Lutto per l’Associazione Italiana Arbitri: è morto Tullio Lanese. Presidente dell’Aia dal 2000 al 2006 aveva 78 anni. Il presidente Aia, Antonio Zappi, in accordo con il presidente federale, ha disposto per tutti gli arbitri – in occasione di tutte le gare del fine settimana ed eventuali posticipi – di indossare il lutto al braccio.
“La sua era stata una presidenza storica, essendo stata la prima dopo la riforma democratica che da quel momento in poi avrebbe previsto l’elezione del vertice dell’Aia e non più la nomina da parte degli organi federali“, ricorda l’Aia in una nota. Divenuto arbitro nel 1965, Tullio Lanese ha scalato le varie categorie nazionali fino ai massimi Campionati professionistici, dirigendo 170 gare di Serie A e 130 di Serie B. A livello internazionale le sue presenze sono state in totale 38 tra le quali le Universiadi in Jugoslavia del 1985, le Olimpiadi di Seul del 1988, i Mondiali giovanili in Arabia nel 1989, gli indimenticabili Mondiali di Italia ’90 (tre partite dirette), la finale di Coppa dei Campioni del 1991 ed i Campionati Europei di Svezia nel 1992.
“Ritengo che essere arbitro sia un modo di vivere, che diventa parte integrante di ogni persona che ha passato la propria esistenza sui campi da giuoco“, scriveva lo stesso Lanese, in un suo intervento sul numero speciale della rivista “l’Arbitro” dedicata ai 100 anni dell’Aia. Il presidente dell’Aia Antonio Zappi, i vicepresidenti Francesco Massini e Michele Affinito e tutto il Comitato Nazionale esprimono alla famiglia di Tullio Lanese profondo cordoglio a nome di tutti gli arbitri italiani.
Nel 2014 aveva firmato con la Juventus, ma non ha mai vestito la maglia bianconera
Nico Hidalgo, ex calciatore di 32 anni
È morto Nico Hidalgo, ex calciatore di 32 anni passato anche dallaJuventus. L’atleta era stato colpito da uncancroai polmoni, scoperto tre anni fa. Per la malattia nel 2021 aveva annunciato lo stop alla sua carriera. Si era fermato per curarsi a 29 anni, sperando in un rientro. Le metastasi dai polmoni si sono allargate anche alle ossa. Oggi la terribile notizia.
Chi era Nico Hidalgo – Nel 2014 aveva firmato con la Juventus, ma non ha mai vestito la maglia bianconera. Preso dalla squadra B del Granada, società della famiglia Pozzo poi finita sotto inchiesta per la gestione del club, è rimasto in prestito in Andalusia per due stagioni. Nato in Spagna nel 1992, ha giocato anche al Racing Santander e al Cadice.
Nico Hidalgo, por siempre en la memoria del granadinismo.
Tanti i messaggi che hanno ricordato Hidalgo tra cui quello Granada: «Nico Hidalgo ci ha lasciato il 1° marzo 2025 all’età di 32 anni. Alle sue spalle c’è un innegabile esempio di lotta e sacrificio, come ha già dimostrato nel Granada, realtà che ha difeso tra il 2012 e il 2016 debuttando con la prima squadra. Nato a Motril, ha potuto sentire il calore dei tifosi granadini al Granada City Trophy 2022. Quel pomeriggio c’è stato un momento emozionante quando, insieme a Pepe Macanas, è sceso sul terreno di gioco del Nuevo Los Camenes e ha ricevuto un’ovazione più che meritata dai suoi tifosi, che hanno voluto sostenerlo fin dal primo momento in una lunga e sfortunata lotta contro la malattia. Con l’addio di Nico non se ne va solo un calciatore eccellente, ma anche una brava persona. Ma l’affetto dei compagni di squadra, degli allenatori, dei lavoratori, dei dirigenti e dei tifosi sarà sempre presente. Riposa in pace, Nico Hidalgo Garcia»
Da giocatore conta oltre 200 presenze nel Toro, da allenatore ha guidato Pisa, Perugia e Fiorentina
Il mondo del calcio piange Aldo Agroppi. L’ex allenatore, tra le altre, di Fiorentina, Pisa e Perugia si è spento all’età di 80 anni nella sua Piombino. Da calciatore ha legato il suo nome soprattutto al Torino, con cui ha giocato tra il 1967 e il 1975 collezionando più di 200 presenze e guadagnandosi anche la maglia azzurra, indossata in 5 occasioni. Quindi la carriera da allenatore, sulle panchine di Pisa, Perugia, Padova, Fiorentina, Ascoli e Como: nel 1993 il ritorno ai viola, ultima esperienza in panchina prima di intraprendere la carriera da commentatore televisivo. Agroppi era ricoverato all’ospedale di Piombino a causa di una polmonite.
Grave lutto per il ds dell’Inter: è morta sua madre Rosa
Lutto per Piero Ausilio, il direttore sportivo dell’Inter. Nelle scorse ore, infatti, si è spenta la madre del dirigente nerazzurro.
“Fc Internazionale Milano esprime il proprio cordoglio e in questo momento di lutto si stringe attorno al direttore sportivo Piero Ausilio e alla sua famiglia per la scomparsa dell’amata mamma Rosa“, il commiato del club affidato a una nota.
Nato a Milano da genitori calabresi, Ausilio – ex calciatore oggi 52enne – è direttore sportivo della società di viale della Liberazione dall’ormai lontanissimo 2010. Nella sua carriera da manager in Italia ha vinto praticamente tutto con i colori nerazzurri.
Martedì la tragedia, i compagni di squadra e i due club impegnati in campo vicini al giocatore
Tragedia prima diStoccarda-Young Boys, partita di Champions League finita 5-1 per i padroni di casa. Meschack Elia, attaccante degli svizzeri, ha perso il figlio di 5 anni dopo una malattia fulminea. “È morto in modo del tutto inaspettato dopo una breve malattia – ha scritto lo Young Boys alla vigilia del match, annunciando il forfait di Elia –, martedì sera abbiamo ricevuto una terribile notizia. La compagna di Elia si era recata con i due figli nella Repubblica democratica del Congo, dove è avvenuto il tragico evento. Il BSC Young Boys– si prosegue – è sbalordito e porge le sue più sentite condoglianze a Meschack Elia e augura a lui e ai suoi parenti tanta forza e fiducia. Accompagneremo e sosterremo Meschack nel miglior modo possibile durante questo momento difficile“.
Lo Young Boys è sceso in campo con il lutto al braccio e prima del fischio d’inizio è stato osservato un minuto di silenzio. L’unico gol della partita realizzato dagli svizzeri, firmato da Lakomy, è stato festeggiato dai giocatori mostrando proprio la maglia di Elia. Anche lo Stoccarda ha pubblicato un messaggio di vicinanza al giocatore: “Esprimiamo le sincere condoglianze a Meschack Elia e alla sua famiglia. I nostri pensieri sono con te e ti auguriamo tanta forza in questo momento difficile“.
6. Lakomy bringt YB durch einen Weitschuss mit 1:0 in Führung. Danach zeigt die Mannschaft, wem sie das Tor widmet: Sie posiert an der Seitenlinie mit einem Trikot von Meschack Elia.#bscyb#ybforever#ucl#vfbybpic.twitter.com/0mCMJ1pv3t
Trauerminute für den verstorbenen Sohn von Meschack Elia. In tiefer Anteilnahme für Meschack Elia und seine Angehörigen: In den Minuten vor dem Anpfiff des Spiels Stuttgart – YB ist eine Trauerminute abgehalten worden. Beide Teams spielen heute mit Trauerflor.#bscyb#ybforeverpic.twitter.com/6p7QbcJYgQ
Tragedia nel mondo del calcio, morto l’ex Valencia Castillejo per l’alluvione – (LaPresse) – calciomercatoweb.it
Difronte a tragedie del genere non esistono rivalità né colori, soprattutto quando a perdere la vita è un ragazzo che in un ambiente complicato come quello che è il calcio si è sempre fatto volere bene.
Calcio in lutto: è morto l’ex Valencia Castillejo
Una notizia terribile ha travolto il mondo del calcio, così come ha fatto l’alluvione negli scorsi giorni su Valencia e le zone limitrofe alla città spagnola. Sfortunatamente questa tragedia ambientale ha recato più danni del previsto, visto che oltre a palazzi distrutti, ci sono state sfortunatamente anche 150 vittime.
Fra queste anche l’ex calciatore del Valencia Castillejo, il cui corpo in fin di vita è stato rinvenuto e riconosciuto dai soccorritori che in questi giorni ci stanno mettendo del loro meglio per cercare in qualche modo di far rientrare, per quanto possibile, la situazione. Cresciuto nella cantera degli El Che, il giovane non si è mai tolto la soddisfazione di poter esordire con la prima squadra, ma in compenso ha avuto una discreta carriera nelle serie inferiori spagnole.
