art. 18


Dall’inizio degli anni 2000, vari governi italiani hanno tentato a più riprese di riformarlo. I sindacati si sono sempre opposti con decisione ad ognuno di essi, temendo un allentamento della tutela dei lavoratori.

art. 18

Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all’orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale.

Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.

Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell’indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.

La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.

Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell’articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile italiano. l’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.

Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Commento – dopo averci tolto la scala mobile, portato via la festa del 1 maggio, ecc.  oggi ritornano in azione per abolire o modificare l’art. 18 .
Hanno tolto la scala mobile, dicendo che sia la causa del costo del lavoro i fatti hanno dimostrato che non era vero.
Hanno indebolito la presenza dei sindacati nelle aziende, risultato? aziende che decentrano la produzione nei paese dell’est dove dicono che il lavoro costa meno, di contro chiudono le aziende in Italia dando colpa alla CRISI. 
Nessun governo ha preso iniziative per far rimanere le produzioni in Italia, parecchie aziende grandi è piccole hanno chiuso per mancanza di liquidità anche qui non è stato presa nessuna iniziativa per tenere aperte queste aziende.
adesso ritornano……… e se c’era bisogno si è capito da che parte viene l’attacco!!!!!!!!!

da Repubblica.it

alcuni punti dell’ intervista al Ministro Alfano:

Perché riaprire questa discussione? Pensa davvero che gli imprenditori non assumano perché è in vigore l’articolo 18?
“Quella tutela non è stata abolita finora perché ha retto un asse fra il Pd e il sindacati. Ma ormai è il momento di mettere davanti a tutto la necessità di dare un lavoro a chi non ce l’ha, liberando da ogni laccio l’imprenditore che vuole assumere qualcuno
.

Togliendo un diritto si crea occupazione?
“Non vogliamo favorire i licenziamenti ma incrementare le assunzioni. Non vogliamo togliere diritti a chi già lavora ma dare una occasione a chi non ce l’ha, e penso soprattutto a quella metà di ragazzi del Sud che langue nella disoccupazione senza una speranza. Se “sblocchiamo” l’idea che un’assunzione sia un matrimonio a vita, sono sicuro che il mondo delle imprese risponderà. Al Sud come al Nord”.

Dunque la modifica varrebbe solo per i nuovi assunti?
“Sarebbe già un segnale molto forte cominciare dai nuovi assunti. Avere metà dei giovani disoccupati è un attentato al futuro dell’Italia; se pensiamo di risolvere il problema mantenendo in piedi i vecchi totem degli anni settanta credo che perderemo un’occasione preziosa”.

Allarme triclosan …………………..


Allarme triclosan, presente in shampoo e dentifrici può predisporre a gravi infezioni

Roma, 8 apr. (Adnkronos Salute)

Un agente antimicrobico che si trova in comuni saponi per la casa, shampoo e dentifrici può farsi strada all’interno del naso umano e promuovere, al contrario di quanto si propone di fare, colonizzazioni batteriche anche da parte del pericoloso Staphylococcus aureus, predisponendo alcune persone alle infezioni.

Lo hanno scoperto ricercatori dell’Università del Michigan, che hanno condotto uno studio pubblicato su ‘mBio’, la rivista della American Society for Microbiology.

Si tratta del triclosan, un composto artificiale utilizzato in una vasta gamma di prodotti per la cura personale come saponi antibatterici, dentifrici, prodotti per le superfici della cucina, vestiti e attrezzature mediche, ed è stato rilevato nel canale nasale del 41% degli adulti appartenenti al campione studiato.

E in queste persone è stata evidenziata anche una maggiore colonizzazione da parte del S. aureus. Il triclosan, evidenziano gli autori, “è molto comune in saponi, dentifrici e collutori, ma non c’è alcuna prova che funzioni meglio degli ingredienti dei saponi normali. Inoltre potrebbe avere conseguenze indesiderate nei nostri corpi, promuovendo la colonizzazione nasale da parte del S. aureus e mettendo così alcune persone ad aumentato rischio di infezioni”.

 
Triclosan: sotto osservazione in Europa e Stati Uniti

http://news.klikkapromo.it/2013/04/triclosan-sotto-osservazione-in-europa-e-stati-uniti/

Cosè la FDA:

La Food and Drug Administration (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali, abbreviato in FDA) è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Esso dipende dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti.

http://www.fda.gov/ForConsumers/ConsumerUpdates/ucm205999.htm

Morto l’attore Robin Williams


Dal corriere della sera on line: http://www.corriere.it

Morto l’attore Robin Williams
Si sospetta un suicidio

Secondo le prime ipotesi del coroner l’attore di 63 anni, premio Oscar, sarebbe deceduto per asfissia.

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L’attore comico Robin Williams è morto all’età di 63 anni. A comunicarlo la polizia di Marin County in California. Secondo le prime informazioni alle 11.55 del mattino il servizio di emergenza 911 ha ricevuto una chiamata che chiedeva aiuto per un uomo incosciente e con difficoltà respiratorie. Quando sono arrivati i soccorsi, Williams era già morto. Non si conoscono ancora le cause del decesso su cui sta indagando la polizia, ma si sospetta che l’attore premio Oscar si sia suicidato. Secondo il coroner l’uomo è morto per asfissia, ma soltanto l’autopsia sarà in grado di dare una risposta certa. L’ultima volta che Williams è stato visto era la mattina del 10 agosto e si trovava nella sua residenza con la moglie.

chi non le ricorda?????


 

La Fiat 600 è un’autovettura prodotta dalla casa automobilistica italiana FIAT, costruita dal 1955 al 1969. Viene considerata l’icona del boom economico italiano.

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Fiat 600 Multipla

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Fiat 127

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La Zastava (in serbo: Застава). La sua prima attività per quasi un secolo fu la costruzione di armi ma è stata molto presente nel settore delle automobili grazie ad un importante accordo fatto con Fiat sin dal 1953 e portato avanti fino al 2011. La produzione di vetture è terminata nel 2011, quando Fiat acquisisce gli stabilimenti produttivi di Kragujevac per la produzione della Fiat 500 L

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Zastava

Autobianchi

La Bianchina è un’autovettura prodotta dall’Autobianchi dal 1957 al 1969.

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L’A112 è un’autovettura prodotta dall’Autobianchi dal 1969 al 1986.

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La NSU Prinz è stata una piccola vettura prodotta dalla NSU dal 1957 al 1973.  

Prima versione della Prinz

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Fertilia, i sardi esuli d’Istria…………………


Fertilia, i sardi esuli d’Istria. MAGAZZINO 18 SIMONE CRISTICCHI – FERTILIA SS . 3 agosto 2014

Fertilia

INCONTRO CON Simone Cristicchi
Presentazione e reading del libro “Magazzino 18. Storie di italiani esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.” (Mondadori, 2014)

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Il LIBRO: Montagne di sedie aggrovigliate come ragni di legno. Legioni di armadi desolatamente vuoti. Letti di sogni infranti. E poi lettere, fotografie, pagelle, diari, reti da pesca, pianoforti muti, martelli ammucchiati su scaffalature imbarcate dall’umidità. Questi e innumerevoli altri oggetti d’uso quotidiano riposano nel Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Oltre sessant’anni fa tutte queste masserizie furono consegnate al Servizio Esodo dai legittimi proprietari, gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, un attimo prima di trasformarsi in esuli: circa trecentocinquantamila persone costrette a evacuare le loro case e abbandonare un’intera regione in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, che consegnò alla Jugoslavia di Tito quel pezzo d’Italia da sempre conteso che abbraccia il mare da Capodistria a Pola. Di questa immensa tragedia quasi nessuno sa nulla. Delle foibe, delle esecuzioni sommarie che non risparmiarono donne, bambini e sacerdoti, della vita nei campi profughi e del dolore profondissimo per lo sradicamento e la cancellazione della propria identità pochissimi hanno trovato il coraggio di parlare nei decenni che seguirono. Eppure è storia recente, a portata di mano e soprattutto abbondantemente documentata: basta aprire le porte del Magazzino 18. Porte che Simone Cristicchi ha spalancato.

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…..per non dimenticare…….


LA STRAGE DELL’ “ITALICUS” . 40 ANNI FA…UNA STRAGE 

DIMENTICATA..

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1974 – San Benedetto Val di Sambro (Italia): sulla linea ferroviaria Firenze – Bologna, in prossimità dell’uscita dalla lunga galleria appenninica, in località San Benedetto Val di Sambro, un ordigno ad alto potenziale, a base di “termite”, esplode nella ritirata della vettura numero 5 del treno Italicus, affollato di gente che si sposta per le vacanze estive. I… soccorsi, difficilissimi nel buio del tunnel, estraggono dalle lamiere del treno 12 morti e 44 feriti. Tale attentato, noto come tragedia dell’Italicus, è riconducibile alla strategia della tensione.

