L’azienda italiana ha messo sul tavolo 289 milioni. Ma dietro la chiusura dell’accordo ci sarebbe stato un incontro con il ministro Urso
Stabilimento produttivo di Riello a Legnago (foto Google Maps)
Presto si ricostituirà un polo italiano della climatizzazione. Ariston group ha infatti annunciato di aver raggiunto un accordo con l’americana Carrier global corporation per l’acquisizione di Riello group. L’operazione da 289 milioni, fondi propri, sarà chiusa entro i primi sei mesi del 2026. Ma dietro l’accordo si sono mescolati affari e geopolitica.
Il nuovo polo – Ariston e Riello andranno a costituire un nuovo colosso nel settore caldaie e bruciatori. La prima nel 2024 ha fatturato 2,6 miliardi di euro di ricavi e ha venduto 7,3 milioni di prodotti. I numeri sono quelli di una multinazionale che dà lavoro a più di 10mila persone in tutto il mondo. Alla guida del gruppo c’è la famiglia Merloni, Paolo è presidente esecutivo della holding con sede nei Paesi Bassi, che detiene il 59 per cento delle azioni.
Riello, fondata nel 1922 a Legnago (Verona), spera di chiudere il 2025 con 400 milioni di ricavi. Dopo la parentesi americana, l’azienda tornerà sotto il controllo italiano portando in dote ad Ariston 1.150 dipendenti, la metà in Italia, e stabilimenti sparsi per il mondo: oltre a Legnago e Volpago, in Veneto, ci sono gli impianti di Torun (Polonia), di Shanghai e di Mississauga (Canada).
Le trattative – Riello era finita nel mirino delle cinesi Haier e Midea, interessate a entrare nel mercato italiano e non solo con un’azienda già conosciuta dagli utenti e con una sua rete sul territorio. A convincere gli americani non è stata l’offerta fatta da Ariston: quella dei rivali era ben più allettante.
Secondo voci di corridoio, a far tendere gli americani verso la proposta italiana sarebbe stato piuttosto il peso “geopolitico” dell’operazione. Il 16 dicembre ci sarebbe stato un incontro riservato tra il ministro delle Imprese Adolfo Urso e i vertici di Carrier. L’azienda americana avrebbe compreso che la cessione del gruppo Riello rappresentava un dossier delicato per Roma esponendo l’operazione a un ipotetico esercizio del golden power.
Per il governo, le aziende cinesi avrebbero potuto utilizzare Riello per introdurre nel mercato italiano ed europeo prodotti realizzati in Asia, aggirando così i dazi e le nuove normative ambientali.
I piani di Ariston – “Riello rappresenta con orgoglio un’icona italiana centenaria”, ha commentato il presidente esecutivo di Ariston group, Paolo Merloni, all’annuncio dell’accordo. L’acquisizione di Riello è solo una delle tappe del programma di espansione del gruppo che avviato un piano di investimenti da 500 milioni in Italia al 2028.
Il perfezionamento dell’operazione è previsto entro la prima metà del 2026
Campari Group cede amaro Averna e mirto Zedda Piras per 100 milioni di euro a Illva Saronno Holding, proprietaria, tra gli altri, dell’iconico Disaronno e degli storici vini siciliani Florio e Duca di Salaparuta. È quanto si legge in una notain cui si spiega che questa transazione rappresenta un altro passo significativo nell’attuazione della strategia di razionalizzazione del portafoglio per rafforzare il focus sui core brand contribuendo alla semplificazione del business e alla riduzione della leva finanziaria.Campari Group si rifocalizza sul brand prioritario Braulio nella categoria degli amari.
La transazione prevede la creazione di una società di nuova costituzione (‘NewCo’) a cui verranno conferiti i business di Averna e Zedda Piras, inclusi la proprietà intellettuale, il magazzino di prodotti finiti, alcuni dipendenti, gli stabilimenti produttivi di Caltanissetta in Sicilia (per Averna), e Alghero in Sardegna (per Zedda Piras).
Il corrispettivo totale dell’operazione è pari a 100 milioni di euro per il 100% di NewCo e del magazzino dei prodotti finiti detenuto da Campari Group. Il perfezionamento dell’operazione è previsto entro la prima metà del 2026.
Perché Campari vende: “meno etichette, più focus” – Campari incassa e, soprattutto, semplifica: l’operazione è presentata come un ulteriore passo della strategia di razionalizzazione del portafoglio per rafforzare il focus sui core brand, semplificare il business e contribuire alla riduzione della leva finanziaria.
Non a caso, nella categoria degli amari il gruppo segnala un rifocalizzarsi su Braulio come brand prioritario: una scelta che arriva dopo settimane di indiscrezioni su una possibile vendita “in blocco” di tre marchi storici (Averna, Braulio e Zedda Piras). Ora, invece, escono due etichette e Braulio resta.
Il dossier rientra nel riposizionamento più ampio annunciato dal gruppo negli ultimi mesi: Campari ha più volte indicato la necessità di sfoltire un portafoglio arrivato a decine di brand, concentrandosi su quelli con maggiore potenziale di crescita e redditività.
Averna e Zedda Piras – Averna, uno tra i più iconici amari di Sicilia, è stato creato nel 1868 e acquisito da Campari Group nel 2014 tramite l’acquisizione di Fratelli Averna S.p.A., il proprietario dei marchi Averna, Braulio, Limoncetta e Frattina. Il Gruppo ha successivamente ceduto Limoncetta e Frattina. Il marchio Braulio rimane nel portafoglio di Campari Group, escluso dal perimetro della cessione, in linea con l’obiettivo di rafforzare il focus e l’impegno sulla sua crescita come unico amaro del portafoglio. L’Italia costituisce il mercato principale per Averna, rappresentando circa il 30% delle vendite nette, seguito da Germania, Stati Uniti e Austria, che insieme rappresentano circa l’85% delle vendite nette. Zedda Piras, creato nel diciannovesimo secolo e un importante contributore nella diffusione del liquore di mirto in Italia, fu acquisito nel 2002 da Campari Group assieme a Sella&Mosca S.p.A., proprietaria, tra gli altri, dei vini Sella&Mosca, Caytai e Chateau Lamargue. Il Gruppo ha successivamente ceduto i vini Sella&Mosca, Catai e Chateau Lamargue. La maggior parte delle vendite nette di Zedda Piras è concentrata in Italia.
Il blocco delle attività non essenziali è iniziato il primo ottobre dopo la mancata approvazione del bilancio federale. La Federal aviation administration ha ordinato una riduzione dei voli del 4% che aumenterà nei prossimi giorni
Negli Stati Uniti oltre mille voli sono stati cancellati a causa dello shutodown in corso ormai da diverse settimane. Con questo termine si indica il blocco delle attività amministrative non essenziali che si verifica quando non viene approvato il bilancio federale, circostanza che mette a rischio gli stipendi di una parte dei lavoratori statali. Tra questi ci sono anche i controllori del traffico aereo e i dipendenti della Transportation Security Administration, l’agenzia governativa che garantisce la sicurezza negli scali.
A partire da ieri, per alleviare la pressione dello shutdown, la Federal aviation administration ha ordinato una riduzione dei voli del 4%, che aumenterà al 6% entro l’11 novembre, all’8% entro il 13 novembre e al 10% entro il 14 novembre. Tra i 40 aeroporti ad alto impatto figurano Chicago, l’area di New York, Washington, Atlanta e Dallas-Fort Worth.
Finora la United Airlines ha cancellato 184 voli ieri, ne cancellerà 168 oggi, altri 158 voli domani e 190 voli lunedì. La compagnia aerea opera 4.500 voli al giorno. L’American Airlines, che gestisce 6.000 collegamenti al giorno, ha cancellato 220 voli al giorno da ieri a lunedì. La Southwest, che gestisce 4.000 voli giornalieri, ha cancellato 120 voli ieri, poco meno di 100 voli oggi e 150 domani. La Delta ha cancellato 170 voli ieri, ma non ha reso noto quanti collegamenti saranno soppressi nei giorni successivi.
I motivi dello shutdown – Il Senato non è ancora riuscito a trovare un accordo per mettere fine ai disagi e votare la legge finanziaria. La normativa in vigore negli Usa richiede che i progetti di legge sulla spesa ottengano 60 voti del Senato che però i Repubblicani, pur avendo la maggioranza, non riescono a raggiungere. Le trattative con i Democratici si sono arenate in particolare sulle spese sanitarie. E così gli aerei restano a terra.
Riducendo i voli, la Faa “ridurrà il rischio potenziale che un controllore di volo oberato di lavoro, o una struttura con personale insufficiente, commetta un errore e faccia scontrare due aerei“, ha affermato Jeff Guzzetti del National Transportation Safety Board. Questo, tuttavia, “costa molto alle compagnie aeree e al commercio. E causa enormi disagi ai viaggiatori“.
Vari esponenti di Forza Italia hanno criticato con durezza l’innalzamento delle tasse sugli affitti brevi inserito nellalegge di bilancio, il provvedimento con cui il governo decide come spendere i soldi nell’anno successivo: «Una misura iniqua», l’ha definita il deputato Alessandro Cattaneo. Anche il leader della Lega Matteo Salvini l’ha contestata: «Non mi sembra che sia un modo per aiutare il consumo interno e la domanda interna», ha detto. Pure Fratelli d’Italia, anche se con toni più pacati, ha chiesto delle correzioni.
Insomma tutti i partiti di governo hanno disconosciuto una norma che i loro leader avevano votato pochi giorni prima. C’entra ovviamente una certa dose di ipocrisia e di opportunismo politico. Ma in buona parte, quando i ministri sembrano scoprire l’effettivo contenuto della legge di bilancio solo dopo averla votata, è perché è successo davvero così: in Consiglio dei ministri hanno approvato un testo di cui conoscevano approssimativamente le norme principali, e poco o nulla del resto.
Venerdì 17 ottobre, durante la conferenza stampa tenuta al termine del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini avevano presentato sommariamente icontenuti della legge di bilancio, dicendosi tutti molto soddisfatti e orgogliosi per il testo appena promosso. Poche ore dopo sono iniziati i bisticci: prima sulla tassa alle banche, poi sugli affitti brevi. Tra gli altri, infine, anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riconosciuto alcune storture del testo che aveva da poco votato.
Ci sono riflessioni che occorre fare sulla manovra? Probabilmente si, come ogni volta, per ogni manovra, perché come sempre ci sono cose che diventano chiare solo quando si leggono tutte le norme e si scorrono tutti i capitoli. I capitoli veri e non le tante bozze che sento…
Non è una novità. Successe l’anno scorso – e sono solo alcuni esempi – con l’innalzamento delcanone RAI (riportato a 90 euro all’anno dopo una temporanea riduzione nel 2024), con l’estensione della cosiddetta “digital tax”alle piccole e medie imprese, con l’aumento delle tasse sulle criptovalute: tutte norme votate in Consiglio dei ministri insieme alle altre contenute nella legge di bilancio, e tutte disconosciute pochi giorni dopo dagli stessi partiti che avevano esaltato i pregi di quella legge di bilancio.
Non succede solo con questo governo, anzi: è una prassi ormai consolidata, che in alcuni anni o circostanze è diventata particolarmente grottesca. Di solito il ministero dell’Economia inizia a lavorare alla redazione della legge finanziaria a partire da settembre (anche se, per certi aspetti, si potrebbe dire che l’allestimento della legge di bilancio è un lavoro che dura tutto l’anno, per quanto a intensità variabile). I funzionari del ministero, a seconda delle varie indicazioni che ricevono, iniziano a elaborare grafici e simulazioni, a stimare l’effetto che certe misure avrebbero sul bilancio dello Stato. Ma non è un lavoro lineare.
Spesso alcune misure vengono annunciate solo per fini propagandistici. Altre volte il governo fa in modo di rendere pubbliche certe intenzioni anche per valutare l’effetto che avrebbero sull’opinione pubblica o sulle categorie più direttamente interessate. E poi, man mano che ci si avvicina alla fine di settembre, il contesto si definisce meglio. Ma è un esercizio spesso caotico: perché alcune norme sono collegate tra loro, e toglierne una implica anche modificarne un’altra, e questa modifica a sua volta impone una revisione di alcune previsioni già fatte, e così via.
Forza Italia dice no ad una misura che danneggerebbe i piccoli proprietari di immobili. pic.twitter.com/xKAz52Hrte
Poi bisogna tenere conto dei confronti più o meno riservati che il ministero dell’Economia ha con la presidenza della Repubblica, e soprattutto con le istituzioni che svolgono un po’ il ruolo di controllori, come la Banca d’Italia o l’Ufficio parlamentare di bilancio, e ovviamente con la Commissione Europea. Infine bisogna attendere che l’ISTAT, l’istituto nazionale di statistica,aggiorni le previsioni sulla crescita per l’anno in corso: di solito lo fa tra fine settembre e inizio ottobre, e anche da quei dati dipende la pianificazione della spesa del governo.
A quel punto comincia la redazione effettiva della legge di bilancio, che deve avvenire in tempi rapidi nel rispetto di scadenze ben precise: entro il 15 ottobre il governo deve inviare alla Commissione Europea il Documento programmatico di bilancio (DPB), con le linee guida essenziali e i saldi di spesa della manovra (come viene anche chiamata la legge di bilancio); entro il 20 ottobre il disegno di legge di bilancio va approvato dal Consiglio dei ministri e inviato al parlamento.
Il grosso del lavoro, però, viene svolto dal ministero dell’Economia, in coordinamento con la presidenza del Consiglio. Gli altri ministeri vengono consultati per le norme di loro diretto interesse, e coinvolti solo marginalmente sul resto. A seconda dell’indirizzo seguito dal ministro dell’Economia, poi, possono esserci riunioni coi responsabili dei vari partiti di maggioranza, più o meno formali. Ma alla fine è il ministro stesso, con pochi collaboratori fidati, a lavorare sulle singole voci della legge di bilancio.