Appena giunta la notizia, tutti i club iberici, compreso il Valencia, si sono uniti al cordoglio della famiglia di José Castillejo, portato via da un alluvione a soli 28 anni. Nel 2020, prima di rimanere svicolato, il centrocampista classe ’96 aveva vestito la maglia del Vilamarxant CF, squadra della provincia di Valencia che milita nella terza divisione spagnola, l’equivalente della nostra Serie C.
Castillejo ha perso la vita a 28 anni: i messaggi dal mondo del calcio – José Castillejo rientra fra le 150 vittime che ha causato l’alluvione di Valencia. L’ex centrocampista del Valencia aveva 28 anni, ed ancora diverso tempo davanti per continuare a fare quello che più gli piaceva, giocare a calcio, nonostante avesse deciso di appendere gli scarpini al chiodo dopo l’esperienza al Vilamarxant.
La vita, però, è stata troppo crudele con lui così come con tutte le altre persone decedute in questo disastro ambientale. Giunta la notizia, immediati sono stati i messaggi di cordoglio dal mondo del calcio spagnolo, internazionale e dei club per i quali ha giocato, come ad esempio l’Eldense, che si è detto estremamente dispiaciuto per la scomparsa di un ragazzo che è stato sin da subito, e per sempre, amato e voluto bene dall’ambiente rossoblù. Oltre al club di Serie B, nelle scorse ore è anche il messaggio del Valencia,club nel quale il giovane José Castillejo è cresciuto come uomo e calcisticamente parlando.
Castillejo vittima dell’alluvione, aveva 28 anni (LaPresse – @c.d.roda Instagram) – calciomercatoweb.it
L’ex centrocampista stava disputando una partita domenicale tra amici a Piacenza, sua città natale, quando i compagni lo hanno visto cadere al suolo
Lutto nel mondo del calcio per la morte di Luigi Rocca, ex centrocampista 61enne che nella sua carriera ha vestito, tra le altre, anche la maglia dell’Inter. L’ex calciatore stava disputando una partita domenicale tra amici a Piacenza, sua città d’origine, quando si è improvvisamente accasciato sul campo davanti ai compagni. Come riporta MilanoToday, il 61enne è stato trasportato in elicottero all’ospedale Guglielmo da Saliceto, ma per lui non c’era più nulla da fare e i medici hanno solo potuto constatarne il decesso. Tantissimi i messaggi di cordoglio e vicinanza ai familiari. “Profondamente rattristato dalla notizia” il Piacenza Calcio, fa sapere in una nota, “stringendosi in un forte abbraccio attorno alla sua famiglia”.
Chi era Luigi Rocca – Rocca, nato a Coli, era cresciuto nelle giovanili dell’Inter. Aveva fatto il suo esordio in Coppa Uefa proprio con la maglia nerazzurra il 30 settembre del 1981 subentrando a Lele Oriali nella gara contro l’Adanaspor.
Sempre con l’Inter aveva disputato la sua prima partita in Serie A il 16 maggio 1982 nella vittoria interna per 2-1 sull’Avellino. In seguito il centrocampista aveva indossato le maglie di Sanremese, Casertana e Piacenza, tra le altre. Aveva poi iniziato la carriera da miste con le giovanili del Piacenza, per poi guidare anche il Fanfulla, il Fiorenzuola e il Codogno.
Ricardinho ucciso a colpi di pistola durante una sparatoria. Tragedia in Brasile, il mondo del calcio piange il giovane attaccante
Un’altra tragica notizia che scuote ilBrasileed il mondo del calcio. Nella notte Ricardo Emanuel Alcantara Paiva, noto come Ricardinho, è stato ucciso in una sparatoria avvenuta subito dopo l’ultima partita disputata con il suo Remo. Il giovane attaccante era appena rientrato dopo un lunghissimo stop per la rottura del legamento crociato.
Ricardinho ucciso a colpi di pistola: il calcio brasiliano piange il giovane attaccante – Il 22enne, stando alle ricostruzioni provenienti dal Brasile, era seduto su un marciapiede con due amici quando ad un certo punto è stato raggiunto da alcuni colpi di pistola. I colpi sarebbero partiti da un’auto nera arrivata all’improvviso, per l’attaccante ed i suoi due amici non c’è stato nulla da fare. Il Remo ed il calcio brasiliano piangono così la scomparsa del calciatore.
Calcio brasiliano in lutto per Ricardinho: le ricostruzioni dal Brasile – Ricardinho è cresciuto nel Remo prima di essere mandato in prestito, a maggio era rientrato dopo la rottura del legamento crociato. Nelle ultime settimane aveva concluso la riabilitazione ed era tornato in campo dopo il lunghissimo stop. Sul più bello, a soli 22 anni, la sua vita è stata stroncata misteriosamente.
Il 31enne nazionale greco, inglese naturalizzato, è stato trovato senza vita nella piscina della sua villa a Glyfada (Atene)
Il calcio greco piange George Baldock. Il 31enne terzino della nazionale ellenica e del Panathinaikos è stato trovato senza vita nel pomeriggio di mercoledì nella piscina della sua villa a Glyfada, quartiere periferico di Atene. Secondo le prime informazioni raccolte dalle agenzie di stampa locali, è stata la moglie del calciatore (che si trovava all’estero) a dare l’allarme dopo aver provato invano a mettersi in contatto con lui durante l’arco della giornata. La signora Baldock avrebbe quindi contattato il proprietario di casa che, non avendo a sua volta ottenuto risposta, sarebbe entrato nella villa trovando il giocatore riverso nell’acqua della piscina. A quel punto sono intervenuti i soccorsi ma, per Baldock, non c’è stato nulla da fare.
CHI ERA BALDOCK – Terzino destro, 31 anni, Baldock ha mosso i suoi primi passi nelle serie minori inglesi e, dopo un prestito in Islanda, ha raggiunto la Premier League con la maglia dello Sheffield United, con cui ha totalizzato oltre 200 presenze. Nel 2022 aveva accettato la convocazione della Grecia, resa possibile dal passaporto greco della nonna paterna. Con la maglia della “Ethniki Omada” era sceso in campo in 12 occasioni, prima di trasferirsi in estate al Panathinaikos. Appena 4 le sue apparizioni con i verdi di Atene prima della tragedia, tra cui il derby con l’Olympiacos di domenica 6 ottobre, terminato 0-0 in cui è rimasto in campo per 75 minuti.
CALCIO – L’Olanda e tutto il calcio piangono la scomparsa di Johan Neeskens, leggendario centrocampista dell’Olanda del calcio totale: aveva 73 anni. Con la maglia dell’Ajax vinse tre Coppe dei Campioni consecutive tra il 1971 e il 1973 e una Coppa Intercontinentale. Suo il gol nella finale dei Mondiali ’74 poi persa dagli Orange contro la Germania Ovest.
Il calcio piange la scomparsa di Johan Neeskens: l’ex centrocampista, leggenda dell’Olanda del calcio totale di Cruijff e dell’Ajax, si è spento all’età di 73 anni a causa delle conseguenze di un malore accusato mentre si trovava in Algeria per seguire un progetto curato dalla Federcalcio olandese. “Le parole non bastano per esprimere la gravità di questa perdita improvvisa – scrive la Federazione Orange in una nota di cordoglio -. I nostri pensieri vanno a sua moglie Marlis, ai suoi figli, alla sua famiglia e ai suoi amici. Il mondo non perde solo uno sportivo di talento, ma soprattutto una persona coinvolta, appassionata e meravigliosa“.
We are deeply saddened to learn of the passing of Dutch legend Johan Neeskens, a three-time European Cup winner and one of football's true greats.
Our thoughts are with his family, friends, and the global football community. pic.twitter.com/7NDCOTPk0e
Neeskens, il cui nome rimarrà per sempre legato anche al grande Ajax degli anni Settanta con cui vinse tre Coppe dei Campioni (dal 1971 al 1973) e una Coppa Intercontinentale, aveva segnato un gol storico su rigore nella finale dei Mondiali 1974 contro la Germania Ovest, un penalty procurato da Cruijjf dopo 50 secondi dal calcio d’inizio con i giocatori tedeschi che non erano mai riusciti a toccare il pallone. La partita venne vinta poi 2-1 in rimonta dalla Germania Ovest.
Met grote verslagenheid heeft de KNVB kennisgenomen van het onverwachte overlijden van Johan Neeskens.
Johan was een van onze allergrootsten. We gaan hem enorm missen.