……PER NON DIMENTICARE…

La strage dell’Italicus fu un attentato terroristico compiuto nella notte del 4 agosto 1974 a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.

Una bomba ad alto potenziale esplose alle 1:23 nella vettura 5 dell’espresso Roma-Monaco di Baviera via Brennero. Nell’attentato morirono 12 persone e altre 48 rimasero ferite.
La strage avrebbe avuto conseguenze più gravi, si ipotizza anche nell’ordine di centinaia di morti, se l’ordigno fosse esploso all’interno della Grande Galleria dell’Appennino nei pressi di San Benedetto Val di Sambro, come avvenuto dieci anni dopo nella Strage del Rapido 904.
Aldo Moro si sarebbe dovuto trovare a bordo del treno, quella sera, in quanto doveva raggiungere la famiglia a Bellamonte, ma lo perse poiché venne raggiunto da alcuni funzionari del Ministero e fatto scendere all’ultimo momento per firmare alcuni documenti.

Nibali trionfa al Tour de France


Nibali trionfa al Tour de France, che la festa cominci

Tour de France 2014 21th stage

Nasce la pay tv europea, BSkyB compra Sky Italia e Germania


Nasce la pay tv europea, BSkyB compra Sky Italia e Germania

Fonte: http://notizie.uno/notizie/nasce-la-pay-tv-europea-bskyb-compra-sky-italia-e-germania

Sky

 

Londra, 25 lug. – Nasce Sky Europe: il network satellitare britannico BskyB ha rilevato Sky Italia e Sky Deutschland dalla 21st Century Fox di Rupert Murdoch per 4,9 miliardi di sterline (pari a 6,2 miliardi di euro) complessivi. BskyB, che e’ a sua volta controllata dalla 21st Century Fox con una quota del 39%, paghera’ la somma in contanti, obbligazioni e un collocamento di azioni pari al 10% del suo capitale attuale. Nei dettagli, la societa’ sborsera’ 2,45 miliardi di sterline per il 100% di Sky Italia e…

Fonte: http://economia.ilmessaggero.it/flashnews/murdoch-sky-europa-time-warner/815691.shtml

È in gran parte un affare in famiglia. I due canali satellitari in vendita appartengono alla Fox di Rupert Murdoch, il quale a sua volta è proprietario di minoranza (39,1%) della stessa emittente inglese. Il magnate australiano aveva tentato tre anni fa di raggruppare Sky Europa nelle sue mani, ma l’affare era naufragato in seguito allo scandalo delle intercettazioni che ha investito il suo gruppo New Corp. Questa volta è Murdoch a vendere, per una valore presunto di circa 10 miliardi di dollari, con la rete italiana valutata tra i 4 e i 6,8 miliardi. In Italia la BSkyB rileverà l’intero pacchetto azionario esistente; in Germania invece l’acquisto sarà limitato alla quota del 57%. Murdoch ha incassato l’approvazione dell’antitrust tedesco per salire sopra il 30%, e ha detto di non avere intenzione di offrire un premium per rilevare il resto delle azioni. Il sogno della riunificazione della pay tv europea ha sofferto per i ritardi con i quali è arrivato a compimento.

 

 

Nelson Mandela Day


Nelson Mandela Day

Nelson Mandela Day

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Essere liberi non significa solo spezzare le proprie catene. Significa vivere rispettando e valorizzando la libertà degli altri.

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Nelson Mandela è raffigurato nel doodle di Google di oggi, venerdì 18 luglio 2014: si celebra l’anniversario dei 96 anni della nascita del politico sudafricano e primo presidente eletto dopo la fine dell’apartheid.

Nella pagina principale del motore di ricerca, al posto del classico logo di Google, c’è un disegno che mostra il ritratto di Mandela. Cliccandoci sopra scorrono una serie di messaggi con alcune frasi famose attribuite a Nelson Mandela

 

Ferrari LaFerrari XX, immagini e sound dalla pista di Monza


Impressionante il rombo del motore

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Fonte:
http://www.motorionline.com/2014/07/11/ferrari-laferrari-xx-immagini-e-sound-dalla-pista-di-monza-video/?rtgx_plc=list_dxcolumn&ssidc=qsqhurohuyFonte:

 LaFerrari XX – LaFerrari XX, variante estrema della supercar di Maranello pensata per la pista, è stata filmata durante alcuni giri di test effettuati tra i rettilinei e le curve del circuito di Monza dove ha fatto sentire tutta la grinta del sound del suo propulsore.

LaFerrari XX, vestita di rosso, ha effettuato alcuni giri sul circuito di Monza, dove sta effettuando dei test di sviluppo. A stupire della nuova supercar estrema di casa Ferrari è lo straordinario rombo del motore, un sound pieno che non lascia indifferenti e che potete sentire in maniera limpida nel video qui di seguito

Una folla per l’addio a Faletti


Asti: I funerali nella chiesa della Collegiata di San Secondo

In centinaia hanno sfilato al teatro Alfieri di Asti per rendere omaggio a Giorgio Faletti, l’artista morto venerdì scorso per un male incurabile. Decine di amici, conoscenti ma soprattutto ammiratori, gente comune.  La camera è rimasta aperta fino alle 14. Nel pomeriggio i funerali che si tengono nella chiesa della Collegiata di San Secondo, sempre nella sua Asti, che ha proclamato il lutto cittadino.

In migliaia per dire addio all’artista astigiano

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Lunghi applausi hanno accolto nel centro di Asti il feretro di Giorgio Faletti arrivato nella chiesa della Collegiata di San Secondo dove saranno celebrati i funerali. Il corteo funebre ha lasciato il Teatro Alfieri, dove era allestita la camera ardente, per raggiungere la vicina chiesa. Due ali di folla hanno salutato con lunghi applausi il passaggio del feretro. Affollata la chiesa, così come è gremita la piazza antistante.

 

 

È morto Giorgio Faletti, scrittore, cantante ecc.


“Cari amici, a volte l’età, portatrice di acciacchi, è nemica della gioia”

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Giorgio Faletti 2Stroncato da un tumore, l’artista astigiano aveva 63 anni. Dal “Drive in” televisivo ai tanti Festival di Sanremo (dove sfiorò la vittoria con “Signor tenente”), dai thriller diventati best seller al cinema, una carriera all’insegna dei continui cambiamenti

Faletti

Faletti era nato ad Asti il 25 novembre del 1950. Con lui scompare una figura unica, irripetibile, amabilmente eccentrica di versatilità artistica. Perché Faletti è stato cabarettista, attore, cantante, scrittore, compositore di musiche, paroliere, sceneggiatore, persino pittore. La favola della sua popolarità nasce però dall’ironia grottesca: quella delle gag surreali scolpite nella memoria televisiva del Drive In, nel bel mezzo degli anni Ottanta, quando interpreta Vito Catozzo e altre maschere paradossali dell’Italietta.

Una laurea, un palcoscenico. Uomo di spettacolo, di cultura e di buona sensibilità – Faletti era laureato in Legge – esordisce come cabarettista nel locale cult della comicità senza rete, faccia a faccia con il pubblico: il Derby di Milano. Sono gli anni Settanta, quelli formidabili per il cabaret e in particolare per quel palcoscenico milanese, dove in quelle stagioni si avvicendano giovani anticonformisti dell’intrattenimento come Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi, Francesco Salvi. In televisione si fa notare come spalla di lusso di Raffaella Carrà ai tempi di Pronto Raffaella. Ma è il 1985 l’anno topico, il prologo della sua popolarità (che non verrà mai meno, malgrado le mille trasformazioni artistiche) quando Faletti interpreta uno dei personaggi centrali del Drive In di Antonio Ricci, fucina di talenti e spettacolo innovativo, decisamente fuori dagli schemi dell’epoca.

 

 

Telelombardia, Sardegna1, Telepadania in difficoltà ……..


Si complica la situazione per i lavoratori di Telelombardia. L’emittente televisiva lombarda ha annunciato il licenziamento di 54 lavoratori sugli attuali 128.

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In una nota arrivata il 26 giugno a Cgil, Cisl e Uil, Telelombardia – secondo i sindacati – ha comunicato di non essere in grado di sottoscrivere un accordo di solidarietà in alternativa alla procedura di licenziamento collettivo, “a causa dell’organizzazione del lavoro in essere“.

