La violenza contro le donne in Italia continua a rappresentare un’emergenza sociale: le cittadine italiane dichiarano di aver subito più violenze fisiche e sessuali rispetto alle straniere. Tra le giovani tra i 16 e i 24 anni, quasi una su tre ha vissuto almeno una forma di violenza sessuale o molestia con contatto.
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La commissione Giustizia al Senato ha adottato a maggioranza la proposta messa a punto dalla leghista Giulia Bongiorno. Le opposizioni: “Calpestato un patto”
La presidente della commissione Giustizia al Senato Giulia Bongiorno (foto Roberto Monaldo/LaPresse)
La maggioranza cambia ancora una volta la proposta di legge sullo stupro e sul consenso esplicito. Il testo già approvato alla Camera e frutto dell’intesa traGiorgia Meloni ed Elly Schleinsi trova da qualche mese in Senato ed è terreno di scontro tra il centrodestra e le opposizioni. Nella nuova riformulazione compare un’innalzamento delle pene per violenza sessuale.
Aumentano le sanzioni – La nuova versione del testo è stata presentata martedì 27 gennaio in commissione Giustizia al Senato da Giulia Bongiorno, relatrice della proposta. Nei giorni scorsi la leghista aveva depositato una riformulazione che non era piaciuta alle opposizioni. Le ultime novità riguardano l’aumento delle sanzioni da 6 a 12 anni di reclusione (anziché 4-10 anni) per gli atti sessuali contro la volontà di una persona e l’aumento da 7 a 13 anni (invece di 6-12).
La nuova riformulazione presentata da Bongiorno
L’articolo 609-bis del codice penale viene così riscritto: “Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è punito con la reclusione da sei a dodici anni”, anziché da quattro a dieci anni. “La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso“, si legge nel testo, preso in visione da Today.it.
Mentre “la pena è della reclusione da sette a tredici anni se il fatto è commesso mediante violenza e, minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa”, si legge ancora nella riformulazione messa a punto da Bongiorno. Invece la pena è diminuita “in misura non eccedente i due terzi quando, per le modalità della condotta e per le circostanze del caso concreto, nonché in considerazione del danno fisico o psichico arrecato alla persona offesa, il fatto risulti di minore gravità“.
Ok al testo (tra le polemiche) – La commissione Giustizia del Senato ha adottato come testo base la riformulazione messa a punto da Bongiorno, che modifica il testo approvato in maniera bipartisan dalla Camera togliendo il riferimento al consenso. I voti favorevoli sono stati 12 – tra cui quello di Bongiorno – e i contrari 10.
Le opposizioni hanno criticato duramente il centrodestra per il nuovo testo. “Si è consumata una brutta pagina di storia parlamentare perché un provvedimento che era stato approvato all’unanimità alla Camera e anche di un patto politico tra maggioranza e opposizione è stato strappato, calpestato, penso anche umiliato, ed è evidente che è venuto fuori un testo che non c’entra nulla con l’oggetto di quel patto, non migliora la legge, la ribalta, sostituisce il consenso con l’obbligo per la donna di dimostrare il proprio dissenso“, ha affermato il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia.
Critiche sono arrivate anche dal Movimento 5 stelle. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo raggiunto: eravamo quasi giunti a un testo condiviso e invece lei ha presentato un testo che stravolge tutto. Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione circa l’importanza del concetto di consenso“, ha affermato la capogruppo del M5s in commissione Giustizia Ada Lopreiato. “Parlare oggi di un ‘dissenso ammorbidito’ è dire tutt’altro. Abbiamo chiesto nuove audizioni, tenuto conto del fatto che stiamo ragionando su un testo completamente diverso. Visto che la maggioranza agisce così, abbiamo anche chiesto la trasformazione da sede redigente a referente“.
Dopo l’unanimità raggiunta alla Camera, segno dell’intesa raggiunta tra Meloni e Schlein, il testo non verrà licenziato entro oggi a Palazzo Madama. La legge non salterà, è la promessa del governo, ma servirà una valutazione ulteriore del testo. Dura la reazione del centrosinistra
Elly Schlein e Giorgia Meloni
Nella giornata simbolo della lotta alla violenza contro le donne, il disegno di legge sulla violenza sessuale, che contiene la norma sul consenso, resta fermo al Senato. Dopo l’unanimità raggiunta alla Camera – segno dell’intesa raggiunta tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein – il testo non verrà licenziato entro oggi a Palazzo Madama.La legge non salterà, è la promessa all’interno della maggioranza, ma servirà una valutazione ulteriore del testo. L‘approvazione del ddl, quindi, slitta fin quando per la maggioranza non verranno chiariti alcuni punti del provvedimento. Una posizione che ha scatenato l’ira delle opposizioni, che hanno abbandonato la riunione della commissione Giustizia di Palazzo Madama e accusato la maggioranza di far saltare la legge.
Le origini dello scontro – A bloccare tutto, è stata la richiesta di un maggiore approfondimento sulla norma chiesto dalla Lega a cui si sono associati Fratelli d’Italia e Forza Italia che hanno chiesto anche le audizioni.
I partiti di maggioranza vogliono sciogliere i nodi sull‘articolo uno della legge sulla violenza sessuale e il consenso informato. L’articolo 609-bis del Codice penale, in base al testo approvato da Montecitorio, viene modificato così: “Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali a un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni“. Ed è proprio sul concetto di “attualità” del consenso che si sono manifestati i dubbi dei partiti di centrodestra.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è fatto promotore della mediazione, spiegando di avere “messo in campo” tutte le sue prerogative presidenziali per far si’ che arrivasse oggi l’approvazione del ddl, assegnando il testo in sede redigente alla commissione Giustizia. Ma è proprio in Commissione che FdI e Lega hanno ribadito la necessità di un esame più approfondito nel merito del provvedimento.
Bongiorno: “La legge andrà avanti” – Giulia Bongiorno, eletta con la Lega, presidente della commissione di Giustizia, frena le accuse mosse dall’opposizione.”Credo di parlare a nome dell’intera commissione: si vuole andare avanti con questo ddl. Quindi chiunque voglia far passare il messaggio che si vuole archiviare non fa i conti sul fatto che io presiedo la commissione, non affosserò questo ddl che porteremo avanti“. Il testo “è arrivato oggi ed è fuorviante dire che ci sono ritardi” in commissione, ha proseguito, “ho dovuto chiedere se c’era l’unanimità sulla rinuncia agli emendamenti“, come prevede il regolamento.
