Il 12 settembre parte il maxi procedimento contro l’azienda di Mountain View. L’istruttoria potrebbe durare tre anni, ma il giudice ha dimezzato i capi d’imputazione da 7 a 4

Inizierà martedì e durerà almeno dieci settimane il primo grande processo dell’era digitale nel quale il governo americano accusa un gigante della Silicon Valley, Google del gruppo Alphabet, di operare in un modo che viola le norme antimonopolio. L’unico precedente risale al 1998, l’alba dell’era di internet (e anno della fondazione di Google), quando Microsoft fu accusata dal governo di abuso di posizione dominante perché impose di default il suo browser Explorer come software di navigazione nel web ai clienti di Windows, il suo sistema operativo. In questo modo tagliava fuori i concorrenti: Java e, soprattutto, Navigator di Netscape, fin lì leader del mercato. E pagò anche gli altri grandi operatori del tempo, AOL e Yahoo!, affinché scegliessero Explorer. Quello che inizia il 12 settembre sarà un processo epocale, anche se toccherà solo una parte delle accuse rivolte a Google e sarà seguito da altri procedimenti. Ma, dopo un vuoto di decenni, questa battaglia legale dirà se le aziende digitali, che fin qui si sono considerate esenti da ogni tipo di regolamentazione, sono punibili per aver sfruttato illegalmente la loro forza di mercato. E ancora: lo Sherman Act, una legge antitrust varata nel 1890 per combattere monopoli e oligopoli di acciaio, zucchero e ferrovie, può funzionare anche nell’era dell’economia digitale?
L’abuso di Google ricorda quello di Microsoft – Oggi Google deve affrontare un arcipelago di accuse e varie cause derivanti da denunce delle authority federali, del ministero della Giustizia, di vari Stati dell’Unione, oltre ai procedimenti in corso nell’Unione Europea, ma il cuore del processo che sta per iniziare ha
diversi aspetti simili alla causa Microsoft di un quarto di secolo fa: secondo l’accusa il motore di ricerca della società fondata da Larry Page e Sergey Brin ha conquistato un quasi monopolio (il 90 per cento circa del mercato Usa e di quello mondiale) non solo per la sua potenza e duttilità, ma anche perché Google ha tagliato fuori i concorrenti (soprattutto Bing di Microsoft e DuckDuckGo) versando ben 45 miliardi di dollari l’anno ad Apple, Samsung, LG e Motorola per inserire di default il suo search nei loro smartphone. Mentre Matt Stroller, analista implacabile nella denuncia di comportamenti monopolisti, sottolinea che, per promuovere il suo motore di ricerca, Google paga anche le principali società Usa di telecomunicazioni (At&t, Verizon e T-Mobile) e browser come Mozilla e Opera.
Due eserciti e tre anni per preparare la battaglia – Questo processo è anche il primo dell’era Biden, ma, in realtà, trae origine da un’iniziativa dell’Amministrazione Trump, poi ripresa dall’attuale ministro della Giustizia, Merrick Garland, e dall’agenzia federale FTC di Lina Khan. È stato, infatti, l’ex presidente repubblicano, nel 2019, a spingere per l’avvio di un’indagine antitrust contro Google ed Apple. Questa iniziativa è diventata nell’ottobre 2020, poche settimane prima dell’elezione di Biden, una denuncia formale davanti alla magistratura: all’accusa del governo contro Google per abuso di posizione dominante si sono poi unite le denunce di 35 Stati dell’Unione e perfino di Portorico che hanno attribuito alla società di Mountain View vari comportamenti monopolisti, in particolare per quanto riguarda l’uso delle tecnologie per la raccolta pubblicitaria. Per questo tipo di processi la legislazione americana non prevede la formazione di una giuria popolare: decide da solo il giudice assegnato a questo processo.
Il caso Google è stato affidato ad Amit Mehta, un magistrato nominato giudice federale (per il distretto di Washington) da Barack Obama nel 2014. Fin dall’inizio Metha disse che, data la complessità del caso, l’istruttoria avrebbe richiesto quasi tre anni. Da allora Google ha messo al lavoro sulla causa centinaia di suoi dipendenti e ha assunto tre grandi studi legali mentre altrettanto imponenti sono state le risorse mobilitate dal governo federale e dai 35 Stati denuncianti. Risultato: 5 milioni di pagine di documenti agli atti del processo e 150 testimoni da ascoltare. Google ha provato anche a ricusare il principale accusatore, il responsabile antitrust del ministero della Giustizia, Jonathan Kanter, accusandolo di avere pregiudizi, visto che in passato è stato avvocato di Microsoft (danneggiata dalla società californiana se le accuse verranno provate). E a marzo un giudice federale californiano ha sanzionato Google (e Sundar Pichai in quanto suo amministratore delegato) per aver intenzionalmente cancellato documenti – le chat interne dei dipendenti del gruppo – utili per le indagini sfociate nel processo della prossima settimana. Pichai è stato accusato di aver partecipato all’eliminazione di questi messaggi (che, secondo gli avvocati di Google, l’azienda non era tenuta a conservare).
