Arriva Ita ma la Sardegna rischia di perdere le tariffe aeree calmierate


articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/arriva-ita-ma-sardegna-rischia-perdere-tariffe-aeree-calmierate-AEda25d

Il regime che consente ai residenti di viaggiare dagli scali sardi di Cagliari Elmas, Olbia e Alghero, verso Roma e Milano a tariffe calmierate rischia di scomparire

Tutti nelle mani della nuova compagnia aerea. E mentre i lavoratori, da Alitalia a Air Italy, sperano nel nuovo corso, i collegamenti per la Sardegna, dovranno fare i conti con l’incognita della continuità territoriale per i residenti che, almeno per il momento, rischia di sparire.
Ossia il regime che consente ai residenti di viaggiare dagli scali sardi di Cagliari Elmas, Olbia e Alghero, verso Roma e Milano a tariffe calmierate. Prezzi ridotti che la compagnia aerea può garantire in virtù della compensazione economica pubblica legata alla convenzione stipulata con la Regione.

Nodo tariffe per residenti – Proprio qui però si presenta il problema. La nuova compagnia Ita non può ereditare le rotte da Alitalia e quindi, neppure la convenzione con la Regione. “Qui sorge il caso – dice Arnaldo Boeddu, segretario generale della Filt Sardegna – perché non potendo Ita ereditare la convenzione di Alitalia è necessario attivare una procedura, di cui ora non si sa nulla, per garantire i collegamenti a prezzi calmierati”.

Una soluzione provvisoria – Per il sindacalista l’unica strada da seguire è quella di una “manifestazione di interesse per un’assegnazione provvisoria”, il tutto in attesa che si faccia il nuovo bando. “Dal 15 ottobre si deve intervenire con un procedimento di emergenza per garantire i prezzi dei biglietti calmierati ai residenti – argomenta – poi si deve lavorare per il resto. Anche perché i tempi di un bando internazionale prevedono una pubblicazione di sei mesi e poi altri sei mesi. Non è ammissibile lasciare i passeggeri senza continuità territoriale per un anno”.

Nodo personale – Non manca poi la preoccupazione per il futuro dei lavoratori. Perché, “sulla newco ITA continuano a persistere le forti perplessità rispetto ad un piano industriale con un numero di aeromobili troppo esiguo per poter soddisfare non solo le esigenze dei passeggeri ma grantire i livelli occupazionali espressi dalla ex compagnia di bandiera”.

Vertenza Air Italy – Nella partita dei trasporti aerei c’è poi la questione relativa alla compagnia aerea sardo qatariota Air Italy in liquidazione dal febbraio del 2020. Il 31 dicembre di quest’anno scadrà la cassa integrazione per i quasi 1.400 dipendenti distribuiti tra gli hub di Olbia e Malpensa. “E’ necessario che si trovi una soluzione – argomenta – che passi anche per l’intervento delle due Regioni coinvolte che sono la Sardegna e la Lombardia. Oltre che del Governo”.

Caso nazionale – Non è comunque tutto. Per Christian Solinas, presidente della Regione non c’è solo “Ita -Alitalia” ma anche “Air Italy”. Per il Governatore si tratta di una “grande vertenza nazionale della quale il Governo deve farsi carico anche in una trattativa con Bruxelles, per garantire alla Sardegna una nuova continuità territoriale e un sistema di collegamenti aerei all’altezza delle esigenze dell’Isola”. Per questo motivo il governatore rimarca che è necessario che un intervento del Governo anche per “l’immediata apertura di una trattativa che porti ad individuare una nuova via industriale” e in grado di garantire “il futuro ai lavoratori e la salvaguardia della preziose professionalità acquisite in decenni di attività”.