“C’è un voltafaccia della maggioranza“, è stata l’offensiva dell’opposizione che ha lasciato i lavori della commissione. La protesta arriva a Montecitorio, dove Avs, Iv, Pd e M5S hanno chiesto una sospensiva del ddl (bocciata dall’aula), “fino a quando la ministra Roccella non chiarirà insieme ai capigruppo di maggioranza del Senato cosa sta accadendo“.
Un nuovo rapporto dell’Oms/Europa denuncia la grave inadeguatezza dei sistemi sanitari nella risposta alla violenza contro donne e ragazze, mentre i primi risultati del progetto EpiWE dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano come l’esperienza traumatica lasci segni profondi e duraturi, fino addirittura a modificare l’attività dei geni
(Getty Images)
La violenza contro le donne e le ragazze resta una delle più gravi emergenze sanitarie del nostro tempo.A denunciarlo è il nuovo rapporto dell’OMS/Europa, «Care, courage, change: health-sector leadership in tackling violence against women and girls» («Cura, coraggio, cambiamento: leadership del settore sanitario nel porre fine alla violenza contro donne e ragazze»), presentato a Madrid. Il documento fotografa una realtà allarmante: «Un sorprendente 28,6% delle donne e delle ragazze nella Regione Europea dell’Oms di età pari o superiore a 15 anni subirà violenza fisica e/o sessuale nel corso della propria vita». Numeri che confermano l’ampiezza di una crisi diffusa e radicata, e che mettono in luce l’incapacità dei sistemi sanitari di fornire risposte adeguate. Come afferma Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa: «La violenza contro le donne e le ragazze ha raggiunto livelli di crisi e i nostri sistemi sanitari sono spesso il primo e unico punto di contatto per le sopravvissute».
Servizi essenziali ancora troppo rari – Il rapporto Oms rivela lacune profonde nei servizi sanitari essenziali che dovrebbero essere garantiti in ogni Paese. Su 53 Stati membri, soltanto il 13%offre servizi di aborto sicuro, il 32% la contraccezione d’emergenza e la profilassi post-esposizione all’Hiv, eappena il 38% la profilassi per le infezioni sessualmente trasmissibili o una valutazione della salute mentale. Perfino gli strumenti di segnalazione dei problemi psicologici sono disponibili solo nel 43% dei Paesi. Inoltre, quasi un terzo dei paesi (32%) richiede ancora agli operatori sanitari di denunciare alla polizia la violenza domestica o del partner senza il consenso delle vittime adulte. L’Oms sconsiglia vivamente questa pratica perché viola l’autonomia delle vittime, viola la riservatezza ed è noto che scoraggia le donne dal cercare aiuto
Una situazione che lo stesso Kluge sintetizza così: «I nostri dati mostrano che gli impegni politici per proteggere la salute e il benessere di donne e ragazze e porre fine alla violenza di genere non si traducono in cure sicure e accessibili. I sistemi sanitari stanno abbandonando le vittime nel momento di maggiore vulnerabilità. I politici devono andare oltre le dichiarazioni di facciata e attuare pienamente il pacchetto di cure raccomandato dall’Oms, in particolare i servizi post-stupro urgenti e l’accesso all’aborto sicuro».
Dove si vedono spiragli – Non mancano, però, elementi di progresso.Il 75% degli Stati membriha introdotto politiche per la formazione degli operatori sanitari, mentre oltre due terzi (68%) prevedono ora un supporto di prima linea composto da ascolto empatico e non giudicante. Tuttavia, la difficoltà nel rendere obbligatorio l’intero pacchetto di servizi essenziali rischia di frenare i progressi. Lo ricorda Melanie Hyde, autrice del rapporto Oms e responsabile tecnica per le questioni di genere, uguaglianza e diritti umani dell’Oms/Europa: «Come persona che ha lavorato a stretto contatto con i sopravvissuti per molti anni, e come sopravvissuta io stessa,so quanto sia fondamentale che ogni parte del sistema sanitario risponda con compassione e competenza. Sappiamo che le vittime ricorreranno ai servizi sanitari, anche se non rivelano la violenza. Ecco perché è così importante che gli operatori conoscano le diverse forme di violenza e come reagire in modo non giudicante». E aggiunge: «Anche solo sentirsi dire “Credo in te e sono qui per aiutarti” può fare molto nel processo di guarigione».
L’urgenza di cambiare rotta – Secondo l’Oms/Europaservono tre azioni immediate: rendere obbligatorio l’intero pacchetto di servizi essenziali, rimuovere gli ostacoli che compromettono l’autonomia delle vittime e investire risorse per l’implementazione. Un impegno che alcuni Paesi stanno già assumendo. La ministra della Salute spagnola, Mónica García, spiega: «Abbiamo cercato di fare dell’assistenza sanitaria di base uno degli strumenti chiave per identificare la violenza e offrire supporto adeguato». E sottolinea l’importanza di «rafforzare lo screening sistematico, la formazione specializzata e il coordinamento con le risorse giudiziarie, forensi e sociali». Una sopravvissuta del Regno Unito ricorda cosa significhi essere al centro delle politiche sanitarie: «Credo di avere il diritto di essere al sicuro, di non essere ferita raccontandovi cosa mi è successo […] di essere trattata con compassione e rispetto».
Le cicatrici invisibili sul Dna: il progetto EpiWE – Se l’Oms denuncia carenze strutturali, l’Italia contribuisce alla comprensione delle conseguenze biologiche della violenza con il progetto EpiWE, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e finanziato dal Ministero della Salute. I primi cento campioni di sangue raccolti mostrano che oltre la metà delle vittime presenta disturbi post-traumatici, il 23% sintomi depressivi e il 32% un alto rischio di subire nuovamente violenza. Il progetto indaga gli effetti epigenetici dello stress traumatico, ossia quelle modificazioni dell’attività dei geni che non alterano la sequenza del Dna ma ne modificano il funzionamento. «La violenza domestica lascia tracce epigenetiche che modificano l’espressione dei geni», spiega Simona Gaudi, responsabile del progetto per l’Iss. «Studiare queste modificazioni potrebbe permetterci di predire gli effetti a lungo termine della violenza e sviluppare interventi preventivi personalizzati».
