Protagonista della scena pop italiana tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta
Pasquale ‘Paki’ Canzi – (Foto profilo facebook)
E’ stato la voce di canzoni di successo come ‘Donna felicità‘, ‘Ragazzina, ragazzina”, ‘Anna da dimenticare” e ‘Singapore”. E’ morto domenica 15 marzo, all’età di 78 anni, Pasquale ‘Paki’ Canzi, cantante e musicista milanese noto soprattutto come frontman del gruppo beat I Nuovi Angeli, protagonista della scena pop italiana tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Nato a Milano l’8 settembre 1947, con la sua band arrivò a vendere circa otto milioni di dischi, segnando una stagione musicale che ha accompagnato più generazioni.
Appassionato di musica fin da bambino, iniziò a suonare il pianoforte in tenera età e frequentò il conservatorio. All’inizio degli anni Sessanta fondò il duo Paki & Paki insieme a Pasquale Andriola, con cui incise i primi singoli e partecipò al Festivalbar del 1964. Nel 1966 arrivò la svolta con la nascita dei Nuovi Angeli, gruppo formato insieme ad Alberto Pasetti, Renato Sabbioni e Ricky Rebaioli. Dopo alcune incisioni e partecipazioni a rassegne musicali, il grande successo arrivò nel 1969 con ‘Ragazzina, ragazzina”, versione italiana di ‘Mendocino’ deiSir Douglas Quintet. Due anni più tardi la consacrazione con ‘Donna felicità” (1971), brano scritto anche da Roberto Vecchioni e Andrea Lo Vecchio: la canzone vendette oltre un milione e mezzo di copie e portò il gruppo ai vertici delle classifiche anche all’estero. Tra gli altri successi della band figurano ‘Uakadì Uakadù”, ‘Singapore” e ‘Anna da dimenticare”, rimasta a lungo nelle classifiche italiane.
Terminata la stagione d’oro degli anni Settanta, il gruppo attraversò numerosi cambi di formazione. Canzi rimase però sempre il punto di riferimento della band, come cantante, pianista e volto più riconoscibile. Negli anni successivi continuò a portare in tournée il repertorio dei Nuovi Angeli, mantenendo vivo il legame con il pubblico. Negli ultimi anni viveva tra Milano e Peschiera Borromeo e non aveva mai smesso di esibirsi. Proprio il prossimo 20 marzo era previsto un concerto all’Auditorium di Bareggio, in provincia di Milano, insieme ad Aldo Valente e Marco Bonino: un appuntamento che non potrà più avere luogo. Numerosi i messaggi di cordoglio apparsi sui social da parte di fan e colleghi. La camera funeraria è stata allestita da oggi a Vignate (Milano) presso la struttura La Vignatese, mentre il funerale, in forma laica, si terrà mercoledì 18 marzo alle ore 11.
Il cantante aveva 89 anni. Il suo nome resta legato a una lunga serie di successi entrati nella storia della canzone
Tony Dallara davanti ai suoi quadri (Fotogramma/Ipa)
Il cantante Tony Dallara, pseudonimo di Antonio Lardera, è morto oggi all’età di 89 anni. La notizia della scomparsa è stata appresa dall’Adnkronos da ambienti musicali. Il suo nome resta legato a una lunga serie di successi entrati nella storia della canzone, da “Come prima” a “Romantica“, da “Ti dirò” fino a “Bambina, bambina“, brani che dalla fine degli anni Cinquanta segnarono una svolta nello stile interpretativo e nel gusto del pubblico. Dallara, uno dei primi “urlatori“, è stato protagonista assoluto della musica leggera italiana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, uno degli interpreti più popolari della sua generazione, capace di segnare un’epoca con uno stile vocale innovativo e una serie di successi entrati nella storia della canzone italiana.
Nato a Campobasso il 30 giugno 1936, ultimo di cinque figli, Antonio Lardera cresce a Milano, dove la famiglia si trasferisce quando è ancora bambino. Il padre, Battista Lardera, ex corista del Teatro alla Scala, gli trasmette fin da giovanissimo l’amore per la musica. Dopo la scuola dell’obbligo inizia a lavorare come barista e poi come impiegato, ma la passione per il canto prende presto il sopravvento. Comincia così a esibirsi nei locali milanesi con alcuni gruppi vocali, tra cui i Rocky Mountains, che diventeranno in seguito I Campioni, condividendo i palchi cittadini con altri giovani destinati a segnare un’epoca.
In quegli anni Tony Dallara guarda con attenzione alla musica americana, in particolare a Frankie Laine e ai Platters, rimanendo colpito dallo stile del loro solista Tony Williams. È proprio ispirandosi a quel modo di cantare, potente e ritmicamente innovativo, che Dallara rielabora il repertorio melodico italiano, introducendo una vocalità nuova, più intensa e moderna rispetto alla tradizione dominante.
La svolta arriva nel 1957, quando viene assunto come fattorino all’etichetta discografica Music. Il direttore Walter Guertler lo ascolta cantare quasi per caso, va a sentirlo esibirsi al Santa Tecla di Milano e decide di metterlo sotto contratto. È Guertler a suggerirgli il nome d’arte “Dallara“, ritenendo “Lardera” poco musicale, e a fargli incidere “Come prima“, brano già presentato senza successo alla commissione del Festival di Sanremo nel 1955.
Pubblicata alla fine del 1957, “Come prima” diventa in pochi mesi un fenomeno discografico senza precedenti. Il 45 giri scala rapidamente la hit-parade italiana, rimanendo per settimane al primo posto e vendendo circa 300mila copie, un record per l’epoca. Il successo travalica i confini nazionali, raggiungendo le classifiche dei Paesi Bassi e del Belgio. Il brano diventa un evergreen internazionale e viene inciso anche dai Platters nella versione inglese. A Dallara viene cucita addosso l’etichetta di “urlatore“, simbolo di una generazione che si allontana dalla tradizione melodica di cantanti come Claudio Villa o Luciano Tajoli per guardare ai modelli statunitensi.
Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, nonostante il servizio militare, Dallara pubblica una lunga serie di successi: “Ti dirò“, “Brivido blu“, “Non partir“, “Ghiaccio bollente“, “Julia“. Parallelamente si affaccia al cinema, partecipando a film che raccontano il nascente mondo della musica giovanile, come “I ragazzi del juke-box” di Lucio Fulci, accanto ad artisti quali Adriano Celentano, Fred Buscaglione e Gianni Meccia.
Il 1960 segna il momento più alto della sua carriera. Tony Dallara vince il Festival di Sanremo in coppia con Renato Rascel con “Romantica“, brano che trionfa anche a Canzonissima. “Romantica” diventa il suo più grande successo, viene tradotto in numerose lingue – persino in giapponese – e consacra definitivamente la sua popolarità anche all’estero. Nello stesso anno prende parte a nuovi film musicali, confermando il suo ruolo centrale nello spettacolo italiano dell’epoca.
Nel 1961 torna a Sanremo in coppia con Gino Paoli con “Un uomo vivo” e conquista nuovamente Canzonissima con “Bambina, bambina“, che rappresenta l’ultimo grande exploit commerciale della sua carriera discografica. Sempre nello stesso periodo incide “La novia“, che resta per settimane al primo posto delle classifiche italiane e ottiene ottimi riscontri anche all’estero.
A partire dal 1962, con il mutare dei gusti del pubblico e l’affermarsi del beat, la popolarità di Dallara inizia progressivamente a diminuire. L’artista tenta nuove strade musicali, partecipa ancora a Sanremo e ad altre manifestazioni, ma senza riuscire a ripetere i successi degli anni d’oro. La televisione e la radio, lentamente, si allontanano da lui.
Negli anni Settanta Tony Dallara decide di ritirarsi dalla scena musicale e di dedicarsi a un’altra grande passione: la pittura. Espone le sue opere in diverse gallerie, conquistando la stima del mondo artistico e stringendo un rapporto di amicizia con Renato Guttuso. È un periodo lontano dai riflettori, ma ricco di soddisfazioni personali. Dagli inizi degli anni Ottanta, complice il revival della musica italiana, Dallara torna a esibirsi dal vivo, soprattutto nei mesi estivi, riproponendo i suoi grandi successi. Incide nuove versioni dei brani storici, partecipa a programmi televisivi e rimane una presenza riconoscibile dello spettacolo italiano. Negli anni Novanta e Duemila continua a collaborare con altri artisti, senza mai interrompere il legame con il suo pubblico. Negli ultimi anni aveva affrontato gravi problemi di salute, arrivando a trascorrere anche un lungo periodo in coma. Nonostante ciò, nel 2024 era tornato in televisione, partecipando a “Domenica In“, dove aveva emozionato il pubblico cantando dal vivo “Romantica”, “Come prima” e “Ti dirò“.
Aveva 74 anni, inglese con origini italiane. Ecco come è nato il brano natalizio che lui non voleva fosse pubblicato
Christopher Anton Rea (Middlesbrough, 4 marzo 1951 – Berkshire, 22 dicembre 2025) è stato un cantante e chitarrista britannico.