We wensen zijn vrouw Marlis, zijn kinderen Christian, Tamara, Bianca en Armand, zijn kleinkinderen Djoy en… pic.twitter.com/z4ErJ7Hqeb
Nel corso della carriera vinse anche una Coppa delle Coppe e una Coppa di Spagna con il Barcellona prima di trasferirsi a New York per indossare la maglia dei Cosmos e con la maglia della Nazionale olandese disputò anche la finale dei Mondiali 1978, persa contro l’Argentina padrona di casa. Rinus Michels, allenatore dell’Olanda campione d’Europa del 1988, lo descriveva così: “Non esiste un Cruijff senza un Neeskens“.
Totò Schillaci in una foto recente e l’iconica immagine con la maglia della nazionale italiana di calcio
Cresciuto ed esploso nel Messina, consacratosi con la Juventus e capocannoniere della rassegna iridata italiana che vide la Nazionale uscire in semifinale: la storia del bomber siciliano, iconica figura del calcio tricolore di fine XX secolo
Totò Schillaci èmortostamattina all’ospedale Civico di Palermo. L’ex calciatore della nazionale italiana aveva 59 anni e nel 2023 avevaraccontatodi avere un tumore: “Sono stato operato due volte, mi è caduto il mondo addosso“. Nonostante i bollettini degli ultimi giorni che parlavano di “condizioni di salute in miglioramento“, le sue condizioni sono precipitate fino al decesso. La camera ardente sarà allestita allo stadio Renzo Barbera.
È morto Totò Schillaci – Negli occhi di almeno un paio di generazioni di appassionati è sempre restato il suo sguardo, mostrato sui campi italiani nel Mondiale del ‘90, abbinato ad i suoi gol che hanno reso quelle notti effettivamente magiche – e messe in musica da Edoardo Bennato e Gianna Nannini – ma non abbastanza da renderle auree, come invece accaduto sedici anni più tardi nella rassegna iridata tedesca. Perché nel gioco delle associazioni di idee e di pensieri, il binomio tra Salvatore Schillaci ed Italia ‘90 resta qualcosa di indissolubile: e non è solo la questione meramente numerica a suggerirlo, avendo chiuso la manifestazione con il titolo di capocannoniere e il premio come MvP della manifestazione. La sua immagine di bomber di provincia consacratosi a livello internazionale, decisivo al suo esordio con la maglia della nazionale nella più importanza competizione calcistica, acciuffata a dodici mesi di distanza dal debutto in Serie A, ha sempre assunto i contorni di una favola, dell’happy end costituito dalla classe operaia che se ne va in paradiso.
Chi era Totò Schillaci – La storia che Totò Schillaci (o “Turi” Schillaci, come lo chiamava Gianni Brera per non scomodare l’indimenticabile attore comico napoletano mancandogli di rispetto) ha avuto la determinazione di scrivere affonda la sue radici in un quartiere povero di Palermo, come era il Cep di San Giovanni Apostolo. Lavoro e poi allenamenti, per coronare il sogno di diventare un calciatore ma contestualmente anche per stare alla larga da quelle che in un’intervista aveva definito come “cattive amicizie”, persone che hanno poi intrapreso una strada ben diversa dalla sua. Che lo porta a lasciare la città natale – per una manciata di milioni non va in porto il trasferimento dall’Amat alla squadra professionistica rosanero – per accasarsi al Messina. Dove comincerà ad edificare la sua fortuna, a placare la sua fame di sfondare.
Parte dalla C2 nel 1982, arriva in serie B dove nella sua ultima stagione siciliana segna 25 gol in 39 partite. Nei dodici mesi successivi, la deflagrazione: lo compra la Juventus per 6 miliardi, lui tra Serie A e Coppa realizza 21 reti risultando determinante per la conquista di Coppa Italia e Coppa Uefa. Il ct azzurro Azeglio Vicini lo convoca per i Mondiali, ed a metà del secondo tempo dell’incontro inaugurale con l’Austria lo inserisce al posto di Carnevale. Schillaci di testa va subito a bersaglio, e si ripeterà contro Cecoslovacchia, Uruguay ed Irlanda, così come nella semifinale contro l’Argentina (persa ai rigori) nella quale i suoi occhi spalancati fecero il giro del Mondo, stavolta non durante i festeggiamenti per una rete ma rivolti all’arbitro Vautrot dopo un contatto in area con Ruggeri non sanzionato con il rigore. Quella stessa massima punizione che realizzerà nella finale per il bronzo contro l’Inghilterra, con Baggio a concedergli l’onere e l’onore della trasformazione per mettere al sicuro il titolo di bomber del torneo.
Occhi spalancati, gol e quelle notti magiche di Italia ’90 – Quell’aura di magia, quello stato di grazia certificato da gol a grappoli (“Ci sono periodi nella vita di un calciatore in cui ti riesce tutto, basta che respiri è la metti dentro: ai Mondiali è andata più o meno così”) che lo ha issato fino al secondo gradino del podio della classifica del Pallone d’Oro, è andata via via dissolvendosi. Il pubblico lo punzecchia cantandogli “Schillaci ruba le gomme” (facendo riferimento ai problemi giudiziari che coinvolgono il fratello, legati ad un presunto furto di pneumatici), lui dopo l’arrivo in bianconero di Vialli lascia la Juve nel ‘92 e si accasa all’Inter, ma la scarsa continuità di impiego legata anche alle problematiche fisiche sopraggiunte gli impediscono di tornare ad essere decisivo come prima. Saluterà l’Italia e si accaserà in Giappone divenendo il primo italiano a militare nella massima serie nipponica che lo vedrà andare a segno 56 volte in 78 presenze. Quindi il ritiro, nel 1999, a 35 anni.
Dalla politica all’ultima apparizione televisiva – Appesi gli scarpini al chiodo arriva così l’esperienza con Forza Italia in consiglio comunale a Palermo, nel 1997: eletto con un migliaio di voti, si dimette dopo due anni. “Non lo farei più“, dirà successivamente. Poi torna alla sua scuola calcio dove è cresciuto e vede sbocciare sotto i suoi occhi giovani talenti.
Gli italiani lo riscoprono in tv come concorrenti di due reality show: nel 2004 arriva terzo all’Isola dei Famosi poi con “Pechino Express” gira India, Malesia e Cambogia, si diverte e fa divertire il pubblico. Il tumore sembra essere alle spalle, ma non è così. L’ultima apparizione in pubblico qualche settimana fa a Lipari, davanti alla tomba di Franco Scoglio per rendere omaggio all’allenatore, da lui definito “un padre“. Oggi l’annuncio purtroppo atteso della morte.
Negli occhi di tutti, resteranno sempre i suoi: spalancati, a volte increduli ed a volte festanti. Un’immagine iconica e fedele istantanea di un calcio che, oggi, sembra distante anni luce.
Ha fatto sognare una nazione intera durante le Notti Magiche di Italia ‘90 🇮🇹💙
FC Internazionale Milano si stringe intorno alla famiglia Schillaci per la scomparsa di Totò.#FCIMpic.twitter.com/PtxE7zWHod
Sven-Goran Eriksson, morto a 76 anni l’ex allenatore: aveva un cancro al pancreas. L’ultimo messaggio: «Vivete la vita fino in fondo»
Eriksson, in Italia è stato il tecnico della Lazio campione d’Italia nel 2000, ma anche di Roma, Sampdoria e Fiorentina
Morto Sven-Goran Eriksson, l’ex allenatore aveva 76 anni. A gennaio aveva annunciato di essere malato di cancro e solo poche settimane fa aveva svelato di essere allo stadio terminale. Da vivere gli resterebbe solo un anno di vita, aveva dichiarato ai microfoni della radio svedese P1: «Tutti avevano capito che non stavo bene, immaginavano fosse cancro e lo è. Devo lottare finché potrò». Purtroppo la malattia ha preso il sopravvento e così lo svedese, il primo allenatore straniero della nazionale inglese, non c’è l’ha fatta e si è spento lunedì 26 agosto.
Il lutto – A dare la notizia la BBC, «Una notizia terribilmente triste ci giunge: Sven-Goran Eriksson è morto all’età di 76 anni.
L’ex allenatore dell’Inghilterra è morto questa mattina nella sua casa circondato dai suoi cari», scrive l’emittente pubblica inglese. Eriksson, che in Italia ha allenato Lazio, Sampdoria e Roma, pochi mesi fa aveva annunciato di essere affetto da un tumore incurabile
Il messaggio – Solo lo scorso 21 agosto era stato diffuso un video di Eriksson in un documentario sulla sua vita intitolato “Sven”,in cui ha lasciato un messaggio che ha il sapore dell’addio.