Una mappa dettagliata delle conseguenze – I dati raccolti finora su 76 vittime delineano un quadro tanto drammatico quanto fondamentale per comprendere l’impatto della violenza sulle donne. Il 27% presenta diagnosi di PTSD e il 28,4%di disturbopost-traumatico complesso. La depressione colpisce quasi una donna su quattro. La violenza,nel 90% dei casi, è ripetuta nel tempo; nel 97% dei casi l’aggressore è un uomo e nel 71% un partner o ex partner. Si tratta di numeri che suggeriscono una vulnerabilità ricorrente e di lungo periodo, spesso aggravata da un contesto sociale e familiare complesso. Il progetto, attivo in Lazio, Lombardia, Campania, Puglia e Liguria,prevede anche l’uso del questionario EpiWEAT in cinque lingue, pensato per raggiungere donne straniere e mediatori culturali. Per informazioni o per aderire al progetto EpiWE: epi_we@iss.it.
I bambini che assistono alla violenza: il progetto EpiCHILD – La ricerca non riguarda solo le donne:attraverso EpiCHILD, un questionario digitale dedicato ai minori, EpiWE ha raccolto dati su 26 bambini e adolescenti tra 7 e 17 anni. I risultati mostrano che quasi l’80% ha vissuto come traumatico l’aver assistito a violenze fisiche in famiglia. Emergono casi di PTSD complesso e depressione elevata;nel 92,3% dei casi l’aggressore è il padre.Gaudi ribadisce l’urgenza di «screening sistematici nelle strutture sanitarie e nei servizi sociali, interventi multidisciplinari integrati, protocolli di prevenzione personalizzati e monitoraggio longitudinale». Lo studio proseguirà con follow-up programmati per valutare l’evoluzione dei sintomi e costruire una base dati utile alla ricerca sul trauma transgenerazionale.
Il coraggio di agire – A conclusione del rapporto Oms, Kluge lancia un appello netto: «Non possiamo più restare spettatori della crisi di salute pubblica causata dalla violenza di genere. Chi detiene il potere deve ora tradurre gli impegni in azioni concrete e garantire che ogni donna e ragazza riceva cure essenziali salvavita, dignità e possibilità di scelta. Abbiamo le conoscenze necessarie; ora troviamo il coraggio di fare del settore sanitario il primo soccorritore che ogni sopravvissuta merita».
San Luca, la personal trainer e dottoressa in Scienze Motorie Alice Guerra ha sporto denuncia dopo aver visto il suo nome in caratteri cubitali lungo i portici Unesco. “Ho letto scritte terribili: insulti, frasi omofobe”
Alice Guerra tra le vittime delle frasi sessiste e volgari scritte sui portici di San Luca a Bologna
Bologna, 29 agosto 2025 – Gambe che tremano, cuore in gola. La voce che scompare e la mente che non ci può credere. Sentirsi svenire, letteralmente. È quello che ha provato Alice Guerra, personal trainer e dottoressa in Scienze Motorie, quando ieri ha visto, con i suoi occhi, il suo nome e cognome scritto a caratteri cubitali lungo i Portici di San Luca, accostato a epiteti discriminatori e diffamatori, che colpiscono, svilendolae insultandola, ciò che la 34enne è riuscita a costruirsi: una brillante carriera.
Il suo nome, calcato con un pennarello nero, è tra i tanti che hanno macchiato i muri della salita diSan Luca: ci sono insulti, frasi omofobe, numeri di telefono, nickname dei social network e tanta, tantissima violenza. Quella che Guerra ha provato sulla sua pelle, decidendo di trasformare questo episodio in una possibilità, pubblicando un reel sui social per “fare rumore e dare voce a quanto accaduto e fare rete, con le tante donne coinvolte, chiedendo a tutte di denunciare. Perché basta: siamo stufe. Questa è violenza“.
Guerra, come ha scoperto delle scritte? – “Ho visto un articolo de il Resto del Carlinoche mi ha allertata e messa in guardia. Navigando su Internet, poi, mi sono imbattuta nel posto dell’avvocata Camilla Guidotti, che ha documentato tutto, ogni cosa“.
Cosa le ha fatto pensare di poter essere coinvolta? – “Ho visto alcune scritte pubblicate, ovviamente con i cognomi e i dati sensibili oscurati, e una mi ha colpito profondamente. Ho capito potesse essere riferita a me“.
Perché? – “Nel graffito compaiono il mio nome e cognome, il mio nickname di Instagram, tra l’altro in un primo momento segnato in maniera scorretta e poi sistemato, e un insulto al mio lavoro e al mio titolo di ‘dottoressa’. Da maggio sono molto attiva nell’area di San Luca, perché ho ideato un gruppo whatsapp, che si chiama San Looka, che ho promosso sui social con l’idea di proporre uno stile di vita sano, praticando movimento e facendo delle camminate insieme, dando al tempo stesso la possibilità alle persone di socializzare. Per farlo, quindi, mi sono esposta molto sui social, senza però mai pubblicare il mio numero di telefono. Una scelta, questa, per permettere solo a chi fosse davvero interessato di avvicinarsi all’attività”.
Le persone, quindi, la conoscono come ‘dottoressa’. – “Sì. E lo hanno anche scritto sul muro, insultandomi. L’ho visto con i miei occhi: dopo aver visto l’articolo e il post, ho deciso di andare su a San Luca con un’amica, per vedere la scritta e confermare il mio sospetto, che era fondato”.
Come si è sentita? – “Ipotizzare è un discorso, pensarlo anche, ma vederlo è diverso. Mi sono sentita svenire, non mi sono sentita bene e avevo le gambe che tremavano. Ma non mi sono abbattuta: ho cercato di essere forte e ho fatto tante foto. Ho sporto denuncia in Questura perché dobbiamo cercare di affrontare quanto accaduto. Sentivo il bisogno di fare rumore e ho pubblicato il reel raccontando l’episodio, nella speranza di raggiungere più donne possibili e spingere tutte a verificare di non essere coinvolte”.
Cosa le ha fatto più male? – “Rispetto agli altri imbrattamenti, il mio è ‘leggero’, ma è sempre violenza. Ho letto scritte terribili: insulti, frasi omofobe, sessiste e violenza. Questa è violenza, non va banalizzata. Per aiutare le altre donne, mi sono appuntata su un foglio tutti i nomi e cognomi che ho trovato e contatterò ognuna di loro per avvisarle“.