Il musicista e cantante inglese Chris Rea, reso popolare nel mondo dalla suaDriving home for Christmas è morto a 74 anni appena tre giorni prima di Natale, dopo una breve malattia. In una dichiarazione a nome della moglie e delle due figlie, la famiglia ha affermato: “È con immensa tristezza che annunciamo la morte del nostro amato Chris. È mancato serenamente in ospedale questa mattina, dopo una breve malattia, circondato dalla sua famiglia. La musica di Chris ha creato la colonna sonora di molte vite e la sua eredità continuerà a vivere attraverso le canzoni che lascerà dietro di sé”.
Papà italiano, Camillo Rea, originario di Arpino, provincia di Frosinone, e mamma irlandese, Chris Rea è nato nel Middlesbrough nel nord dello Yorkshire da una famiglia che possedeva un chiosco di gelati. Iniziò a cantare e suonare la chitarra all’inizio degli anni Settanta in una band chiamata Magdalene, che vinse un importante concorso nazionale nel 1975 senza però ottenere un contratto.
Rea ottenne la fama nella seconda metà degli anni ’70 e ’80 con canzoni come Fool (If You Think It’s Over) e Let’s Dance. Il suo album di debutto, intitolatoWhatever Happened To Benny Santini?, un riferimento al nome d’arte che la sua etichetta discografica voleva che adottasse, uscì nel 1978. Il suo primo album ha raggiunto il primo posto in classifica nel 1989 conThe Road to Hell, e anche l’album Auberge, pubblicato nel 1991 è arrivato ai primi posti. Brani più melodici e personali come Josephine (1985) e On the Beach (1986) gli hanno dato popolarità.
Ma è stata la hit natalizia Driving Home for Christmas, pubblicata per la prima volta nel 1986, a consegnargli il successo più duraturo. L’ispirazione per la canzone, come ricostruisce la BBC, risale a un momento difficile per il musicista: era il 1978, il suo contratto discografico era scaduto e si era separato dal suo manager. La casa discografica si era rifiutata di pagargli il biglietto del treno per andare da Londra a casa sua a Middlesbrough e gli avevano ritirato la patente, così sua moglie andò a prenderlo con la sua vecchia Austin Mini. Sulla via del ritorno, iniziò a nevicare e rimasero bloccati nel traffico. Rea raccontava: “Guardavo gli altri automobilisti, che sembravano tutti così tristi. Scherzando, iniziai a cantare ‘Stiamo guidando verso casa per Natale…’, poi, ogni volta che i lampioni illuminavano l’interno dell’auto, mi mettevo a scrivere il testo”. In realtà però poi Rea non avrebbe voluto pubblicarla perché si stava facendo una carriera con la sua slide guitar. “Non avevo bisogno di una canzone natalizia a quel punto – aveva raccontato – Feci tutto il possibile per convincerli a non pubblicare quel disco. Per fortuna invece lo fecero!“. Era il Natale del 1986, 39 anni dopo la sua canzone è tornata la scorsa settimana al numero 30 nella classifica britannica. Oltre al repertorio natalizio, Rea ha lasciato un catalogo vasto e variegato, che spazia dal rock melodico al blues più puro, influenzando generazioni di musicisti.
Chris ha conosciuto la moglie Joan quando aveva 16 anni a Middlesbrough. La coppia ha avuto due figlie: Josephine, nata il 16 settembre 1983, e Julia Christina, nata il 18 marzo 1989.
Aveva 75 anni. Con ‘Gli occhi di tua madre’ arrivò terzo al Festival di Sanremo nel 1976
Sandro Giacobbe
Sandro Giacobbe, cantautore e autore di indimenticabili successi, è morto oggi all’età 75 anni nella sua casa di Cogorno (Genova) per le complicazioni di un tumore che lo affliggeva da un decennio. E’ stato autore di ‘Signora mia’, brano utilizzato come colonna sonora del film ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto‘ (1974) di Lina Wertmüller, con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, e “Gli occhi di tua madre“, che gli permise di arrivare terzo al Festival di Sanremo nel 1976. E tra le sue canzoni più note, storie semplici e toccanti, ci sono anche “Sarà la nostalgia‘, ‘Il giardino proibito‘ e ‘Portami a ballare‘. E’ stato un volto popolare grazie anche alla Nazionale cantanti.
Il 16 marzo 2025 aveva raccontato a ‘Domenica In‘ su Rai 1, nel corso di un’intervista a Mara Venier, di aver perso tutti i capelli a seguito della chemioterapia e di dover utilizzare la carrozzina su ordine dei medici. ‘Sono chiuso in casa perché dovrei uscire in carrozzina e mi fotograferebbero, quindi voglio dichiarare pubblicamente la mia situazione, in modo che sia io stesso a informare tutti‘, aveva detto Giacobbe. Negli anni il cantautore si è ritrovato a affrontare momenti molto duri: il primo quando è stato colpito da meningioma, un tumore delle meningi, per il quale ha subito una delicata operazione. E dal 2015 combatteva contro il cancro alla prostata.
Sandro Giacobbe era sposato con Marina Peroni, di 27 anni più giovane di lui. Lei è stata per molti anni una delle sue coriste: stavano insieme dal 2010 e si sono sposati nell’ottobre 2022. Lascia due figli, Andrea e Alessandro, nati entrambi dal primo matrimonio.
A 16 anni il primo gruppo musicale – Nato a Genova il 14 dicembre 1949, in una famiglia operaia, da padre siciliano di Mascali, in provincia di Catania, e madre lucana di Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, Sandro Giacobbe a 16 anni, trascurando gli studi di ragioneria, formò con alcuni amici un gruppo musicale, Giacobbe & le Allucinazioni esibendosi nei locali della Liguria. Messo sotto contratto dalla Dischi Ricordi, esordì nel 1971 con la canzone ‘Per tre minuti e poi…’, seguita l’anno successivo da ‘Scusa se ti amo‘. Passato alla Cbs, venne valorizzato come autore, pubblicando alcune sue canzoni cantate da altri artisti, tra cui ‘L’amore è una gran cosa’, interpretata da Johnny Dorelli e scelta come sigla della trasmissione radiofonica ‘Gran Varietà’.
Il primo 45 giri di successo è del 1974: ‘Signora mia‘, che dà il nome anche al suo primo album e conquistò il pubblico del Festivalbar; un’altra canzone dell’album, ‘Signora addio‘, venne interpretata anche da Gianni Nazzaro.
Seguirono l’anno dopo ‘Il giardino proibito‘ (45 giri e album) e ‘Io prigioniero‘, con cui vinse la Gondola d’Oro di Venezia.Il 1976 fu l’anno del boom con ‘Gli occhi di tua madre’, classificatasi al terzo gradino del podio sanremese, la hit estiva ‘Il mio cielo, la mia anima‘ e la partecipazione come autore allo Zecchino d’Oro con la canzone ‘Sette note per una favoletta‘. Nel 1977 incise l’album ‘Bimba’; nel 1978 ‘Lenti a contatto‘, a cui seguì la seconda partecipazione come autore allo Zecchino d’Oro con ‘E l’arca navigava‘. Nel 1979 con ‘Mi va che ci sei‘ tornò il successo popolare bissato l’anno successivo da ‘Notte senza di te‘ e soprattutto da ‘Sarà la nostalgia’ del 1982 che si affermò come una delle hit più acclamate dell’anno.
Nel 1983 fu di nuovo a Sanremo con ‘Primavera‘, mentre l’anno dopo ottenne ancora un successo con ‘Portami a ballare‘, gettonatissimo brano estivo presentato a Un disco per l’estate. Successivamente diradò l’attività discografica dedicandosi principalmente ai concerti e alle iniziative di solidarietà e sport legate alla Nazionale cantanti della quale è stato difensore centrale e in seguito promosso ad allenatore.
Nel 1985 partecipò per la terza e anche ultima volta come autore allo Zecchino d’Oro con il brano ‘Il sole e il girasole‘. Nel 1990 Giacobbe tornò in gara a Sanremo cantando ‘Io vorrei‘, che dette il titolo al nuovo disco, pubblicato dalla Carosello. Nel 2015 pubblicò il singolo ‘Ali per volare‘ interpretato insieme alla compagna Marina Peroni. Nel 2019 dedicò il suo nuovo singolo‘Solo un bacio‘ ai figli delle vittime della tragedia del ponte Morandi di Genova.
Nel 2023 ha inciso ‘Lettera al gigante‘, singolo scritto dal figlio Andrea. Il cantante ha raccontato in diverse interviste che quando era solo un bambino anche il figlio Andrea è stato faccia a faccia con il cancro. Un’esperienza che lo ha cambiato profondamente, nonchè una delle notizie più dolorose per un padre. ‘Un papà non dovrebbe mai sentire che suo figlio ha un tumore ed è in pericolo di vita’, aveva detto Sandro Giacobbe in un’intervista a ‘Domenica Live‘ con Barbara D’Urso nel 2015 a Canale 5. Con le lacrime agli occhi, il cantautore aveva detto che all’epoca si era trovato di fronte ad una scelta difficilissima, quella di far operare il figlio dopo che aveva avuto una recidiva sempre nel corso della sua infanzia. Fortunatamente il figlio ha poi goduto di ottima salute.