«Nonostante le continue sollecitazioni da parte delle organizzazioni sindacali di utilizzare lo strumento della solidarietà per la salvaguardia del perimetro occupazionale, Telelombardia sceglie la strada dei licenziamenti. L’azienda ha dichiarato di voler procedere alla riduzione di 54 lavoratori sugli attuali 128 in forza. Nonostante le dichiarazioni fatte in sede istituzionale in cui l’azienda aveva dichiarato la propria disponibilità a prendere in considerazione il contratto di solidarietà in alternativa alla procedura di licenziamento collettivo, in un ultima nota pervenuta il 26 giugno a CGIL CISL e UIL, Telelombardia ha comunicato di non essere in grado di sottoscrivere tale accordo a causa dell’organizzazione del lavoro in essere. Denunciamo che su questo tema non c’è mai stato un vero confronto di merito, confronto, che rientra nelle normali relazioni sindacali». E’ quanto si legge in una nota della Fistel Cisl Milano Metropoli. «Riteniamo inaccettabile – prosegue il sindacato – la decisione di procedere al licenziamento di 54 lavoratori che si troverebbero senza protezione sociale. Chiediamo alla società di rivedere questa posizione al fine di salvaguardare l’occupazione e le professionalità delle persone che hanno permesso la crescita di Telelombardia. L’azienda si assuma le proprie responsabilità davanti ai lavoratori e alle istituzioni. La salvaguardia dei posti di lavoro viene prima di tutto! Ribadiamo la necessità di procedere con gli strumenti di tutela. La crisi dell’emittenza privata in alcuni casi è diventata l’alibi per tagliare i «rami deboli» e meno tutelati». Il 30 giugno alle ore 12 il sindacato annuncia un presidio davanti agli uffici della Regione di via Taramelli 24 «per chiedere il ritiro della procedura in atto e invitiamo tutti i lavoratori ad essere presenti».

Sardegna1 Tv. Una settimana di sciopero contro i licenziamenti
 
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CAGLIARI. Si conclude la vertenza di Sardegna 1. L’azienda completa la procedura di riduzione di personale annunciata l’1 febbraio scorso. Sono 12 i licenziamenti effettuati, le ultime 6 lettere sono state recapitate oggi a tecnici e giornalisti e si aggiungono alle altre 6 arrivate tra il 31 maggio e ieri. Il dimezzamento di organico arriva dopo due anni di contratto di solidarietà (riduzione dello stipendio del 33 per cento), mensilità arretrate e anni di contributi non versati al fondo pensionistico di alcuni giornalisti e tecnici. Lo scorso 5 agosto, il passaggio di proprietà: l’editore-banchiere Giorgio Mazzella, presidente di Banca di Credito Sardo (Gruppo Intesa), cede per 4 mila euro le quote della società che controlla Sardegna 1 Tv a Sandro Crisponi. A sua volta, Crisponi cede il 19 per cento delle quote a Luigi Ferretti e il 10 per cento a Mario Tasca. Il primo è il patron del circuito nazionale 7 Gold, il secondo un giornalista pubblicista che, assieme alle quote, acquisisce il ruolo di direttore responsabile della testata giornalistica. La nuova proprietà dichiara subito di non avere soldi per pagare gli stipendi.

TelePadania chiude i battenti: dopo 16 anni si punta solo sul web

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Dopo sedici anni di attività chiude «Telepadania». La Lega Nord ha deciso di puntare sui nuovi media e chiudere le casse del Movimento: la società che gestisce la tv, la «Celticon», controllata dal partito attraverso la finanziaria Fingroup, ha, quindi, avviato la procedura per cessare l’attività a partire dal primo luglio. Telepadania aveva rischiato di chiudere già due anni fa, quando però era stata avviata una delicata procedura di ristrutturazione del debito. Attualmente impiega sei dipendenti, tre giornalisti e tre tecnici, per cui la società dovrebbe chiedere la cassa integrazione in deroga. Parallelamente alla chiusura della tv, parte un nuovo progetto editoriale con il restyling del portale multimediale del quotidiano «www.lapadania.net».

 

Bancomat obbligatorio nei negozi dal 1° luglio. Ma c’è il trucco


Il 1° luglio scatterà l’obbligo POS per ogni pagamento sopra i 30 euro: ma senza sanzioni. Un pasticcio all’italiana

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Studi medici e professionali, commercianti, artigiani e imprese dovranno dotarsi di POS per ricevere pagamenti con bancomat, a partire dal 30 giugno.  Nessun ulteriore rinvio, dunque, per l’entrata in vigore di un provvedimento che ha avuto vita lunga e travagliata, a partire dal decreto legge che ha introdotto la misura (dl 179/2012, noto anche come Decreto crescita 2.0 o Decreto sviluppo bis). Ma anche nessuna sanzione prevista per chi non rispetterà l’obbligo di dotarsi della ‘macchinetta’.
POS OBBLIGATORIO, COSA PREVEDE
L’obbligo di registrare i pagamenti con POS è valido per tutti gli importi superiori a 30 euro.
Si applica a coloro che nell’anno precedente hanno fatturato oltre 200 mila euro e solo per le attività svolte all’interno degli esercizi e degli studi: sono queste le principali novità previste per l’obbligo dei pagamenti con strumenti tracciabili per i professionisti nello schema di decreto messo a punto dal Ministero dello sviluppo economico.
Nel regolamento si prevede che l’obbligo del Pos scatti solo per importi superiori ai 30 euro e trova applicazione solo per i pagamenti effettuati all’interno dei locali destinati allo svolgimento dell’attività di vendita o di prestazione di servizio, ed esclusivamente nel caso in cui il fatturato del soggetto che effettua l’attività sia superiore a 200mila euro. Condizione quest’ultima valevole però solo nella prima fase di applicazione, ossia a partire da luglio 2014. Decorsi sei mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il limite potrà essere ridotto.
POSSIBILI RINCARI
Il tema, sollevato da Federconsumatori e Adusbef, riguarda l’eventuale rischio che i costi per dotarsi di Pos e per la gestione degli strumenti che ricevono pagamenti elettronici vengano scaricati sui cittadini. “La misura rappresenta un grande passo avanti in termini di tracciabilità dei pagamenti e lotta all’evasione, nonché un ampliamento ed un’agevolazione a favore del cittadino – affermano le due associazioni – La circolazione di meno contanti rappresenta, inoltre, un elemento di maggiore sicurezza, sia per il cittadino che per l’esercente. Ci auguriamo, però, che i costi ancora eccessivamente onerosi per dotarsi degli strumenti atti a ricevere pagamenti in moneta elettronica non siano scaricati in alcun modo sui prezzi e sulle tariffe“.
Chiunque effettui attività di vendita di prodotti e servizi con Bancomat infatti ha, rispetto al contante, non solo un costo fisso ma anche un costo in percentuale al prodotto venduto. I negozianti e professionisti potrebbero così aumentare prodotti e prestazioni per rifarsi della “gabella medievale” penalizzando i consumatori.
Potrebbero rivendicare agevolazioni fiscali legate all’obbligo di dotarsi dei nuovi dispositivi, chiedere interventi legislativi per porre dei tetti alle commissioni pagate agli istituti. Ma sbagliano a bollare l’obbligo di ricevere pagamenti elettronici da parte dei loro clienti come un «regalo alle banche». Il pagamento con bancomat o carta di credito è al limite un «regalo ai clienti», o meglio un servizio fornito loro. E considerando che il tracciamento delle transazioni consente di risalire ad ogni trasferimento di denaro, e di conseguenza rende più problematiche le prestazioni in nero, è anche un servizio alla collettività.

Lo ammetto, sono allergico al denaro contante. O, forse, sono semplicemente tra quelli che hanno scoperto il vantaggio di tenere nel portafogli pochi spiccioli e un paio di carte, rinunciando alle banconote. Fosse per me pagherei con carta di credito anche il caffé al bar del Corriere. Del resto, dove sta scritto che le carte servono solo per i pagamenti di una certa entità? Acquisto abitualmente con carta di credito il biglietto del treno (2,10 euro), il tagliando del gratta e sosta (1,20 o 2 euro a seconda della zona), l’ingresso in «area C» (5 euro), il pedaggio della tangenziale (1,70 euro) usufruendo tra l’altro della corsia veloce dei pagamenti automatici. Al supermercato credo di non avere mai pagato in contanti in vita mia. E, ovviamente, pago con carta di credito tutte le transazioni effettuate online.

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Per quale motivo non devo poter pagare con bancomat o carta il commercialista o l’idraulico o il falegname che magari mi chiedono due o trecento euro di prestazione? All’estero è assolutamente normale pagare con carta anche importi di modestissime dimensioni. In Italia non è raro trovare nei negozi cartelli che avvisano che i pagamenti con bancomat sono accettati solo a partire da una certa cifra. Il problema risiede nelle commissioni pagate alle banche che in alcuni casi sono per singola transazione e non in percentuale sull’importo pagato e questo è considerato una penalizzazione da parte degli esercenti, costretti a farsi carico di un costo che nel caso di piccoli importi può ridurre notevolmente il già risicato margine di guadagno. Ma non è questo il caso previsto dal nuovo provvedimento che impone l’obbligo di accettazione dei pagamenti elettronici solo al di sopra dei 30 euro.