Ora come sta? – “Sono contenta della vicinanza che le persone mi stanno dando. Mi hanno contattato anche tantissimi uomini, che hanno repostato o commentato il reel. Mi sono stati vicino. È importante dirlo: la violenza si generalizza e dipinge sugli uomini, ma non tutti sono così. E per fortuna“.
Ha idea di chi potrebbe essere stato? – “Come ho detto alla polizia, non lo so. Magari qualcuno che è a conoscenza del mio gruppo di camminata o di un altro gruppo Facebook che organizza la stessa attività. Potrebbe essere stato chiunque”.
Per i giudici supremi, la sorpresa può paralizzare la volontà
Secondo laCorte di Cassazione, «il ritardo nella reazione della vittima», ossia un eventuale ritardo nell’esprimere dissenso esplicito, è «irrilevante ai fini della configurazione del reato diviolenza sessuale». Lo ha stabilito la Suprema Corte accogliendo il ricorso del sostituto procuratore generale di Milano, Angelo Renna, e disponendo un nuovo processo d’appello per un ex sindacalista, inizialmente assolto dall’accusa di abusi su una hostess.
I giudici di merito avevano ritenuto che la donna, nei trenta secondi in cui si sarebbe svolto l’episodio, avrebbe potuto opporsi. Una motivazione che la Cassazione ha definito in contrasto con una giurisprudenza «netta»: di fronte a un abuso, infatti,la «sorpresa» può essere tale da annullare la capacità di reagire e manifestare la propria volontà contraria, ponendo la vittima in una «impossibilità di difendersi». Una presa di posizione chiara, quella della Cassazione, che ribadisce un principio fondamentale: la violenza sessuale può configurarsi anche in assenza di una reazione immediata, perché il blocco psicologico e lo stato di choc possono impedire una risposta tempestiva.
L’attore è a processo per le accuse di abusi sessuali contro due donne, risalenti al 2021
Gérard Depardieu è stato dichiarato colpevole di violenza sessuale. La Corte penale di Parigi ha emesso la sentenza poco fa verso: l’attore francese, 76 anni, è stato ritenuto responsabile delle accuse nei confronti di Amélie e Sarah (nome di fantasia), 34enne, rispettivamente scenografa e assistente alla regia del film “Les Volets verts” di Jean Becker. Il tribunale penale gli ha inoltre imposto una pena di ineleggibilità di due anni e lo ha iscritto nel registro dei condannati per reati sessuali.
Alla sentenza era presente il pool legale dell’attore, assente invece Depardieu. Il tribunale ha creduto ai racconti delle accusatrici, ma non alla difesa dell’imputato che aveva riferito di aver dovuto afferrare una delle due accusatrici per il fianco per evitare che scivolasse. Nel corso delle udienze iniziate a marzo, l’attore ha ammesso per la prima volta di aver avuto contatti fisici con una delle querelanti, ma ha negato di essersi “divertito a palpeggiare” le donne respingendo tutte le accuse di aggressione sessuale e anche criticando il movimento Metoo e le femministe.
Con questa sentenza, Depardieu, la più grande star del cinema francese con oltre 200 film e serie tv all’attivo, è la figura più in vista dell’industria cinematografica francese a essere stata condannata per violenza sessuale dai tempi del movimento #MeToo.
Le accuse e il processo a Gerard Depardieu – Il processo a Gerard Depardieu, inizialmente previsto per ottobre 2024, era stato rinviato a causa delle condizioni di salute dell’attore. Accusato di ‘comportamenti scorretti‘ da circa 20 donne, questo è il primo caso che arriva al processo. In una lettera aperta pubblicata su Le Figaro nell’ottobre 2023, Depardieu aveva dichiarato: “Mai, ma mai, ho abusato di una donna“.
La prima a denunciare Depardieu è stata una scenografa che sostiene di essere stata palpeggiata all’altezza dell’addome, sui seni e sulle natiche. Allora l’equipe del film spinse l’attore a scusarsi e, a quanto raccolto dalle testimonianze, lui l’avrebbe fatto affermando “mi scuso perché devo scusarmi…“. In seguito, però, l’avrebbe insultata per tutto il tempo delle riprese e la donna avrebbe iniziato a soffrire di crisi di angoscia e di uno stress post-traumatico.
La seconda donna a sporgere denuncia ha raccontato di aver subito molestie sessuali qualche giorno prima delle riprese del cortometraggio “Le Magicien et les Siamois” del marzo 2014, a casa dell’attore, dove tutto lo staff tecnico e gli attori si erano recati per preparare le riprese. Depardieu le avrebbe toccato il fondo schiena, rivolgendole frasi oscene. All’inizio delle riprese, l’attore la incrociò di nuovo e ripeté le molestie fisiche, poi la toccò nelle parti intime pronunciando frasi esplicite.
Depardieu è indagato dal 2020 per stupro e violenza sessuale anche nei confronti dell’attrice Charlotte Arnould. E pure l’attrice Hélène Darras lo aveva denunciato durante le riprese di un film nel 2007, ma il reato è caduto in prescrizione. In Spagna, Depardieu è oggetto di una denuncia della giornalista e scrittrice Ruth Baza che lo accusa di averla violentata nel 1995.
Giulia Tramontano è stata uccisa a Senago il 27 maggio 2023
Le violenze sessuali sono aumentate del 52 per cento in sette anni. Il legame con la cultura di sopraffazione femminile emerge dal tipo di rapporto che esiste tra vittime e carnefici
Nello stesso giorno della sentenza nei confronti di Alessandro Impagnatiello per l’omicidio di Giulia Impagnatiello, uccisa a coltellate mentre era incinta di sette mesi del loro figlio, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La scelta non è casuale. Come se l’imputato non fosse solo quell’uomo, ma il sistema che attribuisce agli uomini tutti una posizione di potere nella famiglia, nella società e nelle istituzioni. Lo stesso che crea e perpetua dinamiche che facilitano e giustificano molte forme di violenza sulle donne, incluso il femminicidio. Quel sistema, insomma, che prende il nome dipatriarcato. Numeri e storie ne confermano l’esistenza, soprattutto in una regione, come la Lombardia, che nella sua modernità – per lo meno evocata – si propone di rappresentare la società che verrà.