Tutto avviene in un contesto convulso: con le varie categorie, i sindacati, le lobby, che fanno pressioni sul governo per ottenere qualcosa, e la presidente del Consiglio che valuta quali diqueste richieste accogliere, imponendo al ministro dell’Economia correzioni in corso d’opera, con un effetto domino che poi impone di effettuare aggiustamenti. Se si riduce una tassa a una certa categoria magari bisogna alzarla a un’altra, oppure bisogna tagliare i fondi per un progetto, e così via.
Si arriva così, tra tensioni e baruffe, e nella generale incertezza, al Consiglio dei ministri decisivo. Quasi sempre in questa sede è il ministro dell’Economia che, su invito della o del presidente del Consiglio, illustra la manovra: però entra nel dettaglio solo delle misure rilevanti dal punto di vista finanziario o politico, e il resto si dà per assodato. Anzi, spesso il testo che viene approvato non è neppure completo, e tutti sanno che stanno in sostanza delegando il ministro dell’Economia a sistemare le ultime questioni irrisolte o quelle marginali. Poi, quando le prime bozze della legge di bilancio iniziano a circolare, puntualmente vengono scoperte alcune norme che generano polemiche (dai giornalisti, dagli esperti dei vari settori o dai parlamentari stessi). E lì che inizia il gioco delle parti della politica.
Quest’anno, per dire, il governo ha tenuto le ultime riunioni coi sindacati e con le imprese tra il 10 e il 13 ottobre: anche per via di quegli incontri si è deciso di modificare alcuni aspetti della legge di bilancio. Ne è stata anche aumentata la portata, da 16 a 18 miliardi di euro: una scelta che ha consentito al governo di accogliere alcune istanze delle varie categorie, ma che ha costretto il ministro dell’Economia a trovare maggiori risorse economiche.
Così venerdì 17 ottobre, in Consiglio dei ministri, quasi tutti i membri del governo – tranne Giorgetti e un paio d’altri – si sono trovati per la prima volta conun testo di 110 pagine e 137 articoli pieno di numeri e riferimenti ad altre norme, in un lessico burocratico piuttosto inafferrabile (cose tipo: «così come previsto dall’articolo 1, comma 797, della legge 30 dicembre 2020, n. 178»; oppure: «all’articolo 4 del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 2017, n. 96, sono apportate le seguenti modificazioni»). È inevitabile che abbiano votato senza leggere, o quasi.
Ovviamente ciascun governo ha le sue prassi, più o meno virtuose. Giorgetti ha adottato un metodo tutto suo, tenendo i partiti quanto più possibile all’oscuro dalle sue decisioni, ignorandone spesso le sollecitazioni, e lasciando anche a deputati e senatori scarsissimi margini di spesa per chiedere misure di natura elettorale o clientelare. È stata la sua grande esperienza politica a suggerirgli di inserire consapevolmente nella legge di bilancio alcune norme su cui sapeva che si sarebbero concentrate le critiche dei partiti della sua stessa maggioranza, così da poterle usare come oggetto di scambio per vincere le loro resistenze su altre questioni. Vari indizi lasciano intendere che anche sulla questione degli affitti brevi sia andata un po’ così.
Altre volte, più semplicemente, il governo si accorge di aver sbagliato. Successe per esempio nel dicembre del 2022. Il governo inserì nella legge di bilancio una normache limitava l’utilizzo dei pagamenti elettronici, per poi accorgersi – grazie a una segnalazione arrivata da funzionari del precedente governo Draghi – che quella norma violava un’indicazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e rischiava dunque difar perdere all’Italia una parte dei finanziamenti europei connessi. Il governo dovette cancellare la misura in modo un po’ precipitoso.
In ogni caso, se c’è una certa leggerezza nell’approvare la prima bozza della legge di bilancio è anche perché è risaputo che poi il parlamento, su indicazioni o su pressioni del governo stesso, interverrà nelle settimane seguenti per modificare il testo, che deve essere infine approvato in via definitiva da Camera e Senato entro la fine dell’anno (e anche qui negli ultimi anni sonosuccesse cose strane e problematiche).
Lo ha fatto in un modo non molto visibile, ma intanto la pressione fiscale resterà alta anche con questa legge di bilancio
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la presentazione della legge di bilancio per il 2026, il 17 ottobre del 2025 (Roberto Monaldo/LaPresse)
I partiti al governo – Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia – ci sono arrivati con la promessa di ridurre le tasse, e dicono spesso che lo stanno facendo con successo.Ma non è proprio così. Dal 2023 infatti il carico fiscale è notevolmente aumentato, e contribuirà a tenerlo alto anche la legge di bilancio che il governo ha appena presentato in parlamento, che la dovrà discutere e approvare entro la fine dell’anno. Prevede per quest’anno una pressione fiscale ai massimi degli ultimi dieci anni. La prospettiva non migliora nel prossimo biennio.
La pressione fiscale alta non è frutto soltanto dell’azione di questo governo: in Italia è alta da sempre, serve tra le altre cose a finanziare uno stato sociale tra i più generosi d’Europa per pensioni e sanità. Non è un bene o un male di per sé, è semplicemente una caratteristica come un’altra del sistema economico (anche se qualcosa si potrebbe dire sulla qualità della spesa pubblica italiana). Guardando il suo andamento nel tempo, però, si capisce cosa hanno deciso al riguardo i diversi governi.
La pressione fiscale si misura con la somma di determinate imposte: quelle indirette (tra cui l’IVA sui consumi) e dirette (come l’IRPEF sui redditi), le imposte in conto capitale (come quelle sulla successione), i contributi sociali (come quelli che finanziano le pensioni e i congedi parentali). Dalla pressione fiscale sono escluse alcune voci residuali, come le cosiddette “altre entrate” e le “entrate in conto capitale non tributarie”: sommandole si ottiene il valore delle entrate totali, cioè quanto incassa davvero lo Stato dalle tasse. In poche parole: la pressione fiscale è l’indicatore da guardare per vedere l’andamento delle tasse su cui può davvero agire il governo (per esempio abbassando l’IRPEF o l’IVA, e via così); le entrate totali danno un quadro più realistico considerando tutto quanto, anche cosa è fuori dal potere del governo.
Le entrate totali sono dunque sempre più alte della pressione fiscale, ma i due valori hanno sostanzialmente lo stesso andamento. Si usa metterli in rapporto al PIL, cioè alla dimensione dell’economia.
Il governo di Giorgia Meloni è entrato in carica a ottobre del 2022 e, come si vede dal grafico, da allora le entrate totali e la pressione fiscale sono aumentate rispettivamente di 1 punto e di 1,3 punti percentuali di PIL: ai valori di oggi significa che sono più alte di circa 28 e 22 miliardi di euro. Nel secondo trimestre di quest’anno, l’ultimo per cui sono disponibili i dati, i due indicatori sono arrivati ai massimi degli ultimi dieci anni, al 42,8 e al 47,6 per cento. Sono valori vicino a quelli raggiunti durante il governo di Mario Monti, il governo nato per mettere a posto i conti pubblici in un momento di grande difficoltà economica, nel 2011, e diventato poi simbolo delle politiche di “austerità”.
Come si vede dal grafico, anche durante il secondo governo di Giuseppe Conte ci fu una pressione fiscale alta: ma quel governo fu penalizzato dagli anni della pandemia, che sballarono tutti i valori per via del grande calo del PIL.
Secondo le previsioni del governo di Meloni nel 2025 la pressione fiscale si chiuderà al 42,8 per cento del PIL, in aumento rispetto al 42,5 del 2024, e il valore più alto dal 2015. Nel 2026 il disegno di legge presentato prevede che rimarrà stabile al 42,8 per cento. Secondo i calcoli dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani la pressione fiscale aumenterà ancora al 42,9 per cento nel 2027, per poi scendere al 42,7 nel 2028. Un andamento simile lo avranno le entrate totali. Questo significa che quasi la metà di ciò che produce l’economia finisce allo Stato.
I dati comunque non vengono presentati in maniera trasparente dal governo, perché fa un uso piuttosto estensivo delle voci di bilancio residuali, che restano quindi fuori dall’indicatore della pressione fiscale e lo falsano. La cosa viene denunciata da molte istituzioni ed esperti dall’anno scorso, quando fu impossibile capire se le tasse sarebbero aumentate o meno quest’anno.
A prescindere dal metodo a questo punto però potreste chiedervi: ma com’è possibile che la pressione fiscale sia aumentata così tanto mentre il governo dice di ridurre le tasse? Perché da una parte i dati dicono che erano da dieci anni che in Italia non si pagava un ammontare di tasse così alto; dall’altra è vero che il governo ha fatto alcune cose per ridurle.
Partiamo dagli interventi del governo. Ci sono effettivamente alcuni aumenti delle imposte: rinnegando anni di battaglie, il governo ha aumentato le accise sui carburanti e prevede un altro aumento per il prossimo anno; ha rimodulato il sistema di bonus fiscali a svantaggio dei redditi più alti; e vuole imporre per l’anno prossimo alcune tasse a banche e assicurazioni.
Ma i provvedimenti fiscali più significativi sono state due riduzioni. Il governo ha reso innanzitutto permanente il cosiddetto “taglio del cuneo fiscale”, cioè uno sconto sulle tasse dei lavoratori dipendenti che era stato introdotto dal governo di Mario Draghi per compensare l’aumento del costo della vita. Il passaggio dal regime transitorio a quello permanente è stato comunque un pasticcio, e dall’inizio dell’anno lo sconto è diminuito per diverse categorie di lavoratori, che hanno visto ridursi lo stipendio netto mensile.
Il governo ha poi ridotto le aliquote IRPEF, cioè le percentuali che si applicano agli scaglioni di reddito delle persone fisiche per stabilire quante imposte sono dovute. Nel 2022 le aliquote erano 4 mentre ora sono 3, ed è stata ridotta di due punti percentuali quella per i redditi sotto i 28mila euro. Il disegno di legge di bilancio per l’anno prossimo prevede una riduzione ulteriore dell’aliquota del secondo scaglione, che per i redditi tra i 28 e i 50mila euro passerà dal 35 al 33 per cento.
Seppure i due interventi di riduzione delle imposte appena menzionati siano in teoria consistenti, non hanno avuto l’effetto di ridurre il carico fiscale complessivo. Anzi.
Da quando si è insediato il governo di Meloni paghiamo materialmente più tasse per colpa di un meccanismo chiamatofiscal drag, o drenaggio fiscale, che esiste nei sistemi fiscali progressivi quando c’è un’inflazione elevata, come l’aumento generale del livello dei prezzi che si è visto negli ultimi quattro anni. Il sistema italiano è per l’appunto progressivo: significa che più si guadagna e più si paga una quota più alta di tasse, per il principio costituzionale che chi ha un reddito più alto deve contribuire in misura maggiore al fabbisogno dello Stato.
Quando aumenta il costo della vita si innescano anche aumenti delle retribuzioni per tentare di tenere il passo dei prezzi. Non è un problema di per sé, anzi, gli stipendi devono aumentare per adeguarsi gradualmente a una vita più cara: da gennaio del 2021 a gennaio del 2025 i prezzisono aumentati complessivamente del 16 per cento, mentre leretribuzioni di poco più dell’8 per cento, la metà, ma l’andamento è positivo.
Il problema c’è quando questi aumenti avvengono in un sistema fiscale progressivo che non si adegua al nuovo livello di redditi, o non si adegua abbastanza: gli aumenti di stipendio spesso portano a sforare la soglia entro cui si ha diritto a bonus o detrazioni, o quella dello scaglione successivo in cui si pagano aliquote più alte (solo per la parte di reddito che sfora). Il drenaggio fiscale è proprio questo: in caso di inflazione comporta un tradimento del principio dell’equità del sistema fiscale, perché porta a pagare più tasse senza aver avuto davvero un miglioramento della propria situazione economica. Non solo si pagano più imposte sul reddito, ma con l’aumento generale dei prezzi si paga anche più IVA (che viene calcolata in percentuale del prezzo dei prodotti).
Deriva da questo fenomeno l’aumento delle entrate e della pressione fiscale in questi anni di governo di Meloni, che è stato avvantaggiato da un eccezionale aumento delle entrate senza aver dovuto imporre evidenti – e impopolari – aumenti delle tasse. Anzi, con questi soldi è riuscito anche a introdurre e propagandare alcune riduzioni delle imposte, che però nella pratica non hanno compensato il drenaggio fiscale.
Una stima di lavoce.info indica in 17 miliardi di euro l’aumento delle imposte incassate dallo Stato nel solo 2024 a causa del drenaggio fiscale. Un’altra stima dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio dice che proprio i due grandi interventi fiscali spiegati qui sopra non solo non hanno provocato una compensazione del drenaggio fiscale, ma lo hanno peggiorato per circa 300 milioni di euro all’anno.
Allarme della Cgia di Mestre: pressione fiscale reale è al 48%! Oltre alla marea di tasse, i contribuenti subiscono anche il salasso degli aumenti di luce, acqua, gas, pedaggi autostradali, servizi postali, trasporti. Basta trattare gli italiani come bancomat! CHOC FISCALE SUBITO pic.twitter.com/DqVKtji30z
È stata una scelta precisa del governo, che ha deciso di non “restituire” al sistema i proventi del drenaggio fiscale, per esempio adeguando in misura appropriata le soglie di accesso ai bonus o gli scaglioni dell’IRPEF. Con tutti questi soldi in più ha deciso invece di mettere a posto i conti pubblici. Secondo il governo la pressione fiscale sarebbe aumentata perché è aumentata la gente al lavoro, e quindi le persone che pagano le tasse. Lo hanno detto più volte Meloni e il suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma non è vero, e sono stati smentiti categoricamente dagli economisti.
