L’Inter e il 19° scudetto


INTER TV LIVE | INTER ARE THE 20-21 CHAMPIONS OF ITALY | I M SCUDETTO 1️⃣9️⃣🇮🇹⚫🔵

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L’Inter e il 19° scudetto vinto nell’anno più difficile

L’Inter ha vinto il suo diciannovesimo scudetto. Adesso è la seconda squadra per numero di titoli di campione d’Italia alle spalle della sua rivale per definizione, la Juventus in pausa dopo vorace sequenza, e ha staccato il Milan cugino sempre più consanguineo, dati i comuni interessi politici ed economici. Scade a puro sofisma per integralisti il fatto che l’artefice del successo sia stato Antonio Conte, etichettato dagli intransigenti come juventino per peccato originale: alla maggioranza dei tifosi il morso alla mela lascia un sapore dolce dopo l’astinenza di 11 anni, iniziata al tramonto dell’epopea di Mourinho. Unisce semmai tutte e tre le grandi squadre del nord il rilievo statistico sulla loro egemonia storica, rimpinguata quest’anno: insieme, si sono annesse quasi due terzi degli scudetti complessivi. Nel computo generale le squadre del centro-sud rimangono a 10 campionati vinti, sui 119 complessivi: percentuale mortificante.

Paradosso alla Pinetina – Il monopolio Torino-Milano dura da 20 anni esatti, da quando nel 2001 vinse la Roma. La recente alleanza del terzetto nordista nella fallita rivoluzione della Superlega europea certifica il solco geopolitico, che è questione anzitutto finanziaria, essendo Juventus, Inter e Milan accomunate da analoghi problemi di gestione dei costi macroscopici e degli introiti insufficienti rispetto alle spese. Della sproporzione l’Inter rappresenta suo malgrado il picco, per via delle note vicissitudini della proprietà cinese, che hanno reso lo scudetto uno di quei paradossi di cui lo sport si nutre: asserragliati alla Pinetina, Conte e i suoi discepoli hanno cominciato a staccarsi in testa alla classifica proprio via via che aumentavano i dubbi sul futuro economico della società (e sugli stipendi).   

L’equilibrio tattico – La retorica dell’italiano che si fortifica nelle difficoltà, vedi Mondiali 1982 e 2006, appare stantia per due ragioni. La prima è che l’Fc Internazionale resta appunto molto internazionale, anche se l’allenatore ha creato un nucleo italiano consistente e influente sia in campo sia nello spogliatoio: Barella, Bastoni e Darmian, efficacissimo nel momento decisivo, non sono stati certo comprimari. La seconda ragione è che l’esito del campionato riflette senza discussioni il valore tecnico del gruppo: le due sole sconfitte finora al passivo nel derby d’andata e con la Sampdoria, evitabili entrambe, fotografano con la folgorante differenza reti l’equilibrio tattico raggiunto in fretta attorno al 3-5-2 contiano, in cui gli interpreti hanno piegato le proprie eventuali inclinazioni all’anarchia (vedi Eriksen) all’interesse collettivo, l’atletismo superiore alla media è stato incanalato nel binario più utile allo sviluppo di un’azione scarna e verticale (vedi Hakimi e Lukaku) e la compattezza d’azione ha trovato sintesi nei sincronismi tra reparti (vedi Skriniar-De Vrij-BastoniBarella-Brozovic-Eriksen e naturalmente Lukaku-Lautaro). Tra le più riuscite sperimentazioni tattiche spicca il ruolo di Bastoni marcatore in anticipo a tutto campo, con annessa riconquista del pallone in zona avanzata: l’attacco in sovrannumero, caposaldo del sistema di Conte, si giova del resto di un pressing feroce.

All’allenatore è stata imputata dagli esteti la colpa delle non poche vittorie di misura, in base alla teoria che il livello tecnico medio superiore avrebbe dovuto sprigionare un gioco più spettacolare. La soggettività del concetto di spettacolo riduce il dibattito a guerra di opinioni, mentre il vero limite della squadra campione d’Italia è consistito nella sua scarsa resa in Champions, dove è uscita già nella fase a gironi, classificandosi ultima, anche se poi le altre tre italiane, eliminate agli ottavi di finale, non sono andate molto più avanti.Volume 0% 

