Gran parte di ciò che Washington cerca nell’Artico lo avrebbe già senza aprire una crisi gigantesca con alleati europei
L’idea di “conquistare” o “comprare” la Groenlandia torna periodicamente nella politica americana, e con Donald Trump è diventata (di nuovo) un’ossessione da titoli e scontri diplomatici. Ma fuori dalla propaganda, il punto è più semplice: agli Stati Uniti, per ottenere ciò che davvero conta in Groenlandia, la sovranità non serve. A metterla giù senza giri di parole è Richard Fontaine, presidente del think tank Center for a New American Security ed ex consigliere in ambito sicurezza nazionale. La Groenlandia – dice al Wall Street Journal – è una delle rare questioni di politica estera non complicate. E il motivo è proprio questo: Washington vi ha già accesso. Ma cosa succede allora? Facciamo chiarezza oltre la propaganda.
Terre rare e difesa – La Groenlandia è cruciale per la difesa statunitense perché si trova lungo le rotte artiche più sensibili e ospita infrastrutture chiave come la base di Pituffik essenziale per la sorveglianza anti-missile. Ma il punto per Fontaine è che gli Stati Uniti possono già fare praticamente tutto ciò che vogliono sul piano della sicurezza senza annettere il paese. La cornice è l’accordo di difesa del 1951 tra Usa e Regno di Danimarca, poi integrato/aggiornato nel 2004 con l’accordo di Igaliku che disciplina la presenza e l’operatività statunitense.
Secondo la narrazione più allarmista, Russia e Cina sarebbero pronte a mettere piede sull’isola.Fontaine ribatte con una provocazione fattuale: gli Usa un tempo avevano migliaia di militari in Groenlandia, oggi i numeri sono molto più bassi. E se davvero ci fosse una minaccia “imminente”, la prima mossa logica sarebbe aumentare la presenza, non cambiare confini. Diverse fonti recenti collocano la presenza statunitense a Pituffik attorno a circa 200 militari effettivi. In risposta a una minaccia navale nell’Artico gli Usa potrebbero già avere le necessarie capacità di deterrenza aumentando presenza militare e pattugliamenti.
Per Fontaine, chiedere la sovranità per sentirsi “motivati” alla difesa è un’idea che svuota il senso stesso dell’alleanza atlantica. Se Trump racconta l’immagine di un disimpegno “danese” spiegando che non farebbero abbastanza, va ricordato che la Danimarca ha pagato un prezzo altissimo nelle missioni post-11 settembre, Afghanistan incluso. Le stime più citate parlano di 43 militari danesi morti e di un tasso di spesa militare pro-capite tra i più alti nella coalizione. È difficile chiamarlo “alleato scarso” senza cancellare quella storia.
C’è poi l’argomento “terre rare e minerali”: suona potente, ma è la realpolitik è molto più complessa. Con l’autogoverno, l’autorità groenlandese ha assunto il controllo dell’area delle risorse minerarie, anche “possedendo” l’isola, gli Usa non trasformerebbero per magia l’Artico in una miniera a cielo aperto. La filiera mineraria richiede permessi, accettabilità sociale, porti, energia, strade, manodopera, investitori e – soprattutto – anni.
Il punto più controverso è tutto nel linguaggio utilizzato dall’amministrazione statunitense. Se l’ordine internazionale del dopoguerra – che gli Usa hanno guidato – si basa sull’idea che i confini non si cambiano con la forza, le pretese di Trump creano un precedente tossico e un assist narrativo a chi viola confini altrove (Putin in Ucraina, Netanyahu a Gaza, solo per citare due esempi).
Il paradosso della Groenlandia – Il paradosso è tutto qui: la Groenlandia è strategica, ma proprio perché lo è, agli Stati Uniti conviene mantenerla dentro un perimetro di cooperazione con Danimarca e autorità groenlandesi, usando strumenti che già hanno: accordi, investimenti, presenza, interoperabilità NATO, aggiornamenti tecnologici a Pituffik. “Prendere l’isola” sarebbe una scorciatoia solo nella fantasia: nella realtà aprirebbe una crisi con alleati, renderebbe più difficile la gestione politica locale e trasformerebbe un vantaggio operativo già disponibile in un problema permanente.
Resta l’incognita del perché allora? È solo provocazione per spingere gli europei ad un maggior impegno militare anche nell’Artico? Eppure l’effetto è concreto: diffidenza tra alleati, frizioni nella NATO, energia politica sprecata. E infatti, in queste settimane, la questione Groenlandia è diventata terreno di scontro transatlantico con toni duri e minacce economiche, mentre i dossier veri restano lì: Russia/Ucraina, Cina, Iran.