Ammortizzatori sociali e ricollocamento – Ad auspicare che il Governo “attivi immediatamente, nelle fasi di apertura di Ita, anche le procedure di reintegro per i lavoratori di Air Italy, per i quali gli ammortizzatori sociali scadono il 31 dicembre” è l’assessore regionale al Lavoro Alessandra Zedda: “Ritengo che i lavoratori delle compagnie aeree Alitalia e Air Italy debbano avere tutti la possibilità di rientrare nel piano di rilancio della compagnia nazionale Ita. La Regione Sardegna è pronta a fare la sua parte immediatamente. Attendiamo dunque la convocazione del tavolo per la vertenza Air Italy”.

Alitalia, stop a ottobre con 255 mila passeggeri da rimborsare o riproteggere


articolo: https://www.corriere.it/economia/consumi/21_agosto_05/stop-ad-alitalia-ottobre-sono-255-mila-passeggeri-rimborsare-o-riproteggere-303869c6-f534-11eb-be09-a49ff05c6b25.shtml

Sono almeno 255 mila i passeggeri italiani e stranieri che hanno prenotato un volo con Alitalia dopo il 14 ottobre, quando la compagnia dovrebbe cessare le attività, e che quindi dovranno essere rimborsati o imbarcati su un collegamento alternativo a spese del nostro governo. È quanto spiegano al Corriere della Sera due fonti ministeriali che chiedono l’anonimato perché non autorizzate a parlarne con la stampa. Le stesse fonti sottolineano che i cento milioni di euro stanziati dall’esecutivo Draghi dovrebbero essere più che sufficienti per tutelare tutti i clienti, compresi quelli in possesso di un voucher emesso da Alitalia per i voli saltati nel 2020 a causa del Covid.

Il passaggio a ITA – Gli oltre 255 mila clienti — proseguono le fonti — risultano prenotati fino al 31 maggio 2022, ultimo giorno in cui si può acquistare un volo di Alitalia attraverso i circuiti classici (agenzie di viaggio, sito web, piattaforme terze). Si tratta soprattutto di italiani, ma non mancano gli stranieri, a partire dagli statunitensi. L’operazione del governo italiano sarà gestita dal ministero dello Sviluppo economico, ma non si annuncia facile soprattutto nei confronti di quei passeggeri intercontinentali che hanno un volo di andata entro il 14 ottobre (ultimo giorno previsto di attività di Alitalia) e il ritorno dal 15 ottobre (quando dovrebbe decollare la newco Italia Trasporto Aereo). L’amministrazione straordinaria preferisce non pronunciarsi per ora sui numeri raccolti dal Corriere.

AEREI

Alitalia smette di volare il 14 ottobre. Ok di Bruxelles a Italia Trasporto Aereo

di Leonard Berberi

Il fondo da 100 milioni – Per tutelare i diritti dei passeggeri nel passaggio da Alitalia a ITA è stato previsto nel decreto legge 30 giugno 2021, n. 99 l’istituzione di «un fondo, con una dotazione di 100 milioni di euro per l’anno 2021, diretto a garantire l’indennizzo dei titolari di titoli di viaggio e voucher emessi dall’amministrazione straordinaria (Alitalia, ndr) in conseguenza delle misure di contenimento previste per l’emergenza epidemiologica da Covid-19 e non utilizzati alla data del trasferimento dei compendi aziendali». L’indennizzo «è erogato esclusivamente nell’ipotesi in cui non sia garantito al contraente analogo servizio di trasporto, ed è quantificato in misura pari all’importo del titolo di viaggio»

TRASPORTI

Alitalia, dal governo fondo di 100 milioni per rimborsare i biglietti

di Leonard Berberi

Il provvedimento del Mise – Toccherà al ministero dello Sviluppo economico — titolare del dossier Alitalia — stabilire con un provvedimento le «modalità attuative». Al dicastero stanno ancora lavorando sui passaggi: oltre al rimborso il passeggero potrebbe essere sistemato su un volo alternativo senza spesa aggiuntive per l’utente perché a quel punto i soldi verrebbero presi dal fondo di cento milioni di euro. Il Mise «provvede al trasferimento ad Alitalia delle risorse sulla base di specifica richiesta». Quel che è certo è che il numero dei clienti aumenterà lievemente perché le prenotazioni non sono state ancora chiuse da Alitalia in attesa della definizione dell’accordo con ITA

