Addio a Natalie Cole
Le luci della ribalta erano stati difficili da accettare per la figlia di Nat King Cole, cresciuta all’ombra di un mito ed esposta fin da piccola al meglio che jazz, soul e blues avessero allora da offrire. Natalie, che a sei anni aveva cantato con il padre in un album di Natale, era rimasta sopraffatta e con gli applausi era arrivata la droga.
La Cole aveva sviluppato una devastante dipendenza da cocaina e eroina che per poco non era costata la vita al figlio: stava per annegare in piscina mentre lei era «in viaggio». Alla fine il suo manager aveva deciso di chiuderla «tra calci e strepiti» in riabilitazione. Natalie pareva una donna finita, ma due soggiorni in clinica avevano fatto il miracolo.
Rimasta sobria per il resto della vita, Natalie Cole era riemersa come artista pop alla fine degli anni Ottanta con una cover di «Pink Cadillac» di Bruce Springsteen e i single «Jump Start My Heart» e «I Live for Your Love. Nel 1991 con l’album «Unforgettable … With Love», Natalie Cole aveva venduto 14 milioni di copie e vinto sei Grammy. Tutte canzoni di papà rielaborate: Natalie aveva mixato il brano «Unforgettable» con la versione registrata del grande Nat creando un memorabile duetto tra padre e figlia.
Il passato da tossicodipendente le avevano però creato gravi problemi di salute. Nel 2008 le era stata diagnosticata una epatite C, l’anno dopo era finita in dialisi e aveva subito un trapianto di reni. Sempre più debole di recente aveva cancellato concerti in novembre e un’altra apparizione il prossimo febbraio. Era salita sul palcoscenico per l’ultima volta a New York nel giugno 2014 per la celebrazioni degli 80 anni dell’Apollo Theatre.