La seconda fase delle norme Ue sui bonifici istantanei, in vigore dal 9 ottobre, impone alle banche di verificare il nome del beneficiario. Questo servizio rapido è utile per pagamenti urgenti e transazioni online. L’obbligo di offrire bonifici istantanei in ricezione e invio sarà esteso anche a banche non euro e altri prestatori di servizi di pagamento
Parte giovedì 9 ottobre la seconda fase, prevista dalle norme Ue, per accelerare la diffusione presso banche e clienti dei bonifici instantanei. Da quel giorno infatti banche e Poste saranno obbligati a fornire il servizio ai loro clienti e a verificare che il nome di chi li riceve coincida anche con quello del titolare dell’Iban.
Un servizio utile, come ricorda la Banca d’Italia, soprattutto per pagamenti urgenti e per quelli che richiedono di pagare al momento della consegna di un bene o della prestazione di un servizio, come i servizi on demand online (ad esempio, la visione di un film), gli scambi tra persone fisiche (ad esempio, quando facciamo il passaggio di proprietà per l’acquisto di un’auto usata) o gli acquisti nei negozi. «Ciò è particolarmente vero se l’importo della transazione supera i limiti delle carte di pagamento, mentre è consentito il trasferimento tramite bonifico».
La prima fase partita a inizio 2025 – La prima fase, in vigore dal 9 gennaio 2025, prevedeva solo l’obbligo di ricevere i pagamenti instantanei e di non applicare commissioni superiori a quelle dei bonifici tradizionali. Il servizio di verifica, che alcuni istituti di credito già prevedono, consente di limitare frodi ed errori visto che il pagamento, che impiega meno di 10 secondi, non è revocabile. Per questo, specie nei primi tempi, bisognerà prestare particolare attenzione nella compilazione dell’ordine. In caso di truffe resta comunque prevista la possibilità di chiedere un rimborso a patto di avvisare immediatamente la banca. L’obbligo di offrire bonifici istantanei in ricezione e in invio, rileva l’Abi, riguarderà anche le banche che si trovano in paesi che non hanno adottato l’euro e gli altri prestatori di servizi di pagamento (Istituti di moneta elettronica e Istituti di pagamento) in momenti successivi, a partire dal 9 aprile 2027.
9 settembre 2025
Bonifico istantaneo, dal 9 ottobre non più limiti agli ordini ma attenzione ai passi falsi
È scattata l’ora per l’entrata in vigore delle nuove regole del bonifico istantaneo. Vale a dire la possibilità di fare il bonifico istantaneo e non solo di riceverlo e la cosiddetta verifica del beneficiario. Dal 9 di gennaio scorso le banche e gli altri operatori autorizzati hanno dovuto consentire ai clienti di poter ricevere il bonifico istantaneo, mentre con la fase 2 in tutta Europa dal 9 ottobre 2025 le banche dovranno consentire anche l’emissione di pagamenti istantanei in euro da tutti i conti di pagamento e mediante tutti i canali dispositivi. Vale a dire, home banking, mobile banking, sportelli automatici, terminali self-service, filiali o telefono.
Quanto all’obbligo della verifica del beneficiario, si tratta di un passo decisivo per rendere più sicura un’operazione che ha di per se la caratteristica di essere irreversibile. Il bonifico istantaneo, infatti, se offre il vantaggio dell’immediatezza dell’operatività (è eseguito in 10 secondi), dall’altro, se qualcosa va storto, non consente di intervenire a valle, magari annullando l’operazione, come per un bonifico ordinario, revocabile nelle 24 ore successive.
La verifica del beneficiario consente la salvaguardia dell’ordinante perché rende più sicuro un pagamento. In pratica, i clienti avranno a disposizione – in tutti i canali dispositivi in cui è possibile eseguire il bonifici – un servizio per verificare se il conto di pagamento del beneficiario, identificato univocamente tramite il codice Iban, corrisponde o meno al beneficiario a cui sono destinati i fondi. Questo servizio sarà gratuito e i PSP (Prestatori di Servizi di Pagamento, ovvero banche, poste, istituti di pagamento e altri soggetti abilitati) dovranno offrirlo obbligatoriamente ai consumatori, mentre le imprese e le microimprese potranno rinunciarvi.
Quando ricorrervi – Il vantaggio è che all’interno dell’area unica dei pagamenti in euro si possono fare pagamenti in meno di 10 secondi, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con disponibilità immediata dei fondi, magari per pagare una bolletta in scadenza, ricaricare rapidamente una carta prepagata, trasferire subito denaro ad un familiare o acquistare prodotti di seconda mano da un privato in modo tracciato. Non ci sono limiti d’importo ed è il cliente a fissarli in base alle proprie esigenze, anche modificando quelli stabiliti dalla banca con l’obbiettivo di preservare la sicurezza delle transazioni.
Attenzione massima prima di dare il via libera – Prima che trascorrano i 10 secondi il sistema controllerà se i dati inseriti dal pagatore (Iban e nome del beneficiario) corrispondono a quelli registrati presso il PSP del destinatario. Quando si effettua un bonifico istantaneo il sistema della banca del pagatore invierà una richiesta di verifica al Psp del beneficiario. Scatta quindi il controllo dei dati: il Psp del beneficiario verificherà se l’Iban e il nome del beneficiario coincidono con i dati registrati nel suo sistema.
A quel punto arriva al Psp del pagatore l’esito della verifica che a sua volta avvisa il cliente: la banca dirà se i dati inseriti coincidono e quindi si può procedere, se non coincidono, se c’è una parziale coincidenza o se non è stato possibile effettuare la verifica, ad esempio perché il conto indicato è chiuso, bloccato o per motivi tecnici. Il legislatore europeo con la verifica del beneficiario invita l’ordinante, ovvero il cliente a muoversi con cautela, a prendere consapevolezza delle sue scelte perché, a seconda dei messaggi e degli alert che riceve dalla banca, autorizza l’operazione oppure decide di non procedere. Se questo sistema mira a ridurre errori e frodi perché verificando i dati, si cerca di evitare che il denaro venga inviato a un destinatario errato o a un truffatore, dall’altro il pagatore è colui a cui spetta la decisione finale.
Passi falsi da non compiere – Dopo che il pagatore è stato avvisato e solo lui che decide se procedere con il bonifico. La verifica del beneficiario diventa dunque una misura di tutela del cliente ma anche la via con la quale la banca sarà esonerata da responsabilità in caso di errore nel pagamento. Ecco perchè si raccomanda di non procedere quando non si è sicuri al 100% che l’operazione ordinata sia corretta. In caso di mancata corrispondenza e nonostante l’avviso, se si decide di procedere in ogni caso, la responsabilità dell’operato resta in capo all’ordinante.
Il legislatore europeo alza dunque l’asticella della consapevolezza: in caso di dubbio meglio fare un passo indietro, magari ricorrendo ad un bonifico ordinario che consente di intervenire ex post. Inoltre, è decisivo prestare attenzione ai dati inseriti e, in caso di dubbi, contattare sempre la propria banca. Attenzione però tutto questo non mette al riparo da frodi Secondo i più recenti dati di AbiLab nel 76% dei casi le frodi sono commesse con la collaborazione dell’utente che, suo malgrado, è raggirato ed è proprio lui, su malgrado, che autorizza il ladro ad accedere al suo conto. Per questo e altro può essere utile consultare sul sito Abi una guida realizzata con le Associazioni dei Consumatori che aiuta a mettersi al riparo dai tanti tranelli nei quali è facile cadere.
Si chiama “pickpocketing 2.0”, ed è la nuova frontiera dei borseggiatori
Un nuovo modo di truffa nell’era digitale, una truffa 2.0: si chiama “pickpocketing 2.0”, ed è la nuova frontiera dei borseggiatori che – utilizzando “Pos pirata” – attivano transazioni bancarie avvicinandosi alle carte contactless, senza bisogno di pin.
Il caso a Sorrento – Una delle truffe che per prima ha fatto scattare l’allarme è accaduta a Sorrento. Lì una donna è stata arrestata dopo aver sottratto circa 100 euro dalla cassa di un bar. A far scattare il campanello d’allarme non è stata la cifra rubata, ma il metodo con cui la donna ha messo a segno l’infrazione: i carabinieri, infatti, nella sua borsa avevano trovato un lettore Pos contactlessperfettamente funzionante. Secondo le indagini effettuate dalla Polizia, la donna – una 36enne – avrebbe usato latecnologia NFC per effettuare pagamenti non autorizzati. Questa tecnica, che però consente di “prelevare” solo cifre basse, era molto nota all’estero, ma in Italia è salita alla ribalta proprio dopo questo caso.
il comandante della compagnia dei carabinieri di Sorrento, Mario Gioia, ha parlato così a riguardo: «I viaggiatori più a rischio sono gli statunitensi, perché le loro carte di credito non richiedono l’uso del pin.
Con i circuiti italiani ed europei, questi ladri tecnologici effettuano microtransazioni: prima fanno un tentativo, e se va a buon fine, seguono la persona e procedono con prelievi più consistenti. Da quello che abbiamo ricostruito analizzando i dati dei movimenti bancari, con questo nuovo sistema puntano alla quantità. In sostanza più prelievi fino ai 50 euro che è la cifra massima in cui non viene richiesto il pin».
Truffa pos, come funziona – Una truffa digitale, senza nemmeno entrare in contatto con la vittima. Basta infatti avvicinare il dispositivo NFC a borse, tasche o qualsiasi cosa contenga una carta di credito o debito in grado di leggere il contactless. Il terminale di pagamento viene però programmato con un importo basso, perché oltre i 50 euro il proprietario della carta deve obbligatoriamente inserire il proprio pinper autorizzare il pagamento. E proprio per questo motivo, come sottolineato dal comandante Gioia, questi ladri puntano sulla quantità perché non possono rubare cifre importanti in un solo colpo. La transazione avviene dunque tramite latecnologia contactless senza che il proprietario possa accorgersene in tempo, perché un’eventuale notifica la potrebbe vedere soltanto nel momento in cui entra nella propria app della carta.
Dove stare attenti e come difendersi – Ovviamente questo tipo di truffa è agevolata dai luoghi molto affollati, bisogna stare dunque attenti quando ci si trova sui mezzi pubblici, nei mercati, alle fiere, in discoteca, ai concerti e qualsiasi altro luogo in cui una presenza di troppo possa passare in secondo piano. Basta infatti simulare un incontro ravvicinato casuale per mettere in pratica questo piano. Questa truffa, che avviene con strumenti legali facilmente acquistabili in rete, avviene in silenzio. Le vittime difficilmente se ne accorgono anche perché le notifiche di pagamento o transizioni non sono quasi mai immediate, soprattutto per importi così piccoli.
Per ridurre il rischio di questa truffa si potrebbero adottare diversi accorgimenti: una buona idea sarebbe quella di conservare la propria carta in portafogli schermati (foderati all’interno, il lettore non può leggere la carta) oppure “nasconderla” in mezzo a un mucchio di carte per non farla trovare ed evitare che il lettore NFC possa leggerla. Si potrebbero poi attivare le notifiche istantanee (non tutte le carte ce le hanno) per far sì che ogni pagamento venga segnalato in tempo reale. Un ulteriore accorgimento potrebbe essere quello di impostare limiti di spesa molto bassi per le transazioni contactless. Inoltre, si può considerare di usare solo carte prepagate o conti digitali che, in caso di furto, limitano il danno.Se si notano tanti movimenti estranei sulla propria carta, infine, è doveroso bloccare quest’ultima.
Tre holding hanno dichiarato bancarotta in Cina con l’obiettivo di giungere ad un accordo sulla ristrutturazione dei debiti.
Zhang Jindong (Insidefoto.com)
Tre holding di proprietà di Zhang Jindong, ex proprietario dell’Inter, hanno dichiarato bancarotta in Cina con un accordo per la ristrutturazione del debito. In particolare, il 7 febbraio il National Enterprise Bankruptcy Reorganization Case Information Network (l’ente che si occupa appunto di bancarotta e riorganizzazioni aziendali) ha infatti annunciato che la Corte Centrale di Nanchino il 26 gennaio 2025 ha accettato la richiesta di riorganizzazione fallimentare da parte di Suning Appliance Group, Suning Holdings Group e Suning Real Estate Group e che nelle prossime settimane andranno in scena i primi incontri con i creditori.
In particolare, si tratta di due holding attraverso cui Zhang Jindong controlla una piccola percentuale in Suning.com, ovverosia Suning Appliance Group (1,4%) e Suning Holdings Group (2,75%), mentre Zhang controlla direttamente il 17,7% di Suning.com.
Inoltre, Suning Holdings Group è la holding attraverso cui la famiglia Zhang controllava l’Inter. «L’Assemblea dei Soci di F.C. Internazionale Milano S.p.A., presieduta da Erick Thohir, ha approvato oggi l’emissione di 3.263.021.485 nuove azioni ordinarie a favore di Suning Holdings Group – si legge nella nota del club nerazzurro nel giugno 2016 -. Tale operazione è parte di un accordo in base al quale, attraverso l’acquisto di azioni ordinarie, Suning Holdings Group acquisirà una partecipazione di maggioranza di F.C. Internazionale Milano S.p.A. (68,55%)».
Per quanto riguarda Suning.com, la società che opera nell’ecommerce e principale azienda di quella che era la galassia degli Zhang, il maggiore azionista è Taobao, che detiene il 20,09% delle azioni (tramite la controllata Hangzhou Haoyue Enterpresi Management). Alle sue spalle come detto c’è Zhang Jindong, mentre tra gli altri principali azionisti il fondo statale Jiangsu Xinxin Retail Innovation Fund Phase II detiene il 17,05% delle azioni, mentre Jiangsu Xinxin Retail Innovation Fund detiene il 5,61%.
Il declino di Suning è legato agli investimenti da parte della società, in gran parte andati perduti: oltre al caso dell’Inter (con Oaktree che ha escusso il pegno dopo che la famiglia Zhang non aveva ripagato un debito da 395 milioni), ci sono anche gli investimenti tra gli altri in Carrefour, Wanda e soprattutto Evergrande, con stime di investimenti per oltre 10 miliardi di euro tra il 2012 e il 2020 in gran parte conclusi negativamente.