Il costo dell’operazione – Secondo i calcoli del Corriere consultando i database specializzati la tariffa media di Alitalia nel periodo ottobre 2021-maggio 2022 si aggira attorno ai 135 euro (qui sono inclusi anche i viaggi intercontinentali). Se tutti i passeggeri chiedessero il rimborso lo Stato italiano dovrebbe pagare oltre 34 milioni di euro, quindi poco più di un terzo dell’intero stanziamento. Ma — precisano le fonti ministeriali — una parte rilevante dei soldi sarà destinata alla riprotezione su un altro vettore, cosa che potrebbe richiedere un esborso maggiore. Con una fetta dei cento milioni bisognerà inoltre garantire il servizio (o la restituzione dei soldi) anche ai possessori dei voucher emessi per il Covid-19.LA

CARTA FEDELTÀ

Alitalia, Ita dice addio alle MilleMiglia: ecco cosa succede ai punti della tessera

di Leonard Berberi

Senza precedenti – L’operazione di tutela dei clienti risulta anche la prima al mondo nella quale è prevista la chiusura volontaria di una compagnia aerea. Le altre «missioni», infatti, hanno riguardato vettori falliti da un giorno all’altro. Ma se l’operazione Alitalia è lontana dai numeri di Thomas Cook (360 mila prenotazioni rimborsate dopo il crac, 144 mila inglesi lasciati a terra fuori dal Regno Unito), risulta comunque la seconda per volumi nella storia moderna del trasporto aereo, più di quanto avvenuto con lo stop del vettore Monarch Airlines (110 mila).

Sentenza Ilva di Taranto, Fabio Riva condannato a 22 anni, Nicola Riva a 20


articolo: https://www.corriere.it/economia/aziende/21_maggio_31/sentenza-ilva-taranto-fabio-riva-condannato-22-anni-nicola-riva-20-f355bba8-c1e4-11eb-97d8-c46abd749374.shtml

Ex-Ilva, le condanne: 22 e 20 anni a Fabio e Nicola Riva, 3 anni a Vendola

Il primo grado del processo sull’Ilva «Ambiente svenduto» si è chiuso con condanne pesanti: ventidue anni per Fabio Riva, 20 per Nicola Riva, gli ex proprietari del gruppo siderurgico e principali imputati. La sentenza della Corte d’Assise per il processo con 47 imputati relativo al reato di disastro ambientale dell’Ilva con la gestione Riva è stata letta stamattina in aula dalla presidente Stefania D’Errico alle 10.45: è arrivata dopo 329 udienze durate cinque anni (la prima il 17 maggio del 2016). La richiesta dell’accusa era di 28 anni per Fabio Riva e 25 per Nicola Riva, ex proprietari ed amministratori dell’azienda.

La confisca degli impianti – La Corte d’Assise di Taranto ha anche disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva, così come era stato chiesta dai pm. Gli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ex Ilva erano già stati sequestrati dal gip del tribunale del capoluogo jonico Patrizia Todisco il 25 luglio 2012 (poi venne concessa la facoltà d’uso). Accolta, in questo senso, da una giuria di tutte donne, la richiesta formulata dall’accusa rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire. I giudici nella sentenza hanno stabilito la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa, oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione, e Riva forni elettrici per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro.

La continuità dell’attività – La confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto non ha alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto. La confisca degli impianti è stata chiesta dai pm, ma essa sarà operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio. Gli impianti di Taranto, quindi, restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica. Gli impianti pugliesi sono infatti ritenuti strategici per l’economia nazionale da una legge del 2012 confermata anche dalla Corte Costituzionale. Per area a caldo si intendono parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie. Da rilevare che nel passaggio degli impianti dall’attuale proprietà di Ilva in amministrazione straordinaria all’acquirente, cioè la società Acciaierie d’Italia tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Passaggio per ora collocato entro maggio 2022.

