E’ ben gradito un’applauso!!! Grazie
16 Gennaio 2026
| Le “bufale” di Trump sulla Groenlandia smontate punto per punto e cosa succede davvero |
| Gran parte di ciò che Washington cerca nell’Artico lo avrebbe già senza aprire una crisi gigantesca con alleati europei |
L’idea di “conquistare” o “comprare” la Groenlandia torna periodicamente nella politica americana, e con Donald Trump è diventata (di nuovo) un’ossessione da titoli e scontri diplomatici. Ma fuori dalla propaganda, il punto è più semplice: agli Stati Uniti, per ottenere ciò che davvero conta in Groenlandia, la sovranità non serve. A metterla giù senza giri di parole è Richard Fontaine, presidente del think tank Center for a New American Security ed ex consigliere in ambito sicurezza nazionale. La Groenlandia – dice al Wall Street Journal – è una delle rare questioni di politica estera non complicate. E il motivo è proprio questo: Washington vi ha già accesso. Ma cosa succede allora? Facciamo chiarezza oltre la propaganda.
Terre rare e difesa – La Groenlandia è cruciale per la difesa statunitense perché si trova lungo le rotte artiche più sensibili e ospita infrastrutture chiave come la base di Pituffik essenziale per la sorveglianza anti-missile. Ma il punto per Fontaine è che gli Stati Uniti possono già fare praticamente tutto ciò che vogliono sul piano della sicurezza senza annettere il paese. La cornice è l’accordo di difesa del 1951 tra Usa e Regno di Danimarca, poi integrato/aggiornato nel 2004 con l’accordo di Igaliku che disciplina la presenza e l’operatività statunitense.
Secondo la narrazione più allarmista, Russia e Cina sarebbero pronte a mettere piede sull’isola. Fontaine ribatte con una provocazione fattuale: gli Usa un tempo avevano migliaia di militari in Groenlandia, oggi i numeri sono molto più bassi. E se davvero ci fosse una minaccia “imminente”, la prima mossa logica sarebbe aumentare la presenza, non cambiare confini. Diverse fonti recenti collocano la presenza statunitense a Pituffik attorno a circa 200 militari effettivi. In risposta a una minaccia navale nell’Artico gli Usa potrebbero già avere le necessarie capacità di deterrenza aumentando presenza militare e pattugliamenti.
Per Fontaine, chiedere la sovranità per sentirsi “motivati” alla difesa è un’idea che svuota il senso stesso dell’alleanza atlantica. Se Trump racconta l’immagine di un disimpegno “danese” spiegando che non farebbero abbastanza, va ricordato che la Danimarca ha pagato un prezzo altissimo nelle missioni post-11 settembre, Afghanistan incluso. Le stime più citate parlano di 43 militari danesi morti e di un tasso di spesa militare pro-capite tra i più alti nella coalizione. È difficile chiamarlo “alleato scarso” senza cancellare quella storia.
C’è poi l’argomento “terre rare e minerali”: suona potente, ma è la realpolitik è molto più complessa. Con l’autogoverno, l’autorità groenlandese ha assunto il controllo dell’area delle risorse minerarie, anche “possedendo” l’isola, gli Usa non trasformerebbero per magia l’Artico in una miniera a cielo aperto. La filiera mineraria richiede permessi, accettabilità sociale, porti, energia, strade, manodopera, investitori e – soprattutto – anni.
Il punto più controverso è tutto nel linguaggio utilizzato dall’amministrazione statunitense. Se l’ordine internazionale del dopoguerra – che gli Usa hanno guidato – si basa sull’idea che i confini non si cambiano con la forza, le pretese di Trump creano un precedente tossico e un assist narrativo a chi viola confini altrove (Putin in Ucraina, Netanyahu a Gaza, solo per citare due esempi).
Il paradosso della Groenlandia – Il paradosso è tutto qui: la Groenlandia è strategica, ma proprio perché lo è, agli Stati Uniti conviene mantenerla dentro un perimetro di cooperazione con Danimarca e autorità groenlandesi, usando strumenti che già hanno: accordi, investimenti, presenza, interoperabilità NATO, aggiornamenti tecnologici a Pituffik. “Prendere l’isola” sarebbe una scorciatoia solo nella fantasia: nella realtà aprirebbe una crisi con alleati, renderebbe più difficile la gestione politica locale e trasformerebbe un vantaggio operativo già disponibile in un problema permanente.
Resta l’incognita del perché allora? È solo provocazione per spingere gli europei ad un maggior impegno militare anche nell’Artico? Eppure l’effetto è concreto: diffidenza tra alleati, frizioni nella NATO, energia politica sprecata. E infatti, in queste settimane, la questione Groenlandia è diventata terreno di scontro transatlantico con toni duri e minacce economiche, mentre i dossier veri restano lì: Russia/Ucraina, Cina, Iran.