Considerata tra le voci più autorevoli della musica leggera, vanta una carriera lunghissima, iniziata nel 1956, raggiungendo vendite superiori ai 55 milioni di copie
Ornella Vanoni – Afp
È morta all’età di 91 anni Ornella Vanoni, nellasua abitazione milanese, poco prima delle 23 per un arresto cardiocircolatorio. I soccorritori del 118 sono arrivati quando la cantante si era già spenta.
Nata a Milano il 22 settembre 1934,Ornella Vanoni (morta stasera a 91 anni per un malore, nella sua abitazione di Milano) è una delle figure più iconiche dello spettacolo italiano: cantante,attrice e conduttrice televisiva, ha saputo attraversare decenni di storia culturale mantenendo intatta la sua forza espressiva.
Considerata tra le voci più autorevoli della musica leggera, Vanoni vanta una carriera lunghissima, iniziata nel 1956. In oltre settant’anni ha pubblicato più di cento lavori tra album, raccolte ed EP, raggiungendo vendite superiori ai 55 milioni di copie, un traguardo che la colloca tra le interpreti italiane più amate e seguite.
Tra i suoi successi Senza fine, uno dei suoi brani simbolo, scritto da Gino Paoli; Che cosa c’è; L’appuntamento; Tristezza; La musica è finita – portata a Sanremo nel 1967, un classico assoluto; Una ragione di più e Io ti darò di più. La sua voce, caratterizzata da una timbrica inconfondibile e da un approccio interpretativo raffinato, ha reso Vanoni immediatamente riconoscibile.
Il suo repertorio è vasto e variegato: dalle celebri Canzoni della mala degli esordi, al pop d’autore, fino alla bossa nova e al jazz. Memorabile la collaborazione con ToquinhoeVinicius de Moraesnell’album La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria del 1976.
Nel corso della carriera ha lavorato con grandi nomi del jazz internazionale, tra cui George Benson, Herbie Hancock, Gil Evans e Ron Carter, consolidando la sua fama anche oltre i confini nazionali. Molti dei più importanti autori italiani hanno scritto per lei, e Vanoni ha condiviso il palco e lo studio con artisti come Gino Paoli, Paolo Conte, Fabrizio De Andrè, Ivano Fossati,Lucio Dalla, Renato Zero e Riccardo Cocciante, fino alle generazioni più recenti con Bungaro, Pacifico e Francesco Gabbani.
La cantante ha partecipato a otto edizioni del Festival di Sanremo, conquistando il secondo posto nel 1968 con Casa bianca e tre volte il quarto posto, con brani rimasti nella memoria collettiva come La musica è finita (1967), Eternità (1970) e Alberi (1999). Proprio in quell’ultima edizione fu insignita del Premio Città di Sanremo alla carriera, prima artista nella storia del Festival a ricevere tale riconoscimento. Vanoni è inoltre l’unica donna e la prima artista in assoluto ad aver vinto due Premi Tenco, oltre a una Targa Tenco, portando a tre i riconoscimenti ufficiali del Club Tenco.
Nel 2022 le e’ stato conferito il Premio Tenco Speciale, istituito appositamente per celebrare la sua straordinaria carriera. Con la sua voce elegante e la capacita’ di reinventarsi, Ornella Vanoni ha saputo attraversare epoche e generazioni, diventando un punto di riferimento per la musica italiana e internazionale. La sua storia artistica e’ un mosaico di successi, collaborazioni e riconoscimenti che la consacrano come una delle piu’ grandi interpreti di sempre.
Ricordiamo Ornella Vanoni con l'ironia con cui raccontò di aver previsto tutto per il suo funerale "Il vestito di Dior, la bara economica perché voglio essere bruciata e poi buttatemi a mare, magari a Venezia" pic.twitter.com/POfILgGdjo
Si è spento questo pomeriggio al San Camillo di Roma. L’ospedale: “E’ deceduto a seguito di una polmonite interstiziale precipitata rapidamente. La famiglia chiede riserbo. I funerali si svolgeranno in forma strettamente privata”
Peppe Vessicchio (Fotogramma)
Giuseppe Vessicchio, detto Peppe o Beppe (Napoli, 17 marzo 1956 – Roma, 8 novembre 2025), è stato un direttore d’orchestra, arrangiatore e personaggio televisivo italiano, principalmente attivo nell’ambito della musica leggera e particolarmente noto per il suo ruolo di direttore d’orchestra al Festival di Sanremo
Lutto nel mondo della musica italiana. È morto all’età di 69 anni il Maestro Peppe Vessicchio. Il celebre direttore d’orchestra, arrangiatore e volto televisivo, si è spento questo pomeriggio all’ospedale San Camillo di Roma.
“Il Maestro Giuseppe Vessicchio è deceduto oggi in rianimazione all’A.O. San Camillo Forlanini a seguito di una polmonite interstiziale precipitata rapidamente. La famiglia chiede riserbo. I funerali si svolgeranno in forma strettamente privata“, si legge nel bollettino ufficiale dell’ospedale.
Nato a Napoli il 17 marzo 1956, muove i primi passi nel mondo della musica collaborando con artisti del calibro di Gino Paoli,Edoardo Bennato e Peppino di Capri. Con Paoli firma successi come ‘Ti lascio una canzone’ e ‘Cosa farò da grande‘.
La sua carriera è indissolubilmente legata al Festival di Sanremo, dove è stato a lungo una presenza fissa dal 1990. Ha vinto la kermesse per quattro volte come direttore d’orchestra: nel 2000 con gli Avion Travel (‘Sentimento‘), nel 2003 con Alexia (‘Per dire di no‘), nel 2010 con Valerio Scanu (‘Per tutte le volte che‘) e nel 2011 con Roberto Vecchioni (‘Chiamami ancora amore’). A questi successi si aggiungono numerosi premi come miglior arrangiatore, che confermano il suo talento e la sua sensibilità musicale.
Arrangiatore di grande prestigio, ha collaborato con i più grandi nomi della musica italiana e internazionale, da Andrea Bocelli a Roberto Vecchioni, da Zucchero a Elio e le Storie Tese, da Ornella Vanoni a Ron e Biagio Antonacci. La sua versatilità lo ha portato a dirigere orchestre in contesti prestigiosi, come al Cremlino per un omaggio a John Lennon, e a guidare il progetto ‘Rockin’1000’, la più grande rock band del mondo. Negli ultimi anni ha continuato a sperimentare e l’anno prossimo aveva in programma il tour teatrale ‘Ecco che incontro l’anima‘ insieme a Ron.
Il sassofonista fondatore degli Showmen e dei Napoli Centrale aveva 80 anni
James SeneseJames Senese, pseudonimo di Gaetano Senese (Napoli, 6 gennaio 1945 – Napoli, 29 ottobre 2025), è statoun musicista, sassofonista, compositore, cantante e attore italiano. – Maria Laura Antonelli / AGF
AGI – James Senese, il sassofonista fondatore degli Showmen e dei Napoli Centrale, artista che ha fatto parte della band storica di Pino Daniele, è morto all’età di 80 anni. Il musicista venne ricoverato per un’infezione polmonare nella notte tra il 24 e il 25 settembre scorso nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale Cardarelli. In un post social, l’amico Enzo Avitabile scrive: “Non bastano parole per un dolore cosi’ grande ma solo un grazie! Grazie per il tuo talento, la dedizione, la passione, la ricerca. Sei stato un esempio di musica e di vita. Un amico per fratello, un fratello per amico. Per sempre“.
Ace Frehley, membro fondatore e primo chitarrista solista del gruppo rock statunitense dei Kiss, tra i più famosi degli anni Settanta e Ottanta, è morto a 74 anni. La notizia è stata data dalla sua famiglia. A fine settembre Frehley aveva dovuto annullare un concerto a causa di una caduta nella sua abitazione di Morristown, in New Jersey, ed era stato poi ricoverato in ospedale.
Frehley cominciò a suonare nei Kiss nel 1972, dopo aver trovato un annuncio con cui Paul Stanley, un giovane cantante di New York, cercava un chitarrista solista per mettere su una band. La formazione fu poi completata dal bassista Gene Simmons e dal batterista Peter Criss.
Come gli altri membri della band, Frehley si fece notare per le movenze da rockstar molto accentuate e per il trucco (bianco e argentato) con cui decorava il viso. I riff di chitarra melodici, incisivi e molto riconoscibili che riusciva a creare facevano spesso la fortuna delle canzoni dei Kiss, con cui suonò fino al 1982. In quel decennio pubblicarono 11 dischi che vendettero moltissimo, e diventò una delle rockstar più famose al mondo. Fondò poi un suo gruppo, i Frehley’s Comet, prima di tornare a far parte della band che aveva fondato, tra il 1996 e il 2002.