Le condanne dei dirigenti – Tra i condannati c’è anche Adolfo Buffo, ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, ed attuale direttore generale di Acciaierie d’Italia (società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia). È stato condannato a 4 anni, i pm avevano chiesto la condanna a 20 anni. A Buffo era contestata anche la responsabilità di due incidenti mortali sul lavoro. Ventuno anni di reclusione sono stati invece inflitti all’ex direttore del siderurgico Luigi Capogrosso (28 la richiesta dei pm) e 21 anni anche per Girolamo Archinà, ex consulente dei Riva per le relazioni istituzionali (28 la richiesta dei pm).

Tre anni e mezzo a Nichi Vendola – Tre anni e mezzo di reclusione sono stati inflitti dalla Corte d’Assise di Taranto all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola: i pm avevano chiesto la condanna a 5 anni. Vendola è accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’Ilva. Assennato è stato condannato a 2 anni: secondo l’accusa avrebbe taciuto delle pressioni subite dall’ex governatore affinché attenuasse le relazioni dell’Arpa a seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Il pm aveva chiesto la condanna a un anno. Assennato, che ha sempre negato di aver ricevuto pressioni da Vendola, aveva rinunciato alla prescrizione.

L’assoluzione di Ferrante – È stato invece assolto l’ex prefetto di Milano ed ex presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Per lui i pm avevano chiesto 17 anni. Bruno Ferrante si era insediato come presidente del cda Ilva a luglio 2012, cioè poche settimane prima del sequestro degli impianti da parte della magistratura.

Il sequestro del 2012 – Il processo «Ambiente svenduto» nasce a seguito del sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico dell’Ilva di Taranto e degli arresti avvenuti a partire dal 26 luglio 2012 su ordine del gip Patrizia Todisco. La pubblica accusa ha sempre parlato di inquinamento «devastante per l’ambiente e per la salute», chiedendo 28 e 25 anni di carcere per Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva; 28 anni per l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, 20 anni per il dirigente Adolfo Buffo e per cinque ex «fiduciari aziendali».

L’estromissione dei Riva nel 2012 – L’inchiesta del 2012 e il successivo processo posero di fatto fine alla proprietà dei Riva dopo 17 anni di guida dell’acciaieria (in seguito alla messa in liquidazione di Italsider nel 1988, il gruppo lombardo si aggiudicò quella che era diventata Ilva nel 1995). Il 26 luglio del 2012, infatti, l’acciaieria viene messa sotto sequestro (senza facoltà d’uso) a seguito dell’inchiesta della magistratura di Taranto. Le accuse per i vertici aziendali, a vario titolo, sono di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose. Nel 2013 arriva il commissariamento, nel 2015 l’Amministrazione straordinaria, nel 2016 il decreto per la vendita, nel 2017 l’aggiudicazione alla cordata Am Investco (in concorrenza con AcciaItalia), guidata da ArcelorMittal, gruppo nato nel 2006 dalla fusione tra la francese Arcelor e l’indiana Mittal Steel Company, con quartier generale in Lussemburgo. E l’Ilva torna privata, prima del nuovo ingresso dello Stato, in compartecipazione, nel 2021 con Invitalia.

Le mille parti civili – Tra le circa mille le parti civili, questa mattina c’era anche il consigliere comunale Vincenzo Fornaro, ex allevatore che subì l’abbattimento di circa 600 ovini contaminati dalla diossina. «È il giorno — osserva — in cui si stabilirà dopo 13 anni chi ha ragione tra un manipolo di pazzi sognatori che continuano a immaginare un futuro diverso per questa città e chi resta industrialista convinto. Grazie a tutti quelli che in questi anni si sono battuti per arrivare a questo punto. Abbiamo fatto il massimo e continueremo a farlo».