L’Arabia Saudita ha ridimensionato il suo ambizioso progetto di sviluppo Neom a causa sia dei tempi di esecuzione sia di una maggior prudenza finanziaria. Diverse le società italiane quotate coinvolte nella creazione della città del futuro.
L’Arabia Saudita ha deciso di ridimensionare il suo ambizioso progetto di sviluppo Neom che rientra nel piano del principe ereditario, Mohammed bin Salman, per ridurre la dipendenza economica del paese dal petrolio. I motivi sarebbero legati sia a un tema di tempi di esecuzione sia a una maggior prudenza finanziaria.
The Line: piani ridotti e impatto sui lavoratori – Inizialmente l’obiettivo era di far diventare la futuristica città The Line, al confine tra Egitto e Giordania, un vivace centro con 1,5 milioni di residentientro il 2030. tuttavia, ora si stima che accoglierà meno di 300.000 persone entro lo stesso periodo, con soli 2,4 km del progetto completati rispetto ai 170 km previsti. Questa decisione ha già portato al licenziamento di alcuni lavoratori, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Neom: pressioni finanziarie e nuove strategie – Neom, oltre a The Line, comprende altri progetti come una città industriale e sviluppi turistici. La riduzione dei piani riflette le pressioni finanziarie sul progetto . Il fondo sovrano del regno sta cercando nuove fonti per finanziare Neom, considerando l’importanza strategica del programma Vision 2030. Il Public Investment Fund (Pif) sta valutando una serie di opzioni per raccogliere liquidità, inclusa l’emissione di bond. Le riserve cash del fondo sovrano sono scese a 15 miliardi di dollari a settembre, il livello più basso dal 2020. Nel 2022 il principe ereditario Mbs aveva detto che la prima fase di Neom sarebbe costata 1,2 trilioni di riyal (320 miliardi di dollari ) entro il 2030. La metà di questa somma dovrebbe provenire dal Pif.
Idrogeno Verde: un’opportunità futura – Un elemento chiave di Neom è anche il progetto per creare l’idrogeno verde, che potrebbe aprire nuove opportunità economiche per l’Arabia Saudita. Finora il principale successo è stato lo sviluppo di un progetto di oltre 8 miliardi di dollari per costruire centrali solari ed eoliche che verranno utilizzate per produrre idrogeno verde. Il regno saudita spera di diventare uno dei più grandi produttori mondiali di questo carburante mentre cerca di ridurre la sua dipendenza dalle vendite di petrolio.
Technogym: coinvolgimento e prospettive – Tecnogym è coinvolta in diversi aspetti chiave del progetto Neom, come lo sport, la salute e il turismo. Inoltre ha una relazione diretta con Neom Investment Fund, il fondo strategico di investimento creato per supportare lo sviluppo di Neom, titolare del 6% del capitale (acquistato a fine novembre 2023). « Technogym è già coinvolta nella fase di consulenza e progettazione, e ci aspettiamo che mantenga un ruolo privilegiato anche nella fase esecutiva, con la fornitura dell’attrezzatura», prevedono gli analisti di Equita, non vedendo impatti dalla notizia dal momento che gli obiettivi iniziali apparivano comunque piuttosto ambiziosi e che il progetto rimane un driver visibile e di medio/lungo periodo a supporto delle crescite di Technogym nell’area del Medio Oriente (il 10% del fatturato totale).
Come vengono colpite Webuild e Trevi – Webuild e Trevi Finanziaria Industriale sono attive in Arabia Saudita nel settore delle costruzioni. Webuild ha 5,5 miliardi di euro di ordini, pari al 10% del portafoglio totale. «Tuttavia, ad oggi l’esposizione di Webuild a The Line è limitata con l’ordine principale: vale 4,7 miliardi di dollari che riguarda lo sviluppo di Trojena dove considera si concentreranno gli investimenti nel breve dato che sarà l’area che ospiterà i giochi asiatici invernali 2029», affermano gli analisti di Equita.
Trevi Finanziaria Industriale è esposta allo sviluppo di The Line essendo oggi il principale contractor per la palificazione delle fondamenta. I lavori del gruppo sono i primi a essere realizzati nel progetto complesso. In più, tra fine 2023 e inizio 2024 la società ha vinto un importante ordine con altri tre lotti in assegnazione nel 2024. Equita ha un rating buy sia su Technogym sia su Webuild con target price, rispettivamente, a 10,80 euro e a 3 euro.
All’uomo d’affari finlandese, che ha dichiarato interesse ad acquistare club di calcio in Inghilterra e Italia, vengono contestate presunte false dichiarazioni sociali relativamente al bilancio dell’azienda Yuzoo fra il 2015 e il 2016
Ha provato ad acquistare il Manchester United e siè interessato all’Inter. Ma la sua storia come imprenditore nel calcio professionistico di vertice potrebbe finire prima ancora di essere cominciata. Nei confronti dell’uomo d’affari finlandese Thomas Zilliacus, il tribunale di Singapore ha emesso un mandato di arresto, da cui deriva un “alert” da parte di Interpol.
I bilanci di Yuuzoo – A dare notizia del mandato d’arresto è Bloomberg, secondo cui Zilliacus sarebbe ricercato per il presunto coinvolgimento nella diffusione di dichiarazioni ingannevoli in merito a Yuuzoo, azienda registrata a Singapore di cui è stato amministratore. La fonte citata è la forza di polizia della città Stato asiatica.
Le basi del provvedimento – “Dalle indagini è emerso che diverse relazioni finanziarie rilasciate da YuuZoo tra il 2015 e il 2016 sarebbero ingannevoli, in modo sostanziale: il fatturato di YuuZoo sarebbe infatti stato sovrastimato, dal valore reale di 4,6 milioni di dollari USA a 18,8 milioni di dollari dixhiarati”, riferisce la polizia di Singapore.
L’interesse per l’Inter – Lo scorso novembre Zilliacus con una nota ufficiale comunicò di avere raccolto 2,5 miliardi di euro e di essere pronto a presentare un’offerta per l’acquisto dell’Inter. In un’intervista su Repubblica gli chiedemmo conto di alcune incongruenze, a partire dal fatto che il fondo XXICenturyCapital, con cui sarebbe stato pronto a gestire l’operazione, non avesse nemmeno un proprio sito Internet.
Ceduta la partecipazione azionaria al prezzo di 1,75 euro per azione, la società verso il delisteling da Piazza Affari. Il presidente e ad Massimo Moratti: “La miglior garanzia per il futuro successo della raffineria di Sarroch”
Milano, 11 febbraio 2024
Saras-Vitol: c’è l’accordo. La famiglia Moratti, attraverso Massimo Moratti Sapa, Angel Capital Management e Stella Holding, ha raggiunto un accordo con la società olandese Vitol per cedere il 35% di Saras a un prezzo pari a 1,75 euro per azione.
L’accordo – “Il completamento dell’operazione – si legge in una nota – è esclusivamente subordinato all’ottenimento delle autorizzazioni regolamentari necessarie. Al completamento dell’operazione, l’intera partecipazione detenuta dalla Famiglia Moratti in Saras sarà trasferita a Vitol. L’operazione determinerà l’insorgere di un obbligo di promuovere un’offerta pubblica di acquisto obbligatoria sul capitale azionario di Saras, che – si spiega – sarà promossa da Vitol allo stesso prezzo per azione, ovvero al prezzo rettificato in caso di distribuzione di un dividendo prima del completamento dell’operazione“. “L’obiettivo dell’Opa – prosegue la nota – è ottenere la revoca delle azioni ordinarie di Saras dalla quotazione e dalle negoziazioni su Euronext Milan, che potrà essere conseguita anche attraverso una fusione in presenza delle relative condizioni. Il prezzo di 1,75 euro per azione implica una capitalizzazione di Saras circa 1,7 miliardi di euro“.
I numeri – Il prezzo di 1,75 euro per azione rappresenta unpremio del 10% circa rispetto al prezzo della data di riferimento(6 febbraio scorso), di circa il 7% rispetto al prezzo medio giornaliero ponderato per i volumi del mese precedente alla data di riferimento, del 12% circa rispetto al prezzo medio giornaliero ponderato per i volumi dei 3 mesi precedenti alla data di riferimento, del 21% circa rispetto al prezzo medio giornaliero ponderato per i volumi dei 6 mesi precedenti alla data di riferimento e del quasi 30% rispetto al prezzo medio giornaliero ponderato per i volumi dei 12 mesi precedenti alla data di riferimento. Al completamento dell’operazione, Vitol disporrà di oltre 800mila barili/giorno di capacità di raffinazione in sette raffinerie, 4GW di produzione di energia termica e oltre 1,4GW di generazione di energia rinnovabile.
La nota dei Moratti – Massimo Moratti, presidente e amministratore delegato di Saras, in una nota commenta così la cessione del 35% detenuto dalla famiglia agli olandesi di Vitol. “Dopo 62 anni dalla sua fondazione avvenutaad opera di mio padre, con i miei nipoti Angelo e Gabriele ed i miei figli Angelomario e Giovanni, ho ritenuto che la miglior garanzia per il futuro successo della raffineria di Sarroch fosse l’aggregazione con un primario operatore industriale del settore energetico globale, qual è Vitol, dotato di risorse relazionali, finanziarie e manageriali necessarie per competere nell’attuale contesto di mercato internazionale. Pertanto, ritengo che questa operazione sarà positiva per tutti gli azionisti, per le maestranze, per i clienti e tutti gli altri stakeholders, che ringrazio per la fiducia che ci hanno sempre accordato. Oggi Saras è una società solida e profittevole, leader nell’intero bacino del Mediterraneo, e auguriamo a Vitol di poter espandere i successi fino ad ora conseguiti“.
La nota di Vitol – Così invece Russell Hardy, amministratore delegato di Vitol: “La nostra ambizione è quella di investire in una forte società italiana nel settore dell’energia, gestita da un management locale autonomo e supportata dall’esperienza e dall’accesso al mercato di Vitol. Apprezziamo l’importanza di Saras in Sardegna, e nel Paese più in generale, e ci impegniamo a portare avanti l’eredità della famiglia Moratti di gestione diligente, operazioni sicure e supporto alla comunità locale e ai dipendenti. Le attività di Saras sono ben complementari al core business di Vitol e questa operazione rafforzerà la sicurezza energetica europea e migliorerà l’approvvigionamento di un impianto chiave nel settore energetico continentale“.
La vendita dell’intero 40% del capitale presente nel portafoglio dei Moratti permetterebbe agli azionisti di controllo d’incassare quasi 837 milioni.
Saras chiude la seduta a Piazza Affari con un balzo dell’8%, a 1,795 euro, dopo che la famiglia Moratti ha confermato di avere in corso “discussioni” con il gruppo svizzero-olandese del trading di commodities Vitol che, secondo indiscrezioni di stampa, si sarebbe fatto avanti per rilevare la quota del 40% in mano ai Moratti. Nel corso della seduta il titolo è balzato fino a toccare un massimo di 1,96 euro (+18,1%), per poi ritracciare parzialmente.
Nel corso della giornata, gli azionisti di Saras (ovverosia Massimo Moratti S.a.p.a. dell’ex patron dell’Inter Massimo Moratti, Angel Capital Management e Stella Holding) dopo le indiscrezioni relative alla partecipazione detenuta nella società, hanno reso noto che “ancorché esistano discussioni in corso con Vitol, le affermazioni di stampa non corrispondono alla realtà”. Gli azionisti si riservano di “valutare eventuali iniziative a tutela degli interessi degli stessi e di Saras”.
Come riportato da MF-Milano Finanza, Vitol ha presentato ai Moratti una offerta da 2,2 euro per azione, un prezzo che incorporerebbe un premio di oltre il 35% sul valore del titolo che ieri ha chiuso in borsa a 1,66 euro e coerente con i multipli dell’acquisizione in Sicilia della raffineria Lukoil Priolo da parte di Goi Energy. Vitol però ha posto una scadenza alla propria offerta: sarebbe infatti valida fino al 15 febbraio. In base alla offerta, la valutazione complessiva della società arriverebbe a toccare i 2,1 miliardi: la vendita dell’intero 40% del capitale presente nel portafoglio dei Moratti, pacchetto che vale attualmente oltre 630 milioni, permetterebbe agli azionisti di controllo d’incassare quasi 837 milioni.
La notizia di una offerta presentata da Vitol Group per la quota di Saras ha “implicazioni positive per il titolo nel brevissimo termine, in quanto chiarisce che ci sia un’offerta sul tavolo. Tuttavia, l’adesione della famiglia resta ancora incerta”, spiega Equita. Nel settembre 2018, la famiglia Moratti era scesa dal 50% al 40% di quota. Saras renderà noti i risultati del quarto trimestre 2023 il prossimo 15 marzo con gli analisti che si attendono un “significativo indebolimento sequenziale della redditività come risultante del calo dei margini di raffinazione nel periodo”. Il rallentamento della domanda globale e l’avvio di nuova capacità di raffinazione “possono comunque far scendere i margini 2024 ma su livelli ancora solidi”.
Il Cdr di Cairo Editore ha fatto sapere che a partire dal mese di marzo sarà sospesa la pubblicazione di Airone, For Men, In Viaggio, Bell’Europa e Antiquariato.
«Cari colleghe e colleghi, oggi l’azienda ci ha comunicato la decisione di sospendere la pubblicazione di cinque testate: Airone, For Men, In Viaggio, Bell’Europa e Antiquariato, a partire dal numero di marzo». Si apre così una nota del Cdr dei periodici di Cairo Editore, a proposito della decisione di mettere fine alla pubblicazione di cinque storici periodici.
«Contestualmente si apre uno stato di crisi con la richiesta di cassa integrazione finalizzata a piani di prepensionamento. L’Azienda ci ha assicurato che non ci saranno licenziamenti, ma intende a ricollocare tutti gli esuberi», recita ancora il Cdr a proposito della scelta della società controllata al 99,95% da CairoCommunication, di cui il patron del Torino Urbano Cairo è presidente.