L’artista aveva 82 anni. Sei volte a Sanremo, le tournée internazionali, fu sposato con Dora Moroni
Addio a Christian, il cantante di Cara e di Daniela, la voce che negli anni Ottanta – nel periodo del suo maggior successo – fu definita la risposta italiana a Julio Iglesias. Aveva 82 anni ed era ricoverato al Policlinico di Milano.
Nato a Palermo l’8 settembre 1943, Christian(Gaetano Cristiano Vincenzo Rossi) ha avuto una carriera pluridecennale e milioni di dischi venduti. Fu una delle voci simbolo della musica italiana. Nel 1986 il cantante si era sposato con Dora Moroni, showgirl famosa in quegli anni, dalla quale si separò nel 1997.
A suggerirgli il nome fu Mina, all’inizio della carriera. Il consiglio di farsi chiamare Christian gli fu dato per renderlo più internazionale ed evitare una pericolosa cacofonia.
Fu anche calciatore nelle giovanili del Palermo e poi a Mantova ma un infortunio lo costrinse ad abbandonare e a dedicarsi alla musica.
Vinse prima il concorso Voci Nuove di Milano (dove la famiglia si era trasferita) e il suo primo contratto discografico, e poi il Festivalbar 1970 nella sezione giovani con il brano Firmamento.
Negli anni Settanta fu protagonista a teatro come attore e cantate di musical (lavorò anche con Mariangela Melato) e in fotoromanzi di successo. Debuttò anche al cinema con Renzo Arbore e al fianco di Roberto Benigni.
Negli anni Ottanta raggiunse l’apice del successo (fu anche uno dei primi a cantare per il papa Giovanni Paolo II): nel 1982 arriva Daniela, che insieme a Cara del 1984, rimarrà uno dei suoi più grandi successi scalando le classifiche di mezzo mondo e rimanendo ai primi posti dei dischi più venduti per quasi un anno.
In quel decennio partecipò a sei edizioni del festival di Sanremo: 1982, 1983, 1984, 1985, 1987 e 1990 senza però riuscire mai a vincere riuscì a ottenere il terzo posto di Cara nel 1984. Per la sua voce scrissero Bruno Lauzi, Mogol, Malgioglio.
E con le sue tournée raggiunse Australia, Jugoslavia, Sud Africa, Grecia e l’America, su palchi prestigiosi come il Madison Square Garden di New York.
Ad attirare l’attenzione, però, fu anche la sua vita privata. Fece discutere il matrimonio nel 1986 con Dora Moroni, la cui carriera era stata interrotta da un brutto incidente d’auto.
Un’unione in cui non mancarono da parte della donna accuse di tradimenti e violenze domestiche. I due però negli ultimi anni erano tornati amici esibendosi insieme e incidendo in coppia nel 2017 Paradiso e Inferno, un brano che raccontava la loro travagliata storia d’amore.
È stato autore di successi senza tempo come ‘L’ora dell’amore’, ‘Io per lei’, ‘Applausi’ ed ‘Eternità’
Livio Macchia – Profilo Facebook Camaleonti
Il mondo della musica ha perso una pietra miliare del pop melodico anni ’60 e ’70: è morto oggi, martedì 29 luglio, Livio Macchia, bassista, chitarrista, fondatore e anima dei Camaleonti, una delle band più rappresentative del Beat italiano. Aveva 83 anni e da tempo era malato. È morto a Melendugno (Lecce), dove viveva da tempo, profondamente legato alle sue origini pugliesi: era infatti nato ad Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari, il 9 novembre 1941.
Musicista sensibile, interprete raffinato e autore appassionato, Macchia è stato protagonista di una stagione irripetibile della musica leggera, firmando insieme alla sua band successi senza tempo come “L’ora dell’amore“, “Io per lei“, “Applausi” ed “Eternità“. Brani che hanno attraversato decenni, generazioni, e che ancora oggi vengono cantati da giovani e meno giovani.
Emigrato in Lombardia, nel cuore della Milano degli anni Sessanta, Macchia forma i Camaleonti nel 1963 insieme a Riki Maiocchi,Paolo De Ceglie e Gerry Manzoli, con i quali incarna lo spirito del Beat italiano: eclettismo, repertorio internazionale e attitudine da palcoscenico. Il nome Camaleonti nasce dalla capacità del gruppo di adattarsi ai contesti musicali: alternavano standard americani, polke e twist a seconda del pubblico nelle balere o nei night club, diventando veri e propri ‘chameleons’ sonori già dal 1964.
Il primo grande salto di popolarità arriva con ‘L’ora dell’amore‘ (1968), cover in italiano di ‘Homburg‘ dei Procol Harum (1967), che rimase in vetta alle classifiche per dieci settimane, vendendo oltre 1,5 milioni di copie, seguito da ‘Applausi‘ (1968), con la voce solista di Macchia, che vendette circa 900.000 copie e restò nelle posizioni più alte per dodici settimane. Altri classici come ‘Io per lei‘ ed ‘Eternità‘ consolidano il loro ruolo di protagonisti del panorama musicale italiano di quegli anni.
I Camaleonti hanno venduto complessivamente circa 30 milioni di copie, ottenendo quattro dischi d’oro, e si sono esibiti ovunque, anche all’estero, fino a superare i 60 anni di attività senza soluzione di continuità. Livio Macchia aveva sempre ben presente la sua identità artistica: non amava definirsi ‘dinosauro‘, ma ‘capostipite‘ del Beat italiano, in dialogo critico con la scena musicale contemporanea.
La carriera di Livio Macchia ha attraversato sei decenni: dai primi raduni Beat al Cantagiro, da Sanremo al Festivalbar, fino ai concerti celebrativi e ai tour internazionali. Anche dopo i grandi successi commerciali, ha continuato a scrivere, suonare, raccontare la sua musica con una coerenza e una passione rare. Accanto a lui, per lunghi anni, Tonino Cripezzi, scomparso nel 2022, con cui Macchia condivideva un’amicizia fraterna oltre la musica.
Pur segnato dal passare del tempo, Macchia ribadiva spesso la sua propensione per il live: riteneva il palco l’unico spazio autentico per la musica. Negli anni recenti, organizzava improvvisate jam session sulle terrazze del Salento, coinvolgendo amici,musicisti amatoriali e anche suo figlio, Elio Livio, anch’egli musicista. Negli ultimi anni della sua vita, Macchia è tornato stabilmente in Salento, a Melendugno, terra delle sue radici paterne. Il 30 giugno scorso, nonostante la malattia, ha tenuto un concerto nel borgo di Roca Nuova nel comune di Melendugno per celebrare i 60 anni di carriera dei Camaleonti, insieme al figlio e ad alcuni musicisti locali: è un evento d’affetto e testimonianza, uno dei suoi ultimi saluti al pubblico. (di Paolo Martini)
Osborne, malato da tempo, aveva partecipato a un concerto-evento di addio alle scene dei Black Sabbath un paio di settimane fa a Birmingham, città d’origine della celebre rock band.
Chi era Ozzy Osbourne: il successo planetario coi Black Sabbath – Ozzy Osbourne, ‘The Prince Of Darkness‘, l’icona vivente del rock, il ‘padrino del metal‘, che per oltre mezzo secolo ha urlato in faccia al mondo la sua follia e il suo genio senza batter ciglio si è spento oggi all’età di 76 anni.
Al secolo John Michael Osbourne, nato il 3 dicembre del 1948 in un sobborgo operaio dell’Inghilterra postbellica, Ozzy cresce in mezzo alle ristrettezze e alla noia. Quarto di sei figli (due fratelli: Paul e Tony; tre sorelle: Jean, Iris e Gillian), le sue condizioni familiari sono disagiate e ha problemi di linguaggio, essendo dislessico e balbuziente. Ma è dal disagio che germoglia il seme di una rivoluzione. Abbandonata la scuola, all’età di quindici anni comincia a praticare vari lavori:operaio edile di cantiere, idraulico, attrezzista, operaio in una fabbrica di auto e macellaio presso un mattatoio, ma non si sente portato per questi mestieri.
E così, insieme a Tony Iommi (uno dei compagni di scuola che più detestava), Geezer Butler e Bill Ward fonda i Polka Tulk Blues Band che in futuro, dopo alcuni cambi di nome e di membri, si danno il nome di Black Sabbath, dal titolo americano del film di Mario Bava ‘I tre volti della paura‘.
Con loro scrive pagine leggendarie dell’heavy metal: ‘Paranoid‘, ‘War Pigs‘, ‘Iron Man‘. Suoni oscuri, riff inquietanti e testi che parlano di guerra, alienazione, incubi e stregoneria. Il 13 febbraio 1970, con l’omonimo album d’esordio, nasce il metal. E Ozzy ne diventa la voce più iconica. Il successo arriva a braccetto con i demoni. Ozzy li abbraccia e non si tira indietro. Diventa l’incarnazione stessa dell’eccesso: alcol, Lsd, cocaina, la sua vita è un trip continuo.
