La società operativa del ramo italiano della maison di Lvmh è destinataria di una misura di prevenzione per presunto sfruttamento del lavoro di alcuni suoi fornitori. Nell’inchiesta, identificati 32 lavoratori irregolari

Una nuova inchiesta della procura di Milano coinvolge la catena produttiva fashion. Dopo Alviero Martini spa e Giorgio Armani operations, a finire commissariata è ora Manufactures Dior, la società operativa del ramo italiano della maison di Lvmh, attiva con 709 dipendenti nella fabbricazione di articoli da viaggio, borse e pelletteria con hub produttivi a Scandicci (Firenze) e Fossò (Venezia).
I carabinieri del Nil-Nucleo ispettorato del lavoro di Milano hanno dato esecuzione a un decreto di amministrazione giudiziaria emesso dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano nei confronti dell’azienda. Nell’inchiesta dei pubblici ministeri Paolo Storari e Luisa Baima Bollone, che hanno chiesto l’emissione della misura, il ramo produttivo della società è ritenuto «incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo» e di non aver messo in atto misure per prevenire il caporalato nelle aziende produttrici.
Stando agli atti dell’inchiesta sulla filiera di appalti di Dior, che MFF ha avuto modo di visionare, i militari del Nil hanno accertato, a partire da marzo 2024, l’esistenza di quattro opifici nelle province di Milano, Monza e Brianza in cui sono stati identificati 32 lavoratori irregolari di cui sette in nero e due clandestini. La produzione avveniva in «condizioni di sfruttamento» con paghe «sotto soglia», «orario di lavoro non conforme» e «ambienti di lavoro insalubri» oltre a «gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro».
Nello specifico, prosegue il documento, «è stata riscontrata la rimozione dei dispositivi di sicurezza che hanno lo scopo di impedire che il lavoratore, durante l’utilizzo delle stesse, possa entrare in contatto con i meccanismi mossi elettricamente o che pezzi del prodotto smerigliato possano essere proiettati negli occhi dell’operatore». In particolare, le informative dei carabinieri hanno rilevato le irregolarità in una società appaltatrice di Opera, nel milanese, gestita da una donna cinese e dal compagno colombiano, dove il 21 marzo scorso sono stati trovati 23 lavoratori, anche irregolari o in nero, all’intero di «camere da letto» sopra ai «laboratori produttivi».
Dagli atti si apprende inoltre che un modello di borsa acquistato da Dior a un «prezzo pari a 53 euro» da opifici cinesi veniva rivenduto «al dettaglio a 2.600 euro». Gli operai degli opifici clandestini che lavorano nella filiera di Dior sarebbero stati inoltre «preparati a dichiarare, in caso di controlli, di non essere impiegati nell’azienda, adducendo le più disparate ed inverosimili motivazioni circa la loro presenza all’interno dei locali della pelletteria», fanno sapere i pm. Alcuni lavoratori, tutti stranieri per lo più cinesi o asiatici, hanno infatti dichiarato di trovarsi nei dormitori abusivi per «effettuare un colloquio di lavoro» oppure un altro di «essere arrivato a Milano da Cesena il 10 marzo scorso e di dormire presso l’azienda perché conosce il titolare, ma non di lavorare in azienda».
«Nessun lavoratore», si legge nelle 34 pagine del decreto di amministrazione giudiziaria disposta per Manufactures Dior, «ha dato una spiegazione plausibile del perché dormisse in azienda». Le dichiarazioni, inoltre, «risultano in contrasto» con quelle rese da altri lavoratori e dipendenti delle società intermediarie tra gli opifici cinesi e il brand che «hanno affermato di aver visto i cittadini cinesi che, nella mattinata dell’ispezione, si trovavano al piano superiore dell’azienda, lavorare nel reparto produzione alla cucitura ed incollaggio delle pelli».