Violenza sulle donne, 5 numeri che raccontano femminicidi e patriarcato in Lombardia
Quello che viene definito come “femminicidio” non è un reato previsto dal codice penale: per la legge esiste solo l’omicidio, indipendentemente dal sesso della vittima. Il termine ha una natura più specifica e sociologica: cioè l’uccisione di una donna in un contesto di sopraffazione per mano di qualcuno con cui la vittima aveva un legame.
In Italia, non vengono registrate dalle statistiche ufficiali tutte le informazioni che sarebbero necessarie per definire o meno ogni singolo caso come “femminicidio”. L’Istituto nazionale di statistica quindi definisce tale qualsiasi omicidio volontario di una donna commesso “in ambito familiare o affettivo”. Usando questa definizione, negli ultimi sette anni in Lombardia sono stati commessi81 femminicidi, la maggior parte commessi da mariti, compagni o ex fidanzati. I numeri stanno diminuendo ma non allo stesso ritmo degli omicidi.
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Quando si parla di donne uccise c’è un dato da tenere sempre a mente: più di otto su dieci conoscevano il loro assassino. Questa proporzione, decenni fa, era molto più bassa. Negli anni, da una parte diminuiva il numero di omicidi volontari commessi da sconosciuti, dall’altra la percentuale di donne uccise da familiari, parenti o amici restava invariata o diminuiva di poco.
Per capire come gli omicidi in ambito affettivo rappresentino un fenomeno che colpisce prevalentemente le donne, si può confrontare la percentuale di vittime femminili e maschili uccise da un partner o un ex partner. Secondo i dati dell’Istat del 2022, gli ultimi disponibili per entrambi i sessi, il numero di donne uccise in ambito affettivo vittime supera quello degli uomini di ben 15 volte.
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Se i femminicidi sono in leggera diminuzione, lo stesso non si può dire per le violenze sessuali. Nel 2023 in Lombardia sono state presentate 1.332 denunce: una media di 3,5 al giorno, evidenziando un netto aumento rispetto al periodo pre-pandemia. Rispetto a sette anni fa sono aumentate le 52 per cento.
L’aumento dei reati sessuali registrati, se da un lato mostra un problema profondamente radicato nella società, dall’altra rappresenta anche una maggiore propensione a denunciare il fatto. Soprattutto considerato che i numeri ufficiali sottostimano largamente il problema, basti pensare che un rapporto del 2023 ha rilevato che il quasi il 65 per cento delle donne lombarde ha subito almeno unaforma di violenza nel corso della vita. Di queste, il 30 per cento ha riferito di aver subito molestie fisiche o verbali. Parliamo, insomma, di milioni di potenziali vittime.
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Ogni singolo giorno, in Italia, 85 donne sono vittime di violenza sessuale, maltrattamenti in famigliaoepisodi di stalking. Più in generale, l’Istat ha stimato che il 32 per cento di tutte le italiane– in Lombardia oltre tre milioni – ha subito nel corso della propria vita qualche forma di violenza fisica o sessuale.
Ci sono poi anche le forme più sottili e indirette, come le minacce, l’instaurazione di un clima intimidatorio, oppure la violenza economica, che consiste nel limitare la libertà della donna impedendogli l’accesso al denaro. La rete italiana dei Centri antiviolenza, nel 2020, ha fatto la seguente lista delle tipologie di violenza più segnalate dalle proprie assistite.
Violenza sulle donne, 5 numeri che raccontano femminicidi e patriarcato in Lombardia
Dopo aver subito una violenza sessuale è importante chiamare i soccorsi o recarsi il prima possibile al Pronto Soccorso. I medici, oltre a fornire le cure necessarie, possono fornire alla vittima supporto psicologico ed eventualmente prelevare campioni utili a un eventuale procedimento penale.
Normalmente, in ospedale vengono eseguiti una serie di esami di laboratorio specifici, come prelievi del sangue, test di gravidanza, esami tossicologici, test per infezioni sessualmente trasmissibili e per l’HIV, prelievi del DNA e di campioni biologici. Potrebbero anche essere prescritti antibiotici, vaccini e pillola del giorno dopo.
Dopo aver ricevuto assistenza, spetta alla donna decidere se andare in un posto di polizia per fare denuncia, chiamare il numero verde 1522oppure recarsi in uno dei tantissimi centri antiviolenza attivi su tutto il territorio nazionale.
Una installazione per ricordare tutte le donne uccise dai fidanzati e mariti – (Fotogramma)
Il presidente della Repubblica: “Non ci sono giustificazioni, azioni concrete contro pregiudizi e discriminazioni”
“La violenza contro le donne presenta numeri allarmanti.È un comportamento che non trova giustificazioni, radicato in disuguaglianze, stereotipi di genere e culture che tollerano o minimizzano gli abusi, che si verificano spesso anche in ambito familiare“. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella Giornata contro la violenza sulle donne. E “quanto fatto finora non è, tuttavia, sufficiente a salvaguardare le donne“, afferma.
“La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul, è il primo strumento giuridicamente vincolante – ricorda il Capo dello Stato – ad aver riconosciuto la violenza di genere come una violazione dei diritti umani. L’Italia ha ratificato la Convenzione nel 2013, dotandosi di strumenti di tutela per garantire una piena protezione alle vittime di violenza di genere. Quanto fatto finora non è, tuttavia, sufficiente a salvaguardare le donne, anche giovanissime, che continuano a vedere i loro diritti violati. È un’emergenza che continua. Si tratta di madri, sorelle, figlie, persone con sogni e progetti che vedono violato il diritto di poter vivere una vita libera e dignitosa, donne che lottano per la propria indipendenza, per poter scegliere il proprio destino“
“‘Nessuna scusa’ è il tema proposto dalle Nazioni unite per celebrare la giornata odierna. È addirittura superfluo sottolineare che, quindi, non ci sono scuse accettabili a giustificazione della violenza di genere. Occorrono azioni concrete. È fondamentale continuare a lavorare per eradicare i pregiudizi e gli atteggiamenti discriminatori che rendono ancora oggi le donne più deboli nella società, nel lavoro e nella famiglia. Le istituzioni, le forze della società civile devono sostenere le donne nella denuncia di qualsiasi forma di sopruso, offrendo protezione e adeguato supporto. È un valore -conclude Mattarella– per l’intera società far sì che siano pienamente garantiti i diritti umani dell’universo femminile“.