«Ho avuto una bella vita, sì», dice Eriksson. «Penso che tutti noi abbiamo paura del giorno in cui moriremo. Ma la vita riguarda anche la morte. Dovete imparare ad accettarlo, per quello che è. Speriamo che alla fine la gente dica: ‘Sì, era un brav’uomo’. Ma non tutti lo diranno. Spero che mi ricorderanno come un uomo positivo».Sorridi», ha aggiunto. «Grazie di tutto: allenatori, giocatori, pubblico. È stato fantastico. Prendetevi cura di voi stessi, prendetevi cura della tua vita e vivetela. Fino alla fine».
Sven-Goran Eriksson has said his final emotional goodbye and how he wants people to remember him. 💔😪
“I had a good life. I think we are all scared of the day when we die, but life is about death as well. You have to learn to accept it for what it is. Hopefully at the end… pic.twitter.com/AYtvsRrTAp
Trduzione: Lingua originale: inglese. Traduzione di https://translate.google.com Sven-Goran Eriksson ha detto il suo ultimo emozionante addio e ha detto come vorrebbe che le persone lo ricordassero. “Ho avuto una bella vita. Penso che siamo tutti spaventati dal giorno in cui moriremo, ma la vita riguarda anche la morte. Devi imparare ad accettarla per quello che è.Spero che alla fine la gente dirà, sì, era un brav’uomo, ma non tutti lo diranno. “Spero che mi ricorderete come un ragazzo positivo che cercava di fare tutto il possibile do. Non dispiacetevi, sorridete. Grazie di tutto, allenatori, giocatori, il pubblico, è stato fantastico. Prendetevi cura di voi stessi e prendetevi cura della vostra vita. E vivetela. Ciao.”
Humberto Maschio, scomparso a 91 anni (Foto Wikipedia)
Arrivò in Italia con un bel soprannome, “angelo dalla faccia sporca”, Humberto Maschio. Formava un gran trio, in Argentina, con Omar Sivori e Antonio Valentin Angelillo. Nella Fiorentina vinse una Coppa Italia e una Mitropa Cup.
Nato ad Avellaneda nel 1933 e protagonista del successo dell’Argentina nel Campionato Sudamericano 1957 – con 9 realizzazioni che gli valsero, peraltro, il titolo di capocannoniere – Humberto Maschio formò, assieme ai compagni di squadra Sivori e Angelillo, il cosiddetto trio degli «angeli dalla faccia sporca» («angeles de la cara sucia»).
Vestì anche i colori dell’Italia, esordendo in amichevole contro la Francia il 5 maggio 1962. Convocato per il campionato del mondo 1962 in Cile, disputò la gara conosciuta come “battaglia di Santiago”, in cui un pugno di Leonel Sánchez ne provocò la frattura del setto nasale.
Così il club viola si unisce al cordoglio per la scomparsa di Humberto Maschio:“La Fiorentina si unisce al dolore della famiglia di Humberto Maschio per la scomparsa dell’ex viola. Maschio ha vestito la maglia della Fiorentina dal ‘63 al ‘66, registrando 52 presenze e realizzando 12 reti, contribuendo alla vittoria di una Coppa Italia e una Mitropa Cup”. continua a leggere
La Fiorentina si unisce al dolore della famiglia di Humberto Maschio per la scomparsa dell’ex viola. Maschio ha vestito la maglia della Fiorentina dal ‘63 al ‘66, registrando 52 presenze e realizzando 12 reti, contribuendo alla vittoria di una Coppa Italia e una Mitropa Cup💜 pic.twitter.com/tC3EhwAPRt
Si è spento nelle scorse ore, all’età di 91 anni,Humberto Maschio, ex giocatore, tra le altre, dell’Inter, che lo ha voluto ricordare con un messaggio di cordoglio sul proprio profilo ufficiale X: “FC Internazionale si unisce al dolore della famiglia di Humberto Maschio, l’ultimo Angelo dalla Faccia Sporca. In Nerazzurro Maschio ha conquistato il nostro ottavo Scudetto nel 1962/63“.
FC Internazionale Milano si unisce al dolore della famiglia di Humberto Maschio, l’ultimo Angelo dalla Faccia Sporca. In Nerazzurro Maschio ha conquistato il nostro ottavo Scudetto nel 1962/63#FCIMpic.twitter.com/hakAwXXctJ
Grave lutto per l’ex giocatore brasiliano Serginho, per la morte del figlio Diego. Una terribile e improvvisa disgrazia per il 53enne (nove stagioni in rossonero dal 1999 al 2008), e per i suoi familiari. Su “X” il cordoglio di Milan e Inter. Ancora sconosciute le cause del decesso.
Sui social il Milan con un post su X si stringe attorno al suo ex numero 27: «Ci stringiamo attorno a Serginho e alla sua famiglia per la tragica e prematura scomparsa del figlio Diego. Sempre nei nostri cuori», si legge. Subito dopo anche il messaggio dell’Iter: «FC Internazionale Milano esprime il proprio cordoglio alla famiglia Serginho per la prematura scomparsa del figlio Diego».
Ci stringiamo attorno a Serginho e alla sua famiglia per la tragica e prematura scomparsa del figlio Diego. Sempre nei nostri cuori. pic.twitter.com/6sR7Y1OzSb
Newton Opoku-Mensah, baby del club tedesco di seconda divisione (che ha sospeso le attività giovanili) si era tuffato nel Berta. Nonostante i tentativi di soccorso da parte delle squadre speciali e di alcuni civili, non ce l’ha fatta, è deceduto in ospedale
Martedì sera il 16enne Newton Opoku-Mensah, giocatore degli Allievi Nazionali del Düsseldorf (la cui prima squadra in estate ha perso col Bochum lo spareggio per andare in Bundesliga) è morto annegato nel lago Berta di Duisburg.
l’incidente – Intorno alle 18:30 sono stati allertati i vigili del fuoco; sono quindi intervenute squadre speciali e di volontari. Anche alcuni civili si sono tuffati in acqua. In tutto circa 50 persone hanno provato ad aiutare e salvare Opoku-Mensah. Il giovane, effettivamente, è stato rianimato e portato in ospedale, dove però ha poi perso la vita. La portavoce della polizia locale, Julia Schindler, ha parlato dell’episodio. “Il ragazzo, insieme ad altri adolescenti, era andato al Bertasee – ha spiegato -. Stiamo indagando per ricostruire le circostanze che hanno poi portato all’incidente e al tragico epilogo“. Il Düsseldorf ha sospeso, a tempo indeterminato, tutte le attività delle squadre giovanili.
Aveva 77 anni, il club in lutto: ‘Sapeva farsi voler bene’
Morto Comunardo Niccolai, tra i protagonisti dello Scudetto del Cagliari
Comunardo Niccolai (Uzzano, 15 dicembre 1946 – Pistoia, 2 luglio 2024) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore. Ricordato per la propensione (involontaria) alle autoreti, era osservatore per la nazionale italiana.
A oltre cinque mesi dalla scomparsa di Gigi Riva, il Cagliari piange un altro campione dello scudetto del 1970: Comunardo Niccolai.
Lo stopper della squadra campione d’Italia e della Nazionale ai mondiali del Messico è morto stanotte in ospedale a Pistoia all’età di 77 anni.
“Lascia il ricordo di un grande sportivo, un uomo educato, gentile, rispettoso, cordiale, che sapeva farsi voler bene“. Così il Cagliari calcio sui social.
A Cagliari era arrivato giovanissimo dopo un anno alla Torres: è rimasto con la maglia rossoblù nel periodo che va dal 1964 al 1976. Poi il passaggio al Perugia. È passato alla storia come “re degli autogol“, forse per quel colpo di testa che aveva sorpreso Albertosi nella partita tra Juventus e Cagliari del 1970. Oltre duecento le partite in rossoblù, tre in Nazionale. Si infortunò in maglia azzurra proprio nella prima gara dei Mondiali in Messico.
Tutto il Cagliari Calcio piange la scomparsa di Comunardo Niccolai, indimenticabile protagonista dello Scudetto del 1970.
Era nato a Uzzano, piccolo centro in provincia di Pistoia, il 15 dicembre 1946. Deve il suo curioso nome di battesimo al papà, Lorenzo, che lo chiamò Comunardo in omaggio alla Comune di Parigi.
Dopo gli inizi nel vivaio del Montecatini, Niccolai arrivò giovanissimo in Sardegna, alla Torres. Era il 1963: giocò 22 partite in Serie C, segnalandosi tra i migliori prospetti della categoria. Un’ottima stagione che gli valse l’attenzione del Cagliari, che lo acquistò precedendo tutte le squadre interessate al suo cartellino.