Il gap in Europa – Il precario cammino in Europa lascia rammarico, perché contro Real Madrid e Shakhtar è mancata un po’ della classica ferocia agonistica. È inoltre probabile che la squadra abbia pagato difetti di tenuta, nella stagione in cui il calendario intasato ha imposto troppe partite ravvicinate: appena si sono rarefatte, dopo la precoce estromissione dalla Champions, l’Inter ha spiccato il volo in Serie A. Non può però essere nascosta la differenza tecnica che la separa ancora, nonostante tutto, da squadre come Manchester City, Psg, Bayern, Real Madrid, Chelsea e Liverpool. Per colmarla, servirebbe probabilmente qualche costoso campione in più. La questione introduce il tema più scabroso, che il demiurgo della rosa, l’ad Marotta, si ritrova adesso ad affrontare: crescita tecnica o ridimensionamento? Se il prestito in arrivo permetterà agli Zhang di onorare le spese e di gestire il club senza patemi fino a giugno, che cosa succederà poi?

Da Barella a Darmian, lo scudetto con l’anima italiana

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I protagonisti del Triplete 2010 con Mourinho erano quasi tutti stranieri. Conte ha trovato nel centrocampista sardo e nel terzino preso all’ultimo giorno di mercato gli uomini chiave per vincere

C’è qualcuno per cui quel tricolore da cucirsi sul petto avrà un sapore diverso. Quando tra dieci anni si tornerà a pensare al diciannovesimo scudetto dell’Inter, sarà difficile non farsi tornare in mente le due partite decise dal meno atteso degli eroi: Matteo Darmian. L’ultimo arrivato, preso soltanto l’ultimo giorno del mercato, determinante con due gol che hanno trasformato altrettante partite inchiodate in vittorie sofferte. Uno di quelli che Conte ha voluto a ogni costo, contando su un aspetto che non compare nelle statistiche dei match analyst: l’appartenenza. O, per dirla in un altro modo, l’anima italiana. Intoccabili e rincalzi, ma tutti utilissimi: dagli italiani sono arrivati 12 gol, molti determinanti, oltre a un contributo enorme nella quotidianità, grazie a leader silenziosi come Ranocchia. 

La differenza con l’Inter di Mourinho – L’ultima Inter capace di vincere il campionato, ormai undici anni fa, aveva confinato questo aspetto a ruoli periferici: oltre a Marco Materazzi, il portiere di riserva Toldo, il terzino di riserva Santon, il bomber di riserva Balotelli. Questa l’ha messa al centro del progetto: chi se non Nicolò Barella rappresenta il cuore dell’Inter di oggi? Un ragazzo nato e cresciuto in Sardegna, a Cagliari, nel quartiere Pirri. Ma sognando Dejan Stankovic, e quindi quella maglia a strisce nerazzurre per cui tutta la sua famiglia ha sempre fatto il tifo, il papà Luca, rappresentante di condizionatori, la mamma Rita, commessa prima di dedicarsi a lui. Se avesse accettato la Roma avrebbe guadagnato di più, ma ha preferito l’Inter. Diventando un intoccabile dell’undici di Conte, che ha ripagato con 3 gol e il primato di minuti giocati tra i giocatori di movimento.  

Anche Alessandro Bastoni è diventato un intoccabile, ma ha dovuto scalare le gerarchie. Un anno fa ha messo in panchina Godin. Quest’anno Kolarov, arrivato con le stimmate del titolare ma costretto a un posto fisso in panchina dalle prestazioni di questo ragazzo, preso dall’Atalanta per 31 milioni quando non era appena maggiorenne, ma in larghissima parte coperti iper valutando altri ragazzi del settore giovanile nel percorso inverso. La difesa a tre pare scolpita per esaltarne le caratteristiche, al punto da farne un candidato fortissimo anche per un posto in nazionale agli Europei. Gli è mancato solo il gol.  

Alessnadro Bastoni

Al contrario, hanno lasciato il segno Gagliardini e D’Ambrosio, non certo titolari, ma che hanno dimostrato di poter essere utilissimi nell’organico: 2 gol il primo, 3 il terzino, decisivo alla prima partita stagionale contro la Fiorentina con un gol a tempo (quasi) scaduto. Certo nessuno di loro ha trovato molto spazio, come d’altronde Sensi, a cui Conte ha preferito prima Vidal e poi Eriksen. Ma nella gigantografia di questo scudetto atteso undici anni, saranno soprattutto loro a guardare, con un certo orgoglio, quel tricolore sul petto. 

Danilo D’Ambrosio & Roberto Gagliardini
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