Nel nome di ogni donna. Insieme contro la violenza. 🌹 #25NOVEMBRE | Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ☎️ Se sei vittima di violenza o stalking, Non sei sola. Chiama il #1522#StopViolenzapic.twitter.com/MbNAKU9GD2
L’indagine della Procura aveva ipotizzato un presunto stupro di gruppo che risale alla notte tra il 26 e il 27 marzo del 2022.
Il Palazzo di Giustizia a Milano (Image credits Depositphotos.com)
Mattia Lucarelli, figlio dell’ex attaccante Cristiano, e Federico Apolloni, i due giovani calciatori del Livorno accusati di violenza sessuale nei confronti di una studentessa americana di 22 anni, sono stati condannati a 3 anni e 7 mesi. Lo ha deciso il gup di Milano Roberto Crepaldi al termine del processo con rito abbreviato in cui ci sono altri tre imputati.
I due giocatori finirono agli arresti domiciliari nel gennaio 2023 e nel giugno successivo furono rimessi in libertà. L’indagine della Procura aveva ipotizzato un presunto stupro di gruppo che risale alla notte tra il 26 e il 27 marzo del 2022. Uno degli altri tre imputati è stato condannato a 2 anni e 8 mesi e gli altri due a 2 anni 5 mesi.
Uno dei due episodi di violenza sessuale contestati è avvenuto, secondo il giudice, con l’abuso delle condizioni di inferiorità in quanto la vittima – nei cui confronti è stata disposta una provvisionale di 150mila euro – aveva bevuto molto. Le motivazioni della sentenza saranno depositate in 90 giorni. I giovani imputati erano presenti alla lettura della sentenza e subito dopo hanno lasciato l’aula impietriti.
«Sono devastati perché sono dei ragazzi normali di 20 anni». Lo ha affermato l’avvocato Margherita Benedini, uno dei difensori dei cinque giovani. Il legale ha aggiunto di «non condividere» la sentenza precisando che il giudice ha dato «una ricostruzione diversa rispetto a quella della Procura».
Il pm Alessia Menegazzo, infatti, ha contestato la violenza sessuale per costrizione mentre il gup per induzione, ossia abusando della condizione di inferiorità della vittima che aveva bevuto molto.
L’accusa: hanno violentato in tre una reporter in un hotel di Tucuman. La donna: “Mi hanno stordito con un liquore”
Quattro calciatori argentini del Vélez Sarsfield, accusati una decina di giorni fa di aver abusato sessualmente di una giovane giornalista in una stanza d’albergo di Tucuman, sono stati arrestati oggi dopo essere comparsi davanti ad un giudice del tribunale cittadino.
Sebastian Sosa, Braian Cufré, Abiel Osorioe José Florentin Bobadilla, riferisce l’agenzia NA, sono stati arrestati su richiesta del pm Eugenia María Posse. L’accusa nel processo è di “abuso sessuale con accesso carnale aggravato da parte di due o più persone“.
Secondo quanto risulta dai primi atti giudiziari, anche se le persone accusate sono quattro, i più compromessi sono tre, dato che Sosa, il portiere del Vélez, potrebbe essere processato ma con un ruolo secondario, avendo invitato la denunciante, nell’hotel dove sarebbe avvenuto l’abuso.
Secondo la denuncia, poco dopo la mezzanotte del 3 marzo, la giovane è arrivata in hotel ed è entrata nella stanza 407 dove, oltre a Sosa, si trovavano però anche altri tre calciatori.
“Abbiamo bevuto alcune birre – ha raccontato – e poi loro mi hanno offerto un liquore che mi ha provocato uno stato di stordimento, malessere e sonnolenza, al punto di dovermi sdraiare su un letto in stato di torpore“.
“È stato allora – ha assicurato nella denuncia presentata dall’avvocato Patricia Neme– che senza alcun consenso i quattro hanno abusato sessualmente di me“.
Lo racconta un rapporto di Fondazione Libellula rilasciato a pochi giorni dalla Giornata Internazionale della donna
Sette donne su dieci vittime di molestiesul lavoro: lo dice uno studio della Fondazione Libellula. Secondo l’Oms la violenza di genere coinvolge circa un terzo delle persone di sesso femminile in tutto il mondo, indipendentemente dalla loro appartenenza a diverse fasce socio-culturali della popolazione. Si tratta inoltre di un problema che si manifesta in vari contesti sociali, dall’ambiente domestico alla scuola, fino al lavoro, che contribuiscono in maniera importante alla costruzione della propria identità e del proprio benessere. In particolare, il posto di lavoro sembra essere uno dei luoghi elettivi per questo genere d’esperienze: lo confermano i dati emersi dalla Survey L.E.I. (Lavoro, Equità, Inclusione)2024, dal titolo “Ti Tocca” condotta da Fondazione Libellula al fine d’indagare la violenza di genere e le discriminazioni nel mondo del lavoro in Italia. I risultati del sondaggio, che ha coinvolto 11.201 donne, sono stati presentati presso la sede milanese di 3Bee, delineando un quadro allarmante: circa 7 donne su 10 infatti si sono dichiarate vittime di molestie, avendo ricevuto complimenti, allusioni e osservazioni sul proprio corpo che le hanno messe a disagio. Inoltre, sempre circa il 70% del campione ha dichiarato di aver ascoltato battute sessiste o volgari, rivolte a loro stesse o ad altre donne, sul posto di lavoro: quest’esperienza è stata sperimentata soprattutto dalle lavoratrici che non hanno un partner stabile o che lavorano in aziende con meno di 49 dipendenti. Ma non è tutto: il 40% ha subito contatti fisici indesiderati, un dato in netto aumento rispetto al 2022 (+81% circa), mentre il 43% ha ricevuto avance esplicite indesiderate e il 27% ha segnalato richieste e comportamenti di natura sessuale non graditi o non sollecitati. “Questi dati evidenziano una situazione preoccupante e inaccettabile all’interno delle aziende italiane, sottolineando la necessità di una seria riflessione. Il luogo di lavoro rappresenta il contesto principale della vita quotidiana, dove le persone si incontrano e interagiscono in modo più profondo e continuo nel tempo. Pertanto questi episodi impattano in maniera significativa sul benessere di chi li subisce e anche di chi vi assiste”, ha commentato Debora Moretti di Fondazione Libellula.