Niccolai confermò le sue doti anche in rossoblù, anche se inizialmente dovette fare da riserva al più esperto Vescovi. Con la partenza di quest’ultimo nel 1968, si impossessò definitivamente della maglia numero 5. Rimase al Cagliari sino al 1976, per poi trasferirsi al Perugia e chiudere la carriera al Prato. Col Cagliari ha totalizzato oltre 270 presenze con 6 gol all’attivo.
Intraprese quindi la carriera di allenatore all’interno della FIGC. È stato apprezzato selezionatore delle giovanili azzurre tenendo a battesimo giocatori che avrebbero scritto la storia della Nazionale, come Gianluigi Buffon e Francesco Totti. Nel 1993-94 ha guidato la Nazionale maggiore femminile.
Il suo nome è tradizionalmente legato agli autogol, alcuni dei quali rimasti celebri. Lui stesso ne parlava con filosofia e autoironia: “All’inizio mi dava fastidio ma poi ci ho fatto l’abitudine. Ci sono giocatori che hanno fatto un’ottima carriera ma non se ne ricorda nessuno; io almeno ho lasciato un segno nella storia del calcio italiano”.
Sarebbe tuttavia ingiusto limitare la carriera a questi sfortunati contrattempi. In realtà, Niccolai è stato un difensore di grande valore, arcigno, attento in marcatura, ma anche bravo ad uscire dall’area palla al piede e testa alta. I suoi interscambi col libero, Cera o Tomasini, hanno precorso i tempi: col passare degli anni, lo scambio di posizione tra i centrali è diventata una prassi nel modo di difendere richiesto dal calcio moderno. L’eccezionale rendimento del reparto arretrato nell’anno dello scudetto (11 soli gol al passivo, record tuttora imbattuto nei campionati a 16 squadre) lo si deve anche al suo formidabile apporto. Non a caso, venne inserito nella lista dei 22 azzurri convocati per i Mondiali del Messico. Il CT Ferruccio Valcareggi lo schierò titolare nella prima partita contro la Svezia. Sono 3 le sue presenze in azzurro.
Niccolai lascia il ricordo di un grande sportivo, un uomo educato, gentile, rispettoso, cordiale, che sapeva farsi voler bene. Un maestro di calcio e di vita.
A 26 anni è morto Matija Sarkic, portiere del Millwalle della nazionale montenegrina. “Siamo completamente devastati. Porgiamo le nostre condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. La società per ora non rilascia ulteriori commenti e chiede che venga rispettata la privacy della famiglia di Matija“, ha scritto il club inglese sui social. Al momento, dunque non si conoscono le cause del decesso. Come ricorda Sky Sport, soltanto 10 giorni fa, lo scorso 5 giugno, Sarkic era sceso in campo con il Montenegro in un’amichevole persa 1-0 contro il Belgio, l’ultima partita della vita del giocatore nato a Grimsby, nell’Est dell’Inghilterra. In questa stagione aveva giocato 32 partite in Championship col Millwall, club in cui era arrivato la scorsa estate dal Wolverhampton.
Chi era Matija Sarkic – Sarkic aveva iniziato la sua carriera nelle giovanili dell’Anderlecht. Poi l’arrivo in Inghilterra, all’Aston Villa. Ha giocato anche con Birmingham City, Stoke City, Wigan e Wolverhampton, prima di firmare la scorsa estate col Millwall. Come ricorda Sky Sport, in tutto Sakic ha giocato 63 partite nella serie B inglese, 32 delle quali nella stagione 2023-2024. Nove, invece, le presenze con la nazionale maggiore del Montenegro tra amichevoli e qualificazioni ai Mondiali, dopo aver fatto tutta la trafila delle giovanili.
Millwall Football Club is completely devastated to announce that Matija Sarkic has passed away at the age of 26.
Kevin Joseph Campbell (Londra, 4 febbraio 1970 – Liverpool, 15 giugno 2024) è stato un calciatore inglese, di ruolo attaccante.
Un mese fa aveva scoperto di essere malato poi la situazione è rapidamente peggiorata. Prodotto del vivaio dei Gunners con cui ha vinto un titolo inglese, la FA cup e Coppa delle Coppe
LE SQUADRE – In carriera ha collezionato 148 gol in 542 partite indossando le maglie di 8 club: cresciuto nell’Arsenal, dopo i prestiti al Leyton Orient e al Leicester era tornato ai Gunners vincendo uncampionato, una FA Cup, una Coppa di Lega e una Coppa delle Coppe. Poi il passaggio al Nottingham Forest, l’esperienza al Trabzonspor e, nel marzo 1999, l’arrivo all’Everton dove con 9 gol nelle ultime 8 giornate risulta decisivo per la salvezza. A Goodison Park ci resterà per altre cinque stagioni prima di chiudere la carriera fra West Bromwich e Cardiff.
We are devastated to learn that our former striker Kevin Campbell has died after a short illness.
Kevin was adored by everyone at the club. All of us are thinking of his friends and family at this difficult time.
Lingua originale: inglese. Traduzione dihttps://translate.google.com/?sl=en&tl=it&op=translate Siamo devastati nell’apprendere che il nostro ex attaccante Kevin Campbell è morto dopo una breve malattia. Kevin era adorato da tutti nel club. Tutti noi pensiamo ai suoi amici e alla sua famiglia in questo momento difficile. Riposa in pace, Kevin
Il calcio piange il terzino tedesco, che in rossonero aveva vinto uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e due Coppe delle Coppe. Malato da tempo, si è spento al San Raffaele
Se n’è andato come quel giorno all’Azteca, di sguincio, con passo lento ma definitivo, nella notte della partita durata una vita, senza far rumore: così Karl-Heinz Schnellinger, il Panzer che con il suo gol alzò il sipario sulla partita più iconica del secolo scorso, quell’Italia-Germania 4-3 al Mondiale messicano che – a guardarlo nello specchietto retrovisore del tempo – univa il suo destino di uomo e di calciatore, verrebbe da dire le sue due patrie. In Germania ci è nato, a Duren, nella Renania-settentrionale in Italia ci ha vissuto, fino alla fine dei suoi giorni. Quel gol Schnellinger lo segnò allo scadere perché pensava che ormai la partita fosse finita, guardò l’orologio che stava sopra la tribuna e decise di avvicinarsi agli spogliatoi e uscire di scena il prima possibile. Non sapeva che quella sua spaccata così inusuale – quello rimane l’unico gol delle sue 47 partite in Nazionale – avrebbe offerto la password per i supplementari più straordinari dell’epoca moderna. Alla fine con grande onestà ammise che gli azzurri avevano meritato di vincere e in fondo, sembrava pure un po’ contento.
L’ARRIVO IN ITALIA – Perché era impossibile non volere bene a Carletto, come lo chiamavano al Milan. Quando arrivò in Italia era il 1963, aveva 24 anni, fino a quel momento aveva giocato nel Colonia con cui l’anno prima aveva vinto il campionato. Lo comprò la Roma, che lo parcheggiò un anno a Mantova e poi se lo riprese. A quel punto Karl passò al Milan, dove ha scritto pagine leggendarie. Nove stagioni (1965-1974), 344 partite, 3 soli gol e tutti in Coppa Italia (non era il suo mestiere), uno scudetto (1968), una Coppa dei Campioni (1969), una Coppa Intercontinentale (1969), due Coppe delle Coppe (1967 e 1973), tre Coppe Italia (1967, 1972, 1973). A volerlo al Milan era stato Gipo Viani, diventerà uno dei fedelissimi del “Paròn” Rocco. Questi gli ordinava di rimanere a presidiare la sua zona di competenza, senza spingersi in avanti, non era il caso. Terzino sinistro, grande e grosso, un carroarmato, un Panzer (altro soprannome), ma anche “Volkswagen” per l’affidabilità e la robustezza, oppure per qualche giornalista “Carlo Martello”, per come sapeva adoperare il tackle.