Le “imprese” di Osbourne e la malattia – Famosa è l’aneddotica, leggendaria la follia. Sniffa formiche sul marciapiede in tour con i Mötley Crüe (insieme a Nikki Sixx, in una delle sfide tossiche più assurde della storia del rock), morde la testa a un pipistrello lanciato sul palco, scambiandolo per un pupazzo (spoiler: non lo era). Scene al limite tra l’horror e il surreale che ne fanno un’icona pop prima ancora che Mtv lo consacri con The Osbournes, la prima rock-reality serie del piccolo schermo.
Nella vita privata,il caos è solo leggermente più contenuto. Il matrimonio con Sharon Arden, sua manager e regina della sua rinascita commerciale, è una saga rock. Insieme crescono tre figli – Aimée Rachel (1983), la più schiva e riservata, la celebre Kelly (1984), a sua volta legata sentimentalmente a un’altra leggenda del metal, Sid Wilson degli Slipknot, e Jack (1985) – e si trasformano in famiglia disfunzionale e iconica grazie a Mtv. Ma alle risate subentra il dolore. Le ricadute, le rehab, i tentativi di suicidio, le confessioni pubbliche.
Negli ultimi anni il ‘Principe delle Tenebre‘ ha dovuto piegarsi. Il morbo di Parkinson, diagnosticato nel 2020, e altri problemi di salute lo costringono ad annullare tour e a fare i conti con la propria mortalità. Nonostante ciò, pubblica due album eccellenti (‘Ordinary Man‘ e ‘Patient Number 9‘) che suonano come lettere d’amore e di addio. In mezzo, la pandemia, la convalescenza, l’attesa di un ultimo ritorno.
Resterà per sempre il cantante di “Bandiera gialla“, canzone simbolo della musica leggera degli anni ’60:Gianni Pettenati è morto nella sua casa di Albenga (Savona) all’età di 79 anni. L’annuncio della scomparsa, avvenuta nella notte, è stato dato con un post sui social dalla figlia Maria Laura: “Nella propria casa, come voleva lui, con i suoi affetti vicino, con l’amore dei suoi figli Maria Laura, Samuela e Gianlorenzo e l’adorato gatto Cipria, dopo una lunga ed estenuante malattia, ci ha lasciato papà. Non abbiamo mai smesso di amarti. Ti abbracciamo forte. Le esequie si terranno in forma strettamente riservata“. continua a leggere
L’artista, interprete di uno dei brani più famosi degli anni Sessanta, aveva 81 anni
È morto a 81 anni Mario Tessuto, cantante che – tra i tanti successi – ha regalato alla canzone italiana anche il brano “Lisa dagli occhi blu” divenuta uno dei simboli degli anni Sessanta. A dare l’annuncio la Starpoint Corporation insieme alla famiglia dell’artista. Nella sua carriera Mario Tessuto, all’anagrafe Mario Buongiovanni, ha collaborato con tanti artisti, da Orietta Berti con la quale ha partecipato a Sanremo del 1970 con la canzone “Tipitipitì“, a Loredana Bertè.
La carriera di Mario Tessuto – Nato il 7 settembre del 1943 a Pignataro Maggiore, paese del Casertano, Tessuto si trasferì con la famiglia a Milano. Comincia ad esibirsi dal vivo e venne notato da Miki Del Prete, collaboratore di Adriano Celentano, che gli propose un contratto col Clan del Molleggiato. Al Cantagiro del 1968 presentò “Ho scritto fine“, brano di Don Backy, che venne anche presentato durante la trasmissione televisiva Settevoci.
Il grande successo arrivò nel 1969 con “Lisa dagli occhi blu“, scritta da Giancarlo Bigazzi e con la musica di Claudio Cavallaro: la canzone restò uno dei brani simbolo degli anni Sessanta, e ne venne anche tratto un omonimo musicarello diretto da Bruno Corbucci. Nel 1970 partecipò alla celebre cavalcata da Milano a Roma effettuata da Mogol e da Lucio Battisti, suo amico. Di recente Tessuto è stato visto nel gioco Soliti ignoti – Identità nascoste di Rai 1 dove doveva essere riconosciuto tra altre sette identità. E nel 2021 ha continuato l’attività concertistica in collaborazione con la moglie Donatella.
La cantante aveva 93 anni. Oltre 1500 i brani da lei incisi in 13 lingue. Nel 2021 i Goodboys riportarono in classifica la cover dance della sua hit
È stata la prima star globale italiana, la nostra cantante più famosa nel mondo negli anni Sessanta e Settanta, la più ammirata in Sudamerica ben prima di Raffaella Carrà. Ha duettato con mostri sacri come Ella Fitzgerald, Louis Armstrong e Dean Martin, ma è stata innanzitutto un personaggio televisivo, ha condotto programmi popolari in Germania e Italia come Studio uno e Un’ora con Caterina Valente in cui ha intrecciato la sua voce con quella di Mina. Nata a Parigi nel 1931 da genitori italiani, Caterina Valente è morta a 93 anni lunedì scorso a Lugano, in Svizzera, dove si era stabilita da circa vent’anni.
Nota per il suo talento poliedrico, showgirl nel senso pieno del termine, cantante, ballerina, attrice e poliglotta, poteva cantare correttamente in 12 lingue: Caterina Valente è stata una delle più celebri artiste europee del dopoguerra. Cresciuta in una famiglia di artisti circensi, ha dominato la scena musicale internazionale dagli anni 50 e fino agli anni 70, riuscendo a conquistare non solo il pubblico europeo, ma anche quello americano e sudamericano.
Durante la sua carriera, Valente ha partecipato a innumerevoli show televisivi, tra cui Bonsoir Caterina (1961) e Nata per la musica (1962) in Italia. Ha debuttato a Las Vegas nel 1964, diventando una delle prime europee a ottenere un grande successo nel tempio dell’intrattenimento americano. Negli Stati Uniti ha lavorato con artisti come Carol Burnett e Bob Newhart e ha vinto il Fame Awardcome miglior cantante femminile in tv. La sua fama negli Usa è stata enorme: nel 1969, lo speciale tv Caterina from Heidelberg è stato seguito da 50 milioni di spettatori.
Negli anni Sessanta ha girato il mondo esibendosi in Europa, America Latina, Giappone e Sudafrica. La sua musica eclettica spaziava dal jazz ai ritmi brasiliani al pop. Ha ricevuto prestigiosi premi, come la Croce Federale al merito, il più alto riconoscimento per la cultura in Germania e il premio della tv tedesca Goldene Kamera, oltre al riconoscimento francese Officier de l’education artistique.
Nonostante avesse cercato di ritirarsi già negli anni 70, ha continuato a esibirsi fino ai primi anni 2000. Nel 2021 il suo brano Bongo cha cha cha del 1959 è diventato virale su TikTok, raccogliendo oltre un miliardo di visualizzazioni, rilanciato anche grazie alla versione dance realizzata dal duo di dj inglesi Goodboys. Tutti di nuovo a ballare la regina del samba. E sotto al video del duetto con Dean Martin su One note samba, un brasiliano ha scritto: «Il suo portoghese è perfetto, mi fa sentire orgoglioso della mia cultura».
Lutto nel mondo della musica. Massimo Brunetti, storico tastierista della band ‘I Camaleonti’, nata negli anni 60 è morto improvvisamente nella sua abitazione di Pescara, città di cui era originario e in cui viveva. Aveva 69 anni. Ad annunciarlo sui social è Livio Macchia, bassista della band e suo amico di sempre.
Il post su Facebook – «Ciao Max – scrive – Anche tu hai voluto chiudere la porta al Mondo… Sei andato a trovare Tonino e Paolo per riformare il gruppo? Ciao amico e collega Massimo Brunetti… Ci mancherai… Fai Buon Viaggio», Il riferimento è ad Antonio Cripezzi e Paolo De Ceglie, altri due componenti del gruppo musicale, morti rispettivamente nel 2022 e nel 2004.
I funerali di Brunetti verranno celebrati domani, lunedì 22 luglio, alle ore 17:00, nella chiesa dei Santi Angeli Custodi, a Pescara.
Aveva 71 anni. conobbe uno straordinario successo con ‘Ma quale idea’, considerato uno dei primi brani rap in lingua italiana
In lutto il mondo della musica, è morto Pino D’Angiò. Il cantautore che negli anni ’80 conobbe uno straordinario successo con ‘Ma quale idea‘, considerato uno dei primi brani rap in lingua italiana, aveva 71 anni.
All’anagrafe Giuseppe Chierchia,Pino D’Angiò, nato a Pompei, ha lavorato come attore, doppiatore e produttore musicale. Era molto apprezzato anche all’estero. Nonostante i suoi problemi di salute, specie negli ultimi anni, ha partecipato all’ultimo Sanremo nella serata dei duetti con i Bnkr44, la cui versione remixata di ‘Ma quale idea‘ è stata un successo radiofonico.