I titolari di partite Iva dovrebbero considerare che un cliente soddisfatto è un cliente che ritorna. E agevolarlo anche nei pagamenti (perché devo per forza avere in casa 200 euro in contanti per pagare l’idraulico?) è un modo per contribuire a renderlo felice. Dovrebbero poi considerare anche il vantaggio per se stessi: i soldi finiscono direttamente sul conto corrente e questo evita loro di perdere tempo andando poi in banca a depositarli (vale ancora il detto che il tempo è denaro?). Non c’è alcun motivo per preferire il denaro contante. A meno che il contante non serva per effettuare, a propria volta, pagamenti cash (di fornitori o dipendenti) che non hanno alcuna spiegazione razionale.

All’estero i pagamenti elettronici sono una realtà quotidiana e consolidata e sono utilizzati per qualunque cosa, anche il caffè appunto. In Italia sono ancora difficoltosi perfino laddove, sui taxi ad esempio, ti aspetteresti di non avere problemi. Se il problema sono le commissioni troppo elevate, lo ribadiamo, le associazioni di categoria facciano sentire la propria voce con le banche e avranno la solidarietà dei consumatori. Ma non portino avanti una battaglia contro il cliente. Che ha sempre ragione, anche quando vuole pagare con carta.

Alpi Apuane. Le ruspe cancellano i monti


Alpi Apuane. Le ruspe cancellano i monti

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A Lucca due giorni di seminario dedicato alla costruzioni di un alternativa economica per le Alpi Apuane, montagne duramente devastate dall’escavazione del marmo e del carbonato di calcio. Oggi in un giorno di scava una quantità di materiale che solo pochi decenni fa si estraeva in 3 mesi, oggi alle cave lavorano poche centinaia di persone in tutto il comprensorio delle Apuane è residuale.

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Le regole sono ancora ferme all’antico regime: nonostante alcuni severi pronunciamenti della Corte Costituzionale, il comune di Massa regola le concessioni usando ancora  le leggi  precedenti all’unità d’Italia (per l’esattezza una legge estense del 1846). Una situazione normativa intollerabile, quando la famiglia saudita Bin Laden (sì, quella) sta trattando l’acquisto del 50% del gruppo Marmi Carrara, il più importante estrattore. Una notizia che ci pone di fronte alla situazione per quello che è: sulle Apuane abbiamo rinunciato alla nostra sovranità sul nostro territorio nazionale, il cui letterale sbriciolamento verrà deciso molto, ma molto lontano dai nostri confini. E mentre gli interessi speculativi sauditi sono accolti a braccia aperte, il Coordinamento imprese lapidee del Parco delle Apuane ha dichiarato una guerra santa contro il Piano Paesistico Regionale della Toscana, voluto dall’assessore Anna Marson (che è stata oggetto di pesanti attacchi personali).

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Il perché di una reazione così violenta lo ha chiarito bene l’urbanista Paolo Baldeschi: «Ma qual è il peccato mortale del Piano? La colpa è di cercare di frenare il taglio delle vette al di sopra dei 1200 metri e di limitare l’estrazione all’interno del Parco delle Apuane, facendo salve le concessioni esistenti, ciò che ha provocato la netta contrarietà del Presidente del Parco, (vicepresidente uscente, già segretario del Pd di Fivizzano), evidentemente più sensibile agli interessi dei cavatori che a quelli dell’ente da lui presieduto». D’altro canto, continua Baldeschi, «il Coordinamento dimentica di dar conto delle inadempienze sistematiche delle aziende impegnate nelle attività estrattive: la mancanza di raccolta delle acque a piè di taglio, l’assenza o il mancato utilizzo degli impianti di depurazione spesso esistenti solo sulla carta, i rifiuti abbandonati nelle cave dismesse, la mancata attuazione dei piani di ripristino, una diffusa e impunita inosservanza di regolamenti e prescrizioni. Si dimentica, altresì, dell’inquinamento delle falde, delle sorgenti e dei torrenti, della diffusione di polveri sottili, degli innumerevoli danni ambientale e paesaggistici».

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Da una parte gli interessi dell’industria del marmo e una politica locale ad essi legata mani e piedi, dall’altra un movimento di opinione che guadagna terreno grazie alla forza delle proprie ragioni: nel mezzo un’opinione pubblica disorientata dall’eterna propaganda di chi oppone le ragioni dell’economia e del lavoro alle ragioni dell’ambiente. La sfida è quella di far comprendere che questa opposizione è un clamoroso falso, alimentato ad arte da chi ha interesse nella perpetuazione dell’attuale economia di rapina. Sabato scorso è tornato a riunirsi a Casola, in Lunigiana, il movimento Salviamo le Apuane, e martedì prossimo si occuperà dello stesso tema la Rete dei Comitati, convocata a Firenze. L’obiettivo non è solo quello di fermare la distruzione delle Apuane, ma anche e soprattutto dire che un’altra economia apuana è possibile, e che è tempo di mettere a punto un Piano Alternativo di Sviluppo per le Alpi Apuane. Il messaggio è quello contenuto nella Carta delle Apuane, redatta nel 2010: «Le Apuane sono sottoposte ad un regime monocolturale che mortifica ed impedisce uno sviluppo economico potenzialmente notevole: si afferma dunque che la monocoltura della cava è incompatibile con lo sviluppo economico ed occupazionale del territorio … Le Apuane possono diventare il cuore di un modello economico diverso, più equo e più fertile, che rifacendosi alle ricchissime quantità di risorse naturali, antropiche, idrogeologiche e paesistiche di questa catena, unica nel Mediterraneo e in Europa, possa estendersi alle colline e alle città costiere, nonché ai parchi limitrofi (Cinque Terre, Appennino, Magra, San Rossore) fino a costituire un formidabile complesso sociale ed economico, oltre la crisi e la bolla finanziaria». Con le Apuane, insomma, si può anche mangiare: se non ci divoriamo le Apuane –

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La corruzione ………………………..


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Enrico Berlinguer


Enrico Berlinguer

 
Enrico Berlinguer nacque a Sassari il 25 Maggio 1922 –  famiglia agiata di media borghesia, figlio di  Mario Berlinguer, un avvocato repubblicano. 
– Cugino di Francesco Cossiga 26 Luglio 1928 – 17 agosto 2010
– dal 1943 Iscritto al Partito Comunista Italiano, e ne organizzò la sessione di Sassarese
– Nell’estate del 1946 Berlinguer fu il capo della delegazione di quindici elementi appartenenti al Fronte della Gioventù (di cui era segretario) che visitò l’Unione Sovietica, e in quell’occasione fu ricevuto in un breve incontro da Stalin. Allora il viaggio in URSS era considerato un doveroso passaggio per tutti i giovani dirigenti del PCI, ma nel 1957 fu proprio Berlinguer ad abolire l’obbligatorietà di tale visita[13
– Nominato nel 1949 segretario della rinata Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI).
– Nel 1956, si esaurì non senza amarezza l’esperienza nella FGCI
– Dopo un anno e mezzo di incarichi periferici, Berlinguer tornò a Roma, cooptato nella Segreteria nazionale e successivamente dirottato all’organizzazione subentrando ad Amendola.
– Nonostante il paziente lavoro interno di cucitura, nel 1966 Berlinguer venne allontanato dal centro del Partito Comunista e mandato nell’apparato periferico diventando il responsabile regionale del partito nel Lazio.
– Venne eletto per la prima volta deputato nel 1968, per il collegio elettorale di Roma
– Eletto segretario nazionale del PCI, nelle condizioni di emergenza per la malattia di Longo, che dovette prima delegare e poi definitivamente dimettersi nel 1972
– Negli anni in cui Berlinguer fu segretario il PCI raggiunse il suo massimo storico, il 34,4% del 1976. il PCI raccolse, dopo anni di lotte sociali, dal ’68-’69, il frutto di uno spostamento a sinistra del paese ed insieme il consenso, per la linea politica ispirata al dialogo con tutte le grandi forze politiche.

Dal 29 maggio 2012 …………


 

Dal 29 maggio 2012 tante ferite ancora aperte

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A distanza di due anni dal 29 maggio 2012, quando la terra tornò a tremare per due volte, sono ancora tante le ferite ancora aperte provocate dal terremoto. Ricostruzione lenta, fondi che arrivano con il contagocce e 700 persone ancora sfollate. Quella mattina le due botte furono le più dure per il Mantovano. Mantova città fu colpita nei suoi monumenti : la Camera degli Sposi lesionata, il campanile di Santa Barbara crollato.

MANTOVA. Snervata dalla prima scossa, estirpata quattro ore dopo, quando alle 13 di quel maladetto 29 maggio la terra era tornata a tremare: a distanza di due anni il campanile di Santa Barbara è ancora lì a ricordarci di ferite lasciate aperte, dello sfregio che quella nube di polvere e detriti ha rappresentato per Mantova, delle troppe case ancora inagibili, dell’eccessiva lentezza nella ricostruzione, dei fondi statali che arrivano con il gontagocce.