«Le RSU ha appreso con rammarico dalla decisione di sospendere le pubblicazioni per le testate citate, decisione resa nota peraltro con anticipo molto stretto sia a noi che a tutti i nostri lettori e non comprendiamo come mai non sia stato possibile trovare altre soluzioni, che prevedessero un rilancio di queste testate, magari facendo ricorso all’online», prosegue ancora la nota.
«L’azienda ci ha espresso la sua volontà di ricollocare tutti gli esuberi, decisione che accogliamo, ovviamente, con favore. Le RSU si augurano tuttavia che vengano salvaguardate e valorizzate al meglio le competenze delle singole professionalità e che venga su questo punto aperto un ampio confronto», sottolinea il comunicato.
«Esprimiamo, comunque, una forte preoccupazione per il futuro della Cairo Editore, augurandoci che l’azienda metta in campo tutte le risorse possibili per rilanciare le testate rimanenti e assicurare loro un solido avvenire», conclude il Comitato di redazione.
Quali sono le date salienti da non dimenticare della stagione della dichiarazione dei redditi 2023? Vediamo quali segnare sul calendario.
La stagione della dichiarazione dei redditi 2023 è partita ufficialmente il 16 marzo con la consegna, da parte dei sostituti di imposta della Certificazione Unica 2023. Con la CU, poi, i lavoratori, gli autonomi e i pensionati presenteranno i redditi prodotti nell’anno di imposta 2022.
Ma per quel che riguarda l’entrata nel vivo del modello 730/2023 e del modello redditi PF, è da attendere ancora qualche settimana. Vediamo, quindi, tutte le date da non dimenticare per questa stagione dichiarativa che è appena iniziata.
30 aprile 2023, modelli precompilati messi a disposizione – Il30 aprile 2023 l’Agenzia delle Entrate metterà, salvo proroghe dell’ultimo momento, disposizione dei cittadini i modelli 730/2023 precompilati.
Ovvero quelli con i redditi e le spese già inserite dall’amministrazione tributaria. Il contribuente da questa data non potrà fare altro che prendere visione del modello. Ma intanto potrà accertarsi che tutte le spese sostenute siano state inserite e che non debba apportare modifiche.
31 maggio 2023, inizio dell’invio del 730 – A partire dal 31 maggio 2023 il contribuente potrà iniziare a modificare il proprio 730 precompilato. Questo significa che se nella dichiarazione predisposta dall’Agenzia delle Entrate manca qualche informazione o spesa o sono presenti dati sbagliati si può procedere ad integrazioni e correzioni.
Sempre dalla stessa data, poi, è possibile procedere all’invio del modello senza modifiche o con integrazioni e modifiche.
30 settembre scadenza 730/2023 – Il 730/2023 ha come scadenza il 30 settembre 2023, ma cadendo la scadenza slitta al lunedì successivo, ovvero al 2 ottobre 2023.
Si tratta di una scadenza che, però, non è stringente visto che se anche si dovesse saltare il contribuente ha sempre e comunque modo di rimediare al mancato invio della dichiarazione provvedendo ad inviare la stessa con il modello Redditi PF 2023 che ha scadenza più lunga.
25 ottobre 2023 per 730 integrativo – I caso di dimenticanze e omissioni è possibile presentare, entro il 25 ottobre 2023 il 730 integrativo. Per la presentazione di questo modello, a differenza di quello che accade con il precompilato, è necessario recarsi presso un Caf o un professionista abilitato.
30 novembre 2023, la fine della stagione dichiarativa – Il 30 novembre non rappresenta solo la data di scadenza della presentazione del modello Redditi Pf ma anche la fine della stagione reddituale.
Questa data, infatti, segna il termine ultimo per la presentazione del modello Redditi PF come correttivo del modello 730/2023 o come aggiuntivo del modello 730. Ma anche la scadenza del versamento del secondo o unico acconto per i contribuenti con modello Redditi o con modello 730 senza sostituto di imposta.
Impossibile prelevare dagli sportelli. Segnalati disservizi anche nei pagamenti con la carta
Non funzionano i bancomat in tutta Italia. Dalla mattina di oggi, 4 febbraio, vengono segnalati disservizi su tutto il territorio nazionale che rendono impossibile prelevare dagli sportelli. Alcuni utenti su Twitter hanno anche segnalato l’impossibilità di pagare con la carta ai negozi. Problemi anche al Circuito Visa.
Il sito Downdetector, sito che fornisce agli utenti informazioni in tempo reale sullo stato di vari siti web e servizi, rileva un’impennata di segnalazioni nella giornata odierna con il picco avvenuto intorno a mezzogiorno.
I problemi riguardano la maggior parte degli istituti bancari, le maggiori segnalazioni riguardano soprattutto Intesa SanPaolo e UniCredit. Da accertare le cause.
Disservizi in miglioramento – L’emergenza sembra essere rientrata. I disservizi ai bancomat si sono risolti intorno alle 13,30 quando le operazioni hanno ripreso gradualmente a funzionare. In corso gli accertamenti per verificare le cause che hanno portato al blocco delle operazioni.
I licenziamenti confermati dall’Ad rappresentano circa l’1% della forza lavoro complessiva: a fine settembre 2022 l’azienda poteva infatti contare su più di 1,5 milioni di dipendenti
Amazon.com Inc. ha deciso di licenziare complessivamente più di 18mila dipendenti – la più grande riduzione della forza lavoro nella storia aziendale – a conferma della profonda crisi che sta attraversando il settore tecnologico e delle vendite online. L’amministratore delegato Andy Jassyha annunciato al personale il piano di licenziamenti con una nota il 4 gennaio. Inizialmente i tagli, avviati lo scorso anno, avrebbero dovuto interessare circa 10mila dipendenti, concentrandosi principalmente nella divisione retail di Amazon e nelle funzioni delle risorse umane come il reclutamento.
“Amazon ha resistito a economie incerte e difficili in passato e continueremo a farlo”, ha scritto Jassy. “Questi cambiamenti ci aiuteranno a perseguire le nostre opportunità a lungo termine con una struttura dei costi più forte; tuttavia, sono anche ottimista sul fatto che saremo creativi, intraprendenti e frammentari in questo momento in cui non stiamo assumendo in modo espansivo ed eliminando alcuni ruoli”.
Lettere di licenziamento per il 6% della forza lavoro – I più colpiti, dai più numerosi licenziamenti in blocco dell’azienda fondata da Jeff Bezos, saranno i dipendenti dei negozi, come Amazon FresheAmazon Go, e le sue organizzazioni Pxt, che gestiscono ad esempio le risorse umane. Le lettere di licenziamento arriveranno agli interessati a partire dal 18 gennaio, ha precisato Jassy, aggiungendo che gli interessati rappresentano il sei per cento della forza lavoro aziendale composta da circa 300mila persone. continua a leggere
La Croazia adotta finalmente l’euro dopo 10 anni dall’ingresso nell’Unione Europea: per far sparire la kuna ci vorranno solo due settimane
Dopo 10 anni dall’adesione all’Unione Europea, l’ultimo Paese membro entrato si appresta ad adottare l’euroe ad abbattere le frontiere. Si tratta della Croazia. I nostri vicini di casa, a partire dal 1° gennaio 2023, vedranno lentamente sparire la moneta locale, in sostituzione di quella unica del Vecchio Continente. Dopo una sanguinosa guerra per l’indipendenza negli anni ’90 con la dissoluzione della Jugoslavia, Zagabria ha avviato nel 2000 i processi democratici che hanno permesso il suo ingresso tra gli stati comunitari.
Croazia nell’eurozona e nell’area Schengen: cosa cambia adesso – Nel 2009 la Croazia ha aderito alla Nato e dal 1° luglio 2013 si è unita ufficialmente all’Unione Europea, come ultimo, in ordine cronologico, dei 27 Paesi membri. La sua è stata una “doppia adesione” in tempi record, considerando che, oltre ad adottare l’euro, entrerà anche nell’area Schengen. Basti pensare che Romania e Bulgaria, che hanno aderito all’UE nel 2007, sono ancora fuori dalla zona di libera circolazione delle persone.
Si tratta di un ulteriore allargamento dopo l’adesione della Svizzera. Oltre a 23 Paesi Ue e a quello elvetico ne fanno parte anche la Norvegia e il Liechtenstein. In totale 420 milioni di personesono interessate dall’abbattimento dei confini. A inizio 2023 per andare in Croazia non ci saranno più controlli ai confini terrestri con la Slovenia e l’Ungheria e quelli marittimi con l’Italia. Per il traffico aereo bisognerà invece aspettare il mese di marzo 2023, con l’arrivo dell’orario di volo estivo.
Due settimane per adottare l’euro in Croazia: quante krune vale – L’euro sostituirà gradualmente la kuna come moneta della Croazia. Il tasso di scambio sarà di 7,53450 kune per 1 euro. Entrambe le valute continueranno ad avere corso legale per due settimane. Con i pagamenti in contanti, il resto verrà sempre dato in euro. Il 70% dei bancomatdistribuirà banconote in euro dal 1° gennaio 2023, il resto dovrà adeguarsi entro i 14 giorni previsti per il passaggio.
La Croazia è il 20esimo Paese Ue ad adottare l’euro. Dal 15 gennaio 2023 solo le monete e le banconote europee avranno corso legale, ma i prezzi saranno riportati anche in kune fino al 31 dicembre 2023.
Il Governo di Zagabria si è impegnato a effettuare i dovuti controlli per evitare episodi di speculazione dovuti al cambio di moneta, come avvenuto in Italia e nel resto dell’eurozona dove è entrata in vigore la moneta unica. Inoltre è stato previsto un Codice etico per le imprese, per evitare aumenti di prezzi ingiustificati.
Come cambiare le kune in euro in Italia: le indicazioni di Bankitalia – Sarà possibile cambiare le kune anche in Italia, gratuitamente, nelle filiali della Banca d’Italia che si trovano ad Ancona, a Milano, a Triste e a Venezia e nella sede centrale di Roma. Ogni operazione potrà raggiungere un importo massimo, stabilito dalle autorità europee, di 8 mila kune, cioè circa mille euro.
L’utenza istituzionale con conto presso la Banca d’Italia, viene spiegato sul sito ufficiale, potrà presentare presso la sola filiale di Roma Centro Donato Menichella le banconote in valuta croata per il riconoscimento del relativo controvalore in euro.
Cara Londra ti saluto, adesso preferisco Milano. Gli effetti della Brexit continuano a creare sommovimento in Europa e nella finanza del Vecchio continente. L’ultimo riguarda Goldman Sachs, che ha deciso di spostare parte del suo desk di trading sugli swap in euro da Londra sotto la Madonnina. Secondo Bloomberg, il personale del gigante di Wall Street si trasferirà probabilmente all’inizio del prossimo anno e verranno assunte anche persone a livello locale destinate ad aggiungersi alle 80 già presenti in via Santa Margherita.
Le altre banche internazionali puntano su Milano: da Citi a Jp Morgan – PureJp Morgan, presente da oltre cento anni in Italia, sta favorendo il trasferimento dei suoi banker da Oltremanica ai nuovi spazi di via Cordusio: al momento la banca d’affari impiega circa 200 persone, un numero che include 20 colletti bianchi anche senior arrivati a Milano dopo la Brexit e da altre sedi internazionali (New York in particolare). Il fenomeno per altro si accompagna a una crescita costante dell’headcount milanese: al momento sono aperte una decina di posizioni nelle diverse linee di business (investment bank, asset & wealth management, commercial bank). Stesso destino per Citigroup: la banca d’investimento newyorkese ha aumentato il personale in Italia dal 2018 a causa del referendum anti Ue arrivando a contare circa 230 persone. Nomura invece ha dichiarato di voler crescere in modo selettivo nel capoluogo lombardo e ha recentemente assunto Elena Agosti, veterana di Goldman e Jp Morgan per supervisionare un desk tutto al femminile. continua a leggere
Nell’elenco di chi ha percepito migliaia, più spesso milioni di euro, senza avere titolo ci sono cittadini già condannati per reati gravi, esponenti della criminalità organizzata, persone segnalate per aver chiesto e ottenuto il Reddito di cittadinanza nonostante fossero privi dei requisiti. Una frode di enormi dimensioni che sta rallentando, addirittura bloccando, i lavori di chi invece ha seguito le regole.
La circolare emessa il 23 giugno scorso chiarisce la procedura per la cessione del credito e ribadisce la necessità che Poste Italiane e le banche effettuino i controlli prima di erogare i soldi proprio per non ostacolare chi ha rispettato le norme. continua a leggere
Previsto dal decreto Aiuti di maggio, il bonus 200 euro sarà erogato a breve a oltre trenta milioni di italiani con l’obiettivo di far riguadagnare potere d’acquisto a stipendi e pensioni, colpiti negli ultimi mesi da Inflazione e aumento dei prezzi. La scadenza per dipendenti e pensionati è fissata a luglio, mentre per le partite Iva non c’è ancora una data certa perché si è ancora in attesa di conoscere i requisiti reddituali richiesti dal decreto ministeriale, gli importi del bonus e le modalità di erogazione.
Coinvolti nel bonus 200 euro anche i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, i percettori del reddito di cittadinanza, i collaboratori domestici, gli stagionali o intermittenti, e i lavoratori autonomi occasionali.
Ecco le risposte alle 10 domande più frequenti.
Il bonus 200 euro spetta a tutti i dipendenti? È automatico? – L’indennità una tantum di 200 euro non è erogata in automatico a tutti i dipendenti perché è necessario rispettare alcuni requisiti soggettivi per ottenerla:
In particolare spetta a chi:
– non è titolare di trattamenti pensionistici o reddito di cittadinanza (perchè in tal caso spetta il bonus previsto dall’articolo 32 del decreto Aiuti)
– ha beneficiato dell’esonero contributivo dello 0,8% nel primo quadrimestre 2022 e ha avuto quindi un reddito imponibile mensile massimo di 2.692 euro in uno di questi mesi.
