Diverse compagne dei calciatori viola hanno sporto denuncia. Amanda, fidanzata di Dodò: “Aspettatevi la Polizia a casa vostra”
Si fa sempre più complicata la situazione in casa Fiorentina. La brutta sconfitta sul campo del Sassuolo, oltre a complicare ulteriormente la situazione in classifica della squadra di Vanoli, ha scatenato gli istinti più beceri di una parte della tifoseria. E, si sa, purtroppo nell‘epoca dei social la cassa di risonanza è ancora più ampia. Diverse fidanzate dei calciatori viola hanno ricevuto ripetute minacce di morte o simili messaggi. Molte hanno già sporto denuncia, alcune si sono anche esposte in prima persona come la moglie di Dodo, Amanda Ferreira, rendendo pubblici alcuni commenti sotto un suo post, in cui si augura la morte ai figli del brasiliano
Il difensore della Nazionale è stato protagonista di un episodio sul quale stanno indagando i poliziotti londinesi. Già rintracciato il soggetto incriminato (libero su cauzione): si tratterebbe di un ex giocatore poi diventato agente. Il Tottenham: “Al fianco del giocatore”
È Destiny Udogie il giocatore di Premier League minacciato con una pistola in una strada della periferia nord di Londra da un procuratore lo scorso 6 settembre. La notizia dell’incidente si è diffusa nella serata di domenica, ma il nome del difensore del Tottenham e della Nazionale è trapelato nelle ultime ore, mentre l’azzurro era impegnato nel match di Champions League degli Spurs vinto contro il Copenaghen in cui è partito titolare. L’incidente, traumatico anche se conclusosi senza spargimenti di sangue, avrebbe lasciato un segno nel 22enne difensore azzurro.
L’incidente – Secondo un comunicato della polizia di Londra, “gli agenti sono stati chiamati alle 23.14 di sabato, 6 settembre, per denunciare che un uomo di circa 20 anni era stato minacciato con un’arma di fuoco in una strada. La Polizia ha parlato con la vittima e nel corso delle indagini è emerso che lo stesso individuo aveva ricattato e minacciato un altro uomo, sempre di circa 20 anni. Lunedì 8 settembre la polizia ha eseguito l’arresto di un uomo di 31 anni accusato di possesso illegale di arma da fuoco, ricatto e guida senza patente. L’uomo è libero su cauzione mentre l’indagine continua”. La stampa britannica per legge non può fare il nome dell’agente, ma si tratterebbe di un ex giocatore che dopo una carriera stroncata da problemi di cuore aveva deciso di diventare agente, lavorando con diversi atleti emergenti di Premier Leaguefacendo base proprio a Londra, non lontano dallo stadio del Tottenham. Secondo quanto riferito dal Sun, che ha ricostruito la vicenda, le minacce a Udogie sarebbero seguite alla decisione dell’azzurro di troncare i rapporti con l’agente. “Stiamo aiutando Destiny e la sua famiglia dal momento dell’incidente e continueremo a farlo – ha fatto sapere il Tottenham in un comunicato -. Visto che l’indagine è ancora in corso, non possiamo commentare oltre”.
Il lavoratore era rimasto incastrato in un macchinario mentre lavorava alla 3A di Arborea
ArboreaCi sono volute tutte le capacità dell’equipe medica per rimediare alle conseguenze dell’incidente sul lavoro avvenuto ieri, giovedì 4 dicembre, nello stabilimento della 3A ad Arborea, dove il lavoratore di una ditta che sta gestendo delle manutenzioni aveva subito la sub-amputazione di una gamba dopo essere rimasto incastrato in un macchinario. L’emergenza, gestita in un momento di elevata attività dell’Areus di Cagliari, aveva reso necessario il trasferimento all’azienda ospedaliero-universitaria di Sassari. Il ferito è giunto al Pronto soccorso, diretto dal dottor Paolo Pinna Parpaglia, con una sub-amputazione e un devastante arrotamento dell’arto che avevano causato un’ingente perdita di sangue e l’altissimo rischio di ischemia. Dopo essere stato subito avviato in zona rossa e stabilizzato dall’equipe di rianimatori e anestesisti diretta dalla dottoressa Grazia Canu, è stata eseguita una rapida angiotac che ha confermato la necessità di un intervento immediato.