IN NAZIONALE – Con la Nazionale tedesca giocò quattro Mondiali. Nel 1966 la Germania arrivò in finale, ma venne sconfitta dai padroni di casa dell’Inghilterra, con un gol non valido di Hurst. Quattro anni dopo, come detto, a Messico 70, i tedeschi vennero eliminati in semifinale. Custodiva in quel suo fisico così massiccio una bontà d’animo rara, che l’aveva fatto diventare in poco tempo uno dei punti di riferimento nello spogliatoio rossonero. Aveva un viso rubizzo, due cosce ipertrofiche, da lanciatore di peso. Si muoveva come uno di quei vecchi cingolati, eppure sfoderava una scaltrezza di gambe sorprendente. Nelle fotografie che venivano fatte in estate ci teneva a risultare sempre in ordine. Per questo, nonostante le battute dei compagni, si pettinava a lungo, cosicché non ci fosse un capello fuori posto. Uomo dal carattere mite, sapeva fare spogliatoio, conosceva l’arte di misurare lo spessore dei compagni con un solo sguardo. Carlo il Biondo una volta disse che in Italia, dove era rimasto a vivere, non aveva trovato solo “il sole, ma anche la gioia di vivere”. Nel 1974, chiusa la sua avventura al Milan (saltando però l’ultima partita, quella decisiva per lo scudetto, la Fatal Verona), tornò in Germania, dove giocò la sua ultima stagione con il TeBe Berlino. Ma subito fece seguito il ritorno in Italia, troppa era la nostalgia del nostro paese. In un’epoca in cui i calciatori erano specialisti del ruolo, Karl-Heinz Schnellinger in realtà sapeva fare tutto. Terzino certamente, ma anche libero, nonché mediano a sostegno. In Germania aveva giocato anche come stopper e ad inizio carriera, raccontava, gli allenatori delle giovanili sfruttavano la sua struttura fisica in attacco.
A BRUTTO MUSO – E’ stato il tedesco più italiano del nostro calcio: per come ha saputo ambientarsi, per il piacere di stare in mezzo alla gente che l’ha sempre contraddistinto. Ma allo stesso tempo un simbolo della Germania, figlio di una generazione di campioni, da Beckenbauer a Gabrowski, da Overath a Gerd Müller. Quella volta di Italia-Germania 4-3, dopo il gol all’ultimo minuto dei tempi regolamentari che aveva momentaneamente inchiodato l’Italia pareggio, Schnellinger fu avvicinato dai suoi compagni del Milan, Gianni Rivera e Roberto Rosato. Minacciosi, entrambi lo guardarono a brutto muso, gli puntarono il dito contro e lo fulminarono con lo sguardo: “Carletto, ma che hai fatto?”. Non c’erano risposte da dare. Lui abbozzò quello che voleva essere un sorriso, voltò le spalle ai compagni e senza dire niente tornò a centrocampo, ancora ignaro dello sviluppo vorticoso che avrebbe preso quella sfida epocale. Aveva fatto il suo dovere, Carletto, come sempre nei suoi 85 anni di vita.
César Luis Menotti (Rosario, 5 novembre 1938 – Buenos Aires, 5 maggio 2024) è stato un allenatore di calcio, calciatore e dirigente sportivo argentino.
L’allenatore aveva 85 anni, la notizia è stata data dalla Afa. Nel 1997 era stato sulla panchina della Sampdoria
César Luis Menotti non c’è più.Il mondo del calcio, in particolare quello argentino, è in lutto per la scomparsa dell’allenatore che è ricordato da tutti per la vittoria del Mondiale del 1978 con l’Albiceleste di Mario Kempes. El Flaco, così era soprannominato, aveva 85 anni e a inizio aprile era stato ricoverato in un ospedale di Buenos Aires per le precarie condizioni di salute. Da giocatore aveva vinto due campionati con Boca Juniors e Santos, da allenatore trionfò in Supercoppa di Spagna sulla panchina del Barcellona: è del 1979, invece, il trionfo al Mondiale Under 20 con l’Argentina di Diego Armando Maradona. Per lui anche un’esperienza in Italia: otto giornate come tecnico della Sampdoria nel 1997.
IL COMUNICATO – A dare la notizia della scomparsa del simbolo della Selecciòn è stata la federcalcio argentina: “L’Afa – si legge in una nota -, attraverso il suo Presidente Claudio Tapia, esprime profondo cordoglio per la scomparsa di César Luis Menotti, ex allenatore della nazionale argentina che attualmente ricopriva il ruolo di direttore generale delle squadre nazionali, e invia il suo più caloroso abbraccio alla famiglia e ai suoi cari“.
E’ successo nella Liga de Bella Vista: il 23enne Ojeda, del Pedro Ferré, ha picchiato il capo, complice la spinta di un avversario, contro la recinzione dietro la propria porta, riportando un grave trauma cranico. L’ambulanza, arrivata dopo 15′, non è riuscito a salvarlo
Tragedia nel calcio argentino. Il 23enne Angel Elias Ojeda è morto domenica durante un match del campionato dilettantistico della Liga de Bella Vista tra il Citrex e il Pedro Ferré dopo aver sbattuto violentemente la testa contro il muro di cinta che circondava il terreno di gioco. Il fatto è accaduto al 10’ del secondo tempo: Ojeda stava difendendo un pallone dall’arrivo dell’avversario nei pressi della linea di fondo campo della propria area quando, complice una spallata del rivale, è andato a sbattere violentemente il capo contro il muro dietro alla porta.
E’ morto a causa di un’emorragia all’interno del cranio – La situazione è apparsa immediatamente grave. Dopo il colpo, il calciatore ha iniziato ad avere delle convulsioni. Compagni di squadra e avversari hanno chiamato immediatamente i soccorsi ma l’ambulanza, però, non presente al campo, è arrivata solo dopo 15’: un tempo che è risultato fatale per il decesso del ragazzo. Portato d’urgenza all’ospedale di El Salvador, gli è stato diagnosticato un grave trauma cranico, che ha causato un’emorragia subaracnoidea con ematoma subdurale. Un giornalista presente all’evento e poi andato all’ospedale ha riferito che “l’equipe medica dell’ospedale ha fatto tutto il possibile per salvare la vita di Ojeda. Volevano trasferirlo nella capitale di Corrientes, ma non c’era tempo“.
La Liga si difende: “Purtroppo quasi tutti i nostri campi sono così” – La tragica morte ha messo nell’occhio del ciclone la Liga Bella Vista che ha provato a giustificarsi per le scarse norme di sicurezza, evidenti dato che è stato calcolato che la distanza tra la linea di fondo campo e il muro era inferiore a un metro. “Purtroppo siamo dilettanti e giochiamo in strutture non in buone condizioni“, ha detto il presidente Cristian Hermosis. “Sicuramente ci sono molte cose da ripensare. La maggior parte degli stadi hanno 50 anni. È difficile trovare un campo che non abbia questo tipo di recinzione muraria. La maggior parte dei campi della provincia di Corrientes sono fatti così“. Sui social il Club Social y Peportivo Pedro Ferré de Bella Vista ha voluto ricordare il proprio giocatore postando un’immagine listata a lutto con la scritta: “Solo tristezza e dolore nei nostri cuori, per sempre Angel“.
Non ce l’ha fatta il calciatore toscano che si era sentito male ieri, durante una partita del campionato di Eccellenza. Era in campo per il Castelfiorentino: il giovane, originario di Ponte a Egola, si è accasciato a terra dopo 20 minuti dall’inizio del match in casa del Lanciotto
Era parso subito chiaro ai presenti e ai soccorritori che la situazione fosse gravissima. Purtroppo non c’è stato nulla da fare. E’ morto Mattia Giani, calciatore di 26 anni: si era sentito male all’improvviso ieri, durante una partita del campionato di Eccellenza in Toscana. Era in campo per il Castelfiorentino: il giovane, originario di Ponte a Egola, si è accasciato a terra dopo 20 minuti dall’inizio del match in casa del Lanciotto. Una mano sul petto, poi la caduta: arresto cardiaco.
Mattia Giani non ce l’ha fatta – Dagli spalti sono scesi sul terreno di gioco anche i familiari di Mattia, che stavano assistendo alla partita. La partita è stata immediatamente sospesa. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 che lo hanno trasportato in condizioni disperate all’ospedale di Careggi (Firenze) dove è morto dopo aver lottato tra la vita e la morte. “Mi giunge, purtroppo, una terribile notizia. Mattia non ce l’ha fatta – scrive su Facebook il sindaco di Castelfiorentino Alessio Falorni – in questi momenti mancano decisamente le parole. Una tragedia terribile. Un dolore straziante. Possiamo solo stringerci tutti assieme in un abbraccio fortissimo alla famiglia, e alla sua società di appartenenza. Riposa in pace“.
“Tutta l’US Città di Pontedera piange la scomparsa di Mattia Giani – il cordoglio della società granata – Mattia era il fratello di Elia Giani, ex calciatore granata nella stagione 2020/21. La società esprime le più sentite condoglianze alla famiglia in questo momento di profondo dolore“.
Mattia Giani ha militato in numerose società calcistiche toscane, scrivePisaToday. Partendo nel 2015 dalla Primavera dell’Empoli, poi le giovanili anche nel Pisa, il Ponsacco e altre realtà fino al 2022 quando è approdato nel Castelfiorentino United. Il fratello Elia, due anni più giovane, gioca nel Legnago in Serie C.