Tutto nelle mani di Mehta – Il giudice Mehta, che come Pichai ha 52 anni ed è un indiano naturalizzato americano, ha fama di essere sensibile alle ragioni delle imprese come del resto l’intero sistema giudiziario che ha già neutralizzato altre cause antitrust della FTC (il blocco dell’acquisizione di Activision da parte di Microsoft e di Within, un produttore di realtà virtuale, da parte di Meta-Facebook). Mehta ha dimezzato i capi d’imputazione per Google: dei sette presentati ne ha eliminati quattro (essenzialmente quelli degli Stati) che avevano a che fare in modo particolare con i presunti abusi della società californiana nel campo della raccolta pubblicitaria, mentre ha giudicato fondata e da processare l’accusa del governo legata all’imposizione “a pagamento” del suo motore di ricerca (comunque il migliore).
Cambio di stagione (e di filosofia) per le dispute Antitrust – Questo processo rappresenta una svolta anche perché fin qui, in tempi di drastico ridimensionamento della lotta contro i monopoli, le authority si erano limitare a cercare di bloccare (spesso senza successo come abbiamo appena visto) acquisizioni e fusioni che creavano posizioni dominanti. Con la causa Google si torna a mettere in discussione lo stesso business model di un grande protagonista dell’economia digitale. Decenni di timidezza nel perseguire i monopoli si spiegano, oltre che con la peculiarità delle tecnologie digitali, lontane dalla realtà fisica dell’acciaio e delle locomotive dei treni, con un cambio di filosofia legato al successo delle tesi di Robert Bork, un giudice conservatore: nel 1978 sostenne in un saggio che con le leggi antitrust il Congresso si era posto l’unico obiettivo di beneficiare il consumatore. Quindi il monopolio non andava combattuto in quanto tale, ma solo se colpiva il consumatore, in genere con un aumento dei prezzi. Questa filosofia è stata seguita per quasi trent’anni: promossa dalle stesse società tecnologie (e dalle loro lobby) che si consideravano esenti da ogni verifica antitrust visto che non solo non aumentavano i prezzi, ma offrivano servizi apparentemente gratuiti come le mappe o lo stesso motore di ricerca di Google. Solo negli ultimi anni ci si è resi conto che gli utenti pagano in altro modo (coi loro dati) e che i monopoli procurano danni non solo dal lato prezzi ma anche impedendo ad altre imprese di emergere e di innovare.
Stavolta è arrivata prima l’Europa – È da poco, quindi, che l’America ha messo sotto la lente d’ingrandimento i suoi gruppi digitali diventati ormai grandi concentrazioni di potere. La Ue, non condizionata dalle tesi di Bork e con le mani più libere dato che i grandi gruppo da regolamentare non sono europei, ha cominciato da tempo a “processare” e multare i giganti digitali. A partire dal 2010 Google è stata oggetto di varie indagini per violazioni delle norme Ue sulla concorrenza e ha accumulato multe per oltre 8 miliardi di euro. L’ultimo procedimento europeo è stato lanciato il 14 giugno scorso ed è concentrato sul modo in cui il gruppo di Mountain View usa i suoi molteplici strumenti per concludere contratti pubblicitari alle condizioni più convenienti, a scapito della concorrenza: in sostanza, avendo il controllo di tutte le componenti di un sistema di gestione della pubblicità digitale – piattaforma, marketplace, rete – e avendo interesse a piazzare i suoi prodotti alle condizioni migliori, nelle aste Google riesce ad avere in anticipo le informazioni sull’offerta più elevata dei concorrenti e può batterla offrendo poco di più. Il giudice Mehta, come detto, ha accantonato le accuse degli Stati per l’uso delle tecnologie pubblicitarie. Ora, però, il ministero della Giustizia Usa è intenzionato ad aprire un nuovo procedimento su questo fronte. Ma il processo Usa per le nuove accuse, formalizzate il 23 gennaio scorso, si terrà tra almeno un anno.
ChatGPT segna la fine del monopolio search di Google? – Subito dopo il lancio di ChatGPT, Pichai andò in tv (la popolare trasmissione della CBS 60 Minutes) a spiegare che con l’intelligenza artificiale generativa nel mondo digitale cambiava tutto. Diversi giornali hanno sostenuto che il capo di Alphabet-Google intendeva dire che con ChatGPT entrato nell’orbita Microsoft (e ottimizzato per il suo motore di ricerca Bing), la schiacciante supremazia di Google nel search era finita. Vero? È possibile ma sono in tanti a dubitarne. Matt Stoller, ad esempio, nota che Google, proprietaria di Deep Mind, la società più avanzata nel campo dell’AI, aveva da tempo a disposizione le tecnologie con le quali OpenAI ha costruito ChatGPT, ma le ha usate solo per rafforzare la sua leadership nella pubblicità e nel search. Oggi è vero che ci sono startup come Anthropic in grado di sviluppare tecnologie AI molto avanzate, ma nessuna di loro ha spalle finanziarie abbastanza solide da poter contrastare un gruppo tuttora in grado di spendere 45 miliardi l’anno per mantenere una posizione privilegiata nel mercato.