L’operazione, durata oltre tre ore e tecnicamente riuscita, è stata eseguita dall’equipe diretta dal dottor Franco Cudoni, direttore del dipartimento Emergenza-Urgenza, con i chirurghi Luca Saturno e Tonino Zirattu. L’intervento ha richiesto il riallineamento del femore fratturato in quattro punti, l’isolamento dei vasi compromessi e la riattivazione della circolazione, con il cruciale supporto dei dottori della Chirurgia plastica e ricostruttiva. Il paziente è ricoverato in Ortopedia, in condizioni stabili ma gravi, con prognosi riservata. Rimane sotto stretta osservazione per prevenire eventuali complicazioni in presenza di traumi così estesi. Il prossimo passo sarà la valutazione congiunta con i chirurghi plastici per pianificare le azioni successive. Il dottor Franco Cudoni ha commentato: «La rapidità del trasferimento, l’attivazione immediata della sala rossa e la diagnostica rapida hanno consentito di eseguire l’intervento chirurgico e di salvare l’arto al paziente. Un successo di equipe con medici che hanno dimostrato di sapere lavorare con elevata professionalità e in piena sinergia».
I febbrili momenti immediatamente dopo l’incidente del 3 ottobre 2023
L’inchiesta sulla strage del bus precipitato dal cavalcavia superiore di Mestre il 3 ottobre 2023 si è chiusa con l’iscrizione nel registro degli indagati di sette persone: si tratta di sette tecnici del Comune di Venezia, tutti appartenenti, a vario titolo, ai settori Viabilità, Lavori pubblici e Manutenzione della terraferma. La Procura della Repubblica ha ricostruito un quadro che risale indietro nel tempo, individuando nel guardrail del cavalcavia un punto critico noto da decenni e mai risolto,ritenuto elemento centrale nella dinamica dell’incidente che causò 22 morti e oltre una decina di feriti gravi nel più grave disastro stradale mai registrato nel territorio veneziano.
Le indagini erano iniziate subito dopo la tragedia, con un primo approfondimento sulla condizione dell’autista, Alberto Rizzotto, deceduto nello schianto. Le verifiche sul suo stato di salute esclusero rapidamente l’ipotesi del malore alla guida. L’attenzione si spostò quindi sulla meccanica del mezzo, un bus Yutong gestito dalla compagnia “La Linea”. Una perizia ritenne che lo sterzo si fosse bloccato poco prima dell’urto, circostanza che avrebbe impedito al conducente di correggere la traiettoria. La ricostruzione suggerì che l’autista, perfettamente lucido e consapevole, avesse tentato manovre utili ad attutire le conseguenze della perdita di controllo, rallentando la corsa e appoggiandosi al guardrail nel tentativo di proteggere i passeggeri.
Gli approfondimenti tecnici misero poi in luce che il guardrail, già compromesso e privo di un tratto di circa 2,4 metri presente dagli anni Sessanta, non avrebbe retto alla pressione del mezzo rallentato fino quasi all’arresto. Proprio quel varco divenne il punto in cui l’autobus si infilò, sbilanciandosi oltre il bordo del cavalcavia e precipitando per una decina di metri sulla strada sottostante, dove prese fuoco. Le verifiche successive su altri autobus dello stesso modello non portarono a conclusioni definitive, mentre l’attenzione investigativa si concentrò progressivamente sulle condizioni dell’infrastruttura.
La Guardia di Finanza, dopo mesi di accertamenti, ha ricostruito la storia manutentiva del cavalcavia, evidenziando come la criticità fosse nota a diversi livelli amministrativi. Secondo gli inquirenti, negli anni sarebbero state predisposte progettazioni di adeguamento e lavori di ripristino mai concretizzati. Un intervento di restauro risultava essere stato programmato proprio nei giorni precedenti alla tragedia, ma non ancora avviato sul tratto interessato.
Sulla base di questa ricostruzione, i pubblici ministeri hanno formulato le accuse nei confronti dei sette tecnici comunali, contestando loro, in forme diverse a seconda dei ruoli ricoperti, reati che vanno dal disastro colposo all’omicidio e alle lesioni stradali. Tra gli indagati figurano il direttore dell’area Lavori pubblici e Mobilità S.A., il responsabile del Servizio manutenzione della viabilità di terraferma A.C. e il dirigente del settore mobilità R.D.B., già coinvolti nelle prime fasi dell’inchiesta. In seguito sono stati aggiunti il responsabile del servizio ponti e viadotti G.A.S., il progettista e direttore dei lavori D.C. e due dirigenti ormai in pensione, F.F e F.P., che negli anni precedenti avevano ricoperto incarichi nel settore viabilità della terraferma.