Aveva 86 anni. Ha influenzato molte rockstar, tra cui George Harrison, Jimi Hendrix e Bruce Springsteen
Duane Eddy, che è diventato la prima star dellachitarra rock ‘n’ roll con una serie di successi strumentali tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60, vendendo oltre 100 milioni di dischi in tutto il mondo con successi come Rebel Rouser e Forty Miles of Bad Road, è morto al Williamson Health Hospital di Franklin, nel Tennessee, all’età di 86 anni. L’annuncio della scomparsa, avvenuta martedì 30 aprile a causa di un tumore, è stato dato dalla moglie Deed Abbate al New York Times.
Considerato uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi e il primo ‘guitar hero’, Duane Eddy ha aperto nuove strade nella musica rock con uno stile di chitarra diventato noto come twang. Al tempo stesso ha svolto un ruolo fondamentale nell’affermare la chitarra elettrica come strumento musicale predominante nel rock ‘n’ roll. Ha influenzato una moltitudine di chitarristi, tra cui George Harrison, Jimi Hendrix e Bruce Springsteen, le cui linee di chitarra affondate in Born to Run rendono omaggio al muscoloso lavoro di tasti di Eddy.
Duane Eddy and I were friends for nearly 60 years and I am heartbroken over his passing. Sending love and condolences to Deed and the family and their friends. Farewell, old friend, godspeed and stay cool. pic.twitter.com/IiqPk4abL9
Traduzione di https://translate.google.com/ Duane Eddy ed io siamo amici da quasi 60 anni e ho il cuore spezzato per la sua scomparsa. Invio affetto e condoglianze a Deed, alla famiglia e ai loro amici. Addio, vecchio amico, buona fortuna e stai calmo.
“Duane Eddy è stato il primo dio della chitarra del rock and roll“, ha dichiarato John Fogerty, cantante e chitarrista fondatore dei Creedence Clearwater Revival. Eddy si è cimentato in generi musicali diversi, dal country al blues, al jazz, mantenendo però un suo stile e negli anni’60 si è esibito spesso con il suo gruppo musicale The Rebels.
All’album di debutto Have Twangy guitar-Will travel (1958), ne sono seguiti molti altri tra i quali: Songs of hour heritage (1960);Duane Eddy in person (1963);Surfin(1963); Duane A-Go-Go(1965); Duane does Dylan(1965); Duane Eddy (1987). Nel 1986 ha vinto un Grammy Award per il brano Peter Gunn. Molti dei suoi brani sono stati utilizzati in colonne sonore di film (Natural born killers di Oliver Stone, Forrest Gump di Robert Zemeckis). Dal 1994 il suo nome è iscritto nel Rock and Roll Hall of Fame.
Gabriella Sturani aveva conosciuto il rocker a sedici anni ed era rimasta incinta
“Non avrei mai pensato che la Gabriella se ne sarebbe andata prima di me. Caro Lorenzo tua mamma sarà sempre VIVA nei nostri ricordi più belli. Ti abbraccio forte… Ti sono vicino… E ti voglio bene”. Vasco Rossi saluta così la sua Gabri, Gabriella Sturani che ha ispirato la canzone del ‘93 e con cui ha avuto il figlio maggiore Lorenzo che lo ha reso nonno di due nipotine.
“Adesso ascoltami non voglio perderti però non voglio neanche neanche illuderti quest’avventura è stata una follia è stata colpa mia tu hai sedici anni ed io…” cantava infatti nella canzone il Blasco. La donna aveva raccontato qualche tempo fa la storia d’amore che l’aveva legata al rocker, due anni insieme tra l’83 e l’85 poi era rimasta incinta e aveva deciso di avere il figlio da sola. Nel 2003 poi lo aveva riconosciuto.
Solo pochi giorni fa in occasione della festa del papà Vasco aveva dedicato un post ai suoi tre figli: Luca, Lorenzo e Davide. Ha scritto: “Sono orgoglioso dei miei figli e loro lo sanno che ci sarò sempre per tutti e tre”. A quel messaggio aveva risposto proprio Lorenzo: “’Sei l’ombra di tuo padre, non sarai mai nessuno, a lui non interessi, sei nato per errore’. Sono solo alcune delle frasi che mi sono sentito dire in questi anni e che alcuni continuano a dire pensando di ‘ferire’. Io invece mi sono sempre trovato davanti un uomo forte, che con me ha sempre usato il metodo ‘bastone e carota’, un padre che non ha mai avuto peli sulla lingua, che quando c’era da incazzarsi si incazzava… ma dopo un po’ si scioglieva. Un padre che pur con la sua vita mi ha sempre ascoltato, consigliato e a volte sono riuscito a non ascoltarlo: ‘non ti sposare’ consigliava ridendo, ‘papà mi sposo’ ed era felicissimo. Io sono fiero ed orgoglioso di vivere sotto l’ombra più bella che potesse capitarmi nella vita, è un orgoglio oltre che una fortuna: perché oggi tutto quello che ho lo devo ai suoi insegnamenti e atteggiamenti da padre. Auguri babbo”.
Era ricoverato al San Raffaele, da diversi mesi. Nel 1980 vinse a Sanremo con «Solo noi», poi una sfilza di secondi posti, tanto da essere soprannominato l’«eterno secondo». La fama con «Italiano». Lascia la moglie Carla e un figlio, Nicolò.
È morto Toto Cutugno. A 80 anni appena compiuti a luglio, il celebre cantautore si è spento oggi intorno alle 16 all’ospedale San Raffaele di Milano dove era ricoverato. A dare la notizia all’Ansa è il suo manager Danilo Mancuso che spiega che, «dopo una lunga malattia, il cantante si era aggravato negli ultimi mesi».Le esequie si terranno a Milano,giovedì 24 agostoalle 11 alla Basilica Parrocchia dei Santi Nereo e Achilleo in viale Argonne 56.
«Ciao a Toto Cutugno, un Italiano vero» sono le prime parole, pubblicate su Facebook con cui la premier Giorgia Meloni dice addio a uno dei più famosi e apprezzati cantautori italiani, non solo in Italia, ma anche all’estero. Ha venduto milioni di dischi. Nel 1980 vinse a Sanremo con «Solo noi», poi una sfilza di secondi posti, tanto da essere soprannominato l’«eterno secondo». Partecipò a quindici edizioni, conquistando la medaglia d’argento del podio nel 1984, 1987, 1988, 1989, 1990 e 2005 (in quest’ultimo caso si esibiva in coppia con Annalisa Minetti). La sua «L’Italiano», che a Sanremo si classifica quinta, si rivela un successo internazionale, un simbolo dell’italianità nel mondo.
Originario di Fosdinovo (Massa Carrara), dove era nato il 7 luglio del 1943, Cutugno era ligure d’adozione. Quando aveva pochi mesi la sua famiglia si trasferì a La Spezia, seguendo il padre, sottoufficiale della Marina. Fu lui, suonatore di tromba, a trasmettergli la passione per la musica.
Non ancora ventenne, Cutugno fondò la band dal nome Toto e i Tati. Insieme incisero i primi 45 giri e parteciparono a Un disco per l’estate nel 1970. Ma è con la successiva band da lui formata, gli Albatros, che inizia a calcare i palcoscenici più importanti a cominciare da Sanremo dove nel 1976 il gruppo si piazza terzo con il brano «Volo AZ 504». E’ il primo di una lunga serie di podi, che lo porterà alla vittoria nel 1980 con «Solo noi». Dieci anni dopo arriva a esibirsi anche insieme a Ray Charles con il brano «Good Love Gone Bad/Gli amori».
Interprete e autore. Per sé e per gli altri. Per Adriano Celentano scrive successi come «Soli» e «Azzurro». Esplora anche la televisione da conduttore con programmi come Domenica In e Piacere Raiuno. Nel 1990 arriva anche una storica vittoria all’Eurovision Song Contest a Zagabria con «Insieme: 1992». E’ la seconda vittoria italiana all’Eurovision dopo Gigliola Cinquetti e prima dei Maneskin. Oggi si stima che abbia venduto più di 100 milioni di dischi e vanta fan club in tutto il mondo, dalla Romania alla Spagna, dalla Germania alla Turchia fino anche alla Russia.
Nel 2007, sempre al San Raffaele di Milano, il cantante aveva subito un intervento per un tumore maligno alla prostata. Lo aveva raccontato lui stesso in un’intervista a OK Salute, spiegando di aver deciso di parlarne «per invitare gli uomini a fare prevenzione». Tra le sue ultime apparizioni in tv, quella allo show «Sogno o son desto» di Massimo Ranieri, dove si esibì con la sua hit indimenticabile: «L’Italiano». Nel 1988, i due si erano ritrovati avversari sul palco dell’Ariston. Ranieri vinse con «Perdere l’Amore», Cutugno presentava invece «Emozioni».
Negli ultimi tempi, la salute del cantautore era andata peggiorando . Ai microfoni di Verissimo aveva raccontato che gli avevano tolto il rene destro. «Non posso camminare tanto. E mi esibisco su uno sgabello. Per 3 ore in piedi non posso esibirmi». Al San Raffaele era ricoverato nel polo chirurgico e delle urgenze da diverse settimane. Il cantante lascia la moglie Carla e un figlio di 28 anni, Nicolò, avuto da una relazione con un’altra donna.