12 anni fa la tragedia di Morosini – Per un’assurda e terribile coincidenza, il malore che ha colpito il giovane attaccante del Castelfiorentino è avvenuto proprio nel giorno dell’anniversario di Piermario Morosini, calciatore del Livorno che il 14 aprile del 2012 morì in seguito a una crisi cardiaca nel corso della partita dei labronici in casa del Pescara. Ieri sono stati momenti di apprensione anche a Udine per il malore del calciatore della Roma Evan N’dicka.
Nella zona non c’erano né medici né ambulanze. Wassim Jazzar è stato trasportato in ospedale con un’auto, ma non c’è stato niente da fare
Tragedia in campo per un ragazzo di 17 anni in Algeria a causa di un violento calcio ricevuto all’addome. La vittima è Wassim Jazzar, che stava giocando per una squadra di calcio amatoriale algerina. Durante una normale dinamica di gioco, il difensore avversario ha cercato di anticipare il 17enne che, però, come si vede nel video, viene colpito involontariamente con un calcio.
La morte – Nella zona non c’erano né medici né ambulanze. Wassim Jazzar è stato quindi trasportato esanime in ospedale con un’auto, ma non c’è stato niente da fare: è stato dichiarato morto. La causa sarebbe stata proprio il calcio all’addome, riporta il Sun, e secondo i media locali sarebbe «morto sul colpo».
La Federazione calcistica algerina ha commentato su Facebook: «Con grande tristezza e dolore, Walid Sadi, presidente della Federcalcio algerina, ha ricevuto la notizia della morte del giocatore Wassim Jazzar», si legge nel messaggio di cordoglio. Il presidente ha espresso le sue «sincere condoglianze» e ha detto che pregherà per la famiglia, affinché riceva «forza e conforto».
È stato uno dei calciatori rossoneri più amati degli anni Sessanta
È morto Ambrogio Pelagalli, ex calciatore del Milan e con un passato anche nella Roma, seppur breve. Si è spento all’età di 84 anni: è stato uno dei calciatori rossoneri più amati degli anni Sessanta.
La carriera di Pelagalli – Cresciuto calcisticamente nel Dagrada Manzoni, settore giovanile collegato a quello del Milan. A soli 14 anni firma il suo primo contratto con il club rossonero (dal 1959 al 1966), insieme all’allora compagno di squadra Giovanni Trapattoni, suo grande amico anche fuori dal campo. Pelagalli ha collezionato 235 presenze in Serie A, totalizzando 6 gol. In Serie B, invece, ne ha disputate 139. Ha giocato in diverse zone di campo, nel Milan spesso a centrocampo al fianco di Gianni Rivera. All’occorrenza anche in difesa.In carriera ha vestito anche le maglie di Atalanta e Roma. Terminata la carriera di calciatore, ha intrapreso quella di allenatore.
Quando Pelagalli fece il portiere durante Roma-Milan – Nell’unica stagione con la maglia giallorossa, quella 1967-68, si è reso protagonista in un ruolo del tutto differente da quello a cui era abituato, quello di portiere e proprio contro il suo ex club, il Milan. Nella partita del 5 maggio 1968, infatti, l’espulsione di Ginulfi lo costringe a vestire i panni del portiere. Pelagalli riesce a rendersi efficace, con una serie di parate incredibili che consentono alla Roma di impattare la gara. Al termine della stagione, torna a Bergamo.
Presente tutta la famiglia, la moglie Camilla, e i quattro figli e il presidente viola Rocco Commisso, appena arrivato e visibilmente addolorato
I quattro figli in piedi, composti, davanti alla bara del loro padre all’interno della camera ardente allestita fuori la Cappella di Santa Caterina al Viola Park. Accanto il presidente della Fiorentina, Rocco Commisso, arrivato all’alba a Firenze con un volo direttamente dagli Stati Uniti. E’ visibilmente commosso, saluta e ringrazia le tante persone che fin dalle ore 9 hanno varcato i cancelli del nuovo centro sportivo per un ultimo saluto al direttore generale Joe Barone.
Ci sono Camilla e Catherine, mogli di Barone e di Commisso. Si sostengono a vicenda, cercano in qualche modo di farsi coraggio. Sono i giorni del lutto, del dolore, dopo la drammatica notizia che ieri ha annunciato la morte di Barone in seguito all’infarto e poi all’arresto cardiaco che l’hanno colpito domenica pomeriggio nel ritiro a Cavenago di Brianza, nell’hotel dove la squadra si stava preparando alla sfida di campionato contro l’Atalanta.
Venerdì una camera ardente nel suo paese d’origine, poi sabato una messa nella chiesa di Pozzallo. Dunque il ritorno negli Stati Uniti, dove si svolgeranno i funerali. Scorrono le tante persone che hanno voluto salutare Barone al Viola Park. Oltre ai familiari di Barone e al presidente Commisso, c’è tutta la dirigenza. Da Ferrari a Pradè, da Burdisso ai responsabili dei settori che animano la Fiorentina. Ci sono anche i dirigenti di Mediacom.
Ma c’è soprattutto la lunga fila di tifosi. Qui arriveranno rappresentanti del mondo politico, del calcio, fiorentino, nazionale e internazionale. La bara circondata da rose rosse e bianche, una foto sorridente di Barone, le lettere e le sciarpe ai piedi del feretro. Pietro, Giuseppe, Salvatore e Gabriella (i figli) vengono abbracciati da Commisso e dai dirigenti. Lacrime e orgoglio, mentre ringraziano i tifosi e rimangono in piedi nel giorno più difficile. Quello del silenzio, del rispetto, della tristezza.
Joe Barone era nato a Pozzallo, in Sicilia, il 20 marzo 1966. Ansa
I funerali del manager italo-americano si terranno a Pozzallo, in Sicilia. Il braccio destro del patron Commisso era stato colto da un malore il 17 marzo poco prima della partita con l’Atalanta, poi rinviata. Era ricoverato al San Raffaele di Milano
Joe Barone è morto. Il direttore generale della Fiorentina è scomparso oggi, 19 marzo – il giorno di San Giuseppe – 24 ore prima di compiere 58 anni. Era ricoverato al San Raffaele di Milano da domenica pomeriggio, dopo l’infarto avuto in albergo prima della sfida tra la sua Viola e l’Atalanta, a Bergamo. Questa la nota ufficiale della società: “Con un dolore profondo e immensa tristezza, la Fiorentina oggi perde un suo punto di riferimento, una figura che ha segnato la storia recente del Club e che non sarà mai dimenticata. Il Direttore Generale Giuseppe Barone, dopo il malore occorso domenica, è venuto a mancare oggi presso l’ospedale San Raffaele di Milano. Rocco Commisso e la sua famiglia, Daniele Pradè, Nicolas Burdisso, Alessandro Ferrari, Vincenzo Italiano, Cristiano Biraghi e tutta la Fiorentina sono distrutti per la terribile perdita di un uomo che ha offerto la sua grande professionalità, il suo cuore e la sua passione per questi colori, di un amico disponibile e sempre vicino in tutti i momenti, sia quelli più felici e, soprattutto, quelli più difficili. Tutto il mondo viola si stringe in un abbraccio commosso alla moglie Camilla, ai suoi figli e a tutta la famiglia Barone in questo momento di enorme sconforto”.
I FUNERALI DI BARONE – Barone era il d.g. della Viola dal 2019. Fido scudiero del presidente Commisso da tempo (era entrato in Mediacom prima di divenire vicepresidente dei NY Cosmos), fulcro della Fiorentina da quattro anni, è stato l’uomo che ha permesso la costruzione del Viola Park, il centro sportivo della Fiorentina da 29mila metri quadri inaugurato nel 2023. Oltre ai familiari come la moglie Camilla e i figli Giuseppe, Gabriella, Pietro e Salvatore – arrivati in ospedale alle 7.20 e andati via alle 9.10, salvo poi tornare verso le 10.15 – è stato due giorni in ospedale anche Giovanni Nigro, il costruttore del Viola Park, dove domani dalle ore 9 alle 21 sarà allestita la camera ardente per dare l’ultimo saluto. I funerali di Barone, invece, saranno a Pozzallo, in Sicilia, in provincia di Ragusa, dov’è nato il 20 marzo 1966. L’arrivo di Commisso è atteso nella mattinata di domani a Firenze.
Andreas Brehme (Amburgo, 9 novembre 1960 – Monaco di Baviera, 20 febbraio 2024) è stato un calciatore e allenatore di calcio tedesco, di ruolo difensore o centrocampista. Con la nazionale tedesca è diventato campione del mondo nel 1990, vicecampione del mondo nel 1986 e vicecampione d’Europa nel 1992.