La linea d’indagine della Procura sostiene che la presenza del varco nel guardrail fosse ampiamente nota agli uffici e che gli interventi necessari non fossero stati eseguiti nonostante le direttive ministeriali sulla manutenzione dei ponti e delle infrastrutture stradali richiedessero controlli e aggiornamenti periodici. Per gli inquirenti, tale omissione avrebbe contribuito in modo determinante all’esito mortale dell’incidente.
La posizione del presidente della compagnia “La Linea”, Massimo Fiorese, è stata invece archiviata. La Procura ha ritenuto che la società non potesse essere a conoscenza di eventuali difetti strutturali del cavalcavia né dell’esistenza del varco,elemento ritenuto estraneo alle responsabilità del vettore.
Il deposito degli atti rappresenta ora il passaggio formale che precede la possibile richiesta di rinvio a giudizio. Gli indagati avranno venti giorni per prendere visione del fascicolo, chiedere un interrogatorio o depositare memorie difensive. Le difese dei tecnici comunali hanno già contestato l’impostazione dell’inchiesta, sostenendo la correttezza dell’operato dei propri assistiti e segnalando che il varco nel guardrail fosse presente da oltre mezzo secolo. Hanno inoltre richiamato l’attenzione sulla perizia relativa alla rottura dello sterzo del bus, ritenuta una causa iniziale non adeguatamente considerata.
La Procura, guidata dal procuratore vicario, valuterà nelle prossime settimane se procedere con la formulazione della richiesta di rinvio a giudizio o se archiviare alcune posizioni. La conclusione dell’indagine rappresenta un passaggio chiave in un procedimento complesso, che ha cercato di ricostruire l’intreccio di responsabilità tecniche e amministrative maturate nel corso di decenni.
Nella tragedia dell’autobus precipitato del 3 ottobre 2023 morirono 22 persone e 16 rimasero ferite, alcune in maniera molto grave.
I danni causati da un drone russo lo scorso febbraio sono severi. L’agenzia dell’Onu per l’energia atomica, che ha ispezionato il sito la scorsa settimana, ha confermato la perdita dei principali componenti di sicurezza, compresa la capacità di contenimento. I sistemi di monitoraggio non hanno invece riportato danni permanenti
I danni causati dal drone a febbraio 2025. AP Photo/Efrem Lukatsky Associated Press – LaPresse
La cupola protettiva della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, non è più sicura dopo essere stata danneggiata da un drone russolo scorso febbraio. A comunicarlo oggi è l’agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che la scorsa settimana ha effettuato un’ispezione sul sito. In sostanza, significa che lo scudo protettivo costruito sopra all’ex centrale non è più in grado di impedire la fuoriuscita di radiazioni.
L’allarme dell’Aiea – Secondo quanto rilevato, la struttura realizzata nel 2019 per contenere il materiale radioattivo dopo il disastro del 1986ha perso la capacità di svolgere la sua funzione principale a causa dei danni riportati. “L’ispezione ha confermato che la struttura ha perso i suoi componenti di sicurezza chiave, inclusa la capacità di contenimento, ma ha anche riscontrato che non sono stati causati danni permanenti ai suoi sistemi di monitoraggio“, ha dichiarato il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi.
Lo scudo, costruito nel 2016, è una grossa struttura di acciaio e cemento che copre il reattore numero 4 dell’ex centrale nucleare, quello che nel 1986 esplose causando il più grave incidente nucleare della storia e che tuttora è radioattivo e pericoloso.
Il video di Zelensky – Il 14 febbraio scorso lo scudo protettivo è stato colpito da un drone: l’Ucrainaaveva accusato la Russia, che invece aveva negato ogni responsabilità. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva pubblicato un video che mostrava l’attacco, con i danni provocati allo scudo dall’esplosione e l’incendio che era stato spento poco dopo.
Lingua originale: inglese. Traduzione diGoogle Ieri sera un drone d’attacco russo con una testata ad alto potenziale esplosivo ha colpito il rifugio che proteggeva il mondo dalle radiazioni presso la quarta unità di potenza distrutta della centrale nucleare di Chornobyl. Questo rifugio è stato costruito dall’Ucraina insieme ad altri paesi europei e del mondo, insieme all’America: tutti coloro che si impegnano per una vera sicurezza dell’umanità. L’unico paese al mondo che attacca tali siti, occupa centrali nucleari e scatena guerre senza alcun riguardo per le conseguenze è la Russia di oggi. Questa è una minaccia terroristica per il mondo intero. Il rifugio della centrale nucleare di Chernobyl è stato danneggiato da questo drone. L’incendio è stato spento. Al momento, i livelli di radiazioni non sono aumentati e vengono costantemente monitorati. Secondo le prime valutazioni, i danni al rifugio sono significativi. Ogni notte, la Russia sferra attacchi simili alle infrastrutture e alle città dell’Ucraina. La Russia continua a espandere il suo esercito e non mostra alcun cambiamento nella sua folle e disumana retorica statale. Ciò significa che Putin non si sta certamente preparando ai negoziati: si sta preparando a continuare a ingannare il mondo. Ecco perché è necessaria una pressione unitaria da parte di tutti coloro che hanno a cuore la vita: una pressione sull’aggressore. La Russia deve essere ritenuta responsabile delle sue azioni.