Gli anniversari del terremoto del 2012 sono due. Il primo è caduto il 20 maggio, giorno in cui la terra tremò per la prima volta seminando morte, distruzione e paura tra l’Emilia e il Mantovano. Il secondo è oggi, 29 maggio. Quando le scosse furono due: una alle 9 e l’altra alle 12.55. Magnitudo 5.8 e 5.4 e la sensazione di essere stati catapultati in un incubo che sembrava non finire mai.

Quelle due scosse, furono le botte più dure per il territorio mantovano, perché l’epicentro si avvicinò fino a lambire la provincia: da Finale Emilia a Mirandola, là dove la Bassa mantovana inizia a diventare Emilia. Così oggi è ancora il tempo della memoria, perché dimenticare non si deve. Perché due anni sembrano lunghi a passare, ma non sono bastati per lasciarsi tutto alle spalle.

Da Moglia a San Giacomo passando per Quistello e San Giovanni del Dosso: circa 700 le persone ancora sfollate in provincia. Metà dei fondi promessi devono ancora da arrivare, 50 chiese e 5 municipi da riaprire mentre nei 41 Comuni colpiti la ricostruzione procede a rilento, strozzata dalla burocrazia. Molti i centri storici ancora ingessati gli edifici, non solo religiosi, inagibili, scuole provvisorie e municipi tutt’ora chiusi.

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Sono poi ancora 50 su 169 le chiese mantovane ferite e per 5 si tratta di interventi talmente importanti che la diocesi non sa proprio dove reperire i fondi necessari. Di qui l’appello lanciato nei giorni scorsi dal vescovo Busti a parlamentari e amministratori locali per denunciare la grave insufficienza di finanziamenti per il restauro degli edifici di culto. Le 5 chiese che richiedono interventi complessivi per 15 milioni sono quelle di Moglia, Quistello, San Giovanni del Dosso, Quingentole e Bondeno di Gonzaga.

Intanto in città il Comune ha speso poco più di 7 milioni 100mila euro per mettere in sicurezza e riaprire al pubblico Palazzo della Ragione, Palazzo Te, Palazzo dell’Accademia e la biblioteca Teresiana, le scuole Nievo, don Mazzolari, Pomponazzo e Calvi, lo stadio Martelli e la palestra Boni e per iniziare i lavori di recupero del Palazzo del Podestà. E se infine la Camera degli Sposi riaprirà a fine giugno per poi tornare off limits da ottobre, per quanto concerne invece il campanile di Santa Barbara come è noto è stata siglata l’intesa tra i Beni culturali (Direzione regionale e le due sovrintendenze di Brescia e Mantova) e la Diocesi per procedere ai restauri. L’obiettivo è il 2015.

“Domenica si è votato a Mirandola, uno dei paesi colpiti dal sisma in Emilia-Romagna, cui il Movimento5Stelle ha donato 425 mila euro. Per carità, non volevamo nulla in cambio, ma i cittadini di Mirandola un esame di coscienza dovrebbero farselo”, recita un post di una simpatizzante delusa, evidentemente, dalla vittoria del PD.1

 Suzzara (MN) – Terremoto – Recupero lanterna campanile (23.06.2012)

Champions League – Heysel 29 anni dopo……..


Champions League – Heysel 29 anni dopo, abbiamo perso tutti

Ventinovesimo anniversario della tragedia dell’Heysel, dove trovarono la morte 39 tifosi, di cui 32 italiani. Il mondo del calcio, dall’Italia all’Inghilterra, si stringe attorno al ricordo di quelle vittime innocenti e s’interroga sulla legittimità di disputare manifestazioni sportive al cospetto di eventi tragici.

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Liverpool FC remembers the 39 football fans who died at Heysel Stadium 29 years ago today. In Memoria e Amicizia, in Memory and Friendship.

( Liverpool FC ricorda i 39 tifosi morti a Stadio Heysel 29 anni fa oggi. In Memoria e Amicizia, di memoria e amicizia).

Sono le 18,30 del 29 maggio 1985 e la situazione allo stadio Heysel di Bruxelles – dove è in programma la finale di Coppa Campioni tra Liverpool e Juventus – è completamente fuori controllo. Come sottolineerà l’impeccabile Bruno Pizzul in cronaca “non sussistono i più elementari principi di ordine pubblico”. Già, l’intervento delle autorità belghe è a dir poco tardivo e inadeguato nonostante alla vigilia della partita la gendarmeria avesse dichiarato lo stato d’assedio in città e millantato cavalli di frisia di medievale memoria. Le recinzioni tra le tifoserie sono fragili, gli spalti fatiscenti, la birra tra i tifosi del Liverpool, i famigerati hooligans, scorre a fiumi: l’elettricità nell’aria lì lì per deflagrare. E infatti gli hooligans inseguono i tifosi bianconeri fino all’estremità degli spalti, inducendo alla fuga persino i gendarmi; presi dal panico i tifosi italiani si ammassano nell’angolo più lontano e basso del famigerato Settore Z, schiacciati l’uno sull’altro contro un muro. Quel muro in seguito crollerà e a salvarsi saranno solo i tifosi intrappolati perché quelli rimasti schiacciati troveranno la morte. Saranno 39 le vittime.

A 29 anni di distanza la tragedia dell’Heysel resta una ferita apertissima perché alloraabbiamo perso tutti” come ha riassunto lucidamente il portiere di quel Liverpool Bruce Grobbelaar. A distanza di 29 anni continua senza sosta il dibattito sulla legittimità di quella partita. Aveva senso giocare? Chi è favorevole invoca le possibile tragiche conseguenze di una difficoltosa evacuazione dei tifosi, chi è contrario invoca il buon senso al cospetto dell’illogicità di uno spettacolo che deve continuare ad ogni costo, anche di fronte ai morti: vinsero i primi e la Uefa avrebbe sparso il verbo del show must go on a ogni latitudine. Non continuarono invece – a giocarele squadre inglesi perchè furono squalificate per cinque anni dalle competizioni europee, mentre dei venticinque tifosi del Liverpool imputati per la strage, solo cinque di loro furono poi condannati a cinque anni di reclusione, gli altri assolti per mancanza di prove.

La vittoria della Juventus e i successivi festeggiamenti dei giocatori insieme a tifosi, visti ora, paiono surreali e tremendamente stridenti con l’orrore e la morte in tribuna; ma da Platini a Tardelli, a Tacconi tutti i protagonisti di allora hanno avuto modo di dissociarsi dalll’esultanza seguita allla strage e, anni dopo, le parole di Marco Tardelli risultano eloquenti: “Non l’ho mai sentita ‘mia’ come Coppa quella del 1985; una sconfitta per il calcio, lo sport e non solo. Chiedo scusa a tutti”.

Brescia – piazza della Loggia


28 Maggio 1974
La strage di piazza della Loggia è stato un attentato terroristico compiuto il 28 maggio 1974 a Brescia, nella centrale piazza della Loggia. Una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista con la presenza del sindacalista della CISL Franco Castrezzati, dell’on. del PCI Adelio Terraroli e del segretario della camera del lavoro di Brescia Gianni Panella. L’attentato provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue.

Declassificazione degli atti

Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti.

La prima istruttoria della magistratura portò alla condanna nel 1979 di alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana. Nel giudizio di secondo grado, nel 1982, le condanne del giudizio di primo grado vennero commutate in assoluzioni, le quali a loro volta vennero confermate nel 1985 dalla Corte di Cassazione.

Il 16 novembre 2010 la Corte D’Assise ha emesso la sentenza di primo grado della terza istruttoria, assolvendo tutti gli imputati con la formula dubitativa di cui all’art. 530 comma 2 c.p.p.

Il 14 aprile 2012 la Corte d’Assise d’Appello conferma l’assoluzione per tutti gli imputati, condannando le parti civili al rimborso delle spese processuali. Il 21 febbraio 2014 la Corte di Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte e conferma quelle di Zorzi e Delfino.

 

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Operaia suicida, protesta a Nola


 

Operaia suicida, protesta a Nola

ANSA – NOLA (NAPOLI), 27 Maggio 2014
 Alcuni esponenti del Comitato di lotta cassaintegrati e licenziati dello stabilimento Fiat di Pomigliano si sono stesi sull’asfalto stamani, davanti al polo logistico del Lingotto a Nola, dipingendosi addome e braccia con vernice rossa e mimando la morte. I manifestanti hanno voluto così ricordare gli operai in CIG che si sono tolti la vita in questi mesi, ultima Maria Baratto che si è uccisa la scorsa settimana nella sua casa di Acerra. Il suo cadavere è stato trovato quattro giorni dopo.