La revoca respinta per un solo voto all’Europarlamento
Ilaria Salis è salva. Per un solo voto è stata respinta la richiesta di revoca dell’immunità. La plenaria di Strasburgo ha approvato a scrutinio segreto l’immunità a favore dell’eurodeputata Avs, chiesta dal governo ungherese di Viktor Orban. Confermato dunque il no della commissione affari giuridici (Juri) lo scorso 23 settembre. Il verdetto era appeso a un filo.
“Questo voto è una vittoria per la democrazia, lo stato di diritto e l’antifascismo. Questa decisione dimostra che la resistenza funziona. Dimostra che quando rappresentanti eletti, attivisti e cittadini difendono insieme i valori democratici, le forze autoritarie possono essere affrontate e sconfitte“. Lo scrive in una nota l’eurodeputata che al verdetto è stata abbracciata dai suoi colleghi. Scene di esultanza in tutto il campo del centrosinistra.
Un eurodeputato ungherese si è lamentato del malfunzionamento di una scheda di voto e ha chiesto di ripetere il voto, ma la presidente Roberta Metsola ha respinto la richiesta.
L’attesa del voto – Poco prima del voto, il presidente del gruppo popolare al Parlamento europeo, Manfred Weber aveva spiegato: “Come Ppe siamo favorevoli al rispetto dello stato di diritto e quindi al rispetto regolamento del Parlamento europeo: i nostro consiglieri giuridici ci hanno detto che è giusto revocare l’immunità a Salis perché il suo reato è stato commesso prima del suo mancato. Noi siamo per le regole, non bisogna politicizzare la questione“.
Nell’attesa la protagonista sui social aveva provato a ostentare sicurezza.
Buongiorno da Strasburgo. Oggi sarò in Aula, a testa alta, ad affrontare il verdetto del Parlamento europeo. Grazie per tutti i pensieri di affetto e solidarietà – valgono molto per me❤️
“Buongiorno da Strasburgo, oggi sarò in Aula, a testa alta, ad affrontare il verdetto del Parlamento europeo. Grazie per tutti i pensieri di affetto e solidarietà, valgono molto per me” scrive su X l’eurodeputata di Avs.
L’ira di Salvini e Vannacci: “Vergogna” – “Accusata di lesioni aggravate potenzialmente letali e altre condotte criminose in concorso con altri, all’interno di un’organizzazione criminale. Ma col trucchetto del voto segreto, richiesto dai gruppi di sinistra, anche qualcuno che si dice di ‘centrodestra’ ha votato per salvare la signora Salis dal processo. Vergogna!“. Lo afferma sui social il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini.
“Solo una parola“. Lo scrive sui social l’europarlamentare Roberto Vannacci, che posta anche un’immagine di Ilaria Salis con la scritta ‘vergogna‘.
Decisione del Parlamento Europeo sulla richiesta di revoca dell’immunità di Ilaria Salis
Decisione del Parlamento Europeo sulla richiesta di revoca dell’immunità di Ilaria Salis Data: 7 ottobre 2025 Documento ufficiale: Report on the request for the waiver of the immunity of Ilaria Salis (A10-0183/2025) Considerato che:
Il Tribunale regionale di Budapest ha chiesto al Parlamento europeo di revocare l’immunità dell’onorevole Ilaria Salis, in relazione a procedimenti penali aperti nei suoi confronti.
I fatti oggetto della richiesta riguardano presunti episodi di lesioni aggravate avvenuti a Budapest nel febbraio 2023, prima dell’elezione dell’onorevole Salis al Parlamento europeo.
In base all’articolo 9 del Protocollo n. 7 sui privilegi e immunità dell’Unione europea, i deputati al Parlamento godono dell’immunità nel territorio di ogni Stato membro, salvo in caso di flagranza di reato o se il Parlamento rinuncia espressamente a tale immunità. Il Parlamento osserva che:
Le autorità ungheresi non hanno dimostrato che gli altri partecipanti ai medesimi fatti, compresi individui appartenenti a movimenti di estrema destra, siano stati perseguiti con la stessa severità.
Le condizioni di detenzione e il trattamento riservato a Ilaria Salis durante il procedimento sollevano dubbi sulla proporzionalità e sull’equità dell’azione giudiziaria.
Vi sono elementi che suggeriscono l’esistenza di un fumus persecutionis, ossia che il procedimento possa essere motivato da considerazioni politiche o ideologiche piuttosto che esclusivamente giuridiche.
Il Parlamento non si pronuncia nel merito delle accuse, ma deve assicurare che il suo potere di rinunciare all’immunità non sia usato come strumento di persecuzione politica. Di conseguenza, il Parlamento Europeo:
Decide di non rinunciare all’immunità dell’onorevole Ilaria Salis.
Incarica la Presidente del Parlamento di trasmettere la presente decisione, insieme al rapporto della Commissione per gli Affari Giuridici, al Tribunale regionale di Budapest, al Governo ungherese e all’onorevole Ilaria Salis. Fonte ufficiale: Documento A10-0183/2025 – Parlamento Europeo
Si può parlare di caos nell’Unione Europea riguardo il tanto sbandierato stop alle caldaie a gas dal 2029. La questione fondamentale che salta immediatamente agli occhi è che si stanno sviluppando due provvedimenti differenti sulla questione dell’installazione di impianti di climatizzazione degli edifici, due provvedimenti che potrebbero entrare in contraddizione tra loro. Intanto, la Germania ha varato alcune norme che potrebbero far saltare l’accordo previsto per il 2029. Cosa sta succedendo? Perché un paese europeo sta decidendo da solo? Potrebbe rappresentare un cambiamento che sarà abbracciato dall’Unione Europea? La situazione è estremamente complessa, ma cercheremo di rendere quanto più possibile chiari gli scenari futuri.
Le scelte di Berlino – La Germania non è un paese qualsiasi negli equilibri dell’Unione Europea e spesso fa da battistrada con decisioni che poi vengono accolte in tutto il continente. Pochi giorni fa, il Parlamento ha approvato il cosiddetto ‘Building Energy Act’, una legge che indica i passaggi e i momenti per l’aumento progressivo dell’utilizzazione di fonti rinnovabili per il riscaldamento degli edifici. Un testo iniziale prevedeva un drastico taglio allecaldaie a gas, le quali sarebbero uscite dal mercato già l’anno prossimo a favore di nuovi impianti che utilizzano almeno il 65% di energia da fonti rinnovabili. La lotta politica è stata però molto accesa e si è giunti a un compromesso: la ragione è che i 10 miliardi di euro di investimenti previsti rappresentano una cifra troppo elevata in un contesto internazionale complesso come quello che si sta vivendo. La legge emendata prevede allora tutt’altro, con importanti deroghe rispetto alla versione precedente. Salta lo stop alle caldaie a gas per l’anno prossimo, è l’installazione sarà permessa fino al 2026 e al 2028 per i centri urbani al di sotto e al di sopra di 100mila abitanti, finché questi non avranno varato appositi piani di climatizzazione alternativa. Gli impianti a fonti fossili, poi, avranno un periodo di transizione di 10 anni qualora nell’area di riferimento sia in programma un sistema di teleriscaldamento con un’alimentazione almeno al 65% da fonti rinnovabili.
Stop caldaie a gas dal 2029: è caos in Europa, la Germania sceglie un’altra strada? – La Germania è intervenuta autonomamente su una materia – lostop caldaie a gasdal 2029 (di cui già si discutevano possibili eccezioni -– che inquieta non poco l’Unione Europea. Sono due i provvedimenti allo studio, e il nodo cruciale è che potrebbero entrare in contraddizione.
Il primo è la ‘Direttiva europea sul rendimento energetico degli edifici’, che prevede l’eliminazione graduale dell’utilizzazione di impianti di riscaldamento che sfruttano combustibili fossili entro il 2035.
Il secondo è la versione aggiornata del ‘Regolamento Ecodesign’, per il quale lo stop alla vendita delle caldaie a gas sarebbe previsto per il 2029. I sistemi di riscaldamento alternativi dovranno avere un rendimento pari al 115%, mettendo di fatto fuori gioco sistemi alimentati con gas rinnovabili, quali idrogeno e biometano, lasciando il mercato praticamente soltanto alle pompe di calore.
La situazione dunque è estremamente complessa. Da un lato, ci sono due provvedimenti della UE che prevedono lo stop uno nel 2035 e un altro nel 2029. Dall’altro, c’è la Germania che procede in maniera autonoma, mettendo in crisi di fatto la politica energetica europea. La verità è che la crisi economica e finanziaria, connessa alla guerra in Ucraina, e in generale le turbolenze del mercato energetico, non permettono di perseguire una politica sulle fonti rinnovabili: gli investimenti dei singoli stati sarebbero troppo elevati in questo momento. Difficile dunque prevedere gli scenari futuri. Quello che è certo è che bisognerà trovare un modo per armonizzare i due testi della UE in palese contraddizione l’uno con l’altro.
In sintesi… –
1 – Caos in Europa, l’Unione sta elaborando due testi normativi in contraddizione tra loro.In uno si prevede lo stop alle caldaie a gas dal 2029, nell’altro si parla del 2035
2 – In Germania intanto si varano norme e leggi indipendenti dalla linea di Bruxelles. Per quale ragione? Berlino farà da battistrada per tutta l’Europa?
3 – La crisi economica e finanziaria che sta attraversando il continente non permetterà molto probabilmente di rispettare le scadenze previste. Gli investimenti sarebbero troppo elevati in un momento complesso come questo.
Aveva 65 anni. Lascia la moglie e due figli. A settembre aveva contratto una polmonite da legionella. Ieri la grave crisi che lo ha portato nel centro oncologico di Aviano
David Sassoli, presidente del Parlamento europeo
11 gennaio 2022
Non ce l’ha fatta, David Sassoli. Il presidente del Parlamento europeo, ricoverato dal 26 dicembre per una grave forma di disfunzione del sistema immunitario, è morto all’1.15 della notte, a 65 anni. Si trovava nel centro oncologico di Aviano, in provincia di Pordenone. A dare la notizia il suo portavoce da anni, Roberto Cuillo. Nelle prossime ore si sapranno la data e il luogo del funerale. continua a leggere
The @EP_President David Sassoli passed away at 1.15 am on 11 January at the CRO in Aviano( PN), Italy, where he was hospitalized. The date and place of the funeral will be communicated in the next few hours.
Traduzione: Il @EP_President David Sassoli è deceduto l’11 gennaio alle ore 1.15 presso il CRO di Aviano (PN), dove era ricoverato in ospedale. La data e il luogo del funerale saranno comunicati nelle prossime ore.
Il riconoscimento del settimanale britannico per le politiche del governo Draghi
L’Italia è il Paese dell’anno per The Economist. Un premio che la popolare rivista britannica ha deciso di assegnare all’Italia per la sua politica, soprattutto perché con “Mario Draghi ha acquisito un premier competente e rispettato a livello internazionale“. “Abbiamo spesso criticato l’Italia” eppure “quest’anno l’Italia è cambiata“. Per una volta, “un’ampia maggioranza dei suoi politici ha seppellito le proprie divergenze per sostenere un programma di profonda riforma che dovrebbe significare che l’Italia ottiene i fondi a cui ha diritto nell’ambito del piano di ripresa post pandemia dell’Ue“, si legge nell’articolo.
“Il tasso di vaccinazione contro il Covid in Italia è tra i più elevati d’Europa. E dopo un 2020 difficile, la sua economia si sta riprendendo più rapidamente di quelle di Francia o Germania“, riporta The Economist. “C’è il pericolo che questa insolita esplosione di governance sensata possa subire un’inversione“, prosegue la rivista britannica, affermando che Draghi punterebbe a diventare presidente della Repubblica, “un incarico più cerimoniale“, e a lui “potrebbe succedere a un primo ministro meno competente. Ma è difficile negare che l’Italia di oggi sia un posto migliore di quanto non fosse nel dicembre del 2020”
La presidente della Commissione europea: “Gli italiani chiesero solidarietà“
Von der Leyen
BRUXELLES. “Mi ricordo bene l’inizio della pandemia e l’appello dell’Italia all’Europa. Gli italiani chiesero la solidarietà ed il coordinamento dell’Europa. L’Italia aveva ragione. l’Europa doveva intervenire. E questo è quello che abbiamo fatto“. Così la presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, nel discorso sullo Stato dell’Unione 2021.
“La nostra campagna di vaccinazione è un successo. Quello che conta sono le ferme e crescenti consegne di vaccini agli europei e al mondo. Ad oggi 200 milioni di vaccini sono stati distribuiti nell’Ue. Sono abbastanza per vaccinare almeno la metà della popolazione adulta europea almeno una volta. Né Cina né Russia, si avvicinano minimamente“, ha aggiunto.
Von der Leyen ha anche parlato della proposta, ora appoggiata anche dagli Usa, di mettere dei limiti alla proprietà intellettuale sui vaccini anti-Covid per fronteggiare le ondate pandemiche specialmente in alcuni paesi. “L’Unione europea – ha detto – è pronta ad affrontare qualunque proposta che affronti la crisi in maniera effettiva e pragmatica. Ecco perché siamo pronti a valutare in che modo la proposta Usa sui copyright possa aiutare a raggiungere questo obiettivo” .
“La svolta di Biden sul libero accesso per tutti ai brevetti sui vaccini è un importante passo in avanti. Anche l’Europa deve fare la sua parte. Questa pandemia ci ha insegnato che si vince solo insieme“. Lo scrive su Twitter il ministro della Salute, Roberto Speranza.