Last night, a Russian attack drone with a high-explosive warhead struck the shelter protecting the world from radiation at the destroyed 4th power unit of the Chornobyl Nuclear Power Plant.
This shelter was built by Ukraine together with other countries of Europe and the world,… pic.twitter.com/mLTGeDYgPT
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) February 14, 2025
In quei giorni l’Aiea aveva detto che i livelli di radiazioni erano rimasti stabili. Poi è arrivata l’ispezione della scorsa settimana. Il direttore generale dell’agenzia per l’energia atomica ha detto anche che sono già state fatte alcune riparazioni, ma che altre sono necessarie per garantire la sicurezza nucleare nel lungo periodo.
Un sopralluogo conferma i progressi, ma problemi in galleria rallentano la corsa per febbraio 2026: “Criticità legate alla complessità del cantiere. Al lavoro per garantire apertura in sicurezza”
E’ sempre più difficile immaginare la tangenziale di Tirano completata in tempo per le Olimpiadi invernali, in programma il prossimo febbraio. La conferma arriva da una nota stampa diramata da Anas nel tardo pomeriggio di giovedì 4 dicembre, nella quale si riferisce del sopralluogo effettuato dal commissario straordinario Nicola Prisco e dai vertici della società, insieme al prefetto di Sondrio Anna Pavone e all’assessore regionale agli Enti locali e montagna Massimo Sertori, lungo il cantiere della Statale 38. In quell’occasione Prisco ha illustrato lo stato dell’arte dei lavori,mettendo in evidenza alcune criticità esecutive, legate alla complessità del cantiere, sorte nei lavori in sotterraneo.
“Nonostante ciò, lungo l’intera variante è stato completato il corpo dei rilevati stradali, mentre proseguono pavimentazioni e installazione delle barriere”, spiegano da Anas, ricordando come l’intervento “stia avanzando con il massimo impegno possibile, compatibilmente con le condizioni del terreno”.
Il ponte sull’Adda di Stazzona è ormai ultimato. Per quello di Tirano, già varato, si sta completando l’armatura della soletta, con conclusione prevista entro dicembre. “Contiamo di chiudere questa fase entro la fine dell’anno”, fanno sapere i tecnici. Sono in fase finale anche il sottopasso sotto la Statale 38 e quello sotto la ferrovia Sondrio–Tirano, dove la circolazione sarà ripristinata a breve.
Questione gallerie – Avanzamenti importanti anche sulla galleria artificiale “Il Dosso 1”, con posa dell’arco rovescio e della tratta finestrata già completate. Più complessa invece la situazione nella galleria naturale “Il Dosso”: lo scavo ha raggiunto 918 metri sui 978 totali, ma quisi concentrano le difficoltà maggiori, legate alla presenza di materiale non compatto e a caratteristiche geomeccaniche sfavorevoli. “In alcuni punti il fronte di scavo ha imposto adattamenti continui, perché il materiale non rispondeva alle previsioni”, spiegano ancora da Anas.
“Per garantire la sicurezza è stato necessario ridurre gli avanzamenti e intensificare i monitoraggi per tutelare le maestranze e assicurare lavori in totale sicurezza. Le fasi esecutive di conseguenza si sono rallentate. Sono presenti sul cantiere oltre 200 maestranze, con turni di lavoro sette giorni su sette”, sottolineano dalla società del Gruppo FS Italiane.
Alla luce dei rallentamenti, e in assenza della variante, con molta probabilità il traffico olimpico attraverserà così Tirano, lungo viale Italia, come avviene da sempre. “Anas, assieme all’impresa, sta comunque procedendo con impegno massimo e notevoli sforzi produttivi per superare gli imprevisti di carattere geologico e garantire l’apertura in sicurezza dell’intera variante di Tirano”, conclude la nota facendo intendere come arrivare pronti ai Giochi resti un obiettivo sempre più difficile da raggiungere.