– è in forza al 1° luglio 2022
Il datore di lavoro come fa a sapere se sono stati rispettati tutti i requisiti? – Il datore di lavoro non è sempre in possesso di tutte le informazioni necessarie per determinare se spetta o meno l’indennità prevista dal decreto Aiuti ed è per questo che la normativa ha previsto una dichiarazione che il dipendente deve compilare obbligatoriamente per ottenere il bonus.
Al momento non c’è un modulo ufficiale per certificare il rispetto dei requisiti ma un Fac-simile da poter utilizzare è stato elaborato dalla Fondazione studi dei Consulenti del lavoro.
La dichiarazione preventiva è necessaria anche per pensionati e dipendenti pubblici? – No, la dichiarazione è prevista solo per i dipendenti del settore privato. Per pensionati e dipendenti pubblici saranno Mef e Inps a incrociare i dati a loro disposizione, nel rispetto della normativa privacy, per determinare se spetta o meno il bonus 200 euro.
Per chi è part-time il bonus 200 euro è intero o dimezzato? – L’indennità di 200 euro prevista dal decreto Aiuti spetta a tutti i lavoratori dipendenti in possesso dei requisiti soggettivi a prescindere dalla durata dell’orario di lavoro o dalla tipologia di contratto. Per questo motivo, anche nel caso di lavoratore con contratto part-time il bonus 200 euro non verrà dimezzato ma spetterà nella misura intera prevista.
Chi percepisce la Naspi deve fare richiesta all’Inps? – Chi percepisce l’indennità di disoccupazione fa parte della platea di coloro che avranno diritto al bonus 200 Euro a luglio. Non è necessario fare una richiesta formale, nè compilare dichiarazioni perchè l’erogazione viene effettuata direttamente dall’Inps, in automatico, ai percettori di Naspi e di Dis-Coll per il mese giugno 2022. Il bonus previsto dal decreto Aiuti spetta anche a coloro che nel corso del 2022 stanno percependo l’indennità di disoccupazione agricola relativa al 2021.
Per i pensionati i requisiti per ottenere l’indennità sono diversi? È necessario fare richiesta all’Inps – I requisiti per i pensionati sono definiti dall’articolo 32, comma 1-7, del decreto Aiuti e parzialmente diversi rispetto a quelli dei dipendenti.
Per ottenere il bonus 200 euro è necessario: – essere residenti in Italia – essere titolare di almeno un trattamento pensionistico da previdenza obbligatoria (dal 30 giugno 2022) – essere titolari di reddito personale ai fini Irpef per il 2021 inferiore a 35mila euro
Possono ottenere il bonus anche coloro che percepiscono pensione o assegno sociale oppure assegno per invalidi civili, ciechi e sordomuti.
L’erogazione è automatica dopo i controlli fatti dall’Inps quindi non è necessario farne richiesta o presentare documentazione.
Se in famiglia c’è qualcuno che prende il reddito di cittadinanza, agli altri componenti del nucleo spetta comunque? – No. Nei nuclei familiari con all’interno un percettore del reddito di cittadinanza, il bonus 200 euro non spetta a tutti gli altri componenti, anche se rispettano tutti gli altri requisiti. Spetta quindi solo un bonus per nucleo familiare.
Come funziona il bonus 200 euro per chi ha la partita Iva? – Il decreto Aiuti ha previsto che l’indennità una tantum spetti anche a lavoratori autonomi e professionisti iscritti alle gestioni previdenziali obbligatorie Inps. È stato istituito un Fondo da 500 milioni dedicato a questo. È però necessario attendere un decreto ministeriale attuativo con requisiti, modalità di erogazione e tempistiche. Verrà emanato entro 30 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto Aiuti, quindi entro il 17 di giugno.
Chi fa solo ricevute di lavoro autonomo occasionale e non ha partita Iva ha diritto al bonus 200 euro?Si, l’indennità spetta anche a chi è titolare di contratti di lavoro autonomo occasionali (articolo 222 del Codice civile). È pero necessario rispettare due importanti requisiti per poter ottenere il bonus 200 euro: – essere iscritti alla gestione separata Inps; – Aver versato almeno un contributo mensile nel 2021.
In merito a questo aspetto è importante ricordare che l’obbligo di iscrizione e di relativo versamento sorge una volta superati i 5.000 euro di reddito derivante da queste attività (articolo 44 Dl 269 convertito nella legge 326/2003)
Il bonus 200 euro è netto o verrà poi tassato in dichiarazione dei redditi? – Il bonus non sarà soggetto a tassazione perchè non concorre alla formazione del reddito ai fini Irpef
Dal 23 maggio 2022 i contribuenti potranno accedere al Modello 730 precompilato.
Dal 23 maggio 2022 i contribuenti potranno accedere al Modello 730 precompilato. Proviamo a capire qualcosa di più attraverso questa Guida all’utilizzo, predisposta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Quest’anno, l’avvio degli appuntamenti col fisco per le dichiarazioni fiscali 2022 partirà con un po’ di ritardo rispetto alla canonica data del 30 aprile. Sarà infatti solo a partire dal 23 maggio che l’Agenzia delle entrate metterà a disposizione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati il Modello 730 precompilato sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it. I citati contribuenti potranno cosi prendere visione dei dati fiscali a loro imputabili, verificarli e inviare autonomamente la Dichiarazione dei redditi.
La «precompilata» 2022 vista da vicino – Il Modello 730 precompilato è scaricabile dal contribuente per mezzo di Spid, Carta Nazionale dei Servizi, ovvero carta d’identità digitale. In pratica, sulla propria area riservata, sarà possibile visualizzare tutte le informazioni presenti in anagrafe tributaria e comunque già comunicate nelle scorse settimane dai soggetti obbligati: nella precompilata 2022 si troveranno a esempio (a titolo esemplificativo e non esaustivo) possesso di immobili, redditi percepiti, canoni di affitto attivi, spese mediche, interessi passivi sui mutui, spese per ristrutturazioni, assicurazioni sulla vita, contributi previdenziali versati, oltre naturalmente alle certificazioni uniche inviate all’Agenzia delle entrate dai sostituti d’imposta. «Una volta presa visione dei dati ed effettuate le opportune verifiche, il contribuente potrà confermarli, verificare il foglio di liquidazione e quindiinoltrare telematicamente il modello 730 senza alcuna assistenza da parte del CAF, Patronato o di altri professionisti incaricati», commenta Giuseppe Buscema, esperto della Fondazione Studi Consulenti del lavoro.
Come e quando si presenta la precompilata 2022: le date da ricordare – Salvo eventuali cambiamenti in corsa, la presentazione del modello 730/2022 redditi 2021 precompilato potrà essere effettuato
dal 23 maggio 2022 fino al 30 settembre 2022.
L’accesso alla dichiarazione precompilata può avvenire anche tramite il proprio sostituto che presta assistenza fiscale oppure tramite un Caf o un professionista abilitato. In questo caso deve consegnare al sostituto o all’intermediario un’apposita delega per l’accesso al 730 precompilato.
Il Governatore Yi Gang interviene a calmare le preoccupazioni degli investitori stranieri mentre i dati sull’inflazione di novembre segnalano una frenata
La Banca centrale cinese promette che il rischio di Evergrande «sarà adeguatamente gestito» e che i diritti di creditori e azionisti saranno rispettati perchè si tratta di «un evento di mercato e i diritti e gli interessi dei creditori e degli azionisti saranno esauditi nell’ordine del loro risarcimento legale». Così il Governatore della Banca centrale cinese, Yi Gang, durante un seminario online sul ruolo dell’hub finanziario di Hong Kong. Così i titoli Evergrande balzano del 4,62% a Hong Kong, risollevandosi dai minimi storici toccati per il mancato pagamento di coupon offshore per 82,5 milioni di dollari alla scadenza di lunedì scorso dei 30 giorni di grazia. Intanto, però, la società di rating Fitch ha deciso di tagliare il giudizio a «restricted default».
I dubbi sulla ristrutturazione – Il gigante immobiliare in difficoltà si è impegnato a “coinvolgersi attivamente” con i creditori offshore per creare un piano di ristrutturazione, ma il ruolo del Partito comunista sarà essenziale. I funzionari della Provincia del GuangDong sono già entrati in pista ma per i creditori internazionali, il ruolo pratico del governo è una benedizione mista. In caso di piano di ristrutturazione saranno soddisfatti per ultimi.
Il nuovo comitato rischi composto da sette persone include manager delle imprese statali del Guangdong e di China Cinda Asset Management Co., il più grande gestore di crediti inesigibili della nazione. Un altro proviene da uno studio legale, mentre solo due membri provengono da Evergrande, incluso il presidente Hui Ka Yan, l’azionista di controllo della società. Per il comitato, la parte difficile sarà capire quali risorse prendere di mira. È probabile che si dia priorità alla stabilità sociale, con un “bail-in” di investitori istituzionali da utilizzare in caso di necessità.
Il peso degli asset negativi – Evergrande finora ha riportato 1,97 trilioni di yuan ($ 310 miliardi) di passività al 30 giugno, il più alto del settore. Quasi la metà di tale importo è rappresentata da fatture a fornitori e altri debiti, mentre il debito è stato pari a 572 miliardi di yuan, in calo del 20% rispetto a sei mesi prima.
La società ha ridotto il suo rapporto debito/capitale netto al di sotto del 100%, rispettando una delle “tre linee rosse” del governo cinese, parametri imposti per limitare l’indebitamento delle società immobiliari. La società ha in circolazione 19,2 miliardi di dollari in obbligazioni offshore, la maggior parte tra gli sviluppatori cinesi. Un altro rischio per i creditori sono le garanzie dell’impresa sui debiti delle parti correlate, comprese le obbligazioni di collocamento privato con informativa limitata.
Evergrande ha riportato 557 miliardi di yuan di garanzie finanziarie per acquirenti di case e partner commerciali a giugno.Quanto potere contrattuale hanno gli obbligazionisti offshore? La prospettiva di portare avanti il loro caso nei tribunali cinesi, dato il pesante coinvolgimento del governo nella revisione, è davvero complessa.
Frena la corsa dell’inflazione – Mentre la Cina affronta la grana default di Evergrande i prezzi alla produzione sono saliti a novembre del 12,9% annuo, segnando un rallentamento su ottobre (+13,5%) ma superando le stime degli analisti (+12,4%), come conseguenza del giro di vite del governo centrale sui costi delle materie prime e sul miglioramento della crisi energetica.
L’economia cinese, che ha registrato un netto rimbalzo dal crollo della pandemia dello scorso anno, ha perso slancio negli ultimi mesi a causa delle tensioni su materie prime, settore manifatturiero in rallentamento, problemi di debito nel settore immobiliare e focolai di Covid-19. Lunedì la Banca centrale cinese, tra le misure messe in campo, ha annunciato un taglio dello 0,50% – il secondo nel 2021 – alle riserve obbligatorie degli istituti di credito permettendo il rilascio di circa 190 miliardi di dollari sui mercati a sostegno dei finanziamenti a lungo termine.
Quanto all’inflazione, i prezzi al consumo sono saliti del 2,3% su base annua, ha reso noto l’Ufficio nazionale di statistica, frenando rispetto alle aspettative di un +2,5% ma in rialzo sull’1,5% di ottobre. Il trend, tuttavia, rimane modesto poiché le restrizioni per il Covid-19 frenano i consumi e pesano sulla domanda, indicando un passaggio limitato dei prezzi alla produzione elevati a quelli sui beni del consumatore finale.
L’ad Lazzerini: «Il city airport si trova in una delle regioni con il Pil più alto del continente, deve essere collegato il più possibile». E a Malpensa volo giornaliero con New York
«Linateè fondamentale per il nostro business ed è un asset prezioso per quando dovremo firmare la collaborazione commerciale» con un vettore straniero. L’amministratore delegatodiItalia Trasporto AereoFabio Lazzeriniconferma l’investimento della nuova compagnia — che si prepara a subentrare ad Alitalia il 15 ottobre — a margine dei lavori del «World Routes 2021» ospitati a Milano da Sea (la società che gestisce il «Forlanini» e Malpensa), in collaborazione con Regione Lombardia, Comune di Milano, Enit e lo scalo di Bergamo.
Il piano – Lazzerini chiarisce che il cuore delle operazioni di Ita sarà uno. «Il dualismo degli hub è uno dei motivi che ha danneggiato Alitalia: cerchiamo di fare bene le cose nell’hub di Roma Fiumicino e di fare ancora meglio a Linate perché è strategico per il quale abbiamo lottato con le unghie e con i denti con l’Ue per preservare il più possibile gli slot». Il city airport milanese si trova «in una delle regioni con il Pil più alto nel continente», motivo per cui «Linate ha bisogno di essere collegato il più possibile: abbiamo nel piano collegamenti punto a punto, multifrequenza, pensati prevalentemente per la clientela business». continua a leggere
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Ecco la newco Alitalia: nomi, numeri e curiosità su Ita spa
La newco Alitalia si chiama Italia Trasporto Aereo, è di proprietà del Mef e prova a decollare con un capitale di soli 20 milioni di euro (al momento) e un presidente del collegio sindacale esperto di trasporti. Nomi, numeri e dettagli
Prende forma la nuova Alitalia. Meglio, prende forma Ita Spa, Italia Trasporto Aereo società per azioni. Di proprietà del ministero dell’Economia, la nuova azienda sarà guidata da Francesco Caio, ex amministratore delegato di Poste Italiane, nonché attuale presidente di Saipem e consulente del governo sull’ex Ilva.
Tutti i dettagli.
LA COSTITUZIONE – Ita è stata costituita l’11 novembre scorso e iscritta nel registro delle imprese il 16 dello stesso mese. L’atto di costituzione, dunque, è avvenuto alla vigilia della prima riunione del consiglio di amministrazione (12 novembre), che ha convocato la prima assemblea per venerdì 20 e messo a punto le deleghe affidate ai due top manager Fabio Lazzerini, amministratore delegato, e Francesco Caio, presidente.