Modello 730: scadenze, novità e difficoltà. Tutto quello che bisogna sapere


articolo: https://www.corriere.it/economia/professionisti/consulenti-del-lavoro/cards/modello-730-scadenze-novita-difficolta-tutto-quello-che-bisogna-sapere/guida.shtml

La guida per il Modello 730 del 2021 (redditi 2020)

Arriva il momento della dichiarazione dei redditi dei lavoratori dipendenti: il modello 730 per l’anno 2020. La stagione comincia presto: a partire dal 10 maggio, l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei contribuenti il modello 730 precompilato sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it, che il Fisco appronta per ogni contribuente ormai da qualche anno (con procedure semplificate). Per accedere serve lo Spid, ovvero l’identità digitale per i servizi pubblici (di seguito le istruzioni).

Ma vediamo di seguito le principali novità e le tempistiche per la Dichiarazione dei redditi tradizionale e «fai da te», con l’ausilio della Guida redatta dai Consulenti del Lavoro.
Tra le novità la più delicata riguarda l’obbligo della tracciabilità dei pagamenti per poter accedere alla detrazione delle spese sanitarie, onere che la pandemia e le sue conseguenza non hanno di certo agevolato. A tal proposito è stato già richiesto lo slittamento dell’entrata in vigore. «Non c’è dubbio che è una difficoltà in più che si va ad aggiungere alle altre già esistenti in questo strano periodo – dichiara Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del lavoro – . Per questo abbiamo richiesto il rinvio all’anno fiscale 2021». Vediamo nel dettaglio le novità certe del nuovo modello per la Dichiarazione dei redditi.

Chi deve presentare il modello 730: i dipendenti e i contribuenti – Possono utilizzare il modello 730 – 2021 i contribuenti che nel 2020 hanno percepito: redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati (es. co.co.co.); redditi dei terreni e dei fabbricati; redditi di capitale; redditi di lavoro autonomo per i quali non è richiesta la partita IVA (es. prestazioni di lavoro autonomo non esercitate abitualmente); redditi diversi (es. redditi di terreni e fabbricati situati all’estero); alcuni dei redditi assoggettabili a tassazione separata. Il contribuente è tenuto a presentare la dichiarazione se ha conseguito redditi nell’anno 2020 e non rientra nelle ipotesi di esonero (es. lavoratore dipendente titolare esclusivamente di redditi corrisposti da un unico datore di lavoro). La dichiarazione deve comunque essere presentata se le addizionali all’Irpef non sono state trattenute o sono state trattenute in misura inferiore a quella dovuta da parte del datore di lavoro. La dichiarazione può essere presentata, per fruire di detrazioni o per chiedere rimborsi relativi a crediti o eccedenze di versamento che derivano dagli anni precedenti.

Il 730 precompilato – A partire dal 10 maggio, l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei contribuenti il modello 730 precompilato sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it. È possibile accedere al 730 precompilato utilizzando: – un’identità SPID – Sistema pubblico d’identità digitale;
– CIE – Carta di identità elettronica;
– le credenziali dispositive rilasciate dall’Inps;
– una Carta Nazionale dei Servizi.

Fino al 30 settembre 2021 è possibile accedere anche utilizzando le credenziali rilasciate dall’Agenzia delle entrate fino al 28 febbraio 2021.

Nella sezione del sito internet dedicata è possibile visualizzare:
– il 730 precompilato;
– un prospetto con l’indicazione sintetica dei redditi e delle spese presenti nel precompilato.
Nello stesso prospetto sono evidenziate anche le informazioni che risultano incongruenti e che quindi richiedono una verifica da parte del contribuente;

– l’esito della liquidazione: il rimborso che sarà erogato dal sostituto d’imposta e/o le somme che saranno trattenute in busta paga;
– il modello 730-3 con il dettaglio dei risultati della liquidazione.

Il modello 730 ordinario – Il contribuente non è obbligato ad utilizzare il modello 730 precompilato messo a disposizione dall’Agenzia delle entrate. Può infatti presentare la dichiarazione dei redditi con le modalità ordinarie (utilizzando il modello 730 o il modello Redditi).