Il calcio in lutto, è morto Andy Brehme: un arresto cardiaco fatale all’ex Inter
L’ex terzino ha giocato nel club nerazzurro dal 1988 al 1992 e ha vinto uno scudetto. È stato campione del mondo con la Germania a Italia 90. Aveva 63 anni
Gravissimo lutto nel mondo del calcio.Andy Brehme, campione del mondo con la Germania a Italia 90 (aveva segnato il rigore vittoria contro l’Argentina) e icona dell’Inter dei record di Trapattoni (scudettato nel 1988-89), è morto stamattina per un arresto cardiaco. Aveva 63 anni.
Andy Brehmee Giovanni Trappattoni – Instagram di Brehme
L’ex giocatore dell’Inter si è spento tra la notte di lunedì e martedì. Trasportato in ospedale, per lui non c’è stato nulla da fare
Il calcio tedesco e non solo perde un grande campione. Si è spento tra la notte di lunedì e martedì Andy Brehme (63 anni), apparentemente per arresto cardiaco secondo quanto riporta la Bild. Brehme è stato ricoverato al pronto soccorso della clinica Ziemssenstrasse vicino al luogo dove viveva, ma ogni tentativo di rianimarlo si è rivelato vano.
Durante la sua carriera da giocatore, Brehme ha giocato per il Saarbrücken, il Kaiserslautern (dove in seguito è stato anche allenatore), Bayern, l’Inter e il Real Saragozza. Ha giocato 86 partite con la nazionale tedesca (8 gol). Con la maglia nerazzurra ha conquistato uno scudetto, una Supercoppa italiana e una Coppa Uefa.
Aveva 89 anni. Soprannominato Uccellino per la leggerezza con cui superava gli avversari, giocò in viola dal 1958 al 1967 entrando nella storia del club. Con il Milan conquistò scudetto e coppa dei Campioni
Si stacca un’altra figurina dall’album della memoria, questa era bionda e valeva tanto. Nella stagione che ci sta portando via molti grandi calciatori del passato, l’ottantanovenne Kurt Hamrinrappresenta un momento di altissima densità e classe: è stato un attaccante fenomenale, un’ala destra guizzante che sapeva tirare da ogni posizione, col destro e col sinistro, segnando montagne di gol: addirittura 190 in serie A, dove soltanto otto campioni nella storia hanno saputo fare meglio.
Il Presidente Commisso, la sua Famiglia, la Dirigenza e tutta la Fiorentina si uniscono al dolore della famiglia e dell'intero mondo del calcio per la scomparsa di Kurt Hamrin, leggenda del calcio e della Fiorentina, di cui detiene il record di gol segnati in maglia viola💜 pic.twitter.com/W1mK4HUkLy
Bandiera della Fiorentina – Kurt Hamrin è legato soprattutto alle imprese con le maglie della Svezia, della Fiorentinae del Milan, tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta ruggenti. Per intanto, si sappia di quando arrivò nientemeno che in finale di Coppa Rimet, cioè il mondiale, contro il meraviglioso Pelé: era il 1958, e l’Uccellino già volava. Questo era infatti il soprannome di Hamrin, per via di una struttura atletica assai agile ma non fragile, e per la sua leggerezza di gioco che lo rendeva spesso imprendibile per i difensori avversari.
Agnelli lo portò alla Juve – Prima di accostare la sublime grandezza di quel Brasile (ma anche la Svezia, all’epoca, non scherzava), il leggiadro Kurt aveva rischiato di diventare un’icona juventina quando l’avvocato Agnelli lo vide giocare e lo volle. Narra la leggenda che glielo avesse segnalato un minatore, con una lettera appassionata. Sia come sia, Hamrin a Torino fu bloccato dagli infortuni ma anche – dicono i maligni – dalla gelosia di Boniperti, che pensava di poter essere intralciato dal biondino. Il quale venne così ceduto al Padova e poi alla Fiorentina, la squadra della sua vita, la maglia per la quale soltanto Batistuta ha saputo segnare di più.
Ci ha lasciati Kurt Hamrin, protagonista di successi indimenticabili nella storia rossonera. Tutto l'#ACMilan si unisce al cordoglio della sua famiglia in questo momento di dolore.
We grieve the passing of Kurt Hamrin, an unforgettable pillar of Rossonero history. All of AC… pic.twitter.com/63gTNP2Yrs
Al Milan scudetto e Coppa dei Campioni – A Firenze, Hamrin non ha vinto lo scudetto (ma, tra le altre cose, una Coppa delle Coppe e due Coppe Italia), arrivando due volte secondo e facendosi desiderare da mezzo calcio mercato: lo voleva l’Inter, lo voleva il Torino, ma fu il Milan a spuntarla nel 1967, quando l’Uccellino aveva già 33 anni. Con i rossoneri, Hamrin riconquistò la Coppa delle Coppe (doppietta in finale contro l’Amburgo nel 1968), ma soprattutto raggiunse lo scudetto e la Coppa del Campioni nel 1969. Il finale di carriera si svolse tra Napoli e Stoccolma, quietamente.
A Coverciano insegnava calcio ai bambini – Kurt Hamrin amava molto l’Italia, e decise di vivere a Coverciano con la moglie (50 anni di matrimonio festeggiati già nel 2005) e con i cinque figli. Per tanto tempo ha insegnato calcio ai bambini e ai ragazzi della Settignanese, e ha vissuto una vita assolutamente normale, quella vita che aveva iniziato come operaio e poi come tipografo, e chiuso come commerciante di ceramiche prima che il mercato cinese lo obbligasse alla chiusura. Anche lui, il biondo Kurt, in fondo era una porcellana delicata e lucente.
A poco più di una settimana dalla scomparsa del campionissimo, nella periferia del capoluogo sardo è stato inaugurato un piazzale dedicato a Rombo di Tuono e ai suoi compagni dello storico scudetto
Oltre 500 persone per inaugurare una piazza, ma soprattutto per continuare a omaggiare il ricordo di Gigi Riva. A poco più di una settimana dalla scomparsa del campionissimo del Cagliari, a Sestu, nella periferia del capoluogo sardo, è stata inaugurata una piazza dedicata a Rombo di Tuono e ai suoi compagni dello Scudetto del 1970.
L’EVENTO – Un cartello recita: “Campioni d’Italia – Cagliari Calcio 1969-70”. Ma oltre ai ricordi e alla memoria dei campioni di quell’impresa la piazza vuole essere un luogo di aggregazione e anche permettere ai bambini del posto di giocare al sicuro. Presente all’inaugurazione dello spazio pubblico dedicato a Riva e ai suoi compagni rossoblù una delegazione del Cagliari Calcio di oggi, con Gianluca Lapadula e Matteo Prati. Ma anche alcuni di quegli eroi per i tifosi sardi, come Beppe Tomasini, Adriano Reginato, Ricciotti Greatti e Mario Brugnera. Ma soprattutto centinaia di tifosi e appassionati che non sono voluti mancare per l’ennesimo tributo festoso, con bandiere, magliette e striscioni, a Riva e alla storia del Cagliari campione d’Italia.
La Sardegna si ferma, è il giorno dell’addio a Gigi Riva.
È il giorno dell’addio al mito: un’intera Isola e il mondo dello sport gli rendono omaggio
Fino alle 13 aperta la camera ardente alla Unipol Domus, dove ieri sono andati in migliaia a rendere omaggio a Rombo di Tuono e dovegià dalle 6.30 di questa mattina si era creata una fila di persone in attesa dell’apertura dei cancelli alle 7.
Alle 16, invece, i funerali nella basilica di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari, celebrata dall’arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Baturi. Dopo la messa il corpo sarà sepolto nel Cimitero Monumentale.
Attesa una folla oceanica per dire addio al campione che più di tutti ha saputo rappresentare il riscatto di un’intera Regione. E a rendergli omaggio ci sarà ovviamente anche il mondo dello sport.
Presenti il ministro Andrea Abodi, il presidente del Coni Giovanni Malagò, quello della Figc Gabriele Gravina. Non mancheranno il ct della Nazionale Luciano Spalletti e tanti azzurri campioni del mondo del 2006, come l’attuale capo della delegazione azzurra Gianluigi Buffon e l’alloracapitano azzurro Fabio Cannavaro.
Raggiungerà Cagliari anche una rappresentanza dell’amministrazione comunale di Leggiuno (Varese), il paese dove Riva era nato e cresciuto e dove si osserva oggi il lutto cittadino.
Dopo il minuto di silenzio osservato durante la finale di Supercoppa, tutto lo sport italiano ricorderà il campione durante gli eventi in programma nel prossimo fine settimana.
Funerali Gigi Riva: l’arrivo in Basilica del feretro e l’emozione della sua Cagliari – Sky Sport