Prendendo in considerazione dati analoghi riferiti alle donne che occupano posizioni manageriali, si riscontrano degli aumenti importanti rispetto alla media: ad esempio, il 77% delle manager e il 75% delle dirigenti ha sentito spesso o a volte commenti sul proprio corpo che le hanno messe a disagio. Ugualmente, il 79% delle dirigenti e il 76% delle managerè stata oggetto o ha ascoltato delle battute sessiste o volgari verso altre donne, rispetto alla media di circa il 70%. E se parliamo poi dei contatti fisici indesiderati, la percentuale media del campione (40%) cresce fino al 47% per le dirigenti e al 54% per le imprenditrici. Ma forse l’aumento più significativo si riscontra sui dati riguardanti le avance esplicite indesiderate (43%), di cui sono state vittime il 64% delle imprenditrici e il 54% delle dirigenti, e le richieste di natura sessuale non gradite o non sollecitate (27%), che hanno riguardato il 45% delle imprenditrici e il 35% delle dirigenti. Ci sono due ipotesi che potrebbero spiegare perché i dati riguardanti le donne con ruoli di potere sono peggiori della media: la prima ipotesi suggerisce che queste donne siano più consapevoli della situazione; l’alternativa ipotizza che, occupando posizioni storicamente riservate agli uomini, siano soggette a comportamenti che le depotenziano, le sminuiscono o le “oggettificano”, come se venissero “rimesse al loro posto di donna”. Quest’ultima troverebbe conferma in un altro dato significativo emerso dal report, secondo cui l’88% delle dirigenti e delle manager vede gli uomini crescere professionalmente più velocemente delle donne. La persistente discriminazione e molestia sul posto di lavoro nei confronti delle donne con ruoli di potere evidenzia un grave problema culturale e strutturale: l’Italia si attesta stabilmente all’ultimo posto in Europa da oltre un decennio per quanto riguarda la parità di genere, in relazione ad esempio alla segregazione lavorativa o alla partecipazione ai processi decisionali. “È dunque urgente un intervento deciso per contrastare questa realtà, promuovendo politiche aziendali rigorose contro la violenza di genere e creando una cultura organizzativa che favorisca il rispetto e l’inclusione. Per questo motivo abbiamo deciso di chiamare questa Survey “Ti tocca”, perché è giunto il momento che ognuno s’assuma la responsabilità di queste situazioni e inizi, nel proprio piccolo, ad agire per il cambiamento”, ha concluso Moretti.
Anche le istituzioni scendono in campo a sostegno della causa. “Questi dati – ha dichiarato durante la presentazione l’Assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolé – ci confermano ancora una volta, se fosse necessario, che il patriarcato è ancora dominante nella società e, soprattutto, nei luoghi di lavoro. E se è vero che le mobilitazioni di questi mesi ci raccontano che qualcosa sta cambiando e che una nuova sensibilità si sta facendo lentamente strada, è altrettanto vero che siamo ancora lontani da una piena assunzione di responsabilità da parte degli uomini. Le molestie, gli abusi, la violenza di genere sono prima di tutto una questione maschile e da questa premessa non si può prescindere se si vuole affrontare veramente il tema”. Parole cui fanno eco quelle di Elena Lattuada, Delegata del Sindaco di Milano alle Pari Opportunità: “La libertà femminile non può più attendere: allusioni, contatti indesiderati di qualsiasi tipo non possono più essere tollerati, né nello spazio pubblico, né nei luoghi di lavoro, né tra le mura domestiche. Fondamentale il lavoro che Fondazione Libellula ha fatto nella ricognizione di quanto accade nei luoghi di lavoro, come è importante il lavoro di sostegno e ascolto delle donne che nella città di Milano viene fatto dall’Associazione e dalle tante che hanno a cuore la dignità femminile, sempre”.
La giovane ha 17 anni. Indagati tre atleti italiani che si dichiarano innocenti. I fatti risalgono alla notte tra il 4 e il 5 agosto, durante un ritiro nella provincia di Siena. La nota di Federscherma: “Ci siamo confrontati con la magistratura”
Era partita per l’Italia con l’entusiasmo dei suoi diciassettenne anni, per preparare la stagione fianco a fianco con altre promesse della scherma. Ma la prima notte di ritiro si è trasformata in un incubo, tutto per colpa di tre giovani atleti italiani.
Indaga la procura di Siena sulla denuncia presentata da una schermitrice 17enne di origine straniera, che ha raccontato di aver subito violenza sessuale di gruppo durante un ritiro a Chianciano Terme. Una denuncia rimasta nell’ombra per tutti questi mesi, fino a quando l’avvocato della giovane,Luciano Guidarelli, ha rotto il silenzio denunciando l’“inerzia” dellaprocura(“Non ha attivato il codice rosso”) e il comportamento di Federscherma, che non avrebbe preso provvedimenti a carico dei tre indagati, due appena maggiorenni e un minorenne.
“Il fatto che gli indagati non siano stati sanzionati o sospesi dalla loro attività agonistica ha reso possibile che la giovane li abbia nuovamente incontrati durante gare e altri ritiri con conseguenti traumi – commenta il legale – La ragazza quando si è resa conto di ciò che aveva subito ha avvisato la compagna di stanza e la madre che è subito arrivata in Italia, la Federscherma è stata subito avvisata ma non abbiamo mai avuto riscontri né di provvedimenti nei confronti degli atleti coinvolti né di solidarietà nei confronti della vittima“.
Secondo la denuncia, tutto è accaduto la notte tra il 4 e il 5 agosto, nel corso di un ritiro estivo cui partecipavano le squadre di diverse federazioni. Giorni di lavoro e apprendimento, ma anche un modo e di fare nuove conoscenze e passare giorni spensierati lontano da casa. In questo clima, la ragazza – con importanti titoli a livello giovanile – si sarebbe fatta attirare in una trappola dai tre atleti italiani. Che l’avrebbero convinta a bere shote birre, fin quasi a stordirla, e poi a seguirli in camera. “Mi sono svegliata e uno di loro era accanto a me, gli altri due in piedi che scherzavano”, la testimonianza della ragazza, che avrebbe lamentato giramenti di testa tanto da temere di essere stata drogata.
