E’ ben gradito un’applauso!!! Grazie
03 dicembre 2025
| Chapecoense promossa nel Brasileirão nove anni dopo la tragedia: un trionfo che sa di rinascita |
| articolo di Emanuela Audisio: https://www.repubblica.it/sport/calcio/2025/12/03/news/chapecoense_brasile_serie_a_disastro_aereo-425018307/ |
| La piccola squadra di Chapecó, segnata dal tragico incidente aereo del 2016 che costò la vita a 71 persone, è tornata nella Serie A brasiliana dopo anni di dolore, ricostruzione e anonimato |

Tenersi alla larga dalle fiabe aiuta. Soprattutto nello sport. Però anche crederci un po’ spinge a ricostruire. Furacão do Oeste, l’Uragano dell’Ovest, la chiamavano così la piccola squadra arrivata in alto. Chapecó è un centro agroindustriale nel profondo entroterra del Brasile, a sud, nello stato di Santa Catarina. Nemmeno duecentomila abitanti, il contrario di una megalopoli. E una squadra di calcio, la Chapecoense detta Chape, non famosissima, anzi Cenerentola del futebol, salita per la prima volta in serie A nel 2014 e che due anni dopo si trovò a vivere la sua favola. Anzi a giocarla. La finale della Copa Sudamericana, l’equivalente dell’Europa League. Un successo avrebbe significato la fama e l’accesso diretto alla ancor più prestigiosa Copa Libertadores.
| Lingua originale: portoghese. Traduzione di Google Una settimana fa, Chapecó ha giocato insieme dall’inizio alla fine e il nostro sogno è diventato REALTÀ! |
La squadra s’imbarcò la sera del 28 novembre 2016 da San Paolo in Brasile con destinazione Medellín, Colombia, per affrontare l’Atlético Nacional. Sull’aereo c’erano anche tecnici, dirigenti, giornalisti e accompagnatori. Euforici per la loro prima finale. In tutto 68 passeggeri e 9 membri dell’equipaggio. Il volo 2933 era della compagnia boliviana LaMia (Línea Aérea Mérida Internacional de Aviación). Su quello stesso quadrimotore aveva volato pochi giorni prima la nazionale argentina di Leo Messi. All’appello mancava il portiere Nivaldo, bandiera del club, 299 presenze. A 42 anni preferiva festeggiare quota 300 partite davanti al suo pubblico, pochi giorni dopo avrebbero giocato contro l’Atlético Mineiro in campionato. Dette forfait all’ultimo momento anche Edmundo, O Animal, ex giocatore della Fiorentina e del Napoli, commentatore della tv brasiliana. Perse il volo Matheus Saroli, figlio dell’allenatore della Chapecoense, che aveva dimenticato il passaporto. Il padre, Luis Carlos Saroli, noto come Caio Júnior, invece quell’aereo lo prese dopo aver rilasciato un’ultima dichiarazione: «Se morissi oggi sarei un uomo felice». Con lui c’era anche il difensore Felipe Machado, 32 anni, che aveva giocato in Italia, nella Salernitana in B.

Il volo è tranquillo. Mancano 18 chilometri all’arrivo quando si spengono le luci. «Allacciatevi le cinture, stiamo per atterrare». Alle 21.49 il comandante avvisa la torre di controllo: «Ho problemi con il carburante, chiedo priorità per la discesa». Alle 21.52 dichiara l’emergenza, i serbatoi sono vuoti. Alle 21.55 il velivolo scompare dai radar. Alle 21.59 l’aereo sbatte contro la vetta del Cerro Gordo (2.600 metri). Buio, pioggia, nebbia. I soccorsi sarebbero arrivati dopo ore via terra.

