La ricerca consegnata a Cts e Ministero:….


La ricerca consegnata a Cts e Ministero: “Chiudere le scuole non rallenta il contagio e rischia l’effetto opposto”

articolo: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/03/28/news/scuola_ricerca_universita_padova_ieo_chiudere_le_scuole_non_rallenta_la_curva_dei_contagi-294086991/

Ecco le quattro domande e risposte dell’Università di Padova e dello Ieo di Milano che scagionano i luoghi dove fanno lezione bambini e adolescenti. Gli studiosi: “Ci si contagia meno che fuori e nelle regioni che hanno lasciato gli studenti a casa la dicesca dell’Rt non è stata più rapida”

Chiudere le scuole non rallenta il contagio. Anzi: “Rischia di ottenere l’effetto opposto”. È questa una delle conclusioni a cui è arrivato uno studio portato avanti da un gruppo di scienziati dell’Università di Padova, dell’Istituto oncologico europeo, in collaborazione con l’università di Tor Vergata, AbaNovus di Sanremo e la Ulss-9 Scaligera di Verona. Un lavoro complesso che ruota attorno a quattro domande precise, indagando il ruolo di ragazzi e bambini che frequentano le scuole nella diffusione del Covid durante l’ondata d’autunno. Sono stati usati database e numeri che arrivano dal tracciamento dei contagi in mano alle Agenzie di tutela della salute, del Ministero dell’Istruzione, della Protezione civile. I risultati sembrano scardinare molte convinzioni sui luoghi dove si fa lezione, considerati da tanti come uno dei motori su cui si muove la pandemia: “L’impennata dei contagi di ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole”, scrivono i ricercatori. E la loro chiusura totale o parziale in regioni come la Campania o la Lombardia non solo ha avuto conseguenze pesantissime su famiglie e studenti. Ma “non ha influito sulla diminuzione dell’Rt”.

Chiudere le scuole non rallenta il contagio. Anzi: “Rischia di ottenere l’effetto opposto”. È questa una delle conclusioni a cui è arrivato uno studio portato avanti da un gruppo di scienziati dell’Università di Padova, dell’Istituto oncologico europeo, in collaborazione con l’università di Tor Vergata, AbaNovus di Sanremo e la Ulss-9 Scaligera di Verona. Un lavoro complesso che ruota attorno a quattro domande precise, indagando il ruolo di ragazzi e bambini che frequentano le scuole nella diffusione del Covid durante l’ondata d’autunno. Sono stati usati database e numeri che arrivano dal tracciamento dei contagi in mano alle Agenzie di tutela della salute, del Ministero dell’Istruzione, della Protezione civile. I risultati sembrano scardinare molte convinzioni sui luoghi dove si fa lezione, considerati da tanti come uno dei motori su cui si muove la pandemia: “L’impennata dei contagi di ottobre e novembre non può essere imputata all’apertura delle scuole”, scrivono i ricercatori. E la loro chiusura totale o parziale in regioni come la Campania o la Lombardia non solo ha avuto conseguenze pesantissime su famiglie e studenti. Ma “non ha influito sulla diminuzione dell’Rt”.
 
I risultati della ricerca dal titolo “A cross-sectional and prospective cohort study of the role of schools in the SARS-Cov-2 second wave in Italy” sono stati pubblicati sulla rivista The Lancet Regional Health e ora consegnati a Cts e ministero. “Nonostante l’evidenza biologica ed epidemiologica che i bambini giochino un ruolo marginale nella diffusione del virus – spiegano gli studiosi – sono state stabilite politiche di chiusura delle scuole, tra cui l’Italia, principalmente basate su una coincidenza temporale fra la loro riapertura e l’andamento dell’epidemia”. Una delle domande chiave da cui sono partiti è questa: dopo l’estate, quando le aule sono tornate a riempirsi, dagli asili alle superiori,  dalle elementari alle medie, questo ha inciso sull’andamento generale dei contagi? La risposta degli studiosi è no. Il calendario scolastico italiano, con riaperture diversificate a seconda delle regioni, si è dimostrato un terreno fertile su cui impostare un ragionamento, spiegano Luca Scorrano, biologo dell’università di Padova e l’epidemiologa Sara Gandini dello Ieo di Milano, coordinatori della ricerca. Un primo confronto è stato fatto su Bolzano e Trento, due territori simili per popolazione, clima e stile di vita, dove l’anno scolastico è iniziato con una differenza fra le due realtà di una  settimana. Nonostante i bambini fossero rientrati sui banchi prima a Bolzano, però, è a Trento che la curva dei contagi ha iniziato a impennarsi per prima, “suggerendo che non vi era alcuna relazione temporale tra l’apertura delle scuole e l’aumento Rt”. Questo è stato l’inizio. Per avere conferma, le stesse analisi sono state quindi estese ad aree più vaste del Paese, applicandole a diverse coppie di regioni dove le scuole hanno aperto con una cadenza diversa e con una differenza temporale simile. “Nelle Marche le scuole sono state aperte il 14 settembre, in Abruzzo il 24. Ma in entrambe le regioni l’Rt ha iniziato ad aumentare nel periodo dal 25 settembre al 2 ottobre”, come se dieci giorni in più o in meno di contatti scolastici non avessero inciso in alcun modo. Lo stesso confronto è stato ripetuto altrove. In Sicilia e Calabria per esempio. La conclusione? La stessa: “Nessuna correlazione evidente fra apertura delle scuole e aumento dell’Rt”. continua a leggere