“C’è il fortesospetto che le abbiano dato dello stupefacente, ci sono valori anomali dagli esami che sembrano non spiegarsi in altro modo – attacca ancora l’avvocato Guidarelli – Parliamo di fatti gravissimi, per questo resta lo sconcerto per il silenzio di tutti questi mesi”.
Accuse pesanti, cui la federazione replica con una nota: “La Federazione ha tempestivamente, e in più occasioni, avuto confronti diretti con la magistratura al fine di conoscere la situazione e gli sviluppi dell’attività investigativa, nel rispetto del segreto istruttorio. Sulla base di tali informazioni e rassicurazioni acquisite, la Federazione ha dettagliatamente risposto all’avvocato della denunciante, depositando anche la nomina per una costituzione di parte civile nell’eventuale giudizio. Valuteremo tutte le azioni necessarie a tutela della propria immagine e a difesa di quel che ogni giorno afferma nelle sale di tutta Italia”.
Ancheil presidente della Fis, Paolo Azzi, si difende: “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo, non possiamo sostituirci alle autorità giudiziarie. Non abbiamo i poteri per indagare su ipotesi di reato gravi come questi, da codice rosso – commenta – A suo tempo abbiamo attivato la procura e la giustizia federale, facendo tutti i passi necessari. Su quali basi possiamo sospendere gli atleti indagati oggi? Serve almeno un provvedimento cautelare, un rinvio a giudizio o la chiusura delle indagini“.
Dovrà essere ora la procura di Sienaa cercare riscontri. Il lavora si concentra sui telefoni sequestrati agli indagati, da cui potrebbero arrivare spunti utili a ricostruire la vicenda e chiarire se siano stati girati anche dei video.
Gli indagati intanto si dichiarano innocenti: “Non hanno mai usato violenza nei confronti di nessuno – dice l’avvocato Enrico De Martino, che assiste i due maggiorenni – Rimaniamo in attesa delle determinazioni dell’Autorità Giudiziaria che, come emerge dagli atti sin qui depositati, pur non avendo ancora potuto avere visione di tutto il contenuto del fascicolo, ha svolto indagini sin da subito per ricostruire gli avvenimenti nell’immediatezza dei fatti“.
Sfuma l’intesa sul sesso senza consenso. Italia per il sì, sul fronte del no Francia e Germania. “La battaglia continua”
Un’occasione sprecata. Di più:una vergogna. È forte l’amarezza nel fronte italiano per l’accordo raggiunto ieri dalle istituzioni europee sulla direttiva che intende combattere la violenza sulle donne.
Quando le relatrici presentano ai media l’intesa tra il Parlamento e il Consiglio dell’Ue indicano il bicchiere mezzo pieno. Ovvero norme più severe sulla violenza informatica e un migliore sostegno alle vittime. Un elenco più lungo di circostanze aggravanti, compresi i crimini contro una figura pubblica, l’intento di punire le vittime per le loro caratteristiche personali e quello di preservare l’“onore”. E norme contro le mutilazioni genitali e i matrimoni forzati.
Non passa l’iniziativa italiana – Ma l’illusione dura poco. Le stesse relatrici devono ammettere che non è passato l’elemento chiave, ispirato al modello spagnolo del «solo sí es sí»: il rapporto sessuale non consensuale è stupro. Su questo punto si era giocata la partita e si erano moltiplicati gli appelli anche in Italia, con una lettera indirizzata alla premier Meloni da una ventina di deputati dell’opposizione su iniziativa di Laura Boldrini, e con una petizione dell’associazione Differenza donna.
Le relatrici hanno evidenziato come l’articolo 36 obblighi gli Stati membri a sensibilizzare l’opinione pubblica proprio sulla definizione di stupro come sesso senza consenso. Ma è una magra consolazione.
Niente maggioranza: no anche da Francia e Germania – La turco-svedese Evin Incir, relatrice di S&D per il Parlamento europeo, a Repubblica spiega come a pesare sia stato il mancato raggiungimento di una maggioranza qualificata nel Consiglio dell’Ue, mentre il Parlamento spingeva per una posizione più progressista: «Alcuni Stati hanno scelto di stare dalla parte sbagliata della storia. Paesi come Spagna, Italia, Svezia, Finlandia, Belgio e Poloniaci hanno sostenuto, mentre è clamoroso che insieme all’Ungheria si siano ritrovati sul fronte del no la Francia del liberale Macron e la Germania, dove i liberali hanno messo il veto». Eve Geddiedi Amnesty International denuncia inoltre l’omissione, dai gruppi più a rischio violenza, delle donne Lgbtqia+, di quelle in condizione di irregolarità o che svolgono lavoro sessuale.
La delusione dell’Italia – Sono profondamente deluse anche alcune figure italiane che più si erano spese nelle scorse settimane. Come l’eurodeputata del Pd Pina Picierno, che parla di una «occasione storica sprecata» e della vittoria di «interessi nazionali che affondano nelle radici in una cultura reazionaria», e ci spiega che i negoziati sono durati pochissimo, appena due ore: «Amareggia la decisione di non recepire l’articolo 5 sul reato di stupro. Se fosse passata, ogni Stato membro avrebbe rischiato la procedura di infrazione in caso di mancato rispetto della direttiva. Ma anche i reati di violenza online escono ridimensionati, perché saranno considerati tali solo quando produrranno un grave danno sulla vittima. Spiace che il governo italiano non sia riuscito a esercitare in modo efficace il proprio peso negoziale. Speriamo allora che adesso possa fare una legge in Italia. Siamo riusciti però ad ottenere almeno una clausola di revisione entro 5 anni».
Sabbadini: “Una vergogna” – Linda Laura Sabbadini, già direttrice centrale dell’Istat, la definisce «una vergogna»: «Questa nuova versione è un arretramento grave rispetto alla proposta del Parlamento europeo. Non deve passare nella votazione in Parlamento di aprile». Sabbadini cita la questione dello stupro, la debolezza sulla violenza cyber e anche il mancato riconoscimento delle molestie sessuali sul lavoro: «Che cosa dobbiamo fare di una direttiva che vuole “sensibilizzare”? Le donne devono far sentire la loro voce. Allarghiamo la protesta nel nostro e negli altri Paesi. Facciamo sì che la si rimandi alla prossima legislatura. Sono ormai 80mila le firme alla petizione di Differenza donna. Non molliamo. Perché indietro non si deve tornare»