“QUANTI ITALIANI CONOSCEVANO IL “PIANO ALABARDA”?


“QUANTI ITALIANI CONOSCEVANO IL “PIANO ALABARDA”?
 Articolo - Cossiga
 (20 maggio 2004) – Corriere della Sera

Rivelazione di Cossiga: avremmo lasciato Trieste all’ Urss
«ALABARDA» Il piano segreto per il passaggio di potere a Mosca

E’ difficile guardare avanti con lucidità se non si ha consapevolezza di ciò che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle. Vale per la vita quotidiana dei singoli, come per la vita dei popoli, dove la Storia passata diventa linfa per il (possibile) progresso futuro. Cerca di dare un contributo in questo senso Victor Zaslavsky con il suo Lo stalinismo e la sinistra italiana (edito da Mondadori), partendo da documenti già noti o inediti sui rapporti tra Stalin e Pci togliattiano e sull’ influenza che l’ Unione Sovietica ebbe anche sul Psi di Nenni; e lanciando un’ accusa collettiva: «In Italia l’ egemonia di una cultura politica di stampo stalinista ha creato le decennali difficoltà di costruire un ampio consenso antitotalitario».

Aggiunge lo storico, nato in Unione Sovietica da una famiglia di «vecchi bolscevichi che non vollero mai riconoscere la macchina totalitaria del regime»: «Mentre ha compiuto il proprio dovere nel fare i conti con il fascismo, la storiografia italiana è però finora venuta meno all’ impegno di fare i conti con lo stalinismo». Una tesi. Apprezzata ieri, durante la presentazione del libro nella Sala Spadolini del Senato, dal presidente di Palazzo Madama Marcello Pera («Tutti i popoli europei hanno pagine che non vogliono rileggere; invece dobbiamo riaprire tutte le pagine, anche quelle sgradite e sgradevoli») e dal leader repubblicano Giorgio La Malfa.

Una tesi, però, ribaltata a sorpresa da Francesco Cossiga, che finisce con il fare una sostanziale difesa del comunismo e anche dello stalinismo: «Dittatura? In fondo anche il regime liberaldemocratico del nostro Paese è frutto di una dittatura, quella della borghesia. Inoltre, senza l’ Urss non si sarebbe vinta la guerra, non avremmo sconfitto Hitler». Sottolineando l’ importanza strategica del patto Molotov-Ribbentrop e rifiutando l’ uguaglianza revisionista tra lager e gulag («il nazismo è stato il male assoluto, il comunismo ha comunque indicato orizzonti di libertà»), Cossiga poi parla in forza delle informazioni cui ha avuto accesso per i suoi ruoli nella vita repubblicana: ministro degli Interni, presidente del Consiglio e capo dello Stato.
E regala una rivelazione:
«Quando entrò in agonia il maresciallo Tito, la Nato proclamò lo stato di allerta giallo, il primo stadio. Ma una eventuale invasione sovietica della Jugoslavia, dovuta a una richiesta interna, a una frantumazione della Jugoslavia, non avrebbe avuto alcuna reazione da parte dell’ Alleanza atlantica, perché i sovietici avrebbero ripreso quello che gli spettava in base a Yalta.
Detto questo, oggi posso aggiungere che in Italia esisteva un piano che si chiamava “Alabarda”. Noi pensavamo che i sovietici avrebbero invaso la piccola striscia della Venezia Giulia e sapevamo benissimo che non potevamo chiedere all’ Alleanza atlantica di provocare una ritorsione nucleare per difendere Trieste. E il piano prevedeva che, appena le truppe sovietiche fossero entrate in Jugoslavia, le unità militari avrebbero dovuto sgombrare Trieste e la Venezia Giulia; sarebbero rimasti il prefetto, il questore, la polizia e i carabinieri per mantenere l’ ordine e la sicurezza pubblica finché le truppe sovietiche non avessero deciso di sostituirsi in queste funzioni». Per gli storici si apre una nuova pista. Ed Emanuele Macaluso, una vita dedicata al Pci dall’ età di 17 anni e un sicilianissimo umorismo («cosa sarebbe successo se avessi pronunciato io il discorso di Cossiga?»), vuole indicarne un’ altra: «Zaslavsky sostiene una cosa inesatta quando attribuisce a Togliatti la responsabilità dell’ esistenza di una sorta di forza armata del Partito comunista. Il Pci non ha mai avuto una struttura armata, c’ erano solo alcuni membri della Resistenza che avrebbero voluto continuare un’ azione paramilitare: ma erano in netto contrasto con la linea di Togliatti. Il Pci si mosse sempre nel rispetto della democrazia». Né, continua Macaluso, si può incolpare l’ allora leader del partito di non aver sciolto i nodi con lo stalinismo: «Di questo, piuttosto, è responsabile la mia generazione, che negli anni ‘ 70 – dopo i fatti di Ungheria e di Praga – non seppe fare una scelta drastica. Ai suoi tempi, Togliatti non poteva farlo; Berlinguer ed io sì».

 

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