Dichiarazione redditi – Governo Renzi


Dichiarazione redditi dei componenti del Governo Renzi

– Redditi dichiarati  – Fonte: Il Sole 24 ore
Federica Guidi  114.796 reddito da ministro – 298.703 reddito 2012
Da 298.708 euro lordi nel 2012 a 114.796 lordi (oltre alla diaria mensile di 3.503 euro) nel 2014 con l’arrivo della nomina a ministro dello Sviluppo economico: per il ministro Federica Guidi il reddito quest’anno sarà pressoché dimezzato rispetto a quello degli anni precedenti. È quanto emerge dalla scheda trasparenza pubblicata sul sito del ministero. Nel 2012 Guidi ha pagato un imposta netta di 121.582 euro. Ha diversi fabbricati a Castel Nuovo Rangone e Forte dei Marmi ma non possiede auto né altri beni mobili registrati come aeromobili e imbarcazioni da diporto.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/p58Z3y
 
Maurizio Lupi – 282.499 reddito 2012
Nessun corrispettivo per l’incarico da ministro per Maurizio Lupi che, secondo quanto emerge dalla scheda trasparenza, opta per il reddito da deputato. Nel complesso nella dichiarazione dei redditi 2012 il reddito imponibile lordo è di 282.499 euro con un’imposta lorda di 114.645 euro. Il ministro delle Infrastrutture non è proprietario di immobili mentre possiede una Fiat 500 del 2008.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/38kCwD
 
Pier Carlo Padoan   114.769 reddito da ministro –  216.000 reddito 2013
Nel 2013, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan come vice segretario e capo economista dell’Ocse ha percepito circa 216.000 euro, un reddito – come spiega il ministro nella dichiarazione online – non soggetto a tassazione italiana (era residente all’estero e dipendente di un’ organizzazione internazionale). Il ministro ha un appartamento e un box di proprietà a Roma, una Mercedes e – si legge – non possiede titoli o attività finanziarie. Il compenso annuo lordo da ministro é di 114.769 euro.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/HdGlo9
 
Dario Franceschini –  200.861 reddito
Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini ha dichiarato un imponibile di 200.861 euro, di essere titolare di un pacchetto di azioni della Cassa di Risparmio di Ferrara, di possedere due automobili e una moto Bmw.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/B02Pmt
 
Giugliano Poletti – 114.796 reddito da ministro – 192.623 reddito 2012
Per il suo incarico di ministro del Lavoro Giuliano Poletti percepisce un’indennità annuale lorda di 114.796,68 euro, corrispondente a un netto annuale pari a 65.883,84 e a uno stipendio netto mensile di 5.490 euro. È quanto si legge sulla scheda trasparenza della posizione patrimoniale e reddituale pubblicata sul sito del ministero. A tale somma va aggiunta una diaria di 129,68 euro (fissa) e una giornaliera di 224,89 (variabile) pagabile fino a un massimo di 15 giorni di permanenza a Roma. Nel 2012 il reddito imponibile dichiarato é stato pari a 192.623 euro (con imposta pari a 75.998 euro). Poletti dichiara di possedere un fabbricato a Mordano (abitazione principale) con terreni per 10.000 metri quadri, una Peugeot 207 del 2007, un camper del 2006 e una roulotte del 1986
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/QK7trP
 
Matteo Renzi  –  114.796 reddito da presidente del consiglio 
– 145.272 reddito 2012 come sindaco di Firenze
 Ammonta a 114.796,68 euro lordi l’anno lo stipendio da presidente del Consiglio percepito da Matteo Renzi e dagli altri ministri. Insomma la metà dei 240 mila euro del tetto dello stipendio dei supermanager pubblici. Ma a parte questo c’è da registrare un altro paragone negativo: quello con i redditi percepiti precedentemente all’incarico di governo. Renzi da sindaco di Firenze, nel 2012, ha guadagnato 145.272 euro. Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/xIzW7h
 
Federica Mogherini  – 103.287 reddito 2012
È di 103.287 euro il reddito lordo percepito nel 2012 dal ministro degli Esteri, Federica Mogherini. È quanto emerge dalla denuncia dei redditi pubblicata sul sito della Farnesina. Il ministro é proprietario di un appartamento a Roma di 140 metri quadrati e di un posto auto, di un appartamento a Santa Marinella di 50 metri quadrati e della nuda proprietà di un appartamento a Parigi di 26 metri quadrati. Mogherini ha un’auto ‘Kia Riò, immatricolata nel 2005. Quest’anno il ministro dovrebbe
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/rpG8mm
 
Maurizio Martina – 102.382 reddito 2012
Un reddito imponibile di 102.383,52 euro riferito al 2012, un appartamento in comproprietà con la moglie (al 50%), una Nissan Qashqai del 2008. È il profilo patrimoniale del ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina tracciato dalla scheda trasparenza messa online sul sito del ministero.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/VoRWEG
 
Angelino Alfano  106.616 reddito 2012
 Alfano é proprietario di due fabbricati ad Agrigento e ha la comproprietà di un terreno agricolo e un fabbricato rurale a Sant’Angelo Muxaro (Ag). Il ministro ha tre auto: una Daewoo Matiz del 1999, una Fiat Panda del 2005 e una Renault Twizy elettrica del 2012.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/76atxn
 
Marianna Madia reddito 98.471
Il ministro per la Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, che nel 2012 era parlamentare, percepiva uno stipendio di 98.471 euro. Per lei, così come per il ministro Maria Elena Boschi, e altri sottosegretari, vale la legge secondo cui chi è parlamentare percepisce solo lo stipendio della Camera di appartenenza e non quello da membro del governo. Madia attesta un fabbricato a Mordano con terreni di 10.000 metri quadri e un box a Roma, oltre alla nuda proprietà di altri tre (di due, al 50%). Poco interessata a motori e macchine di lusso, l’unica vettura intestata alla ministra é una Fiat Panda del 2009.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/qiGUcl
 
Maria Elena Boschi – 76.259 dichiarazione 2013
La ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi – che, in quanto parlamentare, non percepisce stipendio come titolare del dicastero per il divieto di cumulo – nel 2013 ha dichiarato 76.259 euro. non risulta proprietaria di alcun immobile ma di una Mercedes Classe B del 2011, e di alcune azioni.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/wLAJRz
 
Maria Carmela Lanzetta – 119.479 reddito 2012
Ha perso poco, invece, il ministro per gli Affari Regionali, Maria Carmela Lanzetta, che nel 2012 ha guadagnato 119.479 euro, grazie soprattutto a una Farmacia. La Fiat Panda è l’auto posseduta dal ministro Lanzetta, che però ha in garage anche una Mitsubishi Pajero del 2002 e un’ Alfa 147 del 2008. Più articolato il patrimonio immobiliare di Lanzetta: possiede due case (categoria A2) ed una casa popolare (A4) a Roma; a Monasterace (Rc), dove era sindaco, possiede due case di tipo economico (A3). Si aggiunge la proprietà al 50%, sempre a Monasterace, di quattro case e un magazzino. Infine il ministro possiede percentuali tra il 3,8 e il 16,66 di altre tre case e cinque magazzini e box a Monasterace, Mammola (Rc) e Roma.
Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/jdEC6m

Agnese Landin – Moglie di Matteo Renzi – Viene pubblicata anche la dichiarazione della moglie del premier, Agnese Landini: il suo reddito è stato nel 2012 di 8.162 euro. Fra le proprietà di Renzi ci sono una casa da 12,5 vani (dove risiede) e un fabbricato di 57 metri quadrati a Pontassieve, in comproprietà al 50% con la moglie Agnese. E il 22,5% di un fabbricato di 17 vani e di un terreno a Rignano sull’Arno. Il premier non è proprietario di auto. Mentre la signora Agnese è titolare di una Volkswagen Sharan del 2009.

Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/xIzW7h

 

Frana in Veneto, morto un operaio


Frana in Veneto, morto l’operaio disperso

Operaio sotto frana: si spera bolla d'aria per disperso

E’ morto l’operaio rimasto sepolto da una frana di terra stamani a Valdobbiadene mentre con un cugino, salvato dai pompieri, stava eseguendo uno scavo in un vigneto. Il corpo di Roberto Michielon, 47 anni, di Pederobba (Treviso), è stato individuato poco fa dai vigili del fuoco. Il suo collega, Ivan Michielon, (39), probabilmente cugino della vittima, è stato portato al pronto soccorso con lesioni da schiacciamento agli arti inferiori. Non è in pericolo di vita.