UN MESE DI TEMPO PER IL PIANO INDUSTRIALE – Ed è dall’11 novembre che dovranno essere calcolati quei famosi 30 giorni, previsti dal decreto interministeriale del 9 ottobre, per presentare un piano industriale da cui dipende il futuro di Ita.
Piano industriale che, tuttavia, anche a causa delle difficoltà create dalla ripresa della pandemia e dalle incertezze conseguenti, già si dice che quasi certamente vedrà la luce entro la fine dell’anno. Dalla vecchia Alitalia dovrà acquistare e prendere in affitto le attività, a cominciare dal marchio.
MEF, PROPRIETARIO UNICO – La newco è di proprietà del ministero dell’Economia. Il capitale versato dal Tesoro, al momento, non va oltre i 20 milioni di euro (ripartito in 20.000 azioni), ma la nuova società è destinata ad una dotazione di 3 miliardi, che potrebbe essere raggiunta anche in più tranche.
Ed è al Ministero dell’Economia e delle Finanze, in via Venti Settembre 97, che Ita ha fissato la sua sede legale, in attesa di una sede propria. Il primo Cda, però, si è riunito in temporary office, in coworking, all’Eur, (Viale dell’Arte).
I NOMI DEL CDA – Il consiglio di amministrazione della newco è composto da 9 membri ed è presieduto da Francesco Caio, ex amministratore delegato di Poste Italiane nonché attuale presidente di Saipem e consulente del governo sull’ex Ilva.
Amministratore delegato è Fabio Maria Lazzerini, che è anche chief business officer di Alitalia, dove era entrato nel 2017 come direttore commerciale.
Consiglieri del Cda sono: Alessandra Fratini, Angelo Piazza (avvocato, già ministro della Funzione pubblica in quota socialista), Lelio Fornabaio, Frances Vyvyen Ouseley, Simonetta Giordani (in quota Italia Viva, secondo il Domani),Silvio Martellucci e Cristina Girelli.
IL PRESIDENTE DEL COLLEGIO SINDACALE – A presiedere il collegio sindacale è invece Paolo Maria Ciabattoni, esperto del settore aereo e dei trasporti. Ciabattoni, come si legge nel curriculum, è stato tra i revisori dell’Enac esiede nei collegi sindacali di Cira SpcA Centro Italiano Ricerche Aerospaziali(Finmeccanica); Rina Soa S.p.A – Manifattura Tabacchi S.p.A. (Gruppo CDP Immobiliare); Sol Melià Italia S.p.A. (Gruppo Sol Melià Hotel); Airport Cleaning S.p.A (Gruppo Aeroporti di Roma); Sanivolo (Cassa Assistenza Sanitaria dei Piloti Trasporto Aereo); Fondoareo (Fondo Pensione Complementare Naviganti del Trasporto Aereo piloti e assistenti di volo); AnsaldoBreda S.p.A. (Gruppo Finmeccanica); Ente Rina (Registro Italiano Navale); Alitalia Express S.p.A.; Sisam S.p.A. (Gruppo Alitalia in a.s.); Alinsurance S.p.A.(Gruppo Alitalia in a.s.); Ales S.p.A. (Gruppo Alitalia in a.s.); e Fondo Previvolo Fondo Nazionale Piloti – Trimprobe S.p.A. (Gruppo Finmeccanica).
Il presidente della Saras, Massimo Moratti, ha deciso di destinare il suo compenso annuo, pari a 1,5 milioni di euro, ai lavoratori della raffineria di Sarroch (Cagliari), ora in cassa integrazione a causa della pandemia. L’emolumento servirà a compensare la riduzione degli stipendi.
Moratti ha indirizzato ai lavoratori una lettera, in cui li ringrazia per i sacrifici che stanno facendo, sottolineando come siano “di grande aiuto per il superamento di un periodo difficile“. “Mi permetto, per questo“, scrive il presidente della Saras, “di mettere a disposizione il mio emolumento annuo che almeno vi consentirà di alleviare in parte il peso della cassa integrazione“.
In base alla categoria, i lavoratori percepiranno in più in busta paga tra i 300 e i 600 euro netti al mese.
“Col milione e mezzo messo a disposizione dal presidente della Saras“, spiega Stefano Fais, della Rsu Filctem Cgil Saras, “in busta paga si avrà la stessa cifra dello stipendio, come se non venisse calcolato neppure un giorno di cassa integrazione“.
In crescita i servizi on line di Entrate e Riscossione. In otto mesi oltre 44 milioni di accesso al cassetto fiscale
Le file snervanti file per arrivare allo sportello? Il tempo perso e lo stress? Un ricordo del passato: ora con il Fisco si dialoga on line. Sono sempre di più i servizi disponibili e cresce l’appeal tanto che nei primi otto mesi dell’anno gli accessi al sito delle Entrate hanno toccato quota 44 milioni, oltre il 32% rispetto al 2020, e più di quattro milioni sono stati i contatti on line con la Riscossione. Dal prossimo 1° ottobre, però, cambiano le regole: non potranno più essere utilizzate le vecchie credenziali ma solo Spid, Cie (Carta di identità elettronica) o Cns (Carta nazionale dei servizi).
Come ottenere SPID, CIE e CNS – Per avere Spid basta scegliere uno dei nove gestori di identità digitale attualmente operativi (più informazioni sul sito https://www.spid.gov.it). È necessario essere maggiorenni, avere un documento italiano in corso di validità, la tessera sanitaria (o tesserino di codice fiscale), un indirizzo di posta elettronica e un numero di cellulare personali. In alternativa si può accedere tramite Cie, la Carta di identità elettronica rilasciata dal Comune. Per utilizzarla è necessario installare sul proprio smartphone l’applicazione “Cie Id“, o servirsi di un pc dotato di un lettore di smart card. Infine, il terzo strumento è la Cns, la Carta Nazionale dei Servizi, che permette di accedere agli stessi servizi attraverso un dispositivo, come, per esempio, una chiavetta Usb o una smart card dotata di microchip.
Un errore tecnico di Ing ha gettato nel panico centinaia di correntisti nella giornata del primo settembre. I clienti dell gruppo olandese si sono infatti visti o svuotare il conto o addebitare cifre astronomiche: fino a 270 miliardi di euro. I fatti hanno interessato gli utenti che utilizzano il servizio di notifiche a pagamento con alert. In alcuni casi gli addebiti maxi si sono ripetuti per più volte. E il caso è esploso sui social. La banca ha cercato di rispondere ai clienti attraverso il proprio canale Twitter : «Ci scusiamo per l’errore tecnico! Siamo a lavoro per risolvere nel più breve tempo possibile, grazie!».continua a leggere
Il regime che consente ai residenti di viaggiare dagli scali sardi di Cagliari Elmas, Olbia e Alghero, verso Roma e Milano a tariffe calmierate rischia di scomparire
Tutti nelle mani della nuova compagnia aerea. E mentre i lavoratori, da Alitalia a Air Italy, sperano nel nuovo corso, i collegamenti per la Sardegna, dovranno fare i conti con l’incognita della continuità territoriale per i residenti che, almeno per il momento, rischia di sparire. Ossia il regime che consente ai residenti di viaggiare dagli scali sardi di Cagliari Elmas, Olbia e Alghero, verso Roma e Milano a tariffe calmierate. Prezzi ridotti che la compagnia aerea può garantire in virtù della compensazione economica pubblica legata alla convenzione stipulata con la Regione.
Nodo tariffe per residenti – Proprio qui però si presenta il problema. La nuova compagnia Ita non può ereditare le rotte da Alitalia e quindi, neppure la convenzione con la Regione. “Qui sorge il caso – dice Arnaldo Boeddu, segretario generale della Filt Sardegna – perché non potendo Ita ereditare la convenzione di Alitalia è necessario attivare una procedura, di cui ora non si sa nulla, per garantire i collegamenti a prezzi calmierati”.
Una soluzione provvisoria – Per il sindacalista l’unica strada da seguire è quella di una “manifestazione di interesse per un’assegnazione provvisoria”, il tutto in attesa che si faccia il nuovo bando. “Dal 15 ottobre si deve intervenire con un procedimento di emergenza per garantire i prezzi dei biglietti calmierati ai residenti – argomenta – poi si deve lavorare per il resto. Anche perché i tempi di un bando internazionale prevedono una pubblicazione di sei mesi e poi altri sei mesi. Non è ammissibile lasciare i passeggeri senza continuità territoriale per un anno”.
Nodo personale – Non manca poi la preoccupazione per il futuro dei lavoratori. Perché, “sulla newco ITA continuano a persistere le forti perplessità rispetto ad un piano industriale con un numero di aeromobili troppo esiguo per poter soddisfare non solo le esigenze dei passeggeri ma grantire i livelli occupazionali espressi dalla ex compagnia di bandiera”.
Vertenza Air Italy – Nella partita dei trasporti aerei c’è poi la questione relativa alla compagnia aerea sardo qatariota Air Italy in liquidazione dal febbraio del 2020. Il 31 dicembre di quest’anno scadrà la cassa integrazione per i quasi 1.400 dipendenti distribuiti tra gli hub di Olbia e Malpensa. “E’ necessario che si trovi una soluzione – argomenta – che passi anche per l’intervento delle due Regioni coinvolte che sono la Sardegna e la Lombardia. Oltre che del Governo”.
Caso nazionale – Non è comunque tutto. Per Christian Solinas, presidente della Regione non c’è solo “Ita -Alitalia” ma anche “Air Italy”. Per il Governatore si tratta di una “grande vertenza nazionale della quale il Governo deve farsi carico anche in una trattativa con Bruxelles, per garantire alla Sardegna una nuova continuità territoriale e un sistema di collegamenti aerei all’altezza delle esigenze dell’Isola”. Per questo motivo il governatore rimarca che è necessario che un intervento del Governo anche per “l’immediata apertura di una trattativa che porti ad individuare una nuova via industriale” e in grado di garantire “il futuro ai lavoratori e la salvaguardia della preziose professionalità acquisite in decenni di attività”.
Ammortizzatori sociali e ricollocamento – Ad auspicare che il Governo “attivi immediatamente, nelle fasi di apertura di Ita, anche le procedure di reintegro per i lavoratori di Air Italy, per i quali gli ammortizzatori sociali scadono il 31 dicembre” è l’assessore regionale al Lavoro Alessandra Zedda: “Ritengo che i lavoratori delle compagnie aeree Alitalia e Air Italy debbano avere tutti la possibilità di rientrare nel piano di rilancio della compagnia nazionale Ita. La Regione Sardegna è pronta a fare la sua parte immediatamente. Attendiamo dunque la convocazione del tavolo per la vertenza Air Italy”.
Sono almeno 255 mila i passeggeri italiani e stranieri che hanno prenotato un volo con Alitalia dopo il 14 ottobre, quando la compagnia dovrebbe cessare le attività, e che quindi dovranno essere rimborsati o imbarcati su un collegamento alternativo a spese del nostro governo. È quanto spiegano al Corriere della Sera due fonti ministeriali che chiedono l’anonimato perché non autorizzate a parlarne con la stampa. Le stesse fonti sottolineano che i cento milioni di euro stanziati dall’esecutivo Draghi dovrebbero essere più che sufficienti per tutelare tutti i clienti, compresi quelli in possesso di un voucher emesso da Alitalia per i voli saltati nel 2020 a causa del Covid.
Il passaggio a ITA – Gli oltre 255 mila clienti — proseguono le fonti — risultano prenotati fino al 31 maggio 2022, ultimo giorno in cui si può acquistare un volo di Alitalia attraverso i circuiti classici (agenzie di viaggio, sito web, piattaforme terze). Si tratta soprattutto di italiani, ma non mancano gli stranieri, a partire dagli statunitensi. L’operazione del governo italiano sarà gestita dal ministero dello Sviluppo economico, ma non si annuncia facile soprattutto nei confronti di quei passeggeri intercontinentali che hanno un volo di andata entro il 14 ottobre (ultimo giorno previsto di attività di Alitalia) e il ritorno dal 15 ottobre (quando dovrebbe decollare la newco Italia Trasporto Aereo). L’amministrazione straordinaria preferisce non pronunciarsi per ora sui numeri raccolti dal Corriere.
Il fondo da 100 milioni – Per tutelare i diritti dei passeggeri nel passaggio da Alitalia a ITA è stato previsto nel decreto legge 30 giugno 2021, n. 99l’istituzione di «un fondo, con una dotazione di 100 milioni di euro per l’anno 2021, diretto a garantire l’indennizzo dei titolari di titoli di viaggio e voucher emessi dall’amministrazione straordinaria (Alitalia, ndr) in conseguenza delle misure di contenimento previste per l’emergenza epidemiologica da Covid-19 e non utilizzati alla data del trasferimento dei compendi aziendali». L’indennizzo «è erogato esclusivamente nell’ipotesi in cui non sia garantito al contraente analogo servizio di trasporto, ed è quantificato in misura pari all’importo del titolo di viaggio»
Il provvedimento del Mise – Toccherà al ministero dello Sviluppo economico — titolare del dossier Alitalia — stabilire con un provvedimento le «modalità attuative». Al dicastero stanno ancora lavorando sui passaggi: oltre al rimborso il passeggero potrebbe essere sistemato su un volo alternativo senza spesa aggiuntive per l’utente perché a quel punto i soldi verrebbero presi dal fondo di cento milioni di euro. Il Mise «provvede al trasferimento ad Alitalia delle risorse sulla base di specifica richiesta». Quel che è certo è che il numero dei clienti aumenterà lievemente perché le prenotazioni non sono state ancora chiuse da Alitalia in attesa della definizione dell’accordo con ITA
Il costo dell’operazione – Secondo i calcoli del Corriere consultando i database specializzati la tariffa media di Alitalia nel periodo ottobre 2021-maggio 2022 si aggira attorno ai 135 euro (qui sono inclusi anche i viaggi intercontinentali). Se tutti i passeggeri chiedessero il rimborso lo Stato italiano dovrebbe pagare oltre 34 milioni di euro, quindi poco più di un terzo dell’intero stanziamento. Ma — precisano le fonti ministeriali — una parte rilevante dei soldi sarà destinata alla riprotezione su un altro vettore, cosa che potrebbe richiedere un esborso maggiore. Con una fetta dei cento milioni bisognerà inoltre garantire il servizio (o la restituzione dei soldi) anche ai possessori dei voucher emessi per il Covid-19.LA
Senza precedenti – L’operazione di tutela dei clienti risulta anche la prima al mondo nella quale è prevista la chiusura volontaria di una compagnia aerea. Le altre «missioni», infatti, hanno riguardato vettori falliti da un giorno all’altro. Ma se l’operazione Alitalia è lontana dai numeri di Thomas Cook (360 mila prenotazioni rimborsate dopo il crac, 144 mila inglesi lasciati a terra fuori dal Regno Unito), risulta comunque la seconda per volumi nella storia moderna del trasporto aereo, più di quanto avvenuto con lo stop del vettore Monarch Airlines (110 mila).