«Siamo ancora increduli, Toto», le prime parole con cui il Nuovo Imaie, istituto mutualistico che tutela gli artisti e a cui Cutugno era iscritto, lo ricorda. «Tu, che hai scritto i testi delle canzoni italiane che tutti ricordano e amano cantare a tutte le latitudini del pianeta. Canzoni, che con la tua generosità hai regalato anche a colleghi come Adriano Celentano, Fausto Leali, I Ricchi e Poveri, Miguel Bosè, Johnny Halliday, Dalida e Luis Miguel (citarli tutti sarebbe un’impresa). Ti ricorderemo sempre e dentro di noi ti lasceremo cantare…con la chitarra in mano. Ciao Toto, si, il cielo ti attende».
Peppino Gagliardi (Napoli, 25 maggio 1940 – Napoli, 9 agosto 2023) è stato un cantante, autore e musicista italiano
E’ morto all’età di 83 anni il cantante, autore e musicista napoletano Peppino Gagliardi. Ne ha dato notizia sui social il musicista partenopeo Gianni Aterrano, suo collega e amico. Nato nel popolare quartiere Vasto di Napoli il 25 maggio del 1940, Peppino Gagliardi si è avvicinato alla musica da bambino iniziando a suonare la fisarmonica, passando poi alla chitarra e al pianoforte. ha partecipato a numerosi Festival di Napoli e cinque Festival di Sanremo, dove guadagnò due secondi posti. Viveva da tempo a Roma. Con il suo timbro inconfondibile è stata dunque la voce dei primi anni 70 con brani come Settembre e Gocce di mare. Noto per il suo stile raffinato, Gagliardi ebbe il suo primo vero successo 60 anni fa con T’amoe t’amerò. Tre le sue partecipazioni al Festival di Sanremo, dove nel 1969 portò in gara Se tu non fossi qui che poi sarà cantata anche da Mina, e dove arriverà secondo con Come le viole.
Interprete iconico di un’epoca e delle sue lunghe estati, Gagliardi ha portato al successo molti brani rimasti classici da Che vuole questa musica stasera, nella colonna sonora del film Profumo di donna di Dino Risi, a Sempre Sempre. Definito “cantore dell’amore nevrotico”. suonava molti strumenti tra i quali la fisarmonica ed è stato ammirato anche fuori dall’Italia con le sue interpretazioni apprezzate da tanti, dagli Abba ad Alvaro Soler.
Sinéad O’Connor, nata Sinéad Marie Bernadette O’Connor; Dublino, 8 dicembre 1966 – 26 luglio 2023), è stata una cantautrice irlandese. Nel 2017 cambia il suo nome all’anagrafe in Magda Davitt e nel 2018 in Shuhada’ Davitt, essendosi convertita all’Islam.
La celebre cantante e musicista irlandese Sinead O’Connor è morta all’età di 56 anni, dopo un lungo periodo di depressione e di pesanti problemi esistenziali e di salute.
Lo riferisce l’Irish Times, senza precisare per ora i dettagli del decesso dell’artista di Dublino, figura di culto per tanti fan.
O’Connor, autrice di 10 album durante la sua carriera, lascia tre figli, Un quarto, Shane, era morto l’anno scorso a 17 anni, ultima tragedia della sua vita.
Chicca Gobbi, e il marito Francesco de Gregori. – corriere.it
È morta Chicca Gobbi, moglie di Francesco de Gregori. La notizia è stata confermata dall’entourage del cantautore.
A quanto si apprende, la donna, cheaveva 71 anni, era affetta da un tumore e la situazione è precipitata nell’ultima settimana.
Il cantautore romano era sposato con la Gobbi dal 10 marzo del 1978, e dalla loro relazione sono nati due gemelli, Marco e Federico. Si erano conosciuti a scuola, uniti da una grande passione per la musica. In un’intervista De Gregori aveva detto: «Lei è sempre più brava e non lo dico da sposo, ma da musicista. A lei piace moltissimo ed è diventata molto più espressiva e compiacente verso il pubblico. Al punto che adesso suona anche il tamburello e fa i coretti su Rimmel, che peraltro è una canzone che ho scritto quando Chicca ancora non stava con me, cosa che l’ha divertita ancora di più». La coppia aveva fondato insieme anche una piccola azienda che produceva un olio pregiato a Sant’Angelo di Spello, a Perugia.
In un’intervista al Corriere , Francesco De Gregori aveva raccontato quando ha convinto la moglie a cantare con lui Anema e core(il video qui sotto). Nel testo si legge: «”Sembra strano che De Gregori canti in napoletano. Figuriamoci poi se lo fa con la sua ragazza…”.La prima volta che la fecero assieme, in un club a Nonantola, lei gli prese la mano. “Era emozionata e divertita allo stesso tempo. Con quel tanto di atteggiamento di assoluta normalità che non guastava. Confesso che anche io un po’ di emozione l’ho avvertita”. Tutto è nato da un gesto di altrettanta tenerezza del Principe. “Lo scorso anno per il compleanno di Chicca, il 21 agosto, siamo andati in gita a Napoli. C’è una trattoria dove vado spesso e di solito c’è un posteggiatore”. Parentesi linguistica per i non napoletani. Il posteggiatore non è quello che si occupa delle macchine dei clienti e le parcheggia, ma il cantante che intrattiene la sala. “Avevo pensato di chiedergli Anema e coree dedicarla a Chicca. Un po’ come fa Berlusconi-Servillo con Fabio Concato in Loro 1 di Sorrentino. Quella sera il posteggiatore non si è presentato e allora l’ho fatta io”».
Nella mattinata di oggi era circolata la notizia che il concerto di De Gregori insieme a Venditti previsto per domani a Villa Bertelli a Forte dei Marmi era stato posticipato al 18 agosto. I funerali si terranno domani 22 luglio a Roma.
Ne ha dato notizia su Twitter la giornalista Stephanie Rendall
È morta Tina Turner. La leonessa della musica, tra le più acclamate interpreti della scena rock mondiale, aveva 83 anni. Ne ha dato notizia su Twitter la giornalista inglese Stephanie Rendall. La sua carriera — irripetibile — ha segnato generazioni oltre che il corso della musica della musica contemporanea, con dodici Grammy Awards vinti in una carriera lunga cinquanta anni. «Con grande tristezza annunciamo la scomparsa di Tina Turner — si legge sulla pagina della cantante — . Con la sua musica e la sua sconfinata passione per la vita, ha incantato milioni di fan in tutto il mondo e ha ispirato le stelle del domani. Oggi salutiamo una cara amica che ci lascia la sua più grande opera: la sua musica. Tutta la nostra più sentita compassione va alla sua famiglia. Tina, ci mancherai tantissimo». Firmato Peter Lindbergh.
Il terzo dei quattro figli del cantante è scomparso: la notizia sui social
«Dopo tanto, tanto dolore, il nostro meraviglioso Arrigo è finalmente in pace. La famiglia chiede silenzio».
Con queste parole, pubblicate sui profili social del cantautore, Roberto Vecchioniannuncia la triste notizia della morte del figlio Arrigo.
Arrigo era il terzo dei quattro figli di Vecchioni, il secondo avuto dalla seconda moglie Daria Colombo e aveva 36 anni.
Dal suo primo matrimonio con Irene Brozzi Roberto Vecchioni ha avuto la sua primogenita, Francesca Vecchioni.
Successivamente, nel 1981, ha sposato Daria Colombo, dalla quale ha avuto altri tre figli: Carolina, Arrigo – di cui oggi la famiglia ha annunciato la scomparsa — ed Edoardo, che due anni fa, in un romanzo, aveva raccontato la sua esperienza con la malattia, la sclerosi multipla.
Vecchioni, che il 25 giugno compirà 80 anni, ha dedicato alcuni dei suoi brani ai figli.
Nel 2016 ha pubblicato l’album «Canzoni per i figli», che conteneva tra le altre «Canzone da lontano», una ninna nanna scritta per Francesca, tratta dall’album «Montecristo», una versione recitata di «Figlio figlio figlio» e una con nuovo arrangiamento di «Un lungo addio», dedicata a Carolina. A Edoardo, Vecchioni ha dedicato, invece, la canzone «Le rose blu».
In diverse interviste, il cantautore ha parlato del suo rapporto con i figli, sostenendo che la vita senza di loro per lui sarebbe come un deserto. Intervistato dal Corriere, li raccontava così: «L’unico piccolo dramma dei miei figli è il senso imitativo del padre. Si sentono artisti, un po’ fuori dal mondo, con velleità letterarie. Forse è colpa mia: li ho fatti sognare troppo, di realtà ne ho data poca. Ma è di realtà che c’è bisogno per confrontarsi con la vita, con le persone, con il lavoro».
