a eziologia ignota al ministero della Salute. I bambini sono ricoverati in osservazione
La segnalazione di due bambini con epatite a eziologia ignota è stata trasmessa dall’assessorato al Welfare di Regione Lombardia al Ministero della Salute. Attualmente ricoverati in osservazione, i due bambini non sono in pericolo di vita.
La segnalazione partita dalla Lombardia segue le indicazioni che il ministero ha dato a tutte le Regioni con una circolare informativa inviata il 14 aprile, quando sono arrivate maggiori informazioni dal Regno Unito. L’approfondimento è iniziato. Ma gli esperti della Sigenp, la Società italiana di gastroenterologia, epatologia e nutrizione pediatrica, dicono: “Nessun allarme: il dato è in linea con gli anni passati“.
Con oltre 1.400 abitanti per medico di base, l’Italia soffre di una carenza di assistenza primaria nel territorio rispetto ai maggiori paesi europei. Inoltre, esistono notevoli differenze tra regioni: in quelle del Nord i medici di base hanno un carico di assistiti più elevato di quelle del Sud. Guardando in avanti, il numero di medici di base che andrà in pensione nei prossimi 7 anni eccede quello in entrata: pur considerando ulteriori 900 borse annuali per la formazione dei medici di medicina generale, dovremmo perdere tra i 9.200 e 12.400 medici di base dal 2022 al 2028. Questa perdita riflette in parte un’inadeguata programmazione dell’offerta di servizi medici, ma la sua principale causa è riconducibile al crollo demografico, problema strutturale del nostro paese
Contesto europeo – Con 1.408 abitanti per medico di base nel 2019, l’Italia si attesta leggermente al di sotto della media europea (1.430), la quale però è influenzata negativamente da un alto valore di questo indice nei paesi dell’Est Europa. I paesi dell’Europa Occidentale, con cui dovremmo confrontarci, hanno invece valori molto più bassi (Fig. 1). La situazione si è aggravata negli ultimi anni con il numero di medici di base che è passato da circa 45.500 nel 2012 a 42.420 nel 2019 (Fig. 2).
Contesto nazionale – Secondo gli accordi collettivi nazionali, un medico di base può assistere fino a 1.500 pazienti, anche se alcune regioni hanno aumentato notevolmente questo limite. La media nazionale è di 1.224 ma il valore è più alto al Nord (1.326), rispetto al Centro (1.159) e al Sud (1.102) (Fig.3 e Tav. 1). In dettaglio, le regioni con il maggior numero di assisiti per medico di base sono: Trentino-Alto Adige (1.454), Lombardia (1.408) e Veneto (1.365) mentre le ultime sono Calabria (1.055), Basilicata (1.052) e Umbria (1.049).continua a leggere