«Mi sono svegliato nel bosco, ho aperto gli occhi ma era tutto nero. Faceva freddo e sentivo le persone chiedere aiuto. L’ho fatto anche io, non avevo idea di dove fossi, non ricordavo nulla. Ho supplicato: non voglio morire». Jakson Follmann ha 24 anni, vede una torcia, sente le voci della polizia colombiana. Un sergente gli tiene la mano e lo rassicura. Jakson si qualifica: «Sono il portiere della Chapecoense». Nell’impatto ha perso il piede destro e il sinistro è rimasto attaccato solo per i tendini. È scosso, soprattutto si meraviglia che i suoi compagni non urlino più. Le vittime sono 71, i sopravvissuti 6. Tre calciatori, un tecnico di volo, una hostess e un giornalista. Il portiere Marcos Danilo, 31 anni, morirà in ospedale. Un fotografo della Reuters testimonia: «L’aereo è spezzato in due, solo il muso e le ali sono riconoscibili».

Alan Ruschel si salva per un cambio di posto. Mezz’ora prima dell’incidente il suo amico Follmann aveva insistito perché dal fondo si spostasse accanto a lui e all’altro difensore, Hélio Zampier Neto. Al centro dell’aereo. Sono i soli tre sopravvissuti della squadra. Jakson si risveglia tre giorni dopo all’ospedale: ha una gamba amputata, l’altra è seriamente danneggiata. Ruschel ha una frattura alla decima vertebra e una lesione spinale. Non ricorda niente e pensa alla finale, convinto che si debba giocare il giorno dopo. Neto ha lesioni al cranio, al torace, alla gamba destra. Lo portano all’ospedale in stato di shock. Quando riemerge dal coma chiede: com’è finita la partita e chi è stato a farmi così male? Lui l’incidente l’aveva sognato alcune notti prima: c’erano le luci che si spegnevano, la pioggia, il bosco. Si era agitato e ne aveva parlato alla moglie, la madre dei suoi gemelli di dieci anni. «Mi sono portato quell’incubo dentro l’aereo».

A lui e a Follmann i medici per un po’ nascondono la verità. Quando lo viene a sapere Jakson riesce solo a dire: «Me li ricorderò sempre felici e sorridenti, sono contento di non aver visto i miei amici morire». A Chapecó, fuori dallo stadio Arena Condá si radunano centinaia di tifosi. Piangono e pregano per la fine di un sogno: la loro Chapecoense non c’è più. A ventiquattr’ore da una partita che molti avrebbero raccontato per anni ai figli, ai nipoti e a tutti coloro che volevano sapere di quella volta che la loro piccola squadra era arrivata a giocarsi il successo nel secondo trofeo più importante del continente. La Chape conta 48 vittime tra tecnici, giocatori e accompagnatori. L’attaccante Tiaguinho, 22 anni, aveva appena saputo che sarebbe diventato padre. Per dirgli della gravidanza sua moglie gli aveva fatto consegnare dai compagni una scatola con due scarpette. Altro che Cent’anni di solitudine.

Allo stadio di Medellín, il giorno della finale, i giocatori e gli uomini della Chape ci arrivano da morti. Le loro bare vengono posizionate in campo. Sugli spalti tutti sono vestiti di bianco, in molti hanno una candela. I tifosi dell’Atlético Nacional cantano per la squadra che quella sera avrebbe dovuto essere avversaria. Vengono liberate in cielo 71 colombe, bambini con la divisa della Chape lasciano andare palloncini bianchi, il mondo del calcio si ferma per un minuto di silenzio. Dice basta anche il portiere Nivaldo, rinuncia a giocare la sua trecentesima partita. «Non conta più». La Copa Sudamericana 2016 viene assegnata d’ufficio alla Chapecoense. Per una volta è giusto così.
Nel Novecento del calcio c’era stata Superga (1949), i Busby Babies del Manchester United (1958) e la nazionale dello Zambia (1993). Nel Duemila ci sono i ragazzi della Chape. La squadra sconosciuta diventata grande nella tragedia. Tutti vogliono aiutarla, iscriversi al club, prestarle giocatori. Da Pelé e Maradona a Vladimir Putin: #ForçaChape. L’accesso alla Libertadores 2017 è simbolicamente forte, ma l’esperienza si conclude già nel girone. Da terza classificata la Chape va a giocare gli ottavi della Copa Sudamericana, viene eliminata dal Flamengo, ma in campo c’è Alan Ruschel, per la prima volta titolare a dieci mesi dall’incidente. Dopo aver rischiato la paralisi.