 

Trieste – Faro Vittoria


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GRANDE GUERRA: A TRIESTE RIAPRE IL FARO DELLA VITTORIAGRANDE GUERRA: A TRIESTE RIAPRE IL FARO DELLA VITTORIA

Grande Guerra: 26/4 riapre a pubblico Faro Vittoria Trieste GRANDE GUERRA: A TRIESTE RIAPRE IL FARO DELLA VITTORIA

(ANSA) – TRIESTE, 26 APR – Tutto esaurito a Trieste per la riapertura del Faro della Vittoria.   Alle 16 del 26 aprile , un’ora dopo l’avvio delle visite, erano già stati staccati i biglietti (la visita è gratuita) per 160 visitatori.  Molti dovranno tornare perché le visite vengono compiute a piccoli gruppi: in cima al Faro si può salire a piedi,  lungo una stretta scala, o con un ascensore capace di massimo quattro persone. Prima delle 15 c’era in attesa già una lunga fila di persone.

 

 

 

 

Storia della Festa del Lavoro – 1 Maggio


La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori

1 maggioviene celebrata il 1º maggio di ogni anno in molti Paesi del mondo per ricordare l’impegno del movimento sindacale e i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale.

La festa ricorda le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il r.d.l. n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell’Illinois (USA). La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa.

 ” R.D.L = regio decreto-legge – Nell’ordinamento italiano il regio decreto-legge (r.d.l.) era un atto avente forza di legge adottato dal Consiglio dei ministri e promulgato dal re durante il Regno d’Italia. Le necessità politiche ed amministrative del Governo avevano indotto lo stesso sin dall’Unità d’Italia ad emanare con regio decreto norme giuridiche di competenza del potere legislativo. Non essendo tale facoltà contemplata da nessuna legge, restava molto controversa la giurisprudenza in merito all’efficacia giuridica delle relative disposizioni, prima che venissero ratificate dal Parlamento. Solo nel 1926 venne approvata una legge (legge 31 gennaio 1926, n. 100) che regolamentava la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche. L’articolo 3 di tale legge stabiliva che con decreto regio, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, si poteva in casi straordinari e nei quali ragioni di urgente ed assoluta necessità lo esigevano, emanare decreti aventi valore di legge a condizione che lo stesso decreto fosse presentato ad una delle due camere, per la conversione, entro la terza seduta dopo la pubblicazione. Il decreto-legge che entro due anni dalla sua pubblicazione non fosse stato convertito in legge, non era più in vigore dal giorno della scadenza di tale termine. I regi decreti legge non abrogati da successive disposizioni e compatibili con la Costituzione repubblicana restano in vigore anche nell’ordinamento della Repubblica Italiana.”

La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor, un’associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l’evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialisti ed anarchici – suggerirono come data della festività il primo maggio.

Ma a far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA) e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell’Haymarket square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio quando la polizia sparò nuovamente sui manifestanti provocando numerose vittime, anche tra i suoi.

L’11 novembre del 1887 a Chicago (USA), quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il 1º maggio dell’anno precedente lo sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

Il 20 agosto fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte. Le ultime parole pronunciate furono: Spies: “Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!” Fischer: “Hoch die Anarchie! (Viva l’anarchia!)” Engel: “Urrà per l’anarchia!” Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: “Lasciate che si senta la voce del popolo!”

L’allora presidente Grover Cleveland ritenne che la festa del primo maggio avrebbe potuto costituire un’opportunità per commemorare questi episodi. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse risultare troppo a favore del nascente socialismo, stornò l’oggetto della festività sull’antica organizzazione dei Cavalieri del lavoro. Pochi giorni dopo il sacrificio dei Martiri di Chicago, i lavoratori di Chicago tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

La data del primo maggio fu adottata in Canada nel 1894 sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferito a precedenti marce di lavoratori tenute a Toronto e Ottawa nel 1872.

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo Pel primo Maggio, uscito il 26 aprile 1890: “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”.

Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.

 

 

 

 

“QUANTI ITALIANI CONOSCEVANO IL “PIANO ALABARDA”?


“QUANTI ITALIANI CONOSCEVANO IL “PIANO ALABARDA”?
 Articolo - Cossiga
 (20 maggio 2004) – Corriere della Sera

Rivelazione di Cossiga: avremmo lasciato Trieste all’ Urss
«ALABARDA» Il piano segreto per il passaggio di potere a Mosca

E’ difficile guardare avanti con lucidità se non si ha consapevolezza di ciò che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle. Vale per la vita quotidiana dei singoli, come per la vita dei popoli, dove la Storia passata diventa linfa per il (possibile) progresso futuro. Cerca di dare un contributo in questo senso Victor Zaslavsky con il suo Lo stalinismo e la sinistra italiana (edito da Mondadori), partendo da documenti già noti o inediti sui rapporti tra Stalin e Pci togliattiano e sull’ influenza che l’ Unione Sovietica ebbe anche sul Psi di Nenni; e lanciando un’ accusa collettiva: «In Italia l’ egemonia di una cultura politica di stampo stalinista ha creato le decennali difficoltà di costruire un ampio consenso antitotalitario».

Aggiunge lo storico, nato in Unione Sovietica da una famiglia di «vecchi bolscevichi che non vollero mai riconoscere la macchina totalitaria del regime»: «Mentre ha compiuto il proprio dovere nel fare i conti con il fascismo, la storiografia italiana è però finora venuta meno all’ impegno di fare i conti con lo stalinismo». Una tesi. Apprezzata ieri, durante la presentazione del libro nella Sala Spadolini del Senato, dal presidente di Palazzo Madama Marcello Pera («Tutti i popoli europei hanno pagine che non vogliono rileggere; invece dobbiamo riaprire tutte le pagine, anche quelle sgradite e sgradevoli») e dal leader repubblicano Giorgio La Malfa.

Una tesi, però, ribaltata a sorpresa da Francesco Cossiga, che finisce con il fare una sostanziale difesa del comunismo e anche dello stalinismo: «Dittatura? In fondo anche il regime liberaldemocratico del nostro Paese è frutto di una dittatura, quella della borghesia. Inoltre, senza l’ Urss non si sarebbe vinta la guerra, non avremmo sconfitto Hitler». Sottolineando l’ importanza strategica del patto Molotov-Ribbentrop e rifiutando l’ uguaglianza revisionista tra lager e gulag («il nazismo è stato il male assoluto, il comunismo ha comunque indicato orizzonti di libertà»), Cossiga poi parla in forza delle informazioni cui ha avuto accesso per i suoi ruoli nella vita repubblicana: ministro degli Interni, presidente del Consiglio e capo dello Stato.
E regala una rivelazione:
«Quando entrò in agonia il maresciallo Tito, la Nato proclamò lo stato di allerta giallo, il primo stadio. Ma una eventuale invasione sovietica della Jugoslavia, dovuta a una richiesta interna, a una frantumazione della Jugoslavia, non avrebbe avuto alcuna reazione da parte dell’ Alleanza atlantica, perché i sovietici avrebbero ripreso quello che gli spettava in base a Yalta.
Detto questo, oggi posso aggiungere che in Italia esisteva un piano che si chiamava “Alabarda”. Noi pensavamo che i sovietici avrebbero invaso la piccola striscia della Venezia Giulia e sapevamo benissimo che non potevamo chiedere all’ Alleanza atlantica di provocare una ritorsione nucleare per difendere Trieste. E il piano prevedeva che, appena le truppe sovietiche fossero entrate in Jugoslavia, le unità militari avrebbero dovuto sgombrare Trieste e la Venezia Giulia; sarebbero rimasti il prefetto, il questore, la polizia e i carabinieri per mantenere l’ ordine e la sicurezza pubblica finché le truppe sovietiche non avessero deciso di sostituirsi in queste funzioni». Per gli storici si apre una nuova pista. Ed Emanuele Macaluso, una vita dedicata al Pci dall’ età di 17 anni e un sicilianissimo umorismo («cosa sarebbe successo se avessi pronunciato io il discorso di Cossiga?»), vuole indicarne un’ altra: «Zaslavsky sostiene una cosa inesatta quando attribuisce a Togliatti la responsabilità dell’ esistenza di una sorta di forza armata del Partito comunista. Il Pci non ha mai avuto una struttura armata, c’ erano solo alcuni membri della Resistenza che avrebbero voluto continuare un’ azione paramilitare: ma erano in netto contrasto con la linea di Togliatti. Il Pci si mosse sempre nel rispetto della democrazia». Né, continua Macaluso, si può incolpare l’ allora leader del partito di non aver sciolto i nodi con lo stalinismo: «Di questo, piuttosto, è responsabile la mia generazione, che negli anni ‘ 70 – dopo i fatti di Ungheria e di Praga – non seppe fare una scelta drastica. Ai suoi tempi, Togliatti non poteva farlo; Berlinguer ed io sì».

 

Terremoto in Slovenia – 22 aprile 2014


TERREMOTO A TRIESTE: 4.7 DI MAGNITUDO. EPICENTRO IN SLOVENIA..PER IL MOMENTO NON SI REGITRANO DANNI.