A stringersi «con sgomento» a Roberto Vecchioni sono stati, con un messaggio, «il presidente della Fondazione il Campiello Enrico Carraro, la Segreteria del Premio, il Presidente della Giuria dei Letterati Walter Veltroni e tutta la Giuria del Premio Campiello»: il pensiero e l’affetto di tutte e di tutti noi vanno al padre Roberto, da anni presenza tra le più appassionate e appassionanti nella giuria del Premio. Chi, come Roberto Vecchioni, ha saputo raccontare e insegnare con tanta freschezza la gioia e l’avventura della giovinezza si trova ora di fronte al dolore di una giovane vita spezzata da una lunga e dolorosa malattia: il nostro affettuoso abbraccio possa sostenerlo in un momento così duro».
David Van Cortlandt Crosby (Los Angeles, 14 agosto1941 – 19 gennaio2023) è stato un chitarrista e cantautorestatunitense, inserito per due volte nella Rock and Roll Hall of Fame, nel 1991 insieme agli altri membri dei Byrds e nel 1997 assieme a Stephen Stills e Graham Nash.
È scomparso a 81 anni la leggenda del rock americano David Crosby. Fondatore negli anni ’60 delle leggendarie band The Byrds e Stills and Nash, il cantautore è stato inserito per ben due volte in carriera nella Rock and Roll Hall of Fame. A Variety sua moglie ha assicurato che Crosby è morto circondato dall’affetto dei suoi famigliari. «La sua eredità continuerà a vivere attraverso la sua musica leggendaria», ha aggiunto. Appena otto mesi fa, l’artista aveva annunciato di voler interrompere le sue esibizioni dal vivo: «Sono troppo vecchio per farlo ancora – aveva detto – Non ho la resistenza e la forza». In quell’occasione però aveva assicurato ai suoi fan di aver lavorato tantissimo in studio di registrazione: «Ho registrato dischi a un ritmo sorprendente… Ora ho 80 anni quindi morirò abbastanza presto. E quindi sto cercando di sfornare quanta più musica possibile, purché sia davvero buona… ne ho già un’altra che aspetta». Di recente però Crosby aveva cambiato idea e aveva deciso di voler tornare a esibirsi dal vivo.
Lisa Marie Presley èmorta. La figlia di Elvis Presley è stata stroncata da un infarto all’età di 54 anni. Lo riporta l’Associated Press. «È con il cuore pesante che devo condividere la devastante notizia che la mia bellissima figlia Lisa Marie ci ha lasciato», ha detto la madre Priscilla Presley in un comunicato. «Era la donna più appassionata, forte e amorevole che abbia mai conosciuto». L’annuncio della morte arriva poche ore dopo la notizia del ricovero d’urgenza in ospedale per un arresto cardiaco.
La cantautrice è deceduta dopo qualche ora di coma farmacologico. È stata la domestica a trovarla «priva di sensi» nel suo letto e poi l’ex marito, Danny Keough che vive con lei a Los Angeles. Era rientrato dopo aver accompagnato i loro figli a scuola e ha chiamato l’ambulanza. Inutile il tentativo dei medici di applicarle un pacemaker.
Il decesso per un forma letale di meningite. Era diventato famoso con gli Yardbirds. Beck aveva ridefinito la musica per chitarra negli anni Sessanta
Quella scena madre in cui spacca la chitarra e la lancia in mezzo al pubblico adorante che alla fine non sa che farsene è una delle istantanee simbolo dei tumultuosi anni Sessanta. Già, ilJeff Beck di «Blow Up», ilcapolavoro del nostro Michelangelo Antonioni che fissa per sempre su tela cinematografica l’esplosione della Swinging Londonè il santino che ci portiamo via oggi che il nostro ci lascia, a 78 anni, per una meningite batterica, come hanno annunciato dolorosamente i familiari.
Già, siamo nel 1966,Beck ha appena sostituito sua maestà Eric Clapton negli Yardbirds, raccomandato nientemeno che da Jimmy Page. Che lo affiancherà brevemente nella rockband andando poi a fondare altri giganti, i Led Zeppelin. In quei venti mesi, Beck e Page faranno faville , in una sorta di continua gara virtuosistica, come ben si vede proprio in Blow Up. Troppo grandi gli ego dei due dunque per resistere insieme. E a soddisfare questa suafame personalistica, Jeff fonderà il Jeff Beck Group. Innovativissimo, con largo uso di distorsioni e feedback, ad anticipare le tendenze dell’hard e perfino dell’heavy metal, e lanciando alla voce un certo Rod Stewart. Che, però, si troverà presto in contrasto con il sempre volitivo Jeff, andandosene anche lui nel 1969. continua a leggere
Jeff Beck – Nessun Dorma (dalla Turandot di Giacomo Puccini) – mejackblack
Il musicista afroamericano Fred White aveva 67 anni
(ANSA) – New York, 02 gennaio 2023
Fred White, ex batterista degli Earth, Wind & Fire è morto all’età di 67 anni.
Lo ha annunciato il fratello Verdine.
Nato nel 1955 a Chicago (Illinois), White aveva iniziato giovanissimo a suonare la batteria. Durante la sua carriera, ha vinto sei Grammy Awards con la leggendaria band funk formata nel 1969 da suo fratello Maurice White, scomparso nel 2016. Earth, Wind & Fire sono diventati rapidamente famosi negli anni ’70, tra i primi a infrangere i tabù razziali nel pop, e hanno avuto enorme successo sia nella comunità bianca che in quella afroamericana. Nel 1979, la band è stata la prima band afroamericana ad esibirsi davanti a un pubblico tutto esaurito al prestigioso Madison Square Garden di New York. White, come membro della band Earth, Wind & Fire, è stato inserito nella Rock & Roll Hall of Fame nel 2000, il pantheon americano del rock e della musica pop. Il gruppo si è distinto per le sue canzoni ma anche per i suoi spettacoli pieni di energia, scanditi da una forte presenza di ottoni e di una kalimba, uno strumento a percussione africano fatto di lamelle di metallo. continua a leggere
L’annuncio della morte sui canali social della band
È morto nella serata di giovedì all’età di 70 anni Giovanni Pezzoli, batterista e cofondatore degli Stadio insieme a Gaetano Curreri, Marco Nanni, Ricky Portera e Fabio Liberatori. A darne la notizia è il gruppo sui suoi canali social.
L’addio sui social – «Alle 21.00 di questa sera – scrivono gli Stadio su Facebook e Instagram – purtroppo Giovanni ci ha lasciato. I nostri pensieri e i nostri cuori sono pieni di dolore! Vogliamo ricordarlo con il suo sorriso e la voglia di fare musica per farci e farvi divertire. Ciao Giovanni».
Le condizioni di salute – Nato a Bologna il 14 maggio 1952, Pezzoli è stato il cofondatore del gruppo nato nella primavera del 1981. Nel marzo del 2016, poche settimane dopo la vittoria al Festival di Sanremo con la canzone “Un giorno mi dirai”, Giovanni Pezzoli era stato colto da un grave malore mentre si trovava in vacanza in montagna. continua a leggere
È stato trovato nella sua casa di Los Angeles. Aveva 62 anni. Ancora incerte le cause della morte. È la seconda tragedia che colpisce la cantante: il figlio maggiore Craig si era sparato nel luglio 2018
Nuova tragedia per Tina Turner, 83 anni: il figlioRonnie, 62 anni, è morto nella sua casa nella San Fernando Valley, a Los Angeles, California. La moglie, la cantante francese Afida, ne ha dato l’annuncio su Instagram. Secondo il sito del New York Post, il figlio della Turner e del secondo marito Ike (1931 – 2007) aveva avuto molti problemi di salute, tra cui un cancro. Tmz ha parlato con fonti della polizia secondo cui soccorritori erano stati chiamati a casa dell’uomo che aveva accusato problemi di respirazione. All’arrivo dell’ambulanza però Ronnie ha smesso di respirare ed è morto. Per la cantante è la seconda tragedia familiare: il primogenito, Craig, nato dalla relazione di Tina con Raymond Hill, sassofonista della band Kings of Rhythm, si è tolto la vita nel luglio 2018 sparandosi un colpo di pistola.
Traduzione: MIO DIO RONNIE TURNER UN VERO ANGELO ENORME ANIMA ALTAMENTE SPIRITUALE MIO MARITO IL MIO MIGLIORE AMICO IL MIO BAMBINO ERO LA TUA MAMMA LA TUA INFERMIERA IL TUO PICCOLO MOSTRO ❤️ 🙏 💔 🎩 HO FATTO IL MEGLIO FINO ALLA FINE QUESTA VOLTA NON SONO STATA IN GRADO DI SALVARTI TI AMO PER QUESTI 17 ANNI È MOLTO MOLTO MOLTO CATTIVO SONO MOLTO MATTO 😡 QUESTA È UNA TRAGEDIA TU CON TUO FRATELLO CRAIG E TUO PADRE IKE TURNER E ALINE RIPOSATE IN PARADISO 🙏🙏🙏🙏🙏❤️😭😭💔💔 COSÌ IN