Ex-Ilva, le condanne: 22 e 20 anni a Fabio e Nicola Riva, 3 anni a Vendola
Il primo grado del processo sull’Ilva «Ambiente svenduto» si è chiuso con condanne pesanti: ventidue anni per Fabio Riva, 20 per Nicola Riva, gli ex proprietari del gruppo siderurgico e principali imputati. La sentenza della Corte d’Assiseper il processo con 47 imputati relativo al reato di disastro ambientale dell’Ilva con la gestione Rivaè stata letta stamattina in aula dalla presidente Stefania D’Errico alle 10.45: è arrivata dopo 329 udienze durate cinque anni (la prima il 17 maggio del 2016). La richiesta dell’accusa era di 28 anni per Fabio Riva e 25 per Nicola Riva, ex proprietari ed amministratori dell’azienda.
La confisca degli impianti – La Corte d’Assise di Taranto ha anche dispostola confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva, così come era stato chiesta dai pm. Gli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ex Ilva erano già stati sequestrati dal gip del tribunale del capoluogo jonico Patrizia Todisco il 25 luglio 2012 (poi venne concessa la facoltà d’uso). Accolta, in questo senso, da una giuria di tutte donne, la richiesta formulata dall’accusa rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dai sostituti Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire. I giudici nella sentenza hanno stabilito la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa, oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione, e Riva forni elettrici per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro.
La continuità dell’attività – La confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto non ha alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto. La confisca degli impianti è stata chiesta dai pm, ma essa sarà operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio. Gli impianti di Taranto, quindi, restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica. Gli impianti pugliesi sono infatti ritenuti strategici per l’economia nazionale da una legge del 2012 confermata anche dalla Corte Costituzionale. Per area a caldo si intendono parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie. Da rilevare che nel passaggio degli impianti dall’attuale proprietà di Ilva in amministrazione straordinaria all’acquirente, cioè la società Acciaierie d’Italia tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Passaggio per ora collocato entro maggio 2022.
Le condanne dei dirigenti – Tra i condannati c’è ancheAdolfo Buffo, ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, ed attuale direttore generale di Acciaierie d’Italia (società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia). È stato condannato a 4 anni, i pm avevano chiesto la condanna a 20 anni. A Buffo era contestata anche la responsabilità di due incidenti mortali sul lavoro. Ventuno anni di reclusione sono stati invece inflitti all’ex direttore del siderurgico Luigi Capogrosso (28 la richiesta dei pm) e 21 anni anche per Girolamo Archinà, ex consulente dei Riva per le relazioni istituzionali (28 la richiesta dei pm).
Tre anni e mezzo a Nichi Vendola – Tre anni e mezzo di reclusione sono stati inflitti dalla Corte d’Assise di Taranto all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola: i pm avevano chiesto la condanna a 5 anni. Vendola è accusato di concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per far «ammorbidire» la posizione della stessa Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’Ilva. Assennato è stato condannato a 2 anni: secondo l’accusa avrebbe taciuto delle pressioni subite dall’ex governatore affinché attenuasse le relazioni dell’Arpaa seguito dei controlli ispettivi ambientali nello stabilimento siderurgico. Il pm aveva chiesto la condanna a un anno. Assennato, che ha sempre negato di aver ricevuto pressioni da Vendola, aveva rinunciato alla prescrizione.
L’assoluzione di Ferrante – È stato invece assolto l’ex prefetto di Milano ed ex presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante. Per lui i pm avevano chiesto 17 anni. Bruno Ferrante si era insediato come presidente del cda Ilva a luglio 2012, cioè poche settimane prima del sequestro degli impianti da parte della magistratura.
Il sequestro del 2012 – Il processo «Ambiente svenduto» nasce a seguito del sequestro degli impianti dell’area a caldo del siderurgico dell’Ilva di Taranto e degli arresti avvenuti a partire dal 26 luglio 2012 su ordine del gip Patrizia Todisco. La pubblica accusa ha sempre parlato di inquinamento «devastante per l’ambiente e per la salute», chiedendo 28 e 25 anni di carcere per Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva; 28 anni per l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, 20 anni per il dirigente Adolfo Buffo e per cinque ex «fiduciari aziendali».
L’estromissione dei Riva nel 2012 – L’inchiesta del 2012 e il successivo processo posero di fatto fine alla proprietà dei Riva dopo 17 anni di guida dell’acciaieria (in seguito alla messa in liquidazione di Italsider nel 1988, il gruppo lombardo si aggiudicò quella che era diventata Ilva nel 1995). Il 26 luglio del 2012, infatti, l’acciaieria viene messa sotto sequestro(senza facoltà d’uso) a seguito dell’inchiesta della magistratura di Taranto. Le accuse per i vertici aziendali, a vario titolo, sono di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose. Nel 2013 arriva il commissariamento, nel 2015 l’Amministrazione straordinaria, nel 2016 il decreto per la vendita, nel 2017 l’aggiudicazione alla cordata Am Investco (in concorrenza con AcciaItalia), guidata da ArcelorMittal, gruppo nato nel 2006 dalla fusione tra la francese Arcelor e l’indiana Mittal Steel Company, con quartier generale in Lussemburgo. E l’Ilva torna privata, prima del nuovo ingresso dello Stato, in compartecipazione, nel 2021 con Invitalia.
Le mille parti civili – Tra le circa mille le parti civili, questa mattina c’era anche il consigliere comunale Vincenzo Fornaro, ex allevatore che subì l’abbattimento di circa 600 ovini contaminati dalla diossina. «È il giorno — osserva — in cui si stabilirà dopo 13 anni chi ha ragione tra un manipolo di pazzi sognatori che continuano a immaginare un futuro diverso per questa città e chi resta industrialista convinto. Grazie a tutti quelli che in questi anni si sono battuti per arrivare a questo punto. Abbiamo fatto il massimo e continueremo a farlo».
Ma vediamo di seguito le principali novità e le tempistiche per la Dichiarazione dei redditi tradizionale e «fai da te», con l’ausilio della Guida redatta dai Consulenti del Lavoro. Tra le novità la più delicata riguarda l’obbligo della tracciabilità dei pagamentiper poter accedere alla detrazione delle spese sanitarie, onere che la pandemia e le sue conseguenza non hanno di certo agevolato. A tal proposito è stato già richiesto lo slittamento dell’entrata in vigore. «Non c’è dubbio che è una difficoltà in più che si va ad aggiungere alle altre già esistenti in questo strano periodo – dichiara Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del lavoro – . Per questo abbiamo richiesto il rinvio all’anno fiscale 2021». Vediamo nel dettaglio le novità certe del nuovo modello per la Dichiarazione dei redditi.
Chi deve presentare il modello 730: i dipendenti e i contribuenti – Possono utilizzare il modello 730 – 2021 i contribuenti che nel 2020 hanno percepito: redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati (es. co.co.co.); redditi dei terreni e dei fabbricati; redditi di capitale; redditi di lavoro autonomo per i quali non è richiesta la partita IVA (es. prestazioni di lavoro autonomo non esercitate abitualmente); redditi diversi (es. redditi di terreni e fabbricati situati all’estero); alcuni dei redditi assoggettabili a tassazione separata. Il contribuente è tenuto a presentare la dichiarazione se ha conseguito redditi nell’anno 2020 e non rientra nelle ipotesi di esonero (es. lavoratore dipendente titolare esclusivamente di redditi corrisposti da un unico datore di lavoro). La dichiarazione deve comunque essere presentata se le addizionali all’Irpef non sono state trattenute o sono state trattenute in misura inferiore a quella dovuta da parte del datore di lavoro. La dichiarazione può essere presentata, per fruire di detrazioni o per chiedere rimborsi relativi a crediti o eccedenze di versamento che derivano dagli anni precedenti.
Il 730 precompilato – A partire dal 10 maggio, l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei contribuenti il modello 730 precompilato sul sito internetwww.agenziaentrate.gov.it. È possibile accedere al 730 precompilato utilizzando: – un’identità SPID – Sistema pubblico d’identità digitale; – CIE – Carta di identità elettronica; – le credenziali dispositive rilasciate dall’Inps; – una Carta Nazionale dei Servizi.
Fino al 30 settembre 2021 è possibile accedere anche utilizzando le credenziali rilasciate dall’Agenzia delle entrate fino al 28 febbraio 2021.
Nella sezione del sito internet dedicata è possibile visualizzare: – il 730 precompilato; – un prospetto con l’indicazione sintetica dei redditi e delle spese presenti nel precompilato. Nello stesso prospetto sono evidenziate anche le informazioni che risultano incongruenti e che quindi richiedono una verifica da parte del contribuente; – l’esito della liquidazione: il rimborso che sarà erogato dal sostituto d’imposta e/o le somme che saranno trattenute in busta paga; – il modello 730-3 con il dettaglio dei risultati della liquidazione.
Il modello 730 ordinario – Il contribuente non è obbligato ad utilizzare il modello 730 precompilato messo a disposizione dall’Agenzia delle entrate. Può infatti presentarela dichiarazione dei redditi con le modalità ordinarie (utilizzando il modello 730 o il modello Redditi).
Il modello 730 ordinario può essere presentato al sostituto d’imposta che presta l’assistenza fiscale, al Caf o al professionista abilitato. I lavoratori dipendenti privi di un sostituto d’imposta che possa effettuare il conguaglio devono presentare il mod. 730 a un Caf o a un professionista abilitato. Il 730 ordinario si presenta ai predetti soggetti entro il 30 settembre.
Le novità del 2020 del Modello 730 – Tra le principali novità contenute nel modello 730 di quest’anno vi sono: – Riduzione della pressione fiscale del lavoratore dipendente con reddito fino a 28.000 euro (c.d. bonus 100 euro); inoltre, il lavoratore con reddito superiore a 28.000 euro e fino a 40.000 euro spetta un’ulteriore detrazione il cui importo diminuisce all’aumentare del reddito; – Detrazione per ristrutturazione “Superbonus 110%”; – Detrazione per “Bonus facciate” pari al 90%; – Credito d’imposta per monopattini elettrici e servizi di mobilità elettrica; – Credito d’imposta “Bonus vacanze”, se il credito d’imposta vacanze è stato fruito entro il 31 dicembre 2020, è possibile fruire del relativo importo della detrazione pari al 20 % dell’importo sostenuto.
La tracciabilità delle spese sanitarie – La legge di Bilancio 2020 ha previsto l’obbligo di tracciabilità per le detrazioni relative agli oneri di cui all’art. 15 del TUIR all’interno dei quali vi sono le spese sanitarie. L’obbligo di pagamento tracciabile, però, non riguarda le detrazioni spettanti per: – le spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici; – le prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale.
A titolo di esempio, una visita effettuata presso una struttura ospedaliera, in regime di intramoenia, o presso una struttura accredita con il servizio sanitario nazionale può continuare ad essere pagata in contanti conservando il diritto alla detrazione. Al contrario, la medesima visita, effettuata presso uno specialista “libero professionista”, deve essere pagata con un mezzo tracciabile (carta di debito, di credito, carta prepagata, bonifico e assegno bancario).
L’Agenzia delle entrate con la risposta n. 484 del 2020 ha chiarito che la spesa sanitaria può essere considerata sostenuta dal contribuente al quale è intestato il documento di spesa, anche in caso di pagamento effettuato da altro soggetto. Occorre però assicurare ai fini della detraibilità la corrispondenza tra spesa detraibile e pagamento effettuato dal terzo, fornendo al professionista o al Caf un documento che provi la transazione con ricevuta bancomat, bollettino postale, MAV, o estratto conto bancario. In mancanza di tali ricevute, l’utilizzo del mezzo di pagamento tracciabile può essere documentato tramite una annotazione in fattura da parte del percettore delle somme (es. medico specialista)
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L’operatore telefonico Iliad ha acquisito, attraverso Iliad Holding spa e Iliad sa, una partecipazione pari a circa il 12% del capitale sociale del retailer di elettronica Unieuro, diventandone primo azionista. Lo annuncia la società in una nota. “Siamo felici di entrare nel capitale di Unieuro per accompagnarli nella loro crescita a lungo termine. Apprezziamo la squadra Unieuro e condividiamo con loro valori fondamentali: una costante volontà di innovare, un forte spirito imprenditoriale e una vera attenzione alla qualità della relazione con gli utenti e i consumatori“, afferma Benedetto Levi, ceo di Iliad Italia. L’investimento in Unieuro, quotata a Piazza Affari, vale agli attuali corsi di Borsa circa 53 milioni di euro.
L’operatore telefonico francese ne diventa il primo azionista davanti all’asset manager transalpino Amundi, titolare del 5% del capitale.