Una scossa di terremoto abbastanza forte si è fatta sentire a Trieste e in generale è stata avvertita in Friuli e in Veneto. Si tratta di una scossa di 4.7 della scala Richter che ha colpito alle 10.58 al confine con la Slovenia. L’epicentro sarebbe a 30 km a est di San Dorligo della Valle, a 3 km da S. di Pivka in Slovenia.

Terremoto in Slovenia

Simone Cristicchi “Affari di Famiglia”


Simone Cristicchi  ” Affari di Famiglia ” 
Magazzino 18
Testo del brano : Magazzino 18
Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia, e uscì sconfitta dalla guerra.
Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette,
e mi ricordo, faceva freddo l’inverno del quarantasette…
E per le strade un canto di morte, come di mille martelli impazziti,
le nostre vite imballate alla meglio, i nostri cuori ammutoliti
siamo saliti sulla nave bianca, come l’inizio di un’avventura,
con una goccia di speranza, dicevi “Non aver paura!”.E mi ricordo di un uomo gigante, della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne, a lui bastava una carezza.
Ma la sua forza, la forza di un padre, giorno per giorno si consumava,
fermo davanti alla finestra, fissava un punto nel vuoto, diceva:

Ah…come si fa? A morire di malinconia per una terra che non è più mia,
che male fa, aver lasciato il mio cuore dall’altra parte del mare…

Sono venuto a cercare mio padre in una specie di cimitero,
tra masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero,
tracce di gente spazzata via dall’uragano del destino,
quel che rimane di un esodo, ora, riposa in questo magazzino.
E siamo scesi dalla nave bianca, i bambini, le donne, gli anziani,
ci chiamavano “fascisti”, eravamo solo italiani,
italiani dimenticati in qualche angolo della memoria,
come una pagina strappata dal grande libro della storia…

Ah…come si fa? A morire di malinconia per una vita che non è più mia,
che male fa, se ancora cerco il mio cuore dall’altra parte del mare…

Quando domani in viaggio arriverai sul mio paese,
carezzami ti prego il campanile, la chiesa, la mia casetta.
Fermati un momentino, soltanto un momento,
sopra le tombe del vecchio cimitero,
e digli ai morti, digli, ti prego,
che no dimentighemo.

Nel Cd c’è anche il brano dedicato a Laura Antonelli

Laura Antonelli

 
Nata a Pola (ora Croazia) il 28 novembre 1941. Famiglia di sfollati, profuga a Venezia, poi a Napoli, poi a Camaldoli.
Un lifting le procurò un reazione allergica che le deturpò i lineamenti.
Ha avuto problemi e fu arrestata per droga, e condannata a 3 anni e 6  mesi, poi l’assoluzione in appello perché era per uso personale e non era una spacciatrice.
Nel 2006 la Corte D’appello di Perugia condannò il ministero della Giustizia e versare un risarcimento di 108 mila euro (150 mila con interessi) per danni alla salute e di immagine patiti a causa “dell’ irragionevole durata del processo”.
Ma causa della sua generosità che la spinse ad aiutare chiunque i soldi finirono  ben presto.
Oggi vive a Ladispoli in un piccolo appartamento, prende una pensione di 300 euro mensili, e il Tribunale ha stabilito che non può occuparsi direttamente dei suoi affari. 

http://youtu.be/6PUp0n7Cx0A

Adriano Olivetti


Olivetti

Adriano Olivetti Ivrea 1 Aprile 1901   Aigle,  27 febbraio 1960 è stato un  imprenditore, ingegnere e politico italiano, figlio di Camillo Olivetti (fondatore della  Ing C. Olivetti & C, la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere e Luisa Revel e fratello dell’ industriale Massimo Olivetti. Uomo di grande e singolare rilievo nella storia italiana del secondo dopoguerra, si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità.

Lettera 22- 2

Lettera 22

Adriano Olivetti e la fabbrica

Adriano Olivetti riuscì a creare nel dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza.

Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni. Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti.

L’azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l’imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità. Adriano Olivetti credeva nell’idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L’idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.

Adriano Olivetti è riuscito a superare l’idea di utopia impossibile da realizzare, creando un progetto che sapesse realizzare i sogni della collettività.

Suzzara – Terremoto 2012


Mantova, il campanile di Suzzara

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Il distacco della cupola (Foto Pnt)

Salvata la cupola della chiesa di Suzzara

VIDEO: http://youtu.be/8Tu023KZkUg

http://video.repubblica.it/dossier/terremoto-emilia-20-maggio/suzzara-smontato-e-coperto-il-campanile-lesionato/99795/98173

 La cupola era stata aggiunta nel 1500, costruita con materiale incongruo rispetto al resto della torre.

Con un’operazione chiururgica a 40 metri d’altezza, i vigili del fuoco hanno salvato la cupola della chiesa dell’Immacolata di Suzzara. Un intervento mai tentato prima. La cupola, del peso di 27 tonnellate, non perso un frammento.

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SUZZARA, SALVATO IL CAMPANILE DELL’IMMACOLATA.

«Grazie a persone estremamente preparate siamo riusciti a portare a termine un’impresa senza precedenti» è del comandante della squadra Saf di Varese la frase che riassume una giornata che Suzzara non dimenticherà facilmente. L’operazione di distacco della cupola del campanile della chiesa Immacolata di piazza Garibaldi è stata un grande successo. Ci sono voluti quattro giorni di preparazione, un lavoro di cesello minuzioso, culminato nell’intervento della gigantesca gru della ditta “Vernazza” arrivata da Genova e sei vigili del fuoco varesotti che hanno lavorato sotto il sole cocente a 37 metri d’altezza più due a terra che hanno coordinato per scongiurare il pericolo che la cupola si rompesse: quello che in città nessuno voleva . In circa 20 minuti le 27 tonnellate di cupola con il suo pennacchio in marmo sono state definitivamente staccate dai pilastri in mattoni fasciati e portata a terra tra gli applausi dei cittadini che da via Baracca a piazza Garibaldi, da ieri mattina sono rimasti con il naso all’insù per seguire le varie fasi del complicato intervento.

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Con la cupola a terra, vigili del fuoco, gruisti, il sindaco Wainer Melli, l’assessore al patrimonio e Protezione civile Giulio Davoglio con i funzionari dell’ufficio tecnico Marco Bianchi e Ilaria Biancheria hanno posato per una foto ricordo. La cupola non sarà più rimontata. Al suo posto verrà posata una piattaforma in cemento. Il pezzo di campanile resterà a futura memoria del terremoto 2012 di Suzzara. Il parroco Egidio Faglioni ha già annunciato che la cupola, trasformata in monumento, verrà posizionata in un’ area a ricordo dell’evento.

Una giornata intensa ma decisiva. Alle imbracature della cupola e alla fasciatura dei 16 pilastri che la sorreggevano, nel pomeriggio di ieri sono state fissate travi in legno a croce sulle otto finestre ed è stato messo in sicurezza il pinnacolo in marmo con la croce. A complicare la situazione c’è stato anche il vento che ha rallentato il sollevamento della cupola. Alle 19.32 la gru ha iniziato a tirare le corde: piccoli tocchi di leva che hanno portato al definitivo di stacco con la caduta di piccoli pezzi di pietra e un po’ di calcinaccio. Niente se si considera che in caso di insuccesso la cupola poteva cadere al suolo o danneggiare il tetto della chiesa. Tutto è filato liscio fino alle 20.52 quando la cupola è stata adagiata sul terrapieno in via Largo don Lino Borselli, sul fianco della chiesa (mauro pinotti)

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IL DALAI LAMA DONA ALTRI 50MILA DOLLARI.

“Non è giusto venire a mani vuote in un posto colpito da questo disastro. Per questo motivo donerò altri 50.000 dollari a queste popolazioni”. Lo ha detto il Dalai Lama al campo Friuli, dove ha anche ricevuto un’anziana sfollata, costretta a muoversi con una stampella. Già al momento dell’annuncio della visita a Mirandola, lo staff del Dalai Lama aveva reso nota una prima donazione di 50.000 dollari alla Croce Rossa dell’Emilia-Romagna per le operazioni di soccorso.

“Dovete essere determinati, solo questo vi aiuterà a costruire una nuova casa e a tornare a guardare al futuro”. E’ l’esortazione del Dalai Lama alla folla che lo ha accolto nella sua visita a Mirandola. “Ho visto case e industrie distrutte arrivando qui. E’ un disastro. Ho pregato per voi da quando ho saputo del terremoto e mi trovavo a Udine _ ha detto rivolgendosi agli sfollati del campo Friuli _ Appena ho avuto l’occasione sono venuto qui. Vedendo questa distruzione ho provato profondo dispiacere. In passato ho visitato altri posti dove ci sono stati disastri naturali e ho sempre convinto le persone a pensare al futuro”.

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