Il modello 730 ordinario può essere presentato al sostituto d’imposta che presta l’assistenza fiscale, al Caf o al professionista abilitato. I lavoratori dipendenti privi di un sostituto d’imposta che possa effettuare il conguaglio devono presentare il mod. 730 a un Caf o a un professionista abilitato. Il 730 ordinario si presenta ai predetti soggetti entro il 30 settembre.

Le novità del 2020 del Modello 730 – Tra le principali novità contenute nel modello 730 di quest’anno vi sono:
– Riduzione della pressione fiscale del lavoratore dipendente con reddito fino a 28.000 euro (c.d. bonus 100 euro); inoltre, il lavoratore con reddito superiore a 28.000 euro e fino a 40.000 euro spetta un’ulteriore detrazione il cui importo diminuisce all’aumentare del reddito;
– Detrazione per ristrutturazione “Superbonus 110%”;
– Detrazione per “Bonus facciate” pari al 90%;
– Credito d’imposta per monopattini elettrici e servizi di mobilità elettrica;
– Credito d’imposta “Bonus vacanze”, se il credito d’imposta vacanze è stato fruito entro il 31 dicembre 2020, è possibile fruire del relativo importo della detrazione pari al 20 % dell’importo sostenuto
.

La tracciabilità delle spese sanitarie – La legge di Bilancio 2020 ha previsto l’obbligo di tracciabilità per le detrazioni relative agli oneri di cui all’art. 15 del TUIR all’interno dei quali vi sono le spese sanitarie. L’obbligo di pagamento tracciabile, però, non riguarda le detrazioni spettanti per:
– le spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici;
– le prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale.

A titolo di esempio, una visita effettuata presso una struttura ospedaliera, in regime di intramoenia, o presso una struttura accredita con il servizio sanitario nazionale può continuare ad essere pagata in contanti conservando il diritto alla detrazione. Al contrario, la medesima visita, effettuata presso uno specialista “libero professionista”, deve essere pagata con un mezzo tracciabile (carta di debito, di credito, carta prepagata, bonifico e assegno bancario).

L’Agenzia delle entrate con la risposta n. 484 del 2020 ha chiarito che la spesa sanitaria può essere considerata sostenuta dal contribuente al quale è intestato il documento di spesa, anche in caso di pagamento effettuato da altro soggetto. Occorre però assicurare ai fini della detraibilità la corrispondenza tra spesa detraibile e pagamento effettuato dal terzo, fornendo al professionista o al Caf un documento che provi la transazione con ricevuta bancomat, bollettino postale, MAV, o estratto conto bancario. In mancanza di tali ricevute, l’utilizzo del mezzo di pagamento tracciabile può essere documentato tramite una annotazione in fattura da parte del percettore delle somme (es. medico specialista)

Dichiarazione dei redditi e Modello 730: tutti gli articoli

LEGGI ANCHE:

Iliad rileva il 12% di Unieuro e diventa il primo azionista


articolo: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2021/04/06/iliad-rileva-il-12-di-unieuro-e-diventa-il-primo-azionista_8d340c54-203a-4c65-a4df-c1b78ddd9393.html

L’operatore telefonico Iliad ha acquisito, attraverso Iliad Holding spa e Iliad sa, una partecipazione pari a circa il 12% del capitale sociale del retailer di elettronica Unieuro, diventandone primo azionista.  Lo annuncia la società in una nota.  “Siamo felici di entrare nel capitale di Unieuro per accompagnarli nella loro crescita a lungo termine. Apprezziamo la squadra Unieuro e condividiamo con loro valori fondamentali: una costante volontà di innovare, un forte spirito imprenditoriale e una vera attenzione alla qualità della relazione con gli utenti e i consumatori“, afferma Benedetto Levi, ceo di Iliad Italia.  L’investimento in Unieuro, quotata a Piazza Affari, vale agli attuali corsi di Borsa circa 53 milioni di euro.

L’operatore telefonico francese ne diventa il primo azionista davanti all’asset manager transalpino Amundi, titolare del 5% del capitale.