Clamoroso al Fenerbahce: l’allenatore Kartal si dimette dopo il pareggio contro la Roma. La decisione a sorpresa con un breve discorso: “Ringrazio tifosi, giocatori e staff. Ho lasciato il mio incarico questa sera. Mi sono dimesso senza alcuna intenzione di tornare”. Durante la partita, l’allenatore era stato colpito da una bottiglietta. Il presidente del club: ” Finché io sarò qui, Ismail Kartal sarà l’allenatore del Fenerbahce“
Clamoroso al Fenerbahce: l’allenatore Ismail Kartal, subito dopo la partita pareggiata contro la Roma 1-1, si è presentato in conferenza stampa e con un breve discorso ha annunciato le dimissioni: “Ringrazio giocatori, tifosi e staff. Non voglio altre domande. Ho lasciato il mio incarico questa sera. Ho preso questa decisione per permettere al club di andare avanti. Mi sono dimesso senza alcuna intenzione di tornare mai più“. Nel corso dei minuti si sono aggiunti però dei dettagli: l’allenatore sarebbe infatti stato colpito da una bottiglietta lanciata dagli spalti. Subito dopo le parole di Kartal, è intervenuto direttamente il presidente del Fenerbahce, Aziz Yildirim: “Nessuno di noi sapeva nulla, bisogna mantenere la calma. Era sconvolto perché gli hanno tirato una bottiglia in testa. Ora sta tornando a casa ed è ancora il nostro allenatore. Va sostenuto. Finché io sarò qui, Ismail Kartal sarà l’allenatore del Fenerbahce”.Nelle prossime ore capiremo se Kartal sarà convinto dal club a tornare sulla sua decisione.
Dopo 10 stagioni l’allenatore spagnolo lascia il Manchester City. Sarà “ambasciatore del club” inglese
Pep Guardiola
La fine di un’era adesso è ufficiale: Pep Guardiola da lunedì non sarà più l’allenatore del Manchester City. L’annuncio del club, che precede di un paio d’ore la conferenza stampa già programmata per parlare della sfida con l’Aston Villa, trasformerà l’ultima giornata di campionato in un grande saluto all’allenatore che ha trasformato il club in una potenza del calcio mondiale, conquistando 20 trofei nelle sue 10 stagioni al timone, comprese quest’anno l’FA Cup e la Carabao Cup. “Non c’è una ragione specifica perché vado via ora: dentro di me, però, sento che è arrivato il momento di salutare” ha raccontato al sito del club. Pep non lascia il mondo City: rimarrà come Global Ambassador del City Football Group, ruolo in cui dovrà dare, recita il comunicato del club, “consigli tecnici ai club del gruppo, lavorando su progetti specifici e collaborazioni”. Il City ha ufficializzato che la nuova sezione dello stadio, da inaugurare domenica, porterà il suo nome. Resta, in ogni caso, la fine di un’era.
LE PAROLE – “Ricordo che quando sono arrivato la prima intervista l’ho fatta con Noel Gallagher – ha raccontato Pep al sito del club, in una sorta di lettera d’addio -. E quando sono uscito ho pensato che sarebbe stata divertente. Beh, lo è stato di sicuro. Non chiedetemi perché vado via: niente è eterno, se lo fosse sarei ancora qui. Di eterno rimarranno le sensazioni, la gente, i ricordi, l’amore che ho per il Manchester City. Questa città è costruita sul lavoro duro e lo si vede in tutto: io l’ho capito, e l’hanno capito anche le mie squadre. Anche noi abbiamo lavorato, sofferto, combattuto. E abbiamo fatto le cose a modo nostro. Con la città, con i giocatori che sono stati eccezionali e che magari non lo sanno ma stanno lasciando un segno. È arrivato il momento per me di lasciare. Ma siate felici, in fondo gli Oasis sono tornati insieme. Grazie per avermi dato fiducia, per avermi spinto, per avermi amato. Noel, avevo ragione: è stato incredibilmente divertente”.
IL GRAZIE – Tutta la parte blu di Manchester è pronta a dire grazie a Pep, per quello che ha fatto per il club in questi 10 anni in cui è diventato uno dei più importanti d’Inghilterra e d’Europa. Il grazie del City arriva dalle parole del presidente Khaldoon Al Mubarak: “Negli ultimi dieci anni – dice al sito del club – onestà e fiducia sono state le fondamenta con cui abbiamo affrontato ogni situazione, sempre sapendo che insieme a Pep avremmo trovato la risposta giusta. Oggi, la risposta giusta è che Pep chiuda il suo viaggio come allenatore del Manchester City. Ci sono stati altri momenti in cui avrebbe potuto dire basta, che ne aveva avuto abbastanza. In qualche modo, Pep ha sempre trovato nuova energia e continuato, trovando sempre modi diversi e innovativi per continuare a vincere. Il risultato è che il club ha un decennio di ricordi e successi per cui essergli sempre grato. E più di quello, l’evoluzione del club con lui al timone è qualcosa da cui non si torna indietro”.
LA NUOVA ERA – Domenica con l’Aston Villa sarà l’ultimo atto di Guardiola allenatore del City, l’ultima frase di un libro lungo 10 anni, un volume pieno di pagine indimenticabili, di vittorie e di successi che vanno oltre i numeri (i 20 trofei) o i traguardi (Il treble del 2023, la stagione dei 100 punti, quella del Domestic Treble). Guardiola a Manchester non ha scritto solo 10 anni di storia del City, ma ha avuto un impatto enorme su tutto il calcio inglese. E dalla vetta di quella Premier che ha vinto sei volte, sul calcio in generale. Lascia il City da leggenda, non solo a Manchester ma in tutto il calcio. Lascia un club pronto a voltare pagina, pronto a costruire la nuova era di successi, con Enzo Maresca già scelto come erede. Il tecnico italiano non dovrà essere il nuovo Guardiola: dovrà ripartire da quegli standard altissimi che Pep ha creato. Quelli che in 10 anni hanno trasformato il City nel punto di riferimento del calcio in Europa.
Pep Guardiola to step down after incredible decade as City Manager 🩵
Dopo Gravina e Buffon un altro addio in azzurro: il comunicato della federazione
Gennaro Gattuso.
Dopo Gravina e Buffon, adesso è il turno di Gennaro Gattuso. A breve la Figc diffonderà il comunicato ufficiale in cui sarà annunciata la risoluzione consensuale che lega l’attuale ct della Nazionale alla Figc, in scadenza il prossimo 30 giugno. Dopo il flop della finale playoff in Bosnia, il ct aveva rinviato qualsiasi decisione sul suo futuro, così come Buffon capodelegazione. Aspettavano di capire che scelte avrebbe fatto il presidente della Figc che – come noto – ieri ha rassegnato le proprie dimissioni “convinte e motivate” come gesto di responsabilità per il secondo Mondiale mancato della sua gestione. Immediatamente dopo l’annuncio era arrivato il passo indietro di Buffon, oggi si è deciso consensualmente di chiudere anche il rapporto con il ct.
Ssuccessore – Si apre dunque la caccia al nuovo allenatore della Nazionale, anche se ovviamente molto dipenderà da chi verrà eletto alla guida della Figc il 22 giugno. I nomi al momento più gettonati sono quelli di Antonio Conte e Roberto Mancini. Ieri Rino aveva detto alla federazione che si sarebbe preso un po’ di giorni per decidere se accettare la proposta di traghettare la Nazionale fino a giugno. Ma alla fine ha preso la sua decisione. A questo punto salgono le azioni di Silvio Baldini, ct dell’Under 21, per guidare temporaneamente l’Italia ai primi di giugno con Lussemburgo e Grecia.
Il comunicato – La Figc ringrazia Gattuso e tutto il suo staff per la serietà, la dedizione e la passione con cui hanno lavorato negli ultimi nove mesi e augura loro i migliori successi per il prosieguo della carriera. “Con il dolore nel cuore, non avendo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ritengo conclusa la mia esperienza sulla panchina della Nazionale – ha dichiarato Gattuso – la maglia azzurra è il bene più prezioso che esiste nel calcio, per questo è giusto agevolare sin da subito le future valutazioni tecniche. Desidero ringraziare il presidente Gabriele Gravina e Gianluigi Buffon, e con loro tutti i collaboratori della Federazione, per la fiducia e il supporto che mi hanno sempre garantito. È stato un onore poter guidare la Nazionale e farlo anche con un gruppo di ragazzi che hanno mostrato impegno e attaccamento alla maglia. Ma il ringraziamento più grande va ai tifosi, a tutti gli italiani che in questi mesi non hanno mai fatto mancare il loro amore e sostegno alla Nazionale. Sempre con l’azzurro nel cuore”.
Il 22 giugno nuove elezioni, l’ormai ex presidente: ‘Sono amareggiato, ma scelta convinta’
Gabriele Gravina
Dopo il terremoto della sconfitta in Bosnia, a Via Allegri arrivano le, inevitabili, forti scosse di assestamento.
A conclusione di un incontro con tutte le forze del calcio italiano emotivamente impegnativo ma dall’esito scontato, il presidente federale Gabriele Gravina si dimette, nonostante al termine della gara con la quale era stata sancita la terza eliminazione di fila degli azzurri al mondiale fosse sembrato orientato a temporeggiare alla ricerca di una ripartenza. “Ho la coscienza pulita – spiega al momento dell’addio ai collaboratori più stretti – perchè noi le riforme abbiamo provato a farle“.
Non arriva però il commissariamento del Coni platealmente auspicato dal ministro dello sport, Abodi, perché nessuno tra Leghe, e componenti tecnichefa un passo indietro: Gravina a parte, tutti i membri del consiglio federale restano al loro posto. Immediata arriva però un’altra scossa: lascia l’azzurro anche una leggenda della Nazionale, Gianluigi Buffon, capo delegazione e mentore del ct Gennaro Gattuso, del quale in molti ora si attendono un passo indietro, peraltro in qualche modo ‘annunciato‘ dal tecnico che aveva sottolineato platealmente la sua capacità di assumersi le responsabilità. Questi per ora i primi risultati delle pressioni di politica e opinione pubblica sulla necessità del ricambio dei vertici federali. Effetti che però saranno compiuti appieno solo il 22 giugno quando a Roma si terrà l’assemblea elettiva straordinaria del nuovo presidente. “Le elezioni subito non sono la soluzione del problema“, aveva detto Abodi. E invece il calcio torna alle urne tra 80 giorni.
E naturalmente si apre la corsa al possibile successore: diversi i nomi nella rosa dei papabili candidati tra continuità e rinnovamento: Giancarlo Abete, Matteo Marani, passando per Giovanni Malagò e Demetrio Albertini. Addirittura si candida un altro grande del calcio, l‘ottuagenario Rivera. L’ex n.1 del Coni troverebbe la sponda di Serie A e l’appoggio del presidente dimissionario, il ticket Marani-Bedin potrebbe rappresentare il giusto compromesso con la politica.
“E’ un problema che non mi pongo“, le parole di Abete sulla possibilità di mettersi a disposizione per tornare alla guida del calcio italiano. Per presentare le candidature c’è tempo fino a 40 giorni prima delle elezioni, nel frattempo Gravina lascia dopo 8 anni. “C’è grande amarezza ma anche serenità – le parole di Gravina all’uscita della Figc -, ringrazio le componenti che ancora oggi mi hanno dimostrato grande vicinanza, stima, sostengo e anche insistenza nel continuare. Ma la mia scelta era già convinta e meditata“. Non aggiunge altro, se non nella riunione con le componenti, del rammarico per le frasi sugli sport dilettantistici.
“Non volevano essere offensive“, dice il comunicato federale delle sue dimissioni che annunciava anche l’audizione di Gravina il prossimo 8 aprile presso la VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati. Era prevista per una sua relazione sullo stato di salute del calcio italiano, annullata pochi minuti più tardi come rivelato dallo stesso presidente di Commissione, Federico Mollicone, trovando lo stupore della Federcalcio, perché come precisano fonti federali il tutto era stato concordato con la Commissione. Nei prossimi giorni la Figc renderà pubblica comunque una relazione sullo stato di salute del calcio e alla quale sta lavorando in queste ore di scosse continue perché come detto Gravina non è stato il solo a fare un passo indietro. Subito dopo le sue dimissioni, infatti, ci sono state anche quelle di Buffon.
“Rassegnarle un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia – spiega su X l’ex capodelegazione della nazionale -, era un atto impellente, che mi usciva dal profondo. Spontaneo come le lacrime e quel male al cuore che so di condividere con tutti voi. Mi è stato chiesto di temporeggiare per far fare le giuste riflessioni a tutti. Ma ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità“. Quanto al ct, è evidente che a fine settembre ai primi impegni seri della nazionale in panchina non ci sarà l’attuale ct Gattuso e che la scelta spetterà al nuovo presidente: i nomi papabili vanno da Mancini e Conte (sarebbero revival) alle new entries Allegri, De Rossi, Simone Inzaghi, a meno che non si torni a guardare all’estero. L’eterno paradosso del calcio italiano, lamentarsi dei troppi stranieri e magari affidarsi ad uno di loro per tornare a sognare.
Crisi FIGC dopo il flop della Nazionale: dalle dimissioni di Gravina all’ipotesi commissariamento, quali sono gli scenari e cosa prevede lo statuto federale.
Gabriele Gravina (Andrea Staccioli / Insidefoto)
La crisi della Nazionale riapre il tema della governance del calcio italiano e mette sotto pressione il presidente della FIGC Gabriele Gravina, che al momento non ha rassegnato le dimissioni dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, arrivata con la sconfitta ai rigori contro la Bosnia. Un passaggio che ha acceso il dibattito politico e istituzionale, con il ministro dello Sport Andrea Abodi che ha esplicitamente richiamato il tema delle responsabilità del vertice federale, arrivando anche ad evocare l’ipotesi di commissariamento. Nelle prossime ore è attesa una riunione tra Gravina e i presidenti delle principali componenti del sistema – Lega Serie A, Serie B, Lega Pro, AIC e AIAC – che rappresenta il primo vero snodo per capire se e come si evolverà la situazione.
Sfiducia – Nel sistema federale calcistico italiano la sfiducia, intesa in senso politico-parlamentare, non esiste. Lo statuto della FIGC non prevede alcun voto che possa destituire direttamente il presidente in carica. Questo significa che, anche in presenza di una crisi sportiva e di un forte dissenso interno, non c’è uno strumento formale per “mandare a casa” il numero uno federale. L’unica strada percorribile è indiretta e passa dagli equilibri del Consiglio federale: i consiglieri possono dimettersi in blocco oppure può venire meno la maggioranza dei componenti aventi diritto di voto. In entrambe le situazioni, il risultato è lo stesso: la decadenza immediata dell’intero Consiglio federale e del presidente.
Si tratta però di una dinamica altamente politica e non automatica. Per arrivare a questo esito serve una rottura netta tra Gravina e le componenti che lo sostengono, a partire dalle leghe professionistiche e dalle rappresentanze di calciatori e allenatori. Inoltre, anche qualora si arrivasse alla caduta del Consiglio, il presidente resterebbe in carica per l’ordinaria amministrazione fino alla convocazione dell’assemblea elettiva, che dovrà essere celebrata entro 90 giorni. In questo senso, più che una vera sfiducia, si tratta di una “crisi di sistema” che porta a nuove elezioni.
Dimissioni – La via più lineare, almeno dal punto di vista giuridico, resta quella delle dimissioni volontarie del presidente. In questo caso, lo statuto federale non lascia spazio a interpretazioni: le dimissioni di Gabriele Gravina determinerebbero la decadenza immediata sia del presidente sia dell’intero Consiglio federale. L’ordinaria amministrazione verrebbe garantita in regime di prorogatio dagli organi uscenti, oppure – in caso di impedimento – dal vicepresidente federale, con il solo compito di gestire l’attività corrente e portare il sistema alle nuove elezioni.
Anche in questo scenario, il passaggio chiave è rappresentato dall’assemblea elettiva, che dovrà essere convocata senza indugio e comunque entro 90 giorni. È lì che si ridisegnerebbero gli equilibri del calcio italiano. Il sistema di voto, basato su 516 voti ponderati, assegna un peso determinante alla Lega Nazionale Dilettanti (34%), seguita da calciatori (20%), Serie A (18%), Lega Pro (12%), allenatori (10%) e Serie B (6%). Per essere eletto, il nuovo presidente dovrà ottenere la maggioranza assoluta dei voti validi, comprese le schede bianche. E alcuni nomi sono già emersi: si parla infatti di Giovanni Malagò e di Giancarlo Abete.
Commissariamento – Più complessa e, allo stato attuale, meno probabile è l’ipotesi del commissariamento, rilanciata dal ministro Andrea Abodi. Il riferimento normativo è l’articolo 6 dello statuto del CONI, che consente il commissariamento di una federazione in presenza di gravi irregolarità nella gestione, violazioni dell’ordinamento sportivo oppure di una constatata impossibilità di funzionamento degli organi direttivi. In altre parole, non basta un risultato sportivo negativo, per quanto clamoroso, per giustificare un intervento esterno.
La storia della FIGC conferma questa impostazione. I precedenti commissariamenti – dal 1958 fino al caso più recente del 2017, dopo le dimissioni di Carlo Tavecchio – sono sempre stati legati a situazioni di crisi istituzionale o di ingovernabilità, spesso accompagnate da dimissioni o da uno stallo politico interno. Nel 2017, ad esempio, il commissariamento arrivò dopo che Tavecchio aveva perso il sostegno della propria maggioranza e si era dimesso, in un contesto in cui anche le leghe professionistiche erano paralizzate.
Per questo motivo, allo stato attuale, il commissariamento appare legato più a un’eventuale evoluzione della crisi interna che non al flop della Nazionale in sé. Senza una rottura negli equilibri federali o senza dimissioni, difficilmente si potrà configurare quella “impossibilità di funzionamento” richiesta dalle norme. Il vero punto, quindi, resta politico: capire se Gravina avrà ancora i numeri e il sostegno per restare alla guida della FIGC oppure se il sistema sceglierà di aprire una nuova fase.
«Se ho parlato con Meloni? C’è sintonia piena con il presidente del Consiglio ma anche all’interno della maggioranza», ha aggiunto il ministro per lo Sport.
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“Commissariare la Figc? Parlando con Buonfiglio ho rinnovato l’invito a valutare tutte le forme tecniche compatibili perché potrebbero esserci i presupposti”. Lo ha detto Andrea Abodi, ministro per lo sport e per i giovani, a margine del Premio Città Italiana dei Giovani 2026. “Quando per tre edizioni non vai ai Mondiali è una sconfitta – ha aggiunto -. Oggi non è un giorno normale. Non può bastare lo scarica barile dicendo che ci si aspettava di più da istituzioni”.
“Mi spetto una risposta più centrata dalla Figc – aggiunge Abodi – e ricordo che ci furono sussulti di dignità in passato, Abete lasciò dopo i gironi falliti in Brasile e il compianto Tavecchio fece lo stesso dopo il playoff con la Svezia”. Sulla possibilità di Malagò commissario ha concluso: “Il tempo dei nomi deve ancora venire e deve essere valutata tutta la storia degli ultimi venti anni che ci lascia molte esperienze negative. Quello che dobbiamo fare è non sbagliare nuovamente, non fare tesoro di questa ennesima sconfitta: sarebbe ancora più grave”.
“Quando un’organizzazione nel suo complesso fallisce per la terza volta un Mondiale, è chiaro che il vertice deve assumersi una responsabilità. Prima ancora del ruolo del Consiglio federale c’è quello della coscienza individuale, e questo mi sembra non emergere. Potrei essere costretto, insieme al Parlamento, a prendere decisioni che vorrei lasciare a loro”.
“La responsabilità deve partire inevitabilmente dal vertice. Chiedergli le dimissioni personalmente? Penso di sì, al di là del garbo istituzionale, quello che ho detto è già abbastanza chiaro”, ha aggiunto.
“Se ho parlato con Meloni? L’attenzione governativa, nel rispetto del ruolo, è massima. C’è sintonia piena con il presidente del Consiglio ma anche all’interno della maggioranza. Sono convinto che ci sia anche all’interno del Parlamento, che sullo sport ha saputo trovare delle convergenze”.
“Obbligo di calciatori italiani? Ogni proposta è buona. Non solo il Como in Serie A, anche il Lecce ha vinto il campionato Primavera senza un giocatore italiano e molto spesso anche le seconde squadre hanno pochissimi giocatori italiani e soprattutto giovani”. Per Abodi, però, il tema arriva tardi: “Queste cose avremmo potuto farle anche prima di questa ulteriore fallimentare e dolorosa esperienza di qualificazione al mondiale mancato”.
“Se c’è davvero questa disponibilità, io sono pronto in qualsiasi momento a mettermi al tavolo e mettermi a disposizione non soltanto per il sistema calcistico ma per i milioni di tifosi e di bambini e adolescenti che si sono svegliati confusi e addolorati”, ha concluso Abodi